lunedì 9 febbraio 2026
Lettura critica di Alfredo Rienzi - La parola come esilio e dimora: la prosa verticale di Mauro Germani
venerdì 30 agosto 2024
Recensione di Maurizio Soldini a "Prima del sempre"
martedì 25 ottobre 2022
Corrado Passi - Rego Park
Corrado
Passi, Rego Park, Castelvecchi, 2021
Che
cosa significa appartenere a qualcuno o a qualcosa? E qual è il senso, la
qualità della nostra eventuale appartenenza?
Rego Park
è un romanzo di domande che investono il nostro essere nel mondo, il nostro
rapporto con noi stessi e con chi ci sta accanto. Sono interrogativi non
espliciti, tuttavia presenti nelle pieghe della narrazione, in profondità,
sotto la superficie degli eventi e dei comportamenti dei personaggi.
La
storia di Ellie e Liam, i protagonisti, è segnata dal passato, da traumi che
assediano l’anima, da una solitudine che sa di sconfitta. Entrambi sono dei
sopravvissuti, dei superstiti di un destino avverso dal quale cercano un
possibile riscatto: Ellie, negoziatrice internazionale, è rimasta vittima di un
attentato in cui ha perso la vista; Liam, invece, è prigioniero del ricordo
dell’amatissima moglie prematuramente scomparsa. Il loro casuale incontro a
Rego Park, nel Queens, si profila come l’occasione per tentare una nuova vita,
per riappropriarsi di un senso smarrito da tempo.
Lo
spostamento da New York alla California è per loro una sfida che mette tutto in
gioco, in una condizione di equilibrio instabile e che oscilla continuamente tra
passato e presente. Perché l’ombra di ciò che è stato non si è mai dissolta
completamente e il baratro della solitudine e della sconfitta è una minaccia
costante. Ellie e Liam restano, infatti, personaggi sempre in bilico, ciascuno
con le proprie fragilità, le proprie manie e i propri fantasmi. Che cos’è che
li ha uniti veramente? Che cosa hanno cercato l’uno nell’altra? E che cosa
ciascuno ha trovato? Era quello il sogno desiderato, in grado di chiudere profonde ferite?
Si
comprende, leggendo il libro, che la questione non riguarda soltanto la
relazione tra i due, ma qualcosa di ben più vasto e complesso e che concerne
l’esistenza. La loro vicenda è una riflessione sul tempo, sul grado di
consapevolezza che abbiamo di noi stessi e sugli aut-aut che la vita ci impone
(«Ogni nostro gesto, o parola, determina, a livello cosmico, un’immediata
conseguenza, grande o piccola essa sia» si legge in un flash improvviso). A ben
vedere, le perplessità, i silenzi, le delusioni, o gli slanci emotivi e le
aspettative dei protagonisti ci istruiscono sull’importanza del discernimento
interiore per verificare la natura e l’autenticità delle nostre azioni. Forse è
proprio questa la lezione che – dopo prove anche estreme – apprendono in qualche
modo i due protagonisti: il loro percorso chiede di essere reinventato in altre
forme di condivisione e di appartenenza, con sincerità, senza più maschere e
senza «il peso della rabbia e del rancore», perché se le cose o le persone si
trasformano «in una prova costante, una sfida perenne, esse divengono, a poco a
poco, il tuo nemico giurato, l’antagonista al quale, prima o poi, dovrai
dichiarare la tua guerra privata». E poi: «non basta recuperarla, una vita;
bisogna viverla in un modo nuovo, diverso da quello che ci ha portati a perdere
la precedente».
La scrittura di Corrado Passi riesce a condurre il lettore alla scoperta dei pensieri e degli stati d’animo dei protagonisti con notevole sapienza stilistica e psicologica. La sua è una prosa ben calibrata, che sa rivelare a poco a poco, che ammalia e incuriosisce, capace di conferire grande valore ai dettagli, agli oggetti (il Bosendorfer, tra tutti), agli ambienti (il caffè dove Ellie e Liam s’incontrano, la loro villa sulla baia di Carmel, in California, «l’ultima terra prima della fine del mondo») e ai paesaggi (Cape Town, i deserti del Medio Oriente, l’oceano con le balene) che diventano in questo modo quasi coprotagonisti, in una mirabile fusione con la vicenda narrata, secondo uno sguardo mobile e preciso, cinematografico.
Un
libro da leggere e da assaporare lentamente per cogliere tutte quelle
sfumature, quei riverberi sottili che palpitano a ogni pagina.
Mauro Germani
martedì 18 ottobre 2022
Letizia Dimartino - Le città degli altri
In quest’ultimo libro di Letizia Dimartino il tempo è sempre perduto e sempre ritrovato, è un movimento circolare il cui diametro si concentra e si espande continuamente. È una sorta di eterno ritorno dello sguardo e della scrittura, tra passato e presente, dove ciò che è stato riprende a vibrare sulla pagina, come fosse la prima o l’ultima volta, vacillante eppure ancora nitidissimo, preciso, prima della sparizione. Ogni esperienza vissuta ha l’intensità, la meraviglia, l’incanto di ciò che è stato unico, ma che pure a frammenti riappare, tocca l’anima, chiama per configurare un destino. Lontano e vicino si cercano, s’incontrano, s’interrogano.
Chi scrive sa di questa dimensione ambigua, di questo essere fantasma tra i fantasmi. Eppure le città evocate (più che rievocate) da Letizia Dimartino giungono a noi quanto mai concrete. Milano, Roma, Messina, Catania, Napoli, Bologna palpitano con la loro vita dentro la vita: non sono mai sole, sono popolate dall’esistenza, dagli appuntamenti degli anni, dai sogni, dalle paure, dalle speranze, dai dispiaceri e dalle malattie, in un groviglio inestricabile di verità e di mistero. Ogni città ha una propria anima con cui l’autrice si relaziona. Uomini, donne, strade, case, nonché voci, rumori, stanze, cibi, abitudini, sono certo quel che sono ma, al tempo stesso, diventano altro: domande inespresse, desideri segreti, amori implorati, illusioni, presagi, timori o aspettative che continuano a parlare e che ci interpellano. Perché è specialmente ciò che di solito non ha voce a prendere vita.
