lunedì 18 settembre 2023

Gabriela Fantato - Terra magra


 Gabriela Fantato, Terra magra, Il Convivio Editore, 2023

C’è un patto che custodiscono le poesie di quest’ultima raccolta di Gabriela Fantato: quello della voce (anzi, delle voci) e della memoria, della dedizione alla fragilità del nostro essere nel mondo e alla pietas nei confronti di ogni ferita e di ogni congedo. Con una scrittura limpida e mai ridondante, eppure ricca di risonanze, di palpiti interni, di folgorazioni del pensiero che fanno vibrare i testi nei loro preziosi corsivi come voci dentro la voce, Gabriela Fantato ci consegna un’opera che sa del nostro tempo «pieno di buchi», sospeso tra il mai e il sempre, e dove «la vita cerca / il confine e il centro». Ed è questa una ricerca ininterrotta, che si può cogliere di verso in verso, ora con affanno, ora con trepidazione, ora con la consapevolezza di un compito che non deve essere tradito. Se la terra è il nostro fondamento e appare magra o precipitata «sotto un cielo basso», è anche vero che invoca un’appartenenza, qualcosa di antico e sacro, un legame originario da tramandare per esserci davvero, qui, dove «tutto è partenza». 

Il tema della perdita («siamo creature – in perdita»), che ricorre in molti testi, non è soltanto quello del lutto, ma anche dell’infanzia, del tempo lontano che non è più ma che ha lasciato la sua traccia misteriosa dentro di noi: si veda la poesia intitolata Seconda elementare, in cui «ancora qualcuno cerca / il nome, il suo nome», cioè la propria enigmatica identità, oppure un’antica preghiera magari dimenticata «senza neppure dire – addio», ma alla fine, come qualcosa di indelebile e magico, «resta il ricordo  di quel / disegno intero, / un cerchio fatto con il gesso, in seconda elementare». Come a dire che la perdita non si esaurisce mai in sé stessa, perché «la memoria sale svelta, sale lassù / sino al soffitto. / Sale, corre veloce e inventa / un altro suono alle parole», come si afferma nella sezione Del sempre e del mai, dedicata al padre scomparso, nella quale troviamo altri bellissimi versi:« È questa l’onda, questo / – il respiro / che lega tutta una generazione, questa la nostra storia semplice, / scritta dentro le ossa», o ancora: «Eri la mia terra, / un ordine esatto dentro la natura». Qui la figura del padre è tutt’uno con il respiro della terra, «tra Goro e le tre foci del Po / dove il mare è farsi anguilla»», nella semplicità segnata «dalla devozione alla fatica» e dove restano le cose a lui appartenute: la matita, gli occhiali rigati, il sorriso fragile. È questo il legame con l’origine, la terra di un sempre che è stato nostro, «la casa dove / tornare ogni sera / e l’ultima che verrà». 

C’è dunque, per Gabriela Fantato, una continuità da ricercare costantemente, pur nella solitudine e nei tanti congedi dell’esistenza, che sovente diventano ritorni, o rivelano improvvisamente i legami segreti del tempo e del sangue, come tagli in un calendario segnato dall’assenza e dall’addio, «una legge muta che unisce i figli e ci fa / – padri e madri / nel nostro gran passare». Ne sono testimonianza le poesie dedicate ai figli, tra cui Nascita II, nella quale, grazie alla «meticolosa cura alla vita» viene affermata la possibilità d’imparare i nomi da dare alle cose. 

Nell’ultima sezione della raccolta, intitolata Qualunque cosa succeda, il senso di appartenenza più volte evocato e sentito come dedizione e compito, viene assediato dalla solitudine e dal tragico periodo del lockdown, dove tutto diventa «un perimetro minuscolo», «le strade adesso sono / una crepa tra oggi e la memoria» e «non si trova / la ferita aperta nella bocca, / il silenzio è intimato», mentre si aspetta «una carezza che ci salva». Emblematico il testo finale, dal quale emerge la forza della speranza e del sogno, capace di trasformare la vita in un volo che sconfigge la solitudine: «Vieni, sono qui, / nella fragilità dei giorni, / insieme saremo mille occhi, / un bosco dentro i passi / e i racconti / salvati dal crollo». È quell’esigenza di «un balzo», già evocato in precedenza, per affrontare la vita e dirla e sentirla in un altro modo, in una cantilena, in un linguaggio diverso, come una storia a cui credere ogni giorno, anche se siamo «frammenti  che solo i santi / sanno vedere». 

Dobbiamo essere grati a Gabriela Fantato per questo suo libro: una raccolta destinata a restare, una prova alta e sobria al tempo stesso, una testimonianza poetica (ed etica) di cui sentivamo il bisogno.

Mauro Germani

venerdì 15 settembre 2023

Manuel de Teffé - C'era una volta a Roma


 Manuel de Teffé, C’era una volta a Roma, Readaction, 2023

Il romanzo di Manuel De Teffé, C’era una volta a Roma, ci riporta agli inizi degli anni Sessanta,  quando il cinema italiano, dopo l’uscita nel 1964 di Per un pugno di dollari, non sarà più lo stesso. Il film, realizzato con un budget piuttosto basso, è firmato da Bob Robertson, ma è in realtà Sergio Leone, mentre il protagonista è Clint Eastwood, attore americano pressoché sconosciuto. Molti interpreti sono italiani, però i loro nomi sono celati dietro pseudonimi americaneggianti, come nel caso del coprotagonista Gian Maria Volonté, che usa lo pseudonimo di John Wells. Persino la colonna sonora è attribuita a un certo Dan Savio, dietro il quale si nasconde il vero autore, cioè il maestro Ennio Morricone. Sorprendendo tutti, il film in Italia incassa, in un anno di programmazione, quasi due miliardi di lire. 

