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lunedì 9 febbraio 2026

Lettura critica di Alfredo Rienzi - La parola come esilio e dimora: la prosa verticale di Mauro Germani

 


Su “Almanacco Punto” un’attenta lettura critica di Alfredo Rienzi, che ringrazio, relativa a L’ultimo sguardo (La Corte, 1995) e Luce del volto (Campanotto, 2002), sillogi ora comprese in Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022. Postfazione di Giovanni Nuscis (puntoacapo, 2024). 
Per leggere l’articolo cliccare QUI

venerdì 30 agosto 2024

Recensione di Maurizio Soldini a "Prima del sempre"

Ringrazio di cuore Maurizio Soldini per questa sua attenta e ampia lettura del mio "Prima del sempre" (puntoacapo editrice, 2024), apparsa su "La poesia e lo spirito" nella rubrica "Postille alla poesia". Lettura del testo: QUI

 

martedì 25 ottobre 2022

Corrado Passi - Rego Park

Corrado Passi, Rego Park, Castelvecchi, 2021

Che cosa significa appartenere a qualcuno o a qualcosa? E qual è il senso, la qualità della nostra eventuale appartenenza?

Rego Park è un romanzo di domande che investono il nostro essere nel mondo, il nostro rapporto con noi stessi e con chi ci sta accanto. Sono interrogativi non espliciti, tuttavia presenti nelle pieghe della narrazione, in profondità, sotto la superficie degli eventi e dei comportamenti dei personaggi.

La storia di Ellie e Liam, i protagonisti, è segnata dal passato, da traumi che assediano l’anima, da una solitudine che sa di sconfitta. Entrambi sono dei sopravvissuti, dei superstiti di un destino avverso dal quale cercano un possibile riscatto: Ellie, negoziatrice internazionale, è rimasta vittima di un attentato in cui ha perso la vista; Liam, invece, è prigioniero del ricordo dell’amatissima moglie prematuramente scomparsa. Il loro casuale incontro a Rego Park, nel Queens, si profila come l’occasione per tentare una nuova vita, per riappropriarsi di un senso smarrito da tempo.

Lo spostamento da New York alla California è per loro una sfida che mette tutto in gioco, in una condizione di equilibrio instabile e che oscilla continuamente tra passato e presente. Perché l’ombra di ciò che è stato non si è mai dissolta completamente e il baratro della solitudine e della sconfitta è una minaccia costante. Ellie e Liam restano, infatti, personaggi sempre in bilico, ciascuno con le proprie fragilità, le proprie manie e i propri fantasmi. Che cos’è che li ha uniti veramente? Che cosa hanno cercato l’uno nell’altra? E che cosa ciascuno ha trovato? Era quello il sogno desiderato, in grado di chiudere profonde ferite?

Si comprende, leggendo il libro, che la questione non riguarda soltanto la relazione tra i due, ma qualcosa di ben più vasto e complesso e che concerne l’esistenza. La loro vicenda è una riflessione sul tempo, sul grado di consapevolezza che abbiamo di noi stessi e sugli aut-aut che la vita ci impone («Ogni nostro gesto, o parola, determina, a livello cosmico, un’immediata conseguenza, grande o piccola essa sia» si legge in un flash improvviso). A ben vedere, le perplessità, i silenzi, le delusioni, o gli slanci emotivi e le aspettative dei protagonisti ci istruiscono sull’importanza del discernimento interiore per verificare la natura e l’autenticità delle nostre azioni. Forse è proprio questa la lezione che – dopo prove anche estreme – apprendono in qualche modo i due protagonisti: il loro percorso chiede di essere reinventato in altre forme di condivisione e di appartenenza, con sincerità, senza più maschere e senza «il peso della rabbia e del rancore», perché se le cose o le persone si trasformano «in una prova costante, una sfida perenne, esse divengono, a poco a poco, il tuo nemico giurato, l’antagonista al quale, prima o poi, dovrai dichiarare la tua guerra privata». E poi: «non basta recuperarla, una vita; bisogna viverla in un modo nuovo, diverso da quello che ci ha portati a perdere la precedente».

La scrittura di Corrado Passi riesce a condurre il lettore alla scoperta dei pensieri e degli stati d’animo dei protagonisti con notevole sapienza stilistica e psicologica. La sua è una prosa ben calibrata, che sa rivelare a poco a poco,  che ammalia e incuriosisce, capace di conferire grande valore ai dettagli, agli oggetti (il Bosendorfer, tra tutti), agli ambienti (il caffè dove Ellie e Liam s’incontrano, la loro villa sulla baia di Carmel, in California, «l’ultima terra prima della fine del mondo») e ai paesaggi (Cape Town, i deserti del Medio Oriente, l’oceano con le balene) che diventano in questo modo quasi coprotagonisti, in una mirabile fusione con la vicenda narrata, secondo uno sguardo mobile e preciso, cinematografico.

Un libro da leggere e da assaporare lentamente per cogliere tutte quelle sfumature, quei riverberi sottili che palpitano a ogni pagina.

Mauro Germani

 

martedì 18 ottobre 2022

Letizia Dimartino - Le città degli altri


 Letizia Dimartino, Le città degli altri, Archilibri, 2022

In quest’ultimo libro di Letizia Dimartino il tempo è sempre perduto e sempre ritrovato, è un movimento circolare il cui diametro si concentra  e si espande continuamente. È una sorta di eterno ritorno dello sguardo e della scrittura, tra passato e presente, dove ciò che è stato riprende a vibrare sulla pagina, come fosse la prima o l’ultima volta, vacillante eppure ancora  nitidissimo, preciso, prima della sparizione. Ogni esperienza vissuta  ha l’intensità, la meraviglia, l’incanto di ciò che è stato unico, ma che pure a frammenti riappare, tocca l’anima, chiama per configurare un destino. Lontano e vicino si cercano, s’incontrano, s’interrogano. 

Chi scrive sa di questa dimensione ambigua, di questo essere fantasma tra i fantasmi. Eppure le città evocate (più che rievocate) da Letizia Dimartino giungono a noi quanto mai concrete. Milano, Roma, Messina, Catania, Napoli, Bologna palpitano con la loro vita dentro la vita: non sono mai sole, sono popolate dall’esistenza, dagli appuntamenti degli anni, dai sogni, dalle paure, dalle speranze, dai dispiaceri e dalle malattie, in un groviglio inestricabile di verità e di mistero. Ogni città ha una propria anima con cui l’autrice si relaziona. Uomini, donne, strade, case, nonché voci, rumori, stanze, cibi, abitudini,  sono certo quel che sono ma, al tempo stesso, diventano altro: domande inespresse, desideri segreti, amori implorati, illusioni, presagi, timori o aspettative che continuano a parlare e che ci interpellano. Perché è specialmente ciò che di solito non ha voce a prendere vita. 