Letizia Dimartino ha la capacità straordinaria di dare anima alle cose, di presentarci dettagli e circostanze apparentemente trascurabili che assumono però un’importanza eccezionale. Sono sequenze brevi o semplici fotogrammi che – come in una pellicola scomposta eppure unitaria – a volte ritornano tra una dissolvenza e l’altra, con minime variazioni, intessendo la scrittura di soprassalti emotivi e di memorie nette nella loro esclusività, nel loro speciale esserci. Grazie ad una prosa cadenzata e ricca di valenze poetiche, spesso contraddistinta da uno stile paratattico e/o nominale, che ben si confà alla successione dei ricordi, l’autrice ci fa sentire, come in un particolare processo medianico, ciò che in passato ella stessa ha visto e sentito e oggi ancora vede e sente: e sono volti, vie, piazze, treni, stazioni, negozi, paesaggi, sapori, odori, passioni, che conferiscono al libro un valore di preziosità, al pari di uno scrigno da custodire.
Ecco allora, tra i luoghi narrati e vissuti, delinearsi la Milano del passato, conosciuta soprattutto nei soggiorni settembrini, la Milano di un tempo, sempre amata e fantasticata, nonostante a volte mettesse paura, con la sua vita così diversa e lontana, con la nebbia o i temporali improvvisi, «il cielo basso e denso», «i taxi verde scuro», «le farmacie specchiate, i marmi lucidi», «le cassiere dalle gentilezze eccessive», la Milano dove cercare costantemente quadrifogli che avrebbero cambiato la vita. E poi Roma, la malattia della madre, gli studi medici, gli alberghi, i caffè in via Veneto, la voglia di vivere come una specie di miraggio. E il mare di Messina, la città natale, quel «vento di scirocco sempre, con le carte che si sollevavano lungo le strade diritte e le onde si facevano bianche e pure il cielo», la città che si poteva vedere anche ad occhi chiusi. E Catania con le terapie speciali per la madre, i sogni della giovinezza, le strade dove «un tempo passavano carrozze e dame con cappelli infiocchettati» e «gli aranceti splendevano, e gli sguardi erano di fuoco dietro le persiane e agli angoli delle vie». E Napoli, meta un tempo di viaggi di nozze, il padre che amava cantare le canzoni napoletane e considerava Posillipo e Mergellina i luoghi più belli d’Italia, Napoli con il suo «dialetto incomprensibile», le vie strette, e Amalfi e Capri, conservate con commozione in «cartoline anni Cinquanta con le strade fiorite e il mare a strapiombo». E Bologna col suo freddo estivo, «gli alberghi chiassosi le loro stanze ammuffite i copriletti di cretonne fiorato l’odore del ragù le scale buie», e la Romagna con l’allegria delle donne, i loro nomi strani, i loro «occhi che guardano diritto», senza paura.
L’ultimo capitolo del libro è infine dedicato
al Sud, luogo di luoghi, centro di ogni centro, in cui il passato va sempre
incontro al presente, s’avvicina e si allontana, con le sue figure che appaiono
improvvisamente in un’assenza vibrante, dentro la scrittura e il dolore della
malattia. Ora ci sono «solchi di carne, solchi d’anima», strade non più
attraversate e piazze abbandonate. Ma le città qui narrate, quelle che hanno
acceso i sentimenti dell’autrice («la vita mia è tutta un sentimento») non si
sono spente del tutto. E se è vero che la malattia le ha rese da tempo
irraggiungibili, è altrettanto vero che le loro luci, i loro colori, le loro
particolari atmosfere in qualche modo esistono ancora: sono i doni che Letizia
Dimartino offre a noi lettori con la sua
scrittura.
Mauro Germani
giovedì 13 ottobre 2022
Giuseppina Di Leo riflette su "Tra tempo e tempo"
Tra Tempo e Tempo. Nel titolo Mauro Germani mette in relazione due termini uguali tra loro: tempo e tempo. Tuttavia, si tratta di una ripetizione necessaria perché attiene a due concetti ben distinti, ognuno dei quali viene indagato nella sua sfera specifica di senso: uno è il tempo del vivere quotidiano, con le sue preoccupazioni e le brutture; l’altro, il tempo della fede, della ricerca costante di Dio.
In un linguaggio piano e puntuale, espresso in prima persona, ciascuno dei trentatré brevi capitoli introduce un argomento trattato in continuità con il precedente conferendo, all’intero libro, un respiro ampio ma, anche, un imprescindibile “vincolo di necessarietà” (locuzione cara all’archivistica) tra i temi esaminati.
Il tempo del quotidiano prende le mosse dal passato, dall’infanzia, dall’amore per la lettura e la scrittura, dai ricordi famigliari; l’altro, il tempo della fede, abbraccia i temi cari a Germani filosofo e teologo: la perdita, la morte, il nulla, la verità, l’«urgenza di Dio», per citarne solo alcuni, non dimenticando il particolare amore per i gatti e, in generale, per tutti gli animali.
È opportuno rilevare come entrambe le due sfere
vadano di pari passo, spesso intersecandosi in modo che la prima (la parte
personale) nutra e fecondi quella spirituale: «Di qua la cosiddetta normalità.
Di là il sacro e l’abisso, l’urgenza di Dio e il nulla. Da un lato la precarietà
di ogni atto, la coscienza di una impossibilità o di una sconfitta, il dubbio
dell’illusione; dall’altro una specie di chiamata, fuochi improvvisi, piccole
estasi, cadute rovinose, paure, preghiere balbettanti, sangue che grida.
Entrambe le parti instabili, ma sempre, ovunque, l’attesa di qualcosa. Una
scissione che ho sempre guardato e che guardo. […] Bisognerebbe essere diversi
[…]». (A metà)
A tal proposito, riporto le parole dello studioso della mistica moderna,
Mino Bergamo, riguardo al rapporto «tra
biografia e l’opera, fra la scrittura e la vita». Dunque, Bergamo dice: «Anziché leggere l’opera di un autore in
funzione della sua vita, proviamo ad esempio a interpretare la sua vita in
funzione della sua opera. […] Anziché domandarci quale realtà sia segretamente
rappresentata nel contenuto di un’opera, chiediamoci quale realtà la dinamica
significante di quest’opera abbia la funzione di trasformare. Cerchiamo, in una
parola, di comprendere quel che un autore fa
con un testo, piuttosto che stabilire quello che egli rappresenta per suo tramite.» (Mino Bergamo, «La scrittura come
modello di vita (Jean-Joseph Surin)», in Rivista del Centro Internazionale di
Semiotica e di Linguistica, Università d’Urbino, 1991).