Comincia così la straordinaria avventura del western all’italiana, che vedrà la produzione di oltre cinquecento film, naturalmente non tutti di qualità, anche se parecchi di essi, in anni recenti, sono stati giustamente rivalutati e apprezzati grazie al contributo di  Quentin Tarantino. Certo è che dopo Per un pugno di dollari, la rivoluzione cinematografica di Sergio Leone diviene per molti registi e sceneggiatori romani un modello da seguire. Vengono adottate le modalità espressive più appariscenti del suo cinema: inquadrature ricche di dettagli, primissimi e  primi piani, personaggi che lottano per la loro sopravvivenza e agiscono perlopiù motivati dalla vendetta o dalla sete di denaro, violenza esasperata, dialoghi brevi, sarcastici, a volte – nei casi migliori – addirittura aforistici. Artigiani del cinema si danno da fare, cercano nuove soluzioni per sorprendere il pubblico, elaborano situazioni e personaggi originali, agli antipodi del western americano tradizionale. Nascono i protagonisti di un filone popolare irripetibile, dominato dai vari Ringo, Django, Sartana, Sabata, con i loro abiti “vissuti” o stravaganti (poncho, mantelli neri, spolverini): essi spesso appaiono avvolti da un’aura mitica e quasi mistica, oppure sono eroi che vivono una solitudine estrema, cupa, ossessionati dal proprio tragico passato. 

Manuel de Teffé, figlio di Antonio de Teffé, in arte Anthony Steffen, uno dei maggiori protagonisti del western all’italiana (ne interpretò ben ventisette), rievoca il periodo in cui suo padre, fino ad allora attore teatrale, decide di dedicarsi al cinema western emergente, grazie alle sollecitazioni della fidanzata che diverrà poi sua moglie, Antonella. Con una narrazione assai avvincente, che va aldilà della semplice biografia – la quale viene trasfigurata per comporre un vero e proprio romanzo –  de Teffé ci consegna un’opera al tempo stesso godibile e stratificata. Elementi reali e d’invenzione si fondono in modo sorprendente e caratterizzano con efficacia il periodo storico della vicenda e i personaggi coinvolti. 

Si possono rinvenire nel libro almeno quattro fattori o nuclei narrativi, che interagiscono tra loro e che concorrono alla struttura del libro.

Il primo, cioè quello centrale, è costituito dalle figure di Antonio de Teffé  e della moglie. La loro è una storia d’amore appassionata e contraddistinta da un mix di intelligenza, ironia e cultura. I loro dialoghi e le loro lettere hanno un che di scoppiettante come nelle migliori commedie brillanti. Sarà proprio Antonella a convincere Antonio a dedicarsi al cinema western e a inventare lo pseudonimo di Anthony Steffen. Pur nelle loro differenze caratteriali, essi formano una coppia in qualche modo irresistibile, di rara e raffinata complicità. 

C’è poi il secondo elemento, quello collettivo, cioè propriamente storico, in cui agiscono i personaggi: è l’ambiente degli anni Sessanta, con gli entusiasmi e le contraddizioni di quel periodo: da una parte le proteste contro la guerra in Vietnam, le paure della guerra fredda e delle minacce nucleari, dall’altra le speranze dei giovani hippy e l’eccitazione dei cineasti romani per le produzioni western e il sogno del successo. È un piano che fa da sfondo a tutta la vicenda, ma che non deve essere considerato secondario, anzi: esso determina il clima particolare che le pagine del libro trasmettono al lettore.

Vi sono inoltre i personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti: un guru di recitazione russa, che si basa sul metodo Stanislavskij, un regista ebreo di documentari, affetto da narcolessia, e un anziano imprenditore di grissini che vuole realizzare un film tratto dal suo manoscritto segreto: Niente dollari per Django. Sono personaggi ben calati nel loro ambiente e ben delineati: muovono la storia, con il loro linguaggio, le loro gag, il loro modo di essere, che si confronta con il mondo diverso e aristocratico del protagonista, il futuro Anthony Steffen del cinema western. 

Infine, a ben vedere, si può cogliere tra le pieghe del libro una dimensione più nascosta, misteriosa. Abbastanza frequenti sono, qua e là, i riferimenti a Dio, soprattutto nella relazione tra Antonio, che si dichiara non credente, e Antonella, che invece è assai devota. Non c’è, però, tra i due una contrapposizione schematica, e lo stesso ateismo di Antonio sembra talvolta cedere alla richiesta di un aiuto superiore, a una domanda spirituale. E leggendo attentamente il romanzo non si può non avvertire una sorta di soffio magico, che permea l'intera storia narrata. Ciò non riguarda solo l’avventura cinematografica del western all’italiana, con quanto di ingegno e di creatività ha saputo concentrare  tra gli anni Sessanta e Settanta (condizionando, tra l’altro, la stessa cinematografia western americana, che si è trovata inaspettatamente debitrice dei nostri film), ma anche i personaggi principali del romanzo: eroi, in qualche modo, predestinati, colti dall’autore agli inizi della loro eccezionale impresa. Un’avventura davvero senza precedenti, in cui Anthony Steffen sarà uno dei volti più popolari del nostro cinema western. Questo romanzo è indubbiamente anche un’occasione per ricordarlo e riscoprirlo come merita. 

Mauro Germani