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martedì 7 ottobre 2025

Franco Riva - La domanda di Caino. Male, Perdono, Fraternità


Franco Riva, La domanda di Caino. Male, Perdono, Fraternità, Castelvecchi, 2016

Al centro di questo libro di Franco Riva, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vi è la strana domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?», che troviamo nell’Antico Testamento. Come interpretarla? È solo un tentativo di fuga, un modo di non rispondere alla domanda di Dio: «Dov’è Abele, tuo fratello?», oppure implica altro? È opportuno, inoltre, aggiungere che, prima della domanda suddetta, Caino afferma di non sapere dov’è suo fratello. Che cosa egli davvero non sa?

Insieme a questi interrogativi, Franco Riva mette in luce il concetto di responsabilità, che è insito nella parola custode utilizzata da Caino. La stranezza delle parole di Caino consiste nel fatto che esse dicono di una responsabilità al contrario, tenendo insieme «tutto e il contrario di tutto: vita e morte, sapere e non sapere, fratelli e nemici, fratelli e responsabili, uomo e uomo, uomo e Dio, male e bene, violenza e vendetta, colpa grave e giustizia, imperdonabile e perdono». 

Sta di fatto che la domanda di Caino, secondo Riva, «non è più dimenticata perché risuona per la prima volta la parola delle parole, la responsabilità per altri. Non è più dimenticata perché proibisce di parlare di “umanità” (di “fraternità”) al di fuori di un farsi responsabili». Si tratta di una responsabilità che è legata all’umano, nel senso che è antecedente all’umanità, in quanto il «non so» di Caino ci rivela che non si può sapere nulla di umano prima di essere responsabili. Ed è proprio la riflessione su questo punto che induce l’autore a trattare, in modo molto radicale e al tempo stesso per nulla dogmatico, tre temi cruciali della nostra esistenza, tre nodi difficili da districare, segnati come sono da ossimori, ambiguità e contraddizioni: il male, il perdono, la fraternità, che a ben vedere, convivono enigmaticamente nella domanda di Caino. 

Nel suo percorso, Franco Riva si avvale di numerosi riferimenti sia letterari (Cervantes, Dostoevskij), sia filosofici (Arendt, Buber, Derrida, Jankélevitch, Jonas, Kierkegaard, Lévinas, Marcel, Ricoeur, Schmitt), mediante una scrittura attenta e incisiva, ma soprattutto evidenziando la complessità di tali problematiche, che invece sovente sono vittime di banalità e semplificazioni.

A proposito del male, Riva ritiene che occorre affermare la sua realtà («Bisogna smetterla di dire che il male non esiste»). Il male c’è, si può e si vuole. Non è qualcosa di astratto, né un incidente o un’eccezione all’interno della storia dell’uomo e del mondo. Quando si tenta di spiegarlo e di giustificarlo, «viene ridotto a un’idea di tecnica», qualcosa di non funzionante nella macchina del mondo, «qualcosa di riparabile, di aggiustabile». Il male invece è qui, è nel volto ferito di chi soffre, «mio o degli altri. Degli altri soprattutto». Anche le grandi elaborazioni teoriche rischiano di oscurare la realtà del male. Se da un lato c’è «una filosofia rassegnata del pessimismo», dall’altro c’è «una filosofia bonaria dell’ottimismo che lavora soltanto, chissà se per motivi esortativi o rassicuranti, sullo sbiancamento della notte del male». Ma il male non si riduce, si incontra, e di fronte a esso «non tiene né il pessimismo né l’ottimismo». Nel faccia a faccia con il male allora c’è posto per la pietas nei confronti del volto ferito, c’è la condivisione e c’è la compassione. Pensare il male in modo autentico significa sottrarlo al «ripiegamento intimistico» e pronunciare non solo l’aggettivo mio, ma anche nostro. Afferma Riva:« Le teorie e le teodicee servono anche, mentre spiegano e giustificano, a distrarre da questo male che è nostro». E aggiunge: «Male nostro, male irriducibilmente sociale e politico: nostro come la “speranza”. Male suscitato non così lontano da dove siamo noi. Male mai giustificato». Ecco allora che il discorso relativo al male è attraversato dalla responsabilità, che vuol dire comunione, nel senso di uscire dal proprio centro, nella consapevolezza che il male nel suo paradosso «annuncia una morte mentre ricorda la vita» e «dice la vita mentre testimonia una morte». Questo carattere aporetico del pensiero sul male non deve pertanto significare una rinuncia, perché «il fatto di non comprendere il male invita al contrario a ripartire con maggior forza e vigore con un pensare diverso. L’aporia infatti non è un punto d’arresto, un pantano, ma una conquista». Ciò che Franco Riva sottolinea è che il male «non può/non deve ritrovarsi a essere pienamente giustificato», se vogliamo che esso non abbia l’ultima parola.