Per meglio comprendere se ci sia e, in caso affermativo, quale sia la «dinamica» trasformatrice di Tra Tempo e Tempo, a venire in soccorso sul versante affermativo è il libro in oggetto nel passaggio in cui Germani dice che le chiese sono luoghi che racchiudono «un segreto antico e importantissimo. […] Sento la gravità del tempo e penso ai lunghi anni in cui mi sono sentito abbandonato e perduto, un orfano di Dio. Anni di disperazione sorda, di un’oscura volontà di annientamento». (In chiesa)
Il «segreto antico» di cui l’autore parla rimanda ad un sapere di cui hanno
parlato i mistici a proposito del mistero della perdita (anéantissement) nella loro esperienza spirituale: «la perdita irreparabile della soggettività in cui il
mistico incorre sulla via dell’unione a Dio». (Mino
Bergamo, La scienza dei santi. Studi sul
misticismo del Seicento).
Per Germani la scrittura è testimoniare il divario tra vita vissuta e il bisogno di spiritualità: scrivere è un atto di umiltà e di rinuncia: «è soprattutto solitudine, vizio irrinunciabile o malattia, sguardo dentro l’abisso dell’esistenza e talvolta preghiera». (I Santi Evangeli)
E come diceva Adriana Zarri: «la preghiera si
nutre di solitudine, non di isolamento; e il silenzio contemplativo è denso di
parole e di presenze». (Adriana Zarri, Un
eremo non è un guscio di lumaca)
Dicevo che il titolo del libro contiene due parole uguali solo in apparenza, secondo un distinguo sapientemente indicato dall’autore nel corso dei vari capitoli. In particolare, parlando del Nuovo Testamento, egli parla di «bellezza e mistero» per connotare le parole del Vangelo.
In uno scritto dal titolo Cristo e il Tempo Anna Maria Ortese parla dei Vangeli sottolineando la potenza innovatrice e rivoluzionaria di Gesù. Nel fare questo pone in risalto i grandi temi: il potere del male nel mondo, la morte terrena, il valore del tempo, ma sottolinea come la possibilità data all’uomo di venire fuori dalla perversione sia riconoscere Dio come unico e solo «vero signore della vita». Soltanto con l’obbedienza a Dio l’uomo si riscatterà dalla schiavitù del Diavolo, attuale «Signore del mondo». Sono cioè i temi che ritroviamo in Tra Tempo e Tempo:
«Ho
sempre avuto la sensazione che, nel momento in cui compiamo le nostre azioni
liberamente, siamo invasi o posseduti da qualcosa più grande di noi. Il bene e
il male non sono soltanto azioni, né concetti astratti: sono due forze e due
principi in opposizione tra loro, verso cui il nostro essere è costantemente
aperto, che comportano conseguenze ben precise. Mentre il bene è sempre
luminoso, il male lascia sgomenti». (Il male nel mondo)
Riporto un ampio stralcio tratto dal libro di Ortese, nel quale si evidenzia la differenza sostanziale tra i due diversi significati dati alla parola tempo: «…il Vangelo resta chiuso ai potenti, ai felici, ai sani, ai giovani, agli intellettuali, agli amanti di superficie, per tutto il tempo che durano i loro beni, averi, onori e poteri: spesso l’intera vita. E subito, sin dall’inizio, è aperto a coloro che non ebbero nulla, o seppero presto che il loro tesoro era fondato sul nulla, né dato – se era dato – al loro Io invisibile e sicuro; ma solo era dato a tutte le possibili servitù e compromissioni dell’Io spirituale, alle firme che l’Io appose a quanti contratti ne chiedevano la lenta destituzione o degradazione. Per costoro […] Cristo venne, a dare, appunto, la resurrezione e la vita. Non venne per altri. // Si spiegano così le sue parole: «Non sono venuto per tutti». E ancora: «Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra». La sua guerra è il rifiuto del tempo e delle leggi poste dal tempo, il distacco dalle sue fioriture già ipotecate dal perire, è la condanna già fissata per chi si nutre di solo tempo. Questo tempo è morto. Di solo tempo non ci si può nutrire, senza mangiare morte. Lo sanno i seguaci, i devoti, gli adulatori del tempo, ora moltitudini senza fine, che si saziano di un tempo sempre più breve, e tutto, già chiaramente, riverberato di morte. L’Eterno, il Dio, il Creatore con le sue inenarrabili grandezze, il RESPIRO (Dio è lo stesso RESPIRO, il MOTO e la LIBERTÀ di tutto), è tenuto fuori, o destituito costantemente, dai guardiani del Tempo. Il quale si fa anche Tempio, cattedrale dell’infimo, il livido, il gelido, il repellente, l’inerte – che deve essere il nutrimento dell’uomo, se si vuole che l’uomo sia morto. Ed eccolo, è come morto. […]» (sta in Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca: Scritti sulla letteratura e sull’arte).
Per Mauro Germani mettere l’insegnamento di Gesù al centro del quotidiano vuol dire imprimere al tempo presente un carattere distintivo di “forza” e di “responsabilità” verso gli altri, argomenti da sempre oggetto di riflessione dei filosofi e dei mistici fino a Kierkegaard, Weil, Levinas. Ed è questa l’unica maniera che abbiamo noi, sorretti dalle sole forze in nostro possesso, per sconfiggere il male che ci circonda; è l’Eccomi! di Levinas che abolisce l’indifferenza di cui siamo così disgraziatamente ricchi, a tal punto da permettere lo strazio della ineguaglianza e della violenza più brutale, nonché della «perversione» che coabita nelle strade delle nostre città. E nel mondo.
Concludo con gli splendidi versi di un poeta come Umberto Saba, per la sintonia che vi trovo, nella bellezza e coraggio, con le parole di Germani, e per il messaggio di speranza che può venire solo da chi preserva la propria purezza d’animo:
QUASI UNA MORALITÀ
Più non mi temono i passeri. Vanno
vengono
alla finestra indifferenti
al
mio tranquillo muovermi nella stanza.
Trovano
il miglio e la scagliuola: dono
spanto
da un prodigo affine, accresciuto
dalla
mia mano. Ed io li guardo muto
(per
tema non si pentano) e mi pare
(vero
o illusione non importa) leggere
nei
neri occhietti, se coi miei s’incontrano,
quasi
una gratitudine.
Fanciullo,
od
altro sii tu che mi ascolti, in pena
viva
o in letizia (e più se in pena) apprendi
da
chi ha molto sofferto, molto errato,
che
ancora esiste la Grazia, e che il mondo
-
TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.