Letizia Dimartino ha la capacità straordinaria di dare anima alle cose, di presentarci dettagli e circostanze apparentemente trascurabili che assumono però un’importanza eccezionale. Sono sequenze brevi o semplici fotogrammi che – come in una pellicola scomposta eppure unitaria – a volte ritornano tra una dissolvenza e l’altra, con minime variazioni, intessendo la scrittura di soprassalti emotivi e di memorie nette nella loro esclusività, nel loro speciale esserci. Grazie ad una prosa cadenzata e ricca di valenze poetiche, spesso contraddistinta da uno stile paratattico e/o nominale, che ben si confà alla successione dei ricordi, l’autrice ci fa sentire, come in un particolare processo medianico, ciò che in passato ella stessa ha visto e sentito e oggi ancora vede e sente: e sono volti, vie, piazze, treni, stazioni, negozi, paesaggi, sapori, odori, passioni, che conferiscono al libro un valore di preziosità, al pari di uno scrigno da custodire. 

Ecco allora, tra i luoghi narrati e vissuti, delinearsi la Milano del passato, conosciuta soprattutto nei soggiorni settembrini, la Milano di un tempo, sempre amata e fantasticata, nonostante a volte mettesse paura, con la sua vita così diversa e lontana, con la nebbia o i temporali improvvisi, «il cielo basso e denso», «i taxi verde scuro», «le farmacie specchiate, i marmi lucidi», «le cassiere dalle gentilezze eccessive», la Milano dove cercare costantemente quadrifogli che avrebbero cambiato la vita. E poi Roma, la malattia della madre, gli studi medici, gli alberghi, i caffè in via Veneto, la voglia di vivere come una specie di miraggio. E il mare di Messina, la città natale, quel «vento di scirocco sempre, con le carte che si sollevavano lungo le strade diritte e le onde si facevano bianche e pure il cielo», la città che si poteva vedere anche ad occhi chiusi. E Catania con le terapie speciali per la madre, i sogni della giovinezza, le strade dove «un tempo passavano carrozze e dame con cappelli infiocchettati» e «gli aranceti splendevano, e gli sguardi erano di fuoco dietro le persiane e agli angoli delle vie». E Napoli, meta un tempo di viaggi di nozze, il padre che amava cantare le canzoni napoletane e considerava Posillipo e Mergellina i luoghi più belli d’Italia, Napoli con il suo «dialetto incomprensibile», le vie strette, e Amalfi e Capri, conservate con commozione  in «cartoline anni Cinquanta con le strade fiorite e il mare a strapiombo».  E Bologna col suo freddo estivo, «gli alberghi chiassosi le loro stanze ammuffite i copriletti di cretonne fiorato l’odore del ragù le scale buie», e la Romagna con l’allegria delle donne, i loro nomi strani, i loro «occhi che guardano diritto», senza paura. 

L’ultimo capitolo del libro è infine dedicato al Sud, luogo di luoghi, centro di ogni centro, in cui il passato va sempre incontro al presente, s’avvicina e si allontana, con le sue figure che appaiono improvvisamente in un’assenza vibrante, dentro la scrittura e il dolore della malattia. Ora ci sono «solchi di carne, solchi d’anima», strade non più attraversate e piazze abbandonate. Ma le città qui narrate, quelle che hanno acceso i sentimenti dell’autrice («la vita mia è tutta un sentimento») non si sono spente del tutto. E se è vero che la malattia le ha rese da tempo irraggiungibili, è altrettanto vero che le loro luci, i loro colori, le loro particolari atmosfere in qualche modo esistono ancora: sono i doni che Letizia Dimartino offre  a noi lettori con la sua scrittura.

Mauro Germani

giovedì 13 ottobre 2022

Giuseppina Di Leo riflette su "Tra tempo e tempo"


 Germani Mauro / Tra Tempo e Tempo – 1. ed. – Re[a]daction Editrice: Roma, 2022 (Le Letterature Ecuba). – 92 pag. ; € 14,50.

 Tra Tempo e Tempo. Nel titolo Mauro Germani mette in relazione due termini uguali tra loro: tempo e tempo. Tuttavia, si tratta di una ripetizione necessaria perché attiene a due concetti ben distinti, ognuno dei quali viene indagato nella sua sfera specifica di senso: uno è il tempo del vivere quotidiano, con le sue preoccupazioni e le brutture; l’altro, il tempo della fede, della ricerca costante di Dio.

 In un linguaggio piano e puntuale, espresso in prima persona, ciascuno dei trentatré brevi capitoli introduce un argomento trattato in continuità con il precedente conferendo, all’intero libro, un respiro ampio ma, anche, un imprescindibile “vincolo di necessarietà” (locuzione cara all’archivistica) tra i temi esaminati.

 Il tempo del quotidiano prende le mosse dal passato, dall’infanzia, dall’amore per la lettura e la scrittura, dai ricordi famigliari; l’altro, il tempo della fede, abbraccia i temi cari a Germani filosofo e teologo: la perdita, la morte, il nulla, la verità, l’«urgenza di Dio», per citarne solo alcuni, non dimenticando il particolare amore per i gatti e, in generale, per tutti gli animali.

È opportuno rilevare come entrambe le due sfere vadano di pari passo, spesso intersecandosi in modo che la prima (la parte personale) nutra e fecondi quella spirituale: «Di qua la cosiddetta normalità. Di là il sacro e l’abisso, l’urgenza di Dio e il nulla. Da un lato la precarietà di ogni atto, la coscienza di una impossibilità o di una sconfitta, il dubbio dell’illusione; dall’altro una specie di chiamata, fuochi improvvisi, piccole estasi, cadute rovinose, paure, preghiere balbettanti, sangue che grida. Entrambe le parti instabili, ma sempre, ovunque, l’attesa di qualcosa. Una scissione che ho sempre guardato e che guardo. […] Bisognerebbe essere diversi […]». (A metà)

A tal proposito, riporto le parole dello studioso della mistica moderna, Mino Bergamo, riguardo al rapporto «tra biografia e l’opera, fra la scrittura e la vita». Dunque, Bergamo dice: «Anziché leggere l’opera di un autore in funzione della sua vita, proviamo ad esempio a interpretare la sua vita in funzione della sua opera. […] Anziché domandarci quale realtà sia segretamente rappresentata nel contenuto di un’opera, chiediamoci quale realtà la dinamica significante di quest’opera abbia la funzione di trasformare. Cerchiamo, in una parola, di comprendere quel che un autore fa con un testo, piuttosto che stabilire quello che egli rappresenta per suo tramite.» (Mino Bergamo, «La scrittura come modello di vita (Jean-Joseph Surin)», in Rivista del Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica, Università d’Urbino, 1991).