Per quanto riguarda il secondo tema, cioè quello del perdono, viene affermato che «la lotta del perdono è una battaglia per la libertà», perché è la lotta per la speranza quando sembra vincere la disperazione. Kierkegaard in La malattia mortale sostiene che la disperazione della remissione dei peccati deriva dalla coscienza di chi si trova nell’angoscia per il bisogno di perdono, ma rifiuta lo scandalo del perdono. Del resto, se da un lato è importante la coscienza del male, dall’altro è anche vero che «il perdono è difficile perché sta – se sta – nella ferita, nel faccia a faccia di una vittima e di un colpevole». Non solo. Riva afferma che «si perdona solo ciò che è imperdonabile» e che «quando il perdono è possibile diventa impossibile e quando sembra impossibile si fa possibile». Non è un gioco di parole. Se il perdono è facile o scontato, non è più perdono, in quanto «un perdono leggero è complice del male». Questo perché perdonare non significa giustificare il male e la colpa: ciò che è stato fatto resta e deve restare. Il perdono non giustifica nulla e ha il coraggio di porsi di fronte al male. Non è un semplice dono. Mentre il dono rientra in qualche modo nella logica dello scambio, del corrispondere, il perdono sancisce «un’asimmetria insormontabile». Interessante è anche quanto viene scritto sul modo linguistico del perdono, in cui «avanzano parole incommensurabili come sono quelle della confessione e dell’assoluzione. […] La parola del perdono è radicalmente diversa perché non compete a tutti nello stesso modo. Un conto è confessare, un altro assolvere. Un conto chiedere perdono, un altro concederlo». Questa sproporzione tra le parole include anche il silenzio, che si riferisce al male commesso: esso in realtà è molto più forte delle parole pronunciate troppo in fretta, a volte ipocritamente, come scusanti. «Il perdono è la libertà nuda» afferma Riva, non ha logiche di convenienza e scaturisce dal farsi prossimo, in quanto – come sostiene Lévinas – «farsi responsabili dell’altro è l’unica condizione per cui nel mondo ci può essere pietà, compassione, perdono e prossimità». E alla fine del capitolo viene citata la storia esemplare di Delitto e castigo di Dostoevskij.

L’ultimo tema è quello della fraternità, che è strettamente connesso ai precedenti. Essere fratelli vuol dire essere responsabili? No, si può essere fratelli senza essere responsabili, come ci insegna la storia di Caino. Caino dice di non sapere, non sa dove si trova suo fratello, né sa qualcosa sulla responsabilità. La verità è però che la domanda di Caino non resta nel vuoto. Ci interpella, ci chiede cosa sia veramente la fraternità e cosa significhi essere responsabili. Inoltre è da rilevare che tale domanda non è impersonale, non parla di un noi generico, ma dice io. L’uso di questo pronome è importante perché significa che a essere responsabile è un io, cioè che la responsabilità è prima di tutto personale e in tal senso dona all’io un nuovo significato. Secondo Lévinas, infatti, «la parola Io significa Eccomi, rispondente di tutto e di tutti»: sono sì unico e irripetibile, ma solo nella responsabilità per l’altro.

Franco Riva scrive che «nel mito biblico la fraternità sorge insieme alla responsabilità e sprofonda in una domanda che resta aperta. Non perché non abbia risposta, ma perché tenere aperta la domanda è la sua vera risposta», facendo però attenzione che «la morte non sia più forte, non sia in nome della stessa fraternità», come spesso è accaduto e accade.