(Umberto
SABA)
Giuseppina Di Leo
lunedì 19 settembre 2022
Tiziana Bracci - Le scarpe del Papa
Tiziana Bracci, Le scarpe del Papa,
Readaction Editrice, 2022
Una vita che sembra un romanzo e un romanzo che è un insegnamento di vita. La vicenda di Ivana Silvestri Cella è narrata da Tiziana Bracci con una sensibilità particolare, attenta a cogliere nell’esistenza della protagonista i segni, più o meno palesi, di «un’anima in cammino», nella consapevolezza che «nulla accade per caso» per coloro che hanno «occhi vigili». In effetti, Ivana Silvestri Cella rivela, fin da bambina, una «spiccata intelligenza», una straordinaria attitudine all’osservazione, sostenuta da «una vivace memoria fotografica: tutto passava attraverso la sua camera oscura per essere cristallizzato e, al momento giusto, portato alla luce».
A Montecatini, il negozio di calzature del nonno Veneziano Papini, dove il padre di Ivana, Renzo Silvestri, andò a lavorare, sarà per la protagonista la prima, incancellabile tappa di un percorso in cui sogni e progetti, non immuni da fatiche e delusioni, verranno poi premiati da incontri provvidenziali, scelte coraggiose, capacità di scartare l’inutile e succhiare «il nettare necessario». E proprio le scarpe del Papa si configurano così come il simbolo centrale di un legame particolare, di una relazione con il mistero e lo spirito, quel «filo di unione» che Ivana cercherà sempre di tenere ben saldo. La confezione delle «preziose “marocchino rosse con le fibbie d’oro”, specialità del negozio, consentirà infatti a Ivana di entrare in contatto con l’ambiente del Vaticano e, in modo particolare, con monsignor Montini, futuro Paolo VI, importante figura di riferimento per la protagonista. I continui spostamenti e viaggi che porteranno Ivana in diverse località, tra cui Firenze (dove studia al Grenoble e al British), Londra (dove instaura importanti amicizie), Parigi (dove viene assunta dall’atelier Bailmain), Roma (dove prima lavora presso l’ufficio delle pubbliche relazioni dell’Ambasciata Americana, poi apre un suo atelier nella centralissima via Gregoriana e successivamente diventa direttrice presso Driamar, negozio per bambini), Montreal (dove viene accolta dal console italiano, affezionato cliente di suo padre), New York (dove viene convocata dalla casa di moda più prestigiosa d’America, la “Donald Brooks”, e dove conosce il generale Richard Thomas Cella, che sarà poi suo marito), Miami (dove scompare nel settembre 2020) sono la testimonianza di una tenacia costante, di una ricerca coraggiosa della realizzazione di sé, mai aggressiva, e anzi sorretta da una spiritualità che non dimentica la richiesta dell’aiuto divino («Signore, salvami!»), nella ferma convinzione che «se le vie del Signore non seguono la logica umana non è colpa del Signore ma della limitatezza della logica umana».
Dalla lettura di questo libro comprendiamo come Ivana abbia saputo conciliare le proprie legittime ambizioni di donna imprenditrice con i valori forti in cui credeva. La sua storia non è solo un esempio di emancipazione femminile coronata infine dal successo («chi l’ha detto che un cervello maschile funzione meglio di uno femminile?») ma anche di una rara capacità di riconoscere i propri errori come «necessari passaggi per progredire». Cuore e ragione sembrano trovare nella vita di Ivana Silvestri Cella una sintesi perfetta, in cui «il coraggio del fare» pare la conferma dell’evangelica parabola dei talenti.
Ma chi è allora il vero protagonista
di questa storia? Un disegno del cielo oppure «il tracciato di una mappa scritta
da un impenetrabile mistero?». L’autrice Tiziana Bracci lascia aperte le domande
al lettore, ma fornisce anche alcune riflessioni che conferiscono un valore
aggiunto alla storia narrata: «Le esperienze fatte nella vita non sono, per se
stesse, né negative né positive. La relazione che abbiamo con esse le rende un
problema o una risorsa». A ciò si aggiungono le parole di Ivana: «Nell’analizzare
la mia vita ho capito che a contare non è stato il lavoro, ma l’opera sublime
della natura che ha scavato in me, mostrandomi l’invisibile: l’anima umana».
Forse proprio in questo è racchiuso il segreto di Ivana Silvestri Cella. Quel
segreto che, ovviamente, è rappresentato anche (e soprattutto) dalle «marocchine
rosse con le fibbie d’oro»: le scarpe del Papa.
Mauro Germani
martedì 13 settembre 2022
Francesca Rita Rombolà recensisce "Tra tempo e tempo"
Ringrazio di cuore Francesca Rita Rombolà per questa sua recensione al mio libro "Tra tempo e tempo" (Readaction, 2022), apparsa sul sito PoesiaeLetteratura: QUI
lunedì 5 settembre 2022
Loretto Rafanelli - A ogni stazione del viaggio
Loretto
Rafanelli, A ogni stazione del viaggio,
Jaca Book, 2021
Un viaggio di soste per meditare tra le ferite e lo stupore del tempo, tra la storia e il suo mistero, alla ricerca di un respiro più grande, di uno sguardo di compassione, anzi di comunione, verso la complessità della vicenda umana.
In quest’ultima raccolta di Loretto Rafanelli è possibile cogliere le vibrazioni di una parola poetica che si fa incontro, che «conta le pause delle notti,/guarda l’eccedenza e i grani/del raccolto, quell’atto dell’incontrare/ o l’estrema solitaria/oscurità». Si tratta di un andare nel tempo, nel suo «scorrere malato», nel suo pianto, accompagnato però da uno sguardo che affratella, da un sentimento che non si restringe su sé stesso e si appella alla vita di tante vite. Ecco allora il mare che unisce i bambini e i nomi dei vecchi nel suo respiro, i ricordi come passaggi «nel fiato della vita», «un precipizio di fosse» che si trasfigura in una visione di «linee biancastre e levigate tra il teatro e il cielo». C’è ovunque un anelito che «parla con il seme della carità,/nella vena del tremore», che cerca di non soccombere «alle tante linee dei naufragi», e intende conservare «il filo delle parole» come il lume vivo di un inizio. Per avvertire ciò che fugge e tenere in noi il senso del mondo, nel crocevia che ci attende «a ogni stazione del viaggio», occorrono alfabeti speciali. Emblematico, in questo senso, è il rapporto tra padre e figlio che si configura come dono, promessa, continuità, volo infinito.
Nei versi di Loretto Rafanelli la ricerca del respiro – di cui si è fatto cenno all’inizio di questa nota – segna una continuità profonda e tocca «il vertice e il vortice/ della speranza e della fine», il vertice delle congiunzioni, come indica il titolo di una poesia dedicata a Mario Luzi, nella quale si può ravvisare un richiamo a quel volare alto della parola, tra nadir e zenit, che cantò il poeta fiorentino, pensando al «celestiale appuntamento».