 Per meglio comprendere se ci sia e, in caso affermativo, quale sia la «dinamica» trasformatrice di Tra Tempo e Tempo, a venire in soccorso sul versante affermativo è il libro in oggetto nel passaggio in cui Germani dice che le chiese sono luoghi che racchiudono «un segreto antico e importantissimo. […] Sento la gravità del tempo e penso ai lunghi anni in cui mi sono sentito abbandonato e perduto, un orfano di Dio. Anni di disperazione sorda, di un’oscura volontà di annientamento». (In chiesa)

Il «segreto antico» di cui l’autore parla rimanda ad un sapere di cui hanno parlato i mistici a proposito del mistero della perdita (anéantissement) nella loro esperienza spirituale: «la perdita irreparabile della soggettività in cui il mistico incorre sulla via dell’unione a Dio». (Mino Bergamo, La scienza dei santi. Studi sul misticismo del Seicento).

 Per Germani la scrittura è testimoniare il divario tra vita vissuta e il bisogno di spiritualità: scrivere è un atto di umiltà e di rinuncia: «è soprattutto solitudine, vizio irrinunciabile o malattia, sguardo dentro l’abisso dell’esistenza e talvolta preghiera». (I Santi Evangeli)

E come diceva Adriana Zarri: «la preghiera si nutre di solitudine, non di isolamento; e il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze». (Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca)

 Dicevo che il titolo del libro contiene due parole uguali solo in apparenza, secondo un distinguo sapientemente indicato dall’autore nel corso dei vari capitoli. In particolare, parlando del Nuovo Testamento, egli parla di «bellezza e mistero» per connotare le parole del Vangelo.

 In uno scritto dal titolo Cristo e il Tempo Anna Maria Ortese parla dei Vangeli sottolineando la potenza innovatrice e rivoluzionaria di Gesù. Nel fare questo pone in risalto i grandi temi: il potere del male nel mondo, la morte terrena, il valore del tempo, ma sottolinea come la possibilità data all’uomo di venire fuori dalla perversione sia riconoscere Dio come unico e solo «vero signore della vita». Soltanto con l’obbedienza a Dio l’uomo si riscatterà dalla schiavitù del Diavolo, attuale «Signore del mondo». Sono cioè i temi che ritroviamo in Tra Tempo e Tempo:

«Ho sempre avuto la sensazione che, nel momento in cui compiamo le nostre azioni liberamente, siamo invasi o posseduti da qualcosa più grande di noi. Il bene e il male non sono soltanto azioni, né concetti astratti: sono due forze e due principi in opposizione tra loro, verso cui il nostro essere è costantemente aperto, che comportano conseguenze ben precise. Mentre il bene è sempre luminoso, il male lascia sgomenti». (Il male nel mondo)

 Riporto un ampio stralcio tratto dal libro di Ortese, nel quale si evidenzia la differenza sostanziale tra i due diversi significati dati alla parola tempo: «…il Vangelo resta chiuso ai potenti, ai felici, ai sani, ai giovani, agli intellettuali, agli amanti di superficie, per tutto il tempo che durano i loro beni, averi, onori e poteri: spesso l’intera vita. E subito, sin dall’inizio, è aperto a coloro che non ebbero nulla, o seppero presto che il loro tesoro era fondato sul nulla, né dato – se era dato – al loro Io invisibile e sicuro; ma solo era dato a tutte le possibili servitù e compromissioni dell’Io spirituale, alle firme che l’Io appose a quanti contratti ne chiedevano la lenta destituzione o degradazione. Per costoro […] Cristo venne, a dare, appunto, la resurrezione e la vita. Non venne per altri. // Si spiegano così le sue parole: «Non sono venuto per tutti». E ancora: «Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra». La sua guerra è il rifiuto del tempo e delle leggi poste dal tempo, il distacco dalle sue fioriture già ipotecate dal perire, è la condanna già fissata per chi si nutre di solo tempo. Questo tempo è morto. Di solo tempo non ci si può nutrire, senza mangiare morte. Lo sanno i seguaci, i devoti, gli adulatori del tempo, ora moltitudini senza fine, che si saziano di un tempo sempre più breve, e tutto, già chiaramente, riverberato di morte. L’Eterno, il Dio, il Creatore con le sue inenarrabili grandezze, il RESPIRO (Dio è lo stesso RESPIRO, il MOTO e la LIBERTÀ di tutto), è tenuto fuori, o destituito costantemente, dai guardiani del Tempo. Il quale si fa anche Tempio, cattedrale dell’infimo, il livido, il gelido, il repellente, l’inerte – che deve essere il nutrimento dell’uomo, se si vuole che l’uomo sia morto. Ed eccolo, è come morto. […]» (sta in Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca: Scritti sulla letteratura e sull’arte).

 Per Mauro Germani mettere l’insegnamento di Gesù al centro del quotidiano vuol dire imprimere al tempo presente un carattere distintivo di “forza” e di “responsabilità” verso gli altri, argomenti da sempre oggetto di riflessione dei filosofi e dei mistici fino a Kierkegaard, Weil, Levinas. Ed è questa l’unica maniera che abbiamo noi, sorretti dalle sole forze in nostro possesso, per sconfiggere il male che ci circonda; è l’Eccomi! di Levinas che abolisce l’indifferenza di cui siamo così disgraziatamente ricchi, a tal punto da permettere lo strazio della ineguaglianza e della violenza più brutale, nonché della «perversione» che coabita nelle strade delle nostre città. E nel mondo.

 Concludo con gli splendidi versi di un poeta come Umberto Saba, per la sintonia che vi trovo, nella bellezza e coraggio, con le parole di Germani, e per il messaggio di speranza che può venire solo da chi preserva la propria purezza d’animo:

 QUASI UNA MORALITÀ

 Più non mi temono i passeri. Vanno

vengono alla finestra indifferenti

al mio tranquillo muovermi nella stanza.

Trovano il miglio e la scagliuola: dono

spanto da un prodigo affine, accresciuto

dalla mia mano. Ed io li guardo muto

(per tema non si pentano) e mi pare

(vero o illusione non importa) leggere

nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,

quasi una gratitudine.

                                      Fanciullo,

od altro sii tu che mi ascolti, in pena

viva o in letizia (e più se in pena) apprendi

da chi ha molto sofferto, molto errato,

che ancora esiste la Grazia, e che il mondo

- TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

(Umberto SABA)

 Giuseppina Di Leo

 

 

lunedì 19 settembre 2022

Tiziana Bracci - Le scarpe del Papa

Tiziana Bracci, Le scarpe del Papa, Readaction Editrice, 2022

Una vita che sembra un romanzo e un romanzo che è un insegnamento di vita. La vicenda di Ivana Silvestri Cella è narrata da Tiziana Bracci con una sensibilità particolare, attenta a cogliere nell’esistenza della protagonista i segni, più o meno palesi, di «un’anima in cammino», nella consapevolezza che «nulla accade per caso» per coloro che hanno «occhi vigili». In effetti, Ivana Silvestri Cella rivela, fin da bambina, una «spiccata  intelligenza», una straordinaria attitudine all’osservazione, sostenuta da «una vivace memoria fotografica: tutto passava attraverso la sua camera oscura per essere cristallizzato e, al momento giusto, portato alla luce». 