Per concludere, la lettura di questo libro, che contiene innumerevoli spunti e interrogativi oltre a quelli qui indicati, è assai raccomandabile in un mondo in bilico come il nostro, in cui il prossimo è spesso considerato un nemico da abbattere e la parola responsabilità sembra scomparsa. 

Mauro Germani

lunedì 6 febbraio 2023

Domenico Notari - 9, la rabbia del rivale

 


Domenico Notari, 9, La rabbia del rivale, Castelvecchi 2018

C’è una doppia narrazione nel romanzo di Domenico Notari 9, La rabbia del rivale: quella della seconda metà del Settecento e quella degli anni Settanta del Novecento, che – come in un gioco di specchi – si riflettono fino a confluire magicamente una nell’altra, al di là di ogni barriera temporale. Grazie alla mirabile fluidità della scrittura e alla sapiente struttura del romanzo, i personaggi sono destinati a incontrarsi, in un confronto che per il lettore vuol dire curiosità e partecipazione, pagina dopo pagina. 

La storia dell’architetto settecentesco Mario Gioffredo e del suo nemico Luigi Vanvitelli, a cui è ingiustamente attribuito il progetto della reggia di Caserta, si unisce a quella del giovane Silvestro Donnarumma, assistente universitario nella Napoli del 1976. Quest’ultimo, infatti, decide di partecipare al concorso per assistente ordinario presso la Facoltà di Architettura, ma i suoi studi e le sue ricerche intorno alla misteriosa sparizione dei disegni del «perdente» Gioffredo – di cui intende rivalutare l’opera, ricordando le parole di Elio Vittorini, secondo cui «gli uomini restano inappagati e invendicati, se qualcuno non li trasforma in memoria» – suscitano le ire del professor Scarpati, accademico santoficcóne (con «la sua giacca di tweed, un paio di pantaloni di velluto e un paio di polacchine accordati ai colori dell’autunno»), tipico esponente di un periodo fortemente ideologizzato e infestato dagli atteggiamenti alla moda e opportunisti di certi intellettuali.  Così le falsità, le ambizioni e le rivalità dell’ambiente universitario (si veda la figura del fàuzo Egidio Di Salvo, collega di Donnarumma, con il suo «sguardo borioso e pavone, i baffetti distesi e priàti» e la sua Montblanc Boheme che sprigiona «lampi preziosi»), si sovrappongono, nel clima di violenza estremista del tempo, alle passioni, alla sete di gloria, alla corruzione e alla slealtà dei tempi di Carlo di Borbone e di Ferdinando IV. 

Notari è molto bravo nel delineare con efficacia, e spesso con ironia, i caratteri dei personaggi, e nel descrivere i vari ambienti della vicenda. Con taglio che si potrebbe definire cinematografico (perché, infatti, non trarre un film, da questo romanzo?), i vari scenari ci vengono incontro con la naturalezza delle luci, dei colori e delle situazioni che li animano: piazze, vie o viuzze, case popolari o palazzi, porti trafficati o marine solitarie, volti o corpi, cibi esposti o cucinati risaltano sulla pagina con grande vividezza, e sempre a sottendere l’anima dei personaggi, la loro ansia o la loro malinconia, la loro rabbia o la loro ipocrisia, la loro solitudine o il loro desiderio d’amore (come la tenera Teresella, moglie di Gioffredo, «esperta di piccole e domestiche magie»). Ecco allora la Napoli che palpita, che freme, che sogna, ma anche quella della corruzione, dei troppi padroni stranieri, la Napoli che per Gioffredo è simile a «una donna formosa e seducente pronta ad andare con tutti». È la città che Donnarumma  scopre con le sue ricerche e i suoi studi, ma che in fondo sente ancora attuale. E come non pensare, anche noi, alle invidie, alle gelosie, alla smania del successo, ai favoritismi e alle consorterie di ogni genere, che ancora oggi imperversano in vari ambiti? O alle mode culturali, di cui sono espressione sedicenti artisti o intellettuali? 