Di particolare bellezza risulta poi la poesia La luce dell’acqua, dove il fluire del tempo, dalle memorie personali del poeta legate al fiume Reno, a quelle di tante altre esistenze, con i loro «racconti,/canti e respiri», assume una dimensione ulteriore, in cui la vita diviene traccia d’infinito, preghiera, dono, respiro, labirinto, precipizio, destino, Arca divina.
La partecipazione al dolore altrui – si
vedano, ad esempio, le poesie che riguardano Anna Acmatova, oppure l’uccisione
nel 2014 di quarantatré studenti, che contrastavano la delinquenza organizzata
e il regime corrotto in Messico, o ancora Valeria Solesin, che morì
nell’attentato terroristico al Bataclan di Parigi – non è mai disgiunta da una
profonda pietas, dalla consapevolezza
di una verità da reclamare nel buio della storia e oltre. Ciò che colpisce
nella poesia di Rafanelli è proprio il valore della testimonianza, sia essa
riferita alla cronaca quotidiana o alla profondità dell' intimo sentire:
luoghi, paesaggi, voci, ricordi sono quell’alfabeto della vita che la parola ha
il compito di custodire, perché «è necessario/incalzare di luoghi, di amori,/di
carità, di perdoni,/le linee della vita».
Mauro Germani
venerdì 29 luglio 2022
lunedì 25 luglio 2022
Nicola Lisi - Diario di un parroco di campagna
martedì 10 maggio 2022
martedì 1 marzo 2022
Giovanni Nuscis recensisce "Storie di un'altra storia"
Ringrazio di cuore Giovanni Nuscis per la sua recensione a Storie di un'altra storia, pubblicata sul sito "La poesia e lo spirito": QUI
mercoledì 17 novembre 2021
Giovanni Nuscis - Il grande tempo è ora
Giovanni
Nuscis, Il grande tempo è ora, Arcipelago Itaca, 2021
Nelle Tesi di filosofia della storia (1940), Walter
Benjamin indica nel tempo-ora il momento in cui si spezza il
continuum storico, cioè quell’attimo propizio per riaccendere in qualche modo
il passato, dando vita con un salto dialettico a ciò che era stato lasciato ai
margini. Si tratta di una riappropriazione che è discontinuità rivoluzionaria,
perché in grado di redimere il passato nell’apertura verso il futuro. Il tempo-ora è
il punto zero da cui ripartire, la scommessa di una possibile liberazione degli
umiliati e degli offesi, grazie ad una scelta irriducibile che si configura
come nuova rimemorazione delle epoche passate.
È quanto si può percepire – sin dal titolo – da questa corposa raccolta
poetica di Giovanni Nuscis, che comprende testi scritti dal 2011 al 2018, nella
quale viene auspicata, come per Benjamin, la potenzialità messianica dell’adesso,
la sua illuminazione, che riscatta il passato in vista di una possibilità etica
di salvezza o comunque di risanamento, di nuove prospettive di civiltà. Nei testi di Nuscis si può cogliere, in modo più o meno esplicito, un’urgenza etica in grado di scongiurare l’adattamento passivo al corso
degli eventi. Le ferite della delusione e
dell’abbandono, della solitudine e dello sconforto, spesso derivanti dal nostro
egoismo e dalle ingiustizie presenti nella società, non sono da
considerarsi irreparabili perché lasciano comunque
intravedere una sospensione, una possibilità, un non ancora, che
potrebbe manifestarsi: ciò che non è stato, infatti, non è detto che non potrà
mai essere. Ecco, dunque, il desiderio di uno scatto, che è
anche uno scarto, l’esigenza di una rottura, di un cambiamento
radicale, affinché il tempo – filo conduttore che unisce i vari componimenti –
non si chiuda definitivamente in sé stesso, ma diventi occasione e
slancio per un salto di qualità. E a ben vedere, il tempo non è da concepire
come un’entità astratta, perché coinvolge la nostra esistenza: ci chiama, ci
sollecita, ci scuote, in una duplice dimensione, individuale e
collettiva.
C’è nella poesia di Nuscis, una visione antropologica ben precisa che nella
successione dei testi si mette a fuoco in modo sempre più nitido. Accanto alla
necessità di fare la storia e di vincere la tristezza di una
quotidiana rassegnazione, vi è pure la consapevolezza dell’umana fragilità, che
significa soprattutto sapere di non essere padroni assoluti della nostra vita,
perché in fondo nulla ci appartiene, ma siamo noi ad appartenere a ciò che ci
costituisce, ovvero alla nostra antica origine, alla stessa natura,
all’universo ed al suo mistero: si vedano i versi di Non appartiene la
terra o di Roccia madre, nonché la poesia Sapere
che ci sei, rivolta alla «madre di tutte le madri», e caratterizzata da un
afflato di tenerezza filiale, che trova il suo compimento in un amorevole
abbraccio «oltre la fine», «nel salto/di vita in vita».
Proprio da questa coscienza antropologica nasce l’esigenza di un
particolare modus vivendi, di un dovere etico, di un’integrità e di
una responsabilità a cui non ci si può sottrarre: un’attenzione, una vigilanza
continua nei confronti dell’arroganza del potere e dei suoi soprusi, che è non
solo ferma condanna di ogni forma di ingiustizia («la giustizia è un
sole/in un cielo infestato di nubi», dicono i versi iniziali di Attese), ma anche continua
domanda interiore, volontà di discernimento, spinta ad agire salvaguardando
sempre la dignità. Ed è questo lo sguardo di Nuscis sul mondo e su se stesso.
Uno sguardo che spazia, senza forzature, dai ricordi personali (tra gli altri,
la fanciullezza a Posatura e poi la vita in Sardegna, gli amici lontani ma pur
sempre «uniti nel vuoto», il funerale della zia suora nella cattedrale di
Oristano), riflessioni spesso amare sul presente («l’ennesima croce di gelo/nel
buco nero della storia»), alla speranza verso un futuro diverso, tutto da
costruire, in quanto «Ogni ora/ha un seme nascosto» e «Qualcosa a volte
preme/per uscire, liberandoci»). Uno sguardo, ancora, che è ricerca di senso e
di valori, oltre le barriere del tempo («Ciò che esplose/arde ancora») ed oltre
le nostre solitudini, le nostre ansie, le nostre mancanze, i nostri vuoti (si
legga, al riguardo Il giorno da non dimenticare, di sapore
kafkiano), perché la svolta decisiva si trova al di là dei confini angusti
dell’io: «Milioni di voci in una sola/vinceranno la tua inerzia», come
decretano i versi di Qualcosa di buono.