A Montecatini, il negozio di calzature del nonno Veneziano Papini, dove il padre di Ivana, Renzo Silvestri, andò a lavorare, sarà per la protagonista la prima, incancellabile tappa di un percorso in cui sogni e progetti, non immuni da fatiche e delusioni, verranno poi premiati da incontri provvidenziali, scelte coraggiose, capacità di scartare l’inutile e succhiare «il nettare necessario». E proprio le scarpe del Papa si configurano così come il simbolo centrale di un legame particolare, di una relazione con il mistero e lo spirito, quel «filo di unione» che Ivana cercherà sempre di tenere ben saldo. La confezione delle «preziose “marocchino rosse con le fibbie d’oro”, specialità del negozio, consentirà infatti a Ivana di entrare in contatto con l’ambiente del Vaticano e, in modo particolare, con monsignor Montini, futuro Paolo VI, importante figura di riferimento per la protagonista. I continui spostamenti e viaggi che porteranno Ivana in diverse località, tra cui Firenze (dove studia al Grenoble e al British), Londra (dove instaura importanti amicizie), Parigi (dove viene assunta dall’atelier Bailmain), Roma (dove prima lavora presso l’ufficio delle pubbliche relazioni dell’Ambasciata Americana, poi apre un suo atelier nella centralissima via Gregoriana e successivamente diventa direttrice presso Driamar, negozio per bambini), Montreal (dove viene accolta dal console italiano, affezionato cliente di suo padre), New York (dove viene convocata dalla casa di moda più prestigiosa d’America, la “Donald Brooks”, e dove conosce il generale Richard Thomas Cella, che sarà poi suo marito), Miami (dove scompare nel settembre 2020) sono la testimonianza di una tenacia costante, di una ricerca coraggiosa della realizzazione di sé, mai aggressiva, e anzi sorretta da una spiritualità che non dimentica la richiesta dell’aiuto divino («Signore, salvami!»), nella ferma convinzione che «se le vie del Signore non seguono la logica umana non è colpa del Signore ma della limitatezza della logica umana». 

Dalla lettura di questo libro comprendiamo come Ivana abbia saputo conciliare le proprie legittime ambizioni di donna imprenditrice con i valori forti in cui credeva. La sua storia non è solo un esempio di emancipazione femminile coronata infine dal successo («chi l’ha detto che un cervello maschile funzione meglio di uno femminile?») ma anche di una rara capacità di riconoscere i propri errori come «necessari passaggi per progredire». Cuore e ragione sembrano trovare nella vita di Ivana Silvestri Cella una sintesi perfetta, in cui «il coraggio del fare» pare la conferma dell’evangelica parabola dei talenti. 

Ma chi è allora il vero protagonista di questa storia? Un disegno del cielo oppure «il tracciato di una mappa scritta da un impenetrabile mistero?». L’autrice Tiziana Bracci lascia aperte le domande al lettore, ma fornisce anche alcune riflessioni che conferiscono un valore aggiunto alla storia narrata: «Le esperienze fatte nella vita non sono, per se stesse, né negative né positive. La relazione che abbiamo con esse le rende un problema o una risorsa». A ciò si aggiungono le parole di Ivana: «Nell’analizzare la mia vita ho capito che a contare non è stato il lavoro, ma l’opera sublime della natura che ha scavato in me, mostrandomi l’invisibile: l’anima umana». Forse proprio in questo è racchiuso il segreto di Ivana Silvestri Cella. Quel segreto che, ovviamente, è rappresentato anche (e soprattutto) dalle «marocchine rosse con le fibbie d’oro»: le scarpe del Papa.

Mauro Germani

 

martedì 13 settembre 2022

Francesca Rita Rombolà recensisce "Tra tempo e tempo"


Ringrazio di cuore Francesca Rita Rombolà per questa sua recensione al mio libro "Tra tempo e tempo" (Readaction, 2022), apparsa sul sito PoesiaeLetteratura: QUI

lunedì 5 settembre 2022

Loretto Rafanelli - A ogni stazione del viaggio

Loretto Rafanelli, A ogni stazione del viaggio, Jaca Book, 2021

Un viaggio di soste per meditare tra le ferite e lo stupore del tempo, tra la storia e il suo mistero, alla ricerca di un respiro più grande, di uno sguardo di compassione, anzi di comunione, verso la complessità della vicenda umana. 

In quest’ultima raccolta di Loretto Rafanelli è possibile cogliere le vibrazioni di una parola poetica che si fa incontro, che «conta le pause delle notti,/guarda l’eccedenza e i grani/del raccolto, quell’atto dell’incontrare/ o l’estrema solitaria/oscurità». Si tratta di un andare nel tempo, nel suo «scorrere malato», nel suo pianto, accompagnato però da uno sguardo che affratella, da un sentimento che non si restringe su sé stesso e si appella alla vita di tante vite. Ecco allora il mare che unisce i bambini e i nomi dei vecchi nel suo respiro, i ricordi come passaggi «nel fiato della vita», «un precipizio di fosse» che si trasfigura in una visione  di «linee biancastre e levigate tra il teatro e il cielo». C’è ovunque un anelito che «parla con il seme della carità,/nella vena del tremore», che cerca di non soccombere «alle tante linee dei naufragi», e intende conservare «il filo delle parole» come il lume vivo di un inizio. Per avvertire ciò che fugge e tenere in noi il senso del mondo, nel crocevia che ci attende «a ogni stazione del viaggio», occorrono alfabeti speciali. Emblematico, in questo senso, è il rapporto tra padre e figlio che si configura come dono, promessa, continuità, volo infinito. 

Nei versi di Loretto Rafanelli la ricerca del respiro – di cui si è fatto cenno all’inizio di questa nota – segna una continuità profonda e tocca «il vertice e il vortice/ della speranza e della fine», il vertice delle congiunzioni, come indica il titolo di una poesia dedicata a Mario Luzi, nella quale si può ravvisare un richiamo a quel volare alto della parola, tra nadir e zenit, che cantò il poeta fiorentino, pensando al «celestiale appuntamento». 

Di particolare bellezza risulta poi la poesia La luce dell’acqua, dove il fluire del tempo, dalle memorie personali del poeta legate al fiume Reno, a  quelle di tante altre esistenze, con i loro «racconti,/canti e respiri», assume una dimensione ulteriore, in cui la vita diviene traccia d’infinito, preghiera, dono, respiro, labirinto, precipizio, destino, Arca divina. 

La partecipazione al dolore altrui – si vedano, ad esempio, le poesie che riguardano Anna Acmatova, oppure l’uccisione nel 2014 di quarantatré studenti, che contrastavano la delinquenza organizzata e il regime corrotto in Messico, o ancora Valeria Solesin, che morì nell’attentato terroristico al Bataclan di Parigi – non è mai disgiunta da una profonda pietas, dalla consapevolezza di una verità da reclamare nel buio della storia e oltre. Ciò che colpisce nella poesia di Rafanelli è proprio il valore della testimonianza, sia essa riferita alla cronaca quotidiana o alla profondità dell' intimo sentire: luoghi, paesaggi, voci, ricordi sono quell’alfabeto della vita che la parola ha il compito di custodire, perché «è necessario/incalzare di luoghi, di amori,/di carità, di perdoni,/le linee della vita».