Il romanzo di Domenico Notari si rivela un’opera dinamica e vivace, ma al tempo stesso composita e stratificata, caratterizzata da una suspense crescente, che deriva dall’astuto piano di vendetta che il giovane Donnarumma, cane sciolto non intrappolato in schematismi ideologici, elabora nei confronti del professor Scarpati e del suo collega Egidio Di Salvo: sono pagine che si leggono con il fiato sospeso e che riservano non poche sorprese. Inoltre le espressioni gergali e dialettali, disseminate nel testo, non appesantiscono mai la narrazione, anzi la rendono mobile, realistica, ricca di sfumature, all’interno di una cornice storica ben curata e precisa, che certamente deve aver richiesto all’autore lo studio scrupoloso e attento di un’ampia documentazione.

Mauro Germani


lunedì 19 dicembre 2022

Ivo Flavio Abela - Soggiorno a Optina. Discesa nell'anima russa

Ivo Flavio Abela, Soggiorno a Optina, Castelvecchi 2021

Libro insolito, di notevole interesse e di grande fascino, questo Soggiorno a Optina di Ivo Flavio Abela. Come recita il sottotitolo, si tratta di una vera e propria «discesa nell’anima russa», una testimonianza di rigorosa e intensa passione da parte dell’autore nei confronti della spiritualità, della storia e dell’iconografia della Madre Russia. 

La struttura portante dell’opera è costituita da un diario redatto da Ivo Flavio Abela nell’aprile del 1993 e successivamente integrato negli anni 2018-2020, nel quale, in modo sorprendente, ci imbattiamo in una narrazione stratificata e multiforme, ricca di informazioni storiche, letterarie e pittoriche, accompagnate da una scrupolosa documentazione, che costituisce una vera miniera di notizie, aneddoti e citazioni (sono presenti nel volume anche otto illustrazioni e un’ampia bibliografia), insieme a rimandi interni, notazioni personali,  moti dell’anima, meraviglie e misteri, che rendono la lettura scorrevole e accattivante, nonostante la complessità dei temi e degli argomenti affrontati. 

Al centro di tutto vi è Optina Pustyn’, il più famoso monastero di Russia, nel quale l’autore soggiorna, nel periodo sopracitato, durante la Pasqua ortodossa, e a pochi anni di distanza dalla restituzione dello stesso monastero, da parte del regime sovietico, alla Chiesa Ortodossa. E subito Optina  si rivela come il luogo storico e sacro di una spiritualità che non smette di esercitare la propria influenza e il proprio fascino come nel passato. Le figure di Gogol’, Dostoevskij, Tolstoj e altri autori sembrano essere in qualche modo ancora presenti: le loro vicende, infatti, vengono rievocate, tra un’annotazione diaristica e l’altra, in modo conseguente e spontaneo, cosicché la cronaca del presente s’intreccia costantemente con l’enorme patrimonio culturale russo, in una sorta di misteriosa attualità. La lettura del diario diviene, pertanto, duplice. Essa si configura non solo come la testimonianza di quanto visto e vissuto dall’autore, ma rappresenta anche la partecipazione sua e nostra a una conoscenza ulteriore, alla consapevolezza che i protagonisti e le opere del passato permangono, vivono ancora, al di là di ogni barriera storico-temporale, in un Oltre che nel libro è incarnato dalla guida Vasilij, uno ieromonaco dall’eccezionale carisma. Proprio costui può essere considerato coprotagonista, in quanto, come l’io narrante, apre e chiude la vicenda del soggiorno a Optina. 

Numerose sono le pagine di particolare rilievo ed è impossibile citarle tutte. Non si possono, però, non segnalare quelle dedicate a Dostoevskij e a Tolstoj e al rapporto che essi ebbero con Optina e con i monaci, e come tutto questo sia rinvenibile, a una attenta lettura, in alcune delle loro opere. Ampio spazio, in particolare, è riservato a Tolstoj, in una dimensione assai suggestiva e imprevista, che non vogliamo rivelare per non togliere al lettore il piacere della scoperta. Vale la pena citare anche i passi relativi alla vita dei cosiddetti folli in Cristo, come quella esemplare di Dobri Dobrev, o quella rappresentata da Evgenij Vodolazkin nel suo romanzo Lauro. Degni di nota sono poi i racconti delle esperienze dello stesso Vasilij e dei fratelli Kireevskij, inoltre particolarmente curiosi risultano i brani riguardanti il rapporto tra esseri umani e animali all’interno dell’universo ortodosso, come la vicenda della lupa dell’eremita Ignatij Briančanimov, o la storia del gatto chiamato Rasputin, narrata da Tichon Ŝevkunov. Molto bella e illuminante è infine l’intervista telefonica ad Andrej Tarkovskij Jr, che risponde alle domande sul padre Andrej Tarkovskij, grande regista, e su Arsenij Tarkovskij, poeta fra i più significativi del Novecento russo. Tutte figure che, insieme alle altre, vanno a comporre nel libro l’affascinante mosaico della grande tradizione spirituale russa, che Ivo Flavio Abela ha voluto consegnarci in modo così originale, mediante un lavoro tenace e appassionato, durato alcuni anni. Egli non si è arreso di fronte a un’impresa estremamente ardua e ha accettato il rischio di un’opera coraggiosa, non classificabile in un genere preciso, al di là degli schemi. Dobbiamo essergliene grati, perché la sua fatica non è stata vana. Noi, infatti, a lettura ultimata, possiamo affermare di essere riusciti a cogliere davvero l’anima russa, assaporandone la bellezza e il mistero.