Il suo è un dettato che, pur non rinunciando, quando occorre, alla denuncia
e all’indignazione, conserva una misura, un controllo formale, una limpidezza
oggi piuttosto rari. Il rischio del contingente e del transitorio di tanta
poesia civile è qui scongiurato, in quanto la dimensione sociale è sempre
associata a quella propriamente esistenziale, ai dubbi, alle inquietudini, alle
interrogazioni circa il nostro essere-nel-mondo. Come sottolinea
giustamente Antonio Fiori nella postfazione, quella di Nuscis è una poesia che
«ha un fuoco etico di lunga durata, capace di vedere le strade già percorse
come le strade da intraprendere, tanto nella vita sociale che nella vita
d’ognuno». E da questa capacità scaturisce la voce del tempo-ora, che
è insieme ammonimento ed esortazione, denuncia e speranza.
Mauro Germani
venerdì 22 ottobre 2021
Cristiano Spila - Simulacri
Cristiano Spila, Simulacri, Calibano Editore, 2020
I quattro racconti che compongono questa raccolta di Cristiano Spila nascono dal confronto tra i simulacri e l’esistenza, tra le forme immutabili e cristallizzate del tempo ed il flusso enigmatico del divenire. In atmosfere sospese ed insieme cangianti, scosse dal pensiero che diventa visione e viceversa, l’autore coglie negli eventi narrati gli agguati imprevedibili del destino, come da una soglia oscura, quasi a spiarli, a sorprenderli nel loro manifestarsi. Tutto allora sembra oscillare tra l’essere e l’apparire: l’esistenza si sdoppia nel suo riflesso e quest’ultimo, a sua volta, la segna e la chiama.
Il primo
racconto scaturisce da un sogno premonitore di rovina e di acqua putrescente,
che visita Iciarco, discepolo di Talete, il quale sarà poi destinato a
scoprire, in una Mileto «stordita e stanca, e umida di greve sonnolenza», la
morte inaspettata del maestro. Egli sentirà dentro di sé di essere «condannato
senza appello a non sapere più nulla». E davanti a lui ci saranno solo il
corpo privo di vita di Talete, col suo «viso tumido e inerte», ed il volto
gelido ed impassibile della statua di Afrodite, immobile nella luce, quella
statua che già aveva sognato la notte prima grondante d’acqua, senza testa e
con le estremità delle braccia monche. Forse – potremmo azzardare – Iciarco, al
cospetto dell’imprevedibilità dell’esistenza e della consapevolezza della
morte, nonché di quella luminosità altra del
simulacro, intuisce improvvisamente ciò che Eraclito avrebbe poi introdotto per
la prima volta, rispetto alla speculazione ionica precedente: l’importanza
della ricerca interiore, rivelatrice
di profondità infinite («Tu non troverai i confini dell’anima, per quanto vada
innanzi, tanto profonda è la sua ragione»), e che mostra la paradossale
coincidenza tra ciò che è lontano e ciò che è intimo.
Nel racconto successivo, Il liuto, Astrolabio – il figlio della colpa di Eloisa e di
Abelardo – anela alla luce, e cerca nel
suono del liuto conforto e pace. All’interno dell’abbazia cistercense di
Hauterive si dedica alla musica, nella quale, secondo Agostino, «il ritmo e il
numero stanno in un’operazione dell’anima, che è il bene modulandi», ma essi sono anche un mezzo per evocare il
silenzio. E proprio dal silenzio dell’ultima nota pizzicata nella corda del
liuto, egli avverte una segreta presenza, una voce oracolare che gli sussurra:«
Io sono quel che tu ignori». È l’inizio di qualcosa di misterioso che lo
attende una notte, quando l’eco dei suoni del liuto provoca apparizioni – due
molossi bianchi nel buio, che prendono vita dalle statue di un tempietto – e
distruzioni nel silenzio: una frana di
capitelli, di colonne, di marmi, di sassi e di ghiaie senza alcun rumore. Prodigi o
sortilegi della musica e di un silenzio che per Astrolabio sono rovina, ma
forse anche rinascita e appropriazione di una nuova vita. «Io sono ciò che tu
hai lasciato», mormora alla fine la voce oracolare.
Nel
terzo racconto, intitolato Agonia della
neve, il protagonista è Swedenborg, che qui è sempre denominato «l’uomo che
si credeva Swedenborg», assecondando l’ignoranza
intima – come la definisce Borges in Altre
inquisizioni – per la quale nessun uomo sa chi è veramente, teoria che fu
proprio di Swedenborg e di altri autori,
come ad esempio Leon Bloy. Il testo narra di una visione notturna
che si rivela anche un trapasso, uno sconfinamento nell’oltre, in cui il vecchio Swedenborg insegue nella neve una figura
femminile («una dea, o una maga, un’obliquità») di ghiaccio e di nulla, che lo trattiene in un abbraccio mortale: è
«ancora una volta il tragico corpo a corpo con il tempo», fino ad una
sospensione che può significare il suo stesso superamento.
Bevi con me il nepente…, al termine della raccolta, descrive un vecchio De Quincey, che ormai prova un’immensa fatica a scrivere, a causa
del tremore alle mani. Anche qui un simulacro, la statua del monumento
funerario di Caius Iulius Bathyllus, uno dei liberti di Ottaviano Augusto, ha
il potere di attrarre l’attenzione e l’immaginazione del personaggio
protagonista, ormai assuefatto al laudano, oppiomane senza speranza, colpito
inesorabilmente dal trascorrere degli anni, tanto che non smette di fissare la figura
del giovane. Egli vede in quel delicato giovinetto di marmo ciò che non è più e
che tuttavia non smette di essere, perché in qualche modo lo chiama,
invitandolo a bere il nepente, il farmaco miracoloso, da quella coppa che gli
offre, come fosse il riflesso immortale di sé, quando era ancora giovane.