Mauro Germani

 

lunedì 25 luglio 2022

Nicola Lisi - Diario di un parroco di campagna

 



Che effetto leggere oggi il Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi (1893-1975), autore ingiustamente dimenticato del nostro Novecento! Si entra in un mondo scomparso, in quella grazia citata alla fine dal curato di Ambricourt nel ben più noto romanzo di Bernanos dallo stesso titolo. Se però in quest’ultimo (scritto nel 1936, ma pubblicato in Italia nel 1945) prevale spesso il tormento, e l’assedio del male non dà tregua, nel libro di Lisi (uscito da Vallecchi nel 1942) è possibile cogliere il candore di una meraviglia continua, lo sguardo umile della creatura verso il mistero della creazione di cui fa parte, nella consapevolezza di vivere un dono che è compito dell’anima custodire. 
Don Antonio, l’anziano parroco di campagna, annota nel proprio diario la sua particolare attenzione nei confronti del mondo naturale, che gli si presenta come manifestazione di un disegno ben più vasto, di una volontà che insieme lo comprende e lo trascende. C’è in lui una sapienza religiosa e popolare che non viene mai meno: non solo accettazione di una volontà superiore ma anche fiducia nella preghiera e nella Provvidenza. Egli è un’anima semplice, non superficiale, una sorta di fanciullo invecchiato, ricco della propria esperienza interiore e di vita e, al tempo stesso, aperto al mistero e allo stupore. Il suo diario, suddiviso in tre parti, corrispondenti a tre anni denominati Anno del freddo, Anno dei pellegrini, Anno dei fiori, è per noi una testimonianza di una cura e di un’umiltà che non possono non sorprenderci, in quanto espressioni di una saggezza e di una forza che oggi sembrano irrimediabilmente perdute. 
Del resto, il parroco di Lisi rispecchia proprio il mondo amato dall’autore toscano (era nato a Scarperia, nel Mugello), presente in tutti i suoi libri in svariate forme, dal dialogo teatrale (L’acqua, 1928; La via della Croce, 1953), alla favola (Favole, 1933; Il seme della saggezza, 1967), al racconto (I racconti, 1961), alla prosa autobiografica (Parlata dalla finestra di casa, 1973). Nella sua opera la realtà contadina non è mai chiusa in sé stessa, ma è sempre specchio del cielo, delle stagioni che scandiscono i tempi della vita, in una specie di calendario terrestre e spirituale. Non a caso, Nicola Lisi, già nel 1923, insieme a Piero Bargellini e Carlo Betocchi (autori cattolici come lui, con i quali condivise l’avventura della rivista mensile “Il Frontespizio”) diede alle stampe il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, un almanacco di racconti, aforismi e apologhi con l’intento di un’adesione alla vita naturale non separata dalla verità della Provvidenza. 
Sarebbe tuttavia sbagliato sostenere che in Lisi il male sia completamente assente: esso è tentazione e peccato, separazione, allontanamento dal divino, ma non incombe in modo drammatico e lacerante come in Bernanos. Carlo Bo, giustamente, ebbe modo di sottolineare che «Lisi è passato indenne fra disastri e disperazioni e non già perché non ne avvertisse la presenza, ma perché si teneva ben fermo a quella geometria dell’anima con cui ha costruito la stessa lettura del mondo». 
Nel Diario di un parroco di campagna il vento, le nuvole, gli animali, le piante, il passaggio delle stagioni sono tutt’uno con le speranze o le disgrazie degli uomini, le loro paure o le loro infermità, in un andamento corale e insieme sommesso, che viene registrato sulla pagina con rispetto e partecipazione, delineando così un vero e proprio paese dell'anima, come s'intitola un'altra sua opera del 1934. Non solo. Affiora sovente un mistero buono, una grazia, appunto, che soccorre l’anziano parroco nei momenti di difficoltà e lo prepara ad accettare serenamente il destino che lo attende. Una lezione per lui e per noi, oggi.
Mauro Germani

mercoledì 17 novembre 2021

Giovanni Nuscis - Il grande tempo è ora

 

Giovanni Nuscis, Il grande tempo è ora, Arcipelago Itaca, 2021

Nelle Tesi di filosofia della storia (1940), Walter Benjamin indica nel tempo-ora il momento in cui si spezza il continuum storico, cioè quell’attimo propizio per riaccendere in qualche modo il passato, dando vita con un salto dialettico a ciò che era stato lasciato ai margini. Si tratta di una riappropriazione che è discontinuità rivoluzionaria, perché in grado di redimere il passato nell’apertura verso il futuro. Il tempo-ora è il punto zero da cui ripartire, la scommessa di una possibile liberazione degli umiliati e degli offesi, grazie ad una scelta irriducibile che si configura come nuova rimemorazione delle epoche passate. 

È quanto si può percepire – sin dal titolo – da questa corposa raccolta poetica di Giovanni Nuscis, che comprende testi scritti dal 2011 al 2018, nella quale viene auspicata, come per Benjamin, la potenzialità messianica dell’adesso, la sua illuminazione, che riscatta il passato in vista di una possibilità etica di salvezza o comunque di risanamento, di nuove prospettive di civiltà. Nei testi di Nuscis si può cogliere, in modo più o meno esplicito, un’urgenza etica in grado di scongiurare l’adattamento passivo al corso degli eventi. Le ferite della delusione e dell’abbandono, della solitudine e dello sconforto, spesso derivanti dal nostro egoismo e  dalle ingiustizie presenti nella società, non sono da considerarsi irreparabili perché lasciano comunque intravedere una sospensione, una possibilità, un non ancora, che potrebbe manifestarsi: ciò che non è stato, infatti, non è detto che non potrà mai essere. Ecco, dunque, il desiderio di uno scatto, che è anche uno scarto, l’esigenza di una rottura, di un cambiamento radicale, affinché il tempo – filo conduttore che unisce i vari componimenti – non  si chiuda definitivamente in sé stesso, ma diventi occasione e slancio per un salto di qualità. E a ben vedere, il tempo non è da concepire come un’entità astratta, perché coinvolge la nostra esistenza: ci chiama, ci sollecita, ci scuote, in una duplice dimensione, individuale e collettiva. 

C’è nella poesia di Nuscis, una visione antropologica ben precisa che nella successione dei testi si mette a fuoco in modo sempre più nitido. Accanto alla necessità di fare la storia e di vincere la tristezza di una quotidiana rassegnazione, vi è pure la consapevolezza dell’umana fragilità, che significa soprattutto sapere di non essere padroni assoluti della nostra vita, perché in fondo nulla ci appartiene, ma siamo noi ad appartenere a ciò che ci costituisce, ovvero alla nostra antica origine, alla stessa natura, all’universo ed al suo mistero: si vedano i versi di Non appartiene la terra o di Roccia madre, nonché la poesia Sapere che ci sei, rivolta alla «madre di tutte le madri», e caratterizzata da un afflato di tenerezza filiale, che trova il suo compimento in un amorevole abbraccio «oltre la fine», «nel salto/di vita in vita».