Mauro Germani

 

martedì 25 ottobre 2022

Corrado Passi - Rego Park

Corrado Passi, Rego Park, Castelvecchi, 2021

Che cosa significa appartenere a qualcuno o a qualcosa? E qual è il senso, la qualità della nostra eventuale appartenenza?

Rego Park è un romanzo di domande che investono il nostro essere nel mondo, il nostro rapporto con noi stessi e con chi ci sta accanto. Sono interrogativi non espliciti, tuttavia presenti nelle pieghe della narrazione, in profondità, sotto la superficie degli eventi e dei comportamenti dei personaggi.

La storia di Ellie e Liam, i protagonisti, è segnata dal passato, da traumi che assediano l’anima, da una solitudine che sa di sconfitta. Entrambi sono dei sopravvissuti, dei superstiti di un destino avverso dal quale cercano un possibile riscatto: Ellie, negoziatrice internazionale, è rimasta vittima di un attentato in cui ha perso la vista; Liam, invece, è prigioniero del ricordo dell’amatissima moglie prematuramente scomparsa. Il loro casuale incontro a Rego Park, nel Queens, si profila come l’occasione per tentare una nuova vita, per riappropriarsi di un senso smarrito da tempo.

Lo spostamento da New York alla California è per loro una sfida che mette tutto in gioco, in una condizione di equilibrio instabile e che oscilla continuamente tra passato e presente. Perché l’ombra di ciò che è stato non si è mai dissolta completamente e il baratro della solitudine e della sconfitta è una minaccia costante. Ellie e Liam restano, infatti, personaggi sempre in bilico, ciascuno con le proprie fragilità, le proprie manie e i propri fantasmi. Che cos’è che li ha uniti veramente? Che cosa hanno cercato l’uno nell’altra? E che cosa ciascuno ha trovato? Era quello il sogno desiderato, in grado di chiudere profonde ferite?

Si comprende, leggendo il libro, che la questione non riguarda soltanto la relazione tra i due, ma qualcosa di ben più vasto e complesso e che concerne l’esistenza. La loro vicenda è una riflessione sul tempo, sul grado di consapevolezza che abbiamo di noi stessi e sugli aut-aut che la vita ci impone («Ogni nostro gesto, o parola, determina, a livello cosmico, un’immediata conseguenza, grande o piccola essa sia» si legge in un flash improvviso). A ben vedere, le perplessità, i silenzi, le delusioni, o gli slanci emotivi e le aspettative dei protagonisti ci istruiscono sull’importanza del discernimento interiore per verificare la natura e l’autenticità delle nostre azioni. Forse è proprio questa la lezione che – dopo prove anche estreme – apprendono in qualche modo i due protagonisti: il loro percorso chiede di essere reinventato in altre forme di condivisione e di appartenenza, con sincerità, senza più maschere e senza «il peso della rabbia e del rancore», perché se le cose o le persone si trasformano «in una prova costante, una sfida perenne, esse divengono, a poco a poco, il tuo nemico giurato, l’antagonista al quale, prima o poi, dovrai dichiarare la tua guerra privata». E poi: «non basta recuperarla, una vita; bisogna viverla in un modo nuovo, diverso da quello che ci ha portati a perdere la precedente».