In conclusione, si può asserire che i temi del tempo e della morte, presenti in tutti i racconti intensi, rarefatti
e notturni di Cristiano Spila
(saggista che si è occupato, tra gli altri, di Gadda, D’Arrigo, Vigolo, Bassani,
nonché traduttore di Poe, Melville, London) si rifrangono e si contemplano in
echi possibili, in sospensioni narrative che lasciano spazio al mistero,
«mescolando tono fantastico e rievocazione letteraria», come si legge nella nota in quarta di copertina.
lunedì 31 maggio 2021
Franz Kafka - La colpa segreta e l'incompiutezza
Da
sempre l’opera di Kafka (1883-1924) ci interpella e ci inquieta. Le vicende di
Gregor Samsa (La metamorfosi), di
Georg Bendemann (Il verdetto o La condanna), di Karl Rossmann (Il disperso o America), di Josef K. (Il
processo), dell’agrimensore K. (Il castello)
e dei protagonisti senza nome di racconti come Nella colonia penale, Un
digiunatore, La tana e altri
ancora, agitano la nostra anima. Qual è il loro mistero? Che cosa ci
trasmettono? Il senso di smarrimento o di sgomento che proviamo non diminuisce
poi davanti all’uomo Kafka, alla sua vita enigmatica, anzi sembra addirittura
accrescere. Chi era veramente? Pietro Citati lo presenta come un essere «in
fuga dall’esistenza», col suo «passo veloce, lievemente curvo, il capo un po’
inclinato, ondeggiando come se folate di vento lo trascinassero ora da una
parte ora dall’altra della strada», tanto che sembrava irreale, «soltanto una silhouette ritagliata nella carta velina
gialla […], soltanto un’ombra che non faceva rumore, che nessuno vedeva». Certo
è che quest’uomo assente e solitario, che scriveva nella notte fino alle prime
luci del mattino, posseduto da un demone invincibile e feroce, ci ha lasciato
romanzi e racconti oggetto delle più svariate interpretazioni, come un universo
oscuro e al tempo stesso vicino, in cui ciascuno può trovare una parte di sé e
del mondo. Ciò, naturalmente, non deve essere considerato un limite, ma – al
contrario – un valore aggiunto, tipico delle opere dei grandi scrittori, nelle
quali è possibile ravvisare una polivalenza di significati, tutti – almeno in
parte – pertinenti.
Maurice
Blanchot ha sottolineato come ogni tema in Kafka ha «la possibilità misteriosa
di apparire ora in senso negativo, ora in senso positivo»: il mondo che si
manifesta nelle pagine dello scrittore «è un mondo di speranza e condannato, un
universo chiuso per sempre e infinito, l’universo dell’ingiustizia e della
colpa», e cita le parole dello stesso Kafka a proposito della conoscenza
religiosa:« La conoscenza è al tempo stesso gradino che porta alla vita eterna
e ostacolo eretto davanti a questa vita». Questa ambiguità fu certamente motivo
di lacerazione interiore per lo scrittore. Basti pensare al rapporto che ebbe
non solo con Felice Bauer, con Milena Jesenskà, con Dora Diamant, ma anche con
la scrittura. Se da un lato cercava la propria salvezza nel matrimonio, nella
sua particolare sacralità celebrata
dall’Ebraismo, dall’altro ne aveva orrore, constatando un’estraneità alla vita
che lo portava inesorabilmente alla letteratura, di cui non poteva fare a meno.
«Dio non
vuole che io scriva, io invece, io devo» confessò all’amico Oskar Pollack. Da
queste parole, scritte a soli vent’anni, sembra emergere già quel senso di
esclusione e di colpa che non abbandonò mai Kafka, e – come afferma Marino
Freschi – una concezione della letteratura «vissuta come un duplice sacrilegio,
come peccato luciferino di superbia, come una colpa che schiaccia l’individuo
che avverte in sé, perfino attraverso l’istinto e le pulsioni originarie, il
richiamo della Legge. Paradossalmente l’ascetismo, richiesto dall’arte, è la
trasgressione del comandamento divino». E non stupisce, a questo punto, la
volontà di Kafka, espressa all’amico Max Brod, di distruggere gran parte di ciò
che aveva scritto.
Certamente
nell’opera dello scrittore praghese il tema della grazia e della salvezza non è
secondario, e appare indissolubilmente legato al peccato e alla colpa. Secondo
Hans-Jachim Shoeps, negli scritti di Kafka è presente «una teologia apostatica
che non ammette la salvezza, ma la va ricercando disperatamente». Invece Albert
Camus, paradossalmente afferma che proprio dal riconoscimento dell’assurdità
dell’esistenza può nascere «un po’ più di sicurezza sulla realtà soprannaturale.
Se il cammino della vita sfocia in Dio, vi è dunque una via d’uscita; e la
perseveranza, l’ostinatezza con cui gli eroi di Kafka ripetono i loro itinerari
sono una singolare garanzia del potere esaltante di questa certezza». Camus
prende a prestito qui il pensiero di Kierkegaard, autore studiato e molto amato
da Kafka: «Si deve colpire a morte la speranza terrestre, e solo allora ci si
salva con la speranza vera»: si può così comprendere che «bisogna aver scritto Il processo per porre mano al Castello». A proposito, poi,
dell’approccio di Kafka con la realtà, Ladislao Mittner osserva che lo
scrittore «non possedendo ancora, non
potendo mai possedere l’aldiqua ne fa un aldilà, una realtà trascendente. […]
Tutte le cose di questo mondo sono per Kafka cose dell’altro mondo».
Altra
ancora è l’interpretazione di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Essi esaminano
il linguaggio di Kafka, che si rivela rivoluzionario,
in quanto minore, perché lo scrittore
fa della propria lingua un uso particolare, distanziato, marginale, a blocchi
di scrittura, all’interno di una macchina linguistica di concatenamenti
inconsueti. A differenza di Max Brod e di altri interpreti, Deleuze e Guattari
scartano ogni ipotesi teologica o mistica, e finiscono per difendere le
interpretazioni realistiche e sociali di Kafka. E a questo proposito occorre
citare, per esempio, la posizione di Eduard Goldstücker, che fornisce una
lettura marxista di America (o Il disperso), ritenendo che «Kafka abbia
voluto simboleggiare nella persona del fochista la classe operaia com’egli la
vedeva». Non dobbiamo dimenticare, poi, le numerose letture psicoanalitiche
degli scritti di Kafka, anche se è doveroso sottolineare il disinteresse e la
sfiducia che lo scrittore nutriva nei confronti di ogni teoria psicologica e di
ogni pratica psicoterapeutica. Al contempo, però, occorre aggiungere come
Theodor W. Adorno abbia messo in luce l’affinità tra alcuni temi freudiani e
kafkiani, quali l’idea delle strutture gerarchiche, il conflitto edipico e
l’utilizzo della componente onirica come reale. Inoltre è opportuno citare
anche Walter Benjamin, le cui considerazioni mirano a individuare nei testi
dello scrittore il dramma della perdita della Tradizione nell’epoca moderna.