Proprio da questa coscienza antropologica nasce l’esigenza di un particolare modus vivendi, di un dovere etico, di un’integrità e di una responsabilità a cui non ci si può sottrarre: un’attenzione, una vigilanza continua nei confronti dell’arroganza del potere e dei suoi soprusi, che è non solo ferma condanna di ogni forma di ingiustizia («la giustizia è un sole/in un cielo infestato di nubi», dicono i versi iniziali di Attese), ma anche continua domanda interiore, volontà di discernimento, spinta ad agire salvaguardando sempre la dignità. Ed è questo lo sguardo di Nuscis sul mondo e su se stesso. Uno sguardo che spazia, senza forzature, dai ricordi personali (tra gli altri, la fanciullezza a Posatura e poi la vita in Sardegna, gli amici lontani ma pur sempre «uniti nel vuoto», il funerale della zia suora nella cattedrale di Oristano), riflessioni spesso amare sul presente («l’ennesima croce di gelo/nel buco nero della storia»), alla speranza verso un futuro diverso, tutto da costruire, in quanto «Ogni ora/ha un seme nascosto» e «Qualcosa a volte preme/per uscire, liberandoci»). Uno sguardo, ancora, che è ricerca di senso e di valori, oltre le barriere del tempo («Ciò che esplose/arde ancora») ed oltre le nostre solitudini, le nostre ansie, le nostre mancanze, i nostri vuoti (si legga, al riguardo Il giorno da non dimenticare, di sapore kafkiano), perché la svolta decisiva si trova al di là dei confini angusti dell’io: «Milioni di voci in una sola/vinceranno la tua inerzia», come decretano i versi di Qualcosa di buono. 

Il suo è un dettato che, pur non rinunciando, quando occorre, alla denuncia e all’indignazione, conserva una misura, un controllo formale, una limpidezza oggi piuttosto rari. Il rischio del contingente e del transitorio di tanta poesia civile è qui scongiurato, in quanto la dimensione sociale è sempre associata a quella propriamente esistenziale, ai dubbi, alle inquietudini, alle interrogazioni circa il nostro essere-nel-mondo. Come sottolinea giustamente Antonio Fiori nella postfazione, quella di Nuscis è una poesia che «ha un fuoco etico di lunga durata, capace di vedere le strade già percorse come le strade da intraprendere, tanto nella vita sociale che nella vita d’ognuno». E da questa capacità scaturisce la voce del tempo-ora, che è insieme ammonimento ed esortazione, denuncia e speranza.

Mauro Germani

venerdì 22 ottobre 2021

Cristiano Spila - Simulacri


    Cristiano Spila, Simulacri, Calibano Editore, 2020

I  quattro racconti che compongono questa raccolta di Cristiano Spila nascono dal confronto tra i simulacri e l’esistenza, tra le forme immutabili e cristallizzate del tempo ed il flusso enigmatico del divenire. In atmosfere sospese ed insieme cangianti, scosse dal pensiero che diventa visione e viceversa, l’autore coglie negli eventi narrati gli agguati imprevedibili del destino, come da una soglia oscura, quasi a spiarli, a sorprenderli nel loro manifestarsi. Tutto allora sembra oscillare tra l’essere e l’apparire: l’esistenza si sdoppia nel suo riflesso e quest’ultimo, a sua volta, la segna e la chiama.

Il primo racconto scaturisce da un sogno premonitore di rovina e di acqua putrescente, che visita Iciarco, discepolo di Talete, il quale sarà poi destinato a scoprire, in una Mileto «stordita e stanca, e umida di greve sonnolenza», la morte inaspettata del maestro. Egli sentirà dentro di sé di essere «condannato senza appello a non sapere più nulla». E davanti a lui ci saranno solo il corpo privo di vita di Talete, col suo «viso tumido e inerte», ed il volto gelido ed impassibile della statua di Afrodite, immobile nella luce, quella statua che già aveva sognato la notte prima grondante d’acqua, senza testa e con le estremità delle braccia monche. Forse – potremmo azzardare – Iciarco, al cospetto dell’imprevedibilità dell’esistenza e della consapevolezza della morte, nonché di quella luminosità altra del simulacro, intuisce improvvisamente ciò che Eraclito avrebbe poi introdotto per la prima volta, rispetto alla speculazione ionica precedente: l’importanza della ricerca interiore, rivelatrice di profondità infinite («Tu non troverai i confini dell’anima, per quanto vada innanzi, tanto profonda è la sua ragione»), e che mostra la paradossale coincidenza tra ciò che è lontano e ciò che è intimo. 

Nel  racconto successivo, Il liuto, Astrolabio – il figlio della colpa di Eloisa e di Abelardo –  anela alla luce, e cerca nel suono del liuto conforto e pace. All’interno dell’abbazia cistercense di Hauterive si dedica alla musica, nella quale, secondo Agostino, «il ritmo e il numero stanno in un’operazione dell’anima, che è il bene modulandi», ma essi sono anche un mezzo per evocare il silenzio. E proprio dal silenzio dell’ultima nota pizzicata nella corda del liuto, egli avverte una segreta presenza, una voce oracolare che gli sussurra:« Io sono quel che tu ignori». È l’inizio di qualcosa di misterioso che lo attende una notte, quando l’eco dei suoni del liuto provoca apparizioni – due molossi bianchi nel buio, che prendono vita dalle statue di un tempietto – e distruzioni nel silenzio: una frana di  capitelli, di colonne, di marmi, di sassi e di ghiaie senza alcun rumore. Prodigi o sortilegi della musica e di un silenzio che per Astrolabio sono rovina, ma forse anche rinascita e appropriazione di una nuova vita. «Io sono ciò che tu hai lasciato», mormora alla fine la voce oracolare.

Nel terzo racconto, intitolato Agonia della neve, il protagonista è Swedenborg, che qui è sempre denominato «l’uomo che si credeva Swedenborg», assecondando l’ignoranza intima – come la definisce Borges in Altre inquisizioni – per la quale nessun uomo sa chi è veramente, teoria che fu proprio di Swedenborg  e di altri autori, come ad esempio Leon Bloy. Il testo narra di una visione notturna che si rivela anche un trapasso, uno sconfinamento nell’oltre, in cui il vecchio Swedenborg insegue nella neve una figura femminile («una dea, o una maga, un’obliquità») di ghiaccio e di nulla,  che lo trattiene in un abbraccio mortale: è «ancora una volta il tragico corpo a corpo con il tempo», fino ad una sospensione che può significare il suo stesso superamento.