La scrittura di Corrado Passi riesce a condurre il lettore alla scoperta dei pensieri e degli stati d’animo dei protagonisti con notevole sapienza stilistica e psicologica. La sua è una prosa ben calibrata, che sa rivelare a poco a poco,  che ammalia e incuriosisce, capace di conferire grande valore ai dettagli, agli oggetti (il Bosendorfer, tra tutti), agli ambienti (il caffè dove Ellie e Liam s’incontrano, la loro villa sulla baia di Carmel, in California, «l’ultima terra prima della fine del mondo») e ai paesaggi (Cape Town, i deserti del Medio Oriente, l’oceano con le balene) che diventano in questo modo quasi coprotagonisti, in una mirabile fusione con la vicenda narrata, secondo uno sguardo mobile e preciso, cinematografico.

Un libro da leggere e da assaporare lentamente per cogliere tutte quelle sfumature, quei riverberi sottili che palpitano a ogni pagina.

Mauro Germani

 

giovedì 1 settembre 2022

Michele Caccamo - Le sacche della rana


Michele Caccamo, Le sacche della rana. Poemetto su Pier Paolo Pasolini, Castelvecchi, 2022

 

Nel poemetto su Pier Paolo Pasolini Le sacche della rana, la voce del poeta Michele Caccamo è avvolgente, ha un respiro di molti respiri, un ritmo che si consuma e si rigenera continuamente. I versi si stagliano come immagini tra dissolvenze, come scene di un film interiore eppure materico, che miracolosamente appare.

Qui troviamo l’anima di carne di Pasolini, i suoi fuochi, le sue contraddizioni, la sua fragilità e il suo tragico destino. Troviamo l’impetuosità dei sentimenti, quelli che assalgono tra speranza e disperazione e che non danno tregua, nell’urgenza di una sfida che è anche sacrificio. Casarsa, Sacile, Roma, Ostia sono alcune delle tappe di qualcosa di ben più vasto, di una storia che dice sé stessa per dire la sua passione travolgente, di un’esistenza divorata da una fame insaziabile. Il rapporto esclusivo con la madre e quello conflittuale con il padre, il dolore per la tragica morte del fratello Guido, gli incontri con i ragazzi di vita s’intrecciano con i pensieri e i sentimenti di Pasolini al di là di ogni facile retorica.

Ciò che colpisce è invece la verità scomoda della poesia, come via alternativa per parlare di un personaggio non in modo semplicemente biografico, ma sofferto, visionario e, al tempo stesso, puntuale. È infatti questa la scommessa poetica vinta da Caccamo, in quanto il lettore percepisce, a ogni pagina, la concretezza e la fisicità dell’anima pasoliniana, il suo dibattersi estremo. Così la furiosa dolcezza e la solitudine esistenziale e politica di Pasolini si scontrano inevitabilmente con un’Italia in trasformazione, votata a una deriva antropologica e sociale inarrestabile: quella dei polli d’allevamento del consumismo («Carosello era Gesù che moltiplicava il consumo e diceva è finita la penitenza è ormai tutto a portata di mano»), di una sacralità smarrita («Paolo VI disse che la gente non sapeva più che farsene della Chiesa perché era diventata un folclore un qualsiasi prodotto tenuto fermo sul mercato») e di un potere feroce e assassino («io so conosco i mandanti»). E poi il racconto, a frammenti, tesissimo, trepidante, di quell’ultima notte, come un giallo davvero troppo complicato e troppo semplice, Pino con «la camicia annerita dagli scappamenti delle auto», la cena in trattoria, Ostia «piena di fosse di rane», Pasolini disperato, tenero e fragile, il mare che «rotolava aveva freddo», quell’amore pagato e massacrato, e infine Ninetto chiamato per il riconoscimento e che «stava per perdere i sensi».

Un destino che grida come una domanda o una preghiera spezzata. Perché forse Pasolini continua a essere ucciso e la sua morte, il suo strazio non sono finiti. E questo non solo a causa dei troppi interrogativi irrisolti circa il suo assassinio, ma anche perché egli è stato l’ultimo grande intellettuale che abbiamo avuto. Dopo di lui, il nulla. L’agonia di Pasolini è oggi nella resa all’orrido che viviamo, come afferma Michele Caccamo.

Mauro Germani