Sono
interpretazioni interessanti, che testimoniano le molteplici sfaccettature che
si possono cogliere nell’opera kafkiana, ma francamente alcune paiono particolarmente
riduttive, se non talvolta addirittura azzardate. Non si può, infatti,
escludere completamente in Kafka la tensione verso l’Altro, che risulta essere
costante, anche se percepita in modo contraddittorio, ora come condanna ora
come possibile salvezza. Sappiamo che lo scrittore aveva pensato anche a una
diversa conclusione del Processo,
nella quale K. avrebbe ricevuto il dono della grazia divina. Così, come annota
Pietro Citati, «i suoi grandi romanzi rivelano ancora una volta di essere campi
di forza viventi, disposti ad accogliere ogni soluzione intellettuale». L’ambiguità
e il paradosso contraddistinguono l’intera opera, ma non si possono eludere i
temi fondanti entro cui si muovono, e questi sono indubbiamente quelli della
colpa, dell’imperscrutabilità del divino, del rapporto misterioso tra l’essere
umano e la Legge, e della speranza
ostinata. Tra l’altro, al rapporto con la Legge non sfuggono nemmeno gli
animali, assai presenti negli scritti kafkiani (La metamorfosi, Una relazione
accademica, Le indagini di un cane,
Piccola favola, La tana): essi nel loro mondo
dentro il mondo, nel loro abisso
segreto, condividono angosce per molti aspetti non dissimili a quelle umane,
anzi a volte le esprimono con più forza.
È importante
evidenziare, inoltre, come nell’opera di Kafka il divino non è riconoscibile,
mentre visibili sono i segni di chi porta il peso della colpa, come Joseph K.
nel Processo. Che egli è colpevole,
tutti in qualche modo lo avvertono, ma il divino perlopiù sfugge, si confonde
nei bassifondi, diviene buio, e solo
straordinariamente, per pochi istanti, appare come luce (si veda, ad esempio,
il bellissimo racconto emblematico della parabola Davanti alla Legge, che il sacerdote narra e commenta nel duomo). L’omissione
del nome di Dio, il suo vuoto, non ci autorizza a negarne l’esistenza, ma solo
ad ammettere la sua impronunciabilità, il suo essere al di là della parola umana
e quindi riconoscere la sua potenza.
Qual è,
allora, la colpa segreta di Joseph K.? Troppo facile rispondere che è l’esistenza stessa, oppure il
peccato originale, anche perché, a ben vedere, non tutti i personaggi appaiono
colpevoli. Per Felix Weltsch, «la colpa consiste nel non aver sentito alcuna
colpa», mentre Pietro Citati parla di «una colpa senza nome» che all’inizio
opprime inconsciamente il protagonista e solo successivamente sembra accettare.
Risulta evidente che le due affermazioni sono solo apparentemente
contraddittorie. La colpa è indefinibile,
ma c’è, e Kafka l’avvertiva dentro di sé. Era per lui quella di scrivere?
Oppure quella di non riuscire ad aderire ai valori della comunità
ebraico-praghese? O, più in generale, di non appartenere completamente alla
vita, di sentirsi fuori dalla Legge? O tutte queste cose insieme?
C’è un’incompiutezza nell’opera di Kafka e
nella sua esistenza, che ne diviene proprio la cifra colpevole e segreta. Ciò che è incompiuto domina su tutto. Il
frammento si dà ovunque: i principali
racconti sono frammenti, Il disperso (o
America) e Il castello s’interrompono, non hanno una conclusione. Anche la
vita di Kafka pare sospesa, in una sorta di dolorosa incertezza, in bilico tra
affermazione e negazione, tra realtà e paradosso, tranne forse nell’ultimo
periodo dal 1923 al 1924, quando incontra Dora Diamant e decide di vivere con
lei.
Il
desiderio di una meta presente negli
scritti di Kafka è bene messo in luce da Mimmo Stolfi nella prefazione al
volume La meta e la via. Racconti scelti (Biblioteca Universale
Rizzoli, 2000), intitolata eloquentemente Kafka,
uno straniero in cammino. Per comprendere la tensione verso un traguardo,
un punto d’arrivo costantemente ricercato, occorre fare riferimento
all’affermazione di Kafka secondo cui «c’è una meta, ma non una via: ciò che
chiamiamo via è il nostro esitare». Ecco dunque l’esitazione, il peregrinare nel mondo, e l’angoscia di sentire
dentro di sé la chiamata di una meta, la quale però sembra irraggiungibile. E il cammino è impervio, faticoso, infinito, dominato da un’attesa incessante, da una sofferenza continua. Eppure in quest’ultima
Kafka ravvisa una necessità, come troviamo scritto nel suo diario: «Talvolta
provo un sentimento di quasi lacerante infelicità e nello stesso tempo la
convinzione che questa è necessaria come è necessaria una meta acquisita
attraverso ogni strattone della sventura». Pare proprio che da qui scaturisca
la fondamentale differenza tra il male nel mondo e la sofferenza, la quale si
rivela come espiazione e dunque possibile vittoria sul male. C’è in Kafka una
religiosità del dolore che sfugge a ogni logica terrena, la tensione verso un
riscatto e una salvezza, la cui conquista però si sottrae continuamente, o
comunque alberga oltre i limiti dell’accessibilità. L’incompiutezza segna dunque una sospensione, che non può che
esplicarsi nella colpa e nell’attesa.
Mauro
Germani
Testi critici consultati
T. W.
Adorno, Appunti su Kafka, in Prismen. Kulturlkritik un Gesellshaft,
Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1969, trad. di Alberto Frioli, Enrico De
Angelis, Giacomo Manzoni, Enrico Filippini, Note
per la letteratura, Einaudi, Torino 2012.
W.
Benjamin, Franz Kafka. Per il decimo
anniversario della sua morte, in Angelus
Novus, Einaudi, Torino 1962.
M.
Blanchot, Da Kafka a Kafka,
Feltrinelli, Milano 1983.
A.
Camus, La speranza e l’assurdo nell’opera
di Kafka, in Il mito di Sisifo,
Bompiani, Milano 1964.
P.
Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987.
G.
Deleuze – Félix Guattari, Kafka. Per una
letteratura minore, Feltrinelli, Milano 1975.
M.
Freschi, Storia della letteratura tedesca,
Newton Compton, Roma 1995.
E.
Goldstücker, Il fochista. Tentativo di
interpretazione, Acta Universitatis Carolinae, Praga 1964 (trad. E. Pocar).
L.
Mittner, Kafka senza kafkismi, in La letteratura tedesca del Novecento,
Einaudi, Torino 1960.
H-J.
Schoeps, Motivi teologici nell’opera di
Kafka, in “Neue Rundschau” LXII, 1951 (trad. E. Pocar).
F.
Weltsch, Il metarealismo di Franz Kafka, in “Die literarische Welt”
n. 23, Berlino 4-6-1926 (trad. E. Pocar).