Bevi con me il nepente…, al termine della raccolta, descrive un vecchio De Quincey, che ormai prova un’immensa fatica a scrivere, a causa del tremore alle mani. Anche qui un simulacro, la statua del monumento funerario di Caius Iulius Bathyllus, uno dei liberti di Ottaviano Augusto, ha il potere di attrarre l’attenzione e l’immaginazione del personaggio protagonista, ormai assuefatto al laudano, oppiomane senza speranza, colpito inesorabilmente dal trascorrere degli anni, tanto che non smette di fissare la figura del giovane. Egli vede in quel delicato giovinetto di marmo ciò che non è più e che tuttavia non smette di essere, perché in qualche modo lo chiama, invitandolo a bere il nepente, il farmaco miracoloso, da quella coppa che gli offre, come fosse il riflesso immortale di sé, quando era ancora giovane.

In conclusione, si può asserire che i temi del tempo e della morte, presenti in tutti i racconti intensi, rarefatti e notturni di Cristiano Spila (saggista che si è occupato, tra gli altri, di Gadda, D’Arrigo, Vigolo, Bassani, nonché traduttore di Poe, Melville, London) si rifrangono e si contemplano in echi possibili, in sospensioni narrative che lasciano spazio al mistero, «mescolando tono fantastico e rievocazione letteraria», come si legge nella nota in quarta di copertina.

Mauro Germani

lunedì 31 maggio 2021

Franz Kafka - La colpa segreta e l'incompiutezza



Da sempre l’opera di Kafka (1883-1924) ci interpella e ci inquieta. Le vicende di Gregor Samsa (La metamorfosi), di Georg Bendemann (Il verdetto o La condanna), di Karl Rossmann (Il disperso o America), di Josef K. (Il processo), dell’agrimensore K. (Il castello) e dei protagonisti senza nome di racconti come Nella colonia penale, Un digiunatore, La tana e altri ancora, agitano la nostra anima. Qual è il loro mistero? Che cosa ci trasmettono? Il senso di smarrimento o di sgomento che proviamo non diminuisce poi davanti all’uomo Kafka, alla sua vita enigmatica, anzi sembra addirittura accrescere. Chi era veramente? Pietro Citati lo presenta come un essere «in fuga dall’esistenza», col suo «passo veloce, lievemente curvo, il capo un po’ inclinato, ondeggiando come se folate di vento lo trascinassero ora da una parte ora dall’altra della strada», tanto che sembrava irreale, «soltanto una silhouette ritagliata nella carta velina gialla […], soltanto un’ombra che non faceva rumore, che nessuno vedeva». Certo è che quest’uomo assente e solitario, che scriveva nella notte fino alle prime luci del mattino, posseduto da un demone invincibile e feroce, ci ha lasciato romanzi e racconti oggetto delle più svariate interpretazioni, come un universo oscuro e al tempo stesso vicino, in cui ciascuno può trovare una parte di sé e del mondo. Ciò, naturalmente, non deve essere considerato un limite, ma – al contrario – un valore aggiunto, tipico delle opere dei grandi scrittori, nelle quali è possibile ravvisare una polivalenza di significati, tutti – almeno in parte – pertinenti.

Maurice Blanchot ha sottolineato come ogni tema in Kafka ha «la possibilità misteriosa di apparire ora in senso negativo, ora in senso positivo»: il mondo che si manifesta nelle pagine dello scrittore «è un mondo di speranza e condannato, un universo chiuso per sempre e infinito, l’universo dell’ingiustizia e della colpa», e cita le parole dello stesso Kafka a proposito della conoscenza religiosa:« La conoscenza è al tempo stesso gradino che porta alla vita eterna e ostacolo eretto davanti a questa vita». Questa ambiguità fu certamente motivo di lacerazione interiore per lo scrittore. Basti pensare al rapporto che ebbe non solo con Felice Bauer, con Milena Jesenskà, con Dora Diamant, ma anche con la scrittura. Se da un lato cercava la propria salvezza nel matrimonio, nella sua particolare sacralità celebrata dall’Ebraismo, dall’altro ne aveva orrore, constatando un’estraneità alla vita che lo portava inesorabilmente alla letteratura, di cui non poteva fare a meno.

«Dio non vuole che io scriva, io invece, io devo» confessò all’amico Oskar Pollack. Da queste parole, scritte a soli vent’anni, sembra emergere già quel senso di esclusione e di colpa che non abbandonò mai Kafka, e – come afferma Marino Freschi – una concezione della letteratura «vissuta come un duplice sacrilegio, come peccato luciferino di superbia, come una colpa che schiaccia l’individuo che avverte in sé, perfino attraverso l’istinto e le pulsioni originarie, il richiamo della Legge. Paradossalmente l’ascetismo, richiesto dall’arte, è la trasgressione del comandamento divino». E non stupisce, a questo punto, la volontà di Kafka, espressa all’amico Max Brod, di distruggere gran parte di ciò che aveva scritto.

Certamente nell’opera dello scrittore praghese il tema della grazia e della salvezza non è secondario, e appare indissolubilmente legato al peccato e alla colpa. Secondo Hans-Jachim Shoeps, negli scritti di Kafka è presente «una teologia apostatica che non ammette la salvezza, ma la va ricercando disperatamente». Invece Albert Camus, paradossalmente afferma che proprio dal riconoscimento dell’assurdità dell’esistenza può nascere «un po’ più di sicurezza sulla realtà soprannaturale. Se il cammino della vita sfocia in Dio, vi è dunque una via d’uscita; e la perseveranza, l’ostinatezza con cui gli eroi di Kafka ripetono i loro itinerari sono una singolare garanzia del potere esaltante di questa certezza». Camus prende a prestito qui il pensiero di Kierkegaard, autore studiato e molto amato da Kafka: «Si deve colpire a morte la speranza terrestre, e solo allora ci si salva con la speranza vera»: si può così comprendere che «bisogna aver scritto Il processo per porre mano al Castello». A proposito, poi, dell’approccio di Kafka con la realtà, Ladislao Mittner osserva che lo scrittore «non possedendo ancora, non potendo mai possedere l’aldiqua ne fa un aldilà, una realtà trascendente. […] Tutte le cose di questo mondo sono per Kafka cose dell’altro mondo».

Altra ancora è l’interpretazione di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Essi esaminano il linguaggio di Kafka, che si rivela rivoluzionario, in quanto minore, perché lo scrittore fa della propria lingua un uso particolare, distanziato, marginale, a blocchi di scrittura, all’interno di una macchina linguistica di concatenamenti inconsueti. A differenza di Max Brod e di altri interpreti, Deleuze e Guattari scartano ogni ipotesi teologica o mistica, e finiscono per difendere le interpretazioni realistiche e sociali di Kafka. E a questo proposito occorre citare, per esempio, la posizione di Eduard Goldstücker, che fornisce una lettura marxista di America (o Il disperso), ritenendo che «Kafka abbia voluto simboleggiare nella persona del fochista la classe operaia com’egli la vedeva». Non dobbiamo dimenticare, poi, le numerose letture psicoanalitiche degli scritti di Kafka, anche se è doveroso sottolineare il disinteresse e la sfiducia che lo scrittore nutriva nei confronti di ogni teoria psicologica e di ogni pratica psicoterapeutica. Al contempo, però, occorre aggiungere come Theodor W. Adorno abbia messo in luce l’affinità tra alcuni temi freudiani e kafkiani, quali l’idea delle strutture gerarchiche, il conflitto edipico e l’utilizzo della componente onirica come reale. Inoltre è opportuno citare anche Walter Benjamin, le cui considerazioni mirano a individuare nei testi dello scrittore il dramma della perdita della Tradizione nell’epoca moderna.

Sono interpretazioni interessanti, che testimoniano le molteplici sfaccettature che si possono cogliere nell’opera kafkiana, ma francamente alcune paiono particolarmente riduttive, se non talvolta addirittura azzardate. Non si può, infatti, escludere completamente in Kafka la tensione verso l’Altro, che risulta essere costante, anche se percepita in modo contraddittorio, ora come condanna ora come possibile salvezza. Sappiamo che lo scrittore aveva pensato anche a una diversa conclusione del Processo, nella quale K. avrebbe ricevuto il dono della grazia divina. Così, come annota Pietro Citati, «i suoi grandi romanzi rivelano ancora una volta di essere campi di forza viventi, disposti ad accogliere ogni soluzione intellettuale». L’ambiguità e il paradosso contraddistinguono l’intera opera, ma non si possono eludere i temi fondanti entro cui si muovono, e questi sono indubbiamente quelli della colpa, dell’imperscrutabilità del divino, del rapporto misterioso tra l’essere umano e la Legge, e della speranza ostinata. Tra l’altro, al rapporto con la Legge non sfuggono nemmeno gli animali, assai presenti negli scritti kafkiani (La metamorfosi, Una relazione accademica, Le indagini di un cane, Piccola favola, La tana): essi nel loro mondo dentro il mondo, nel loro abisso segreto, condividono angosce per molti aspetti non dissimili a quelle umane, anzi a volte le esprimono con più forza.

È importante evidenziare, inoltre, come nell’opera di Kafka il divino non è riconoscibile, mentre visibili sono i segni di chi porta il peso della colpa, come Joseph K. nel Processo. Che egli è colpevole, tutti in qualche modo lo avvertono, ma il divino perlopiù sfugge, si confonde nei bassifondi,  diviene buio, e solo straordinariamente, per pochi istanti, appare come luce (si veda, ad esempio, il bellissimo racconto emblematico della parabola Davanti alla Legge, che il sacerdote narra e commenta nel duomo). L’omissione del nome di Dio, il suo vuoto, non ci autorizza a negarne l’esistenza, ma solo ad ammettere la sua impronunciabilità, il suo essere al di là della parola umana e quindi riconoscere la sua potenza.

Qual è, allora, la colpa segreta di Joseph K.? Troppo facile  rispondere che è l’esistenza stessa, oppure il peccato originale, anche perché, a ben vedere, non tutti i personaggi appaiono colpevoli. Per Felix Weltsch, «la colpa consiste nel non aver sentito alcuna colpa», mentre Pietro Citati parla di «una colpa senza nome» che all’inizio opprime inconsciamente il protagonista e solo successivamente sembra accettare. Risulta evidente che le due affermazioni sono solo apparentemente contraddittorie. La colpa è indefinibile, ma c’è, e Kafka l’avvertiva dentro di sé. Era per lui quella di scrivere? Oppure quella di non riuscire ad aderire ai valori della comunità ebraico-praghese? O, più in generale, di non appartenere completamente alla vita, di sentirsi fuori dalla Legge? O tutte queste cose insieme?

C’è un’incompiutezza nell’opera di Kafka e nella sua esistenza, che ne diviene proprio la cifra colpevole e segreta. Ciò che è incompiuto domina su tutto. Il frammento si dà ovunque: i principali racconti sono frammenti, Il disperso (o America) e Il castello s’interrompono, non hanno una conclusione. Anche la vita di Kafka pare sospesa, in una sorta di dolorosa incertezza, in bilico tra affermazione e negazione, tra realtà e paradosso, tranne forse nell’ultimo periodo dal 1923 al 1924, quando incontra Dora Diamant e decide di vivere con lei.

Il desiderio di una meta presente negli scritti di Kafka è bene messo in luce da Mimmo Stolfi nella prefazione al volume La meta e la via. Racconti scelti (Biblioteca Universale Rizzoli, 2000), intitolata eloquentemente Kafka, uno straniero in cammino. Per comprendere la tensione verso un traguardo, un punto d’arrivo costantemente ricercato, occorre fare riferimento all’affermazione di Kafka secondo cui «c’è una meta, ma non una via: ciò che chiamiamo via è il nostro esitare». Ecco dunque l’esitazione, il peregrinare nel mondo, e l’angoscia di sentire dentro di sé la chiamata di una meta, la quale però sembra irraggiungibile. E il cammino è impervio, faticoso, infinito, dominato da un’attesa incessante, da una sofferenza continua. Eppure in quest’ultima Kafka ravvisa una necessità, come troviamo scritto nel suo diario: «Talvolta provo un sentimento di quasi lacerante infelicità e nello stesso tempo la convinzione che questa è necessaria come è necessaria una meta acquisita attraverso ogni strattone della sventura». Pare proprio che da qui scaturisca la fondamentale differenza tra il male nel mondo e la sofferenza, la quale si rivela come espiazione e dunque possibile vittoria sul male. C’è in Kafka una religiosità del dolore che sfugge a ogni logica terrena, la tensione verso un riscatto e una salvezza, la cui conquista però si sottrae continuamente, o comunque alberga oltre i limiti dell’accessibilità. L’incompiutezza segna dunque una sospensione, che non può che esplicarsi nella colpa e nell’attesa.

Mauro Germani

Testi critici consultati

T. W. Adorno, Appunti su Kafka, in Prismen. Kulturlkritik un Gesellshaft, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1969, trad. di Alberto Frioli, Enrico De Angelis, Giacomo Manzoni, Enrico Filippini, Note per la letteratura, Einaudi, Torino 2012.

W. Benjamin, Franz Kafka. Per il decimo anniversario della sua morte, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

M. Blanchot, Da Kafka a Kafka, Feltrinelli, Milano 1983.

A. Camus, La speranza e l’assurdo nell’opera di Kafka, in Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1964.

P. Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987.

G. Deleuze – Félix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano 1975.

M. Freschi, Storia della letteratura tedesca, Newton Compton, Roma 1995.

E. Goldstücker, Il fochista. Tentativo di interpretazione, Acta Universitatis Carolinae, Praga 1964 (trad. E. Pocar).

L. Mittner, Kafka senza kafkismi, in La letteratura tedesca del Novecento, Einaudi, Torino 1960.

H-J. Schoeps, Motivi teologici nell’opera di Kafka, in “Neue Rundschau” LXII, 1951 (trad. E. Pocar).

F. Weltsch, Il metarealismo di  Franz Kafka, in “Die literarische Welt” n. 23, Berlino 4-6-1926 (trad. E. Pocar).