«Fin
dalle prime pagine di questa narrazione il nome familiare di
Mouchette l’ho sentito imporsi con una tale naturalezza che non mi
è stato più possibile mutarlo. La Mouchette della Nuova
storia non
ha in comune con la Mouchette del Sole
di Satana che
la stessa tragica solitudine nella quale le ho viste tutt’e due
vivere e morire. All’una e all’altra Dio usi misericordia».
Così
Georges Bernanos scrive nell’introduzione al suo libro Nouvelle
historie de Mouchette,
pubblicato nel 1937 (la prima edizione italiana risale al 1946 presso
Mondadori). Entrambe le ragazze condividono infatti un destino
tragico di solitudine selvaggia,
anche se la condizione di Germaine Malorty (chiamata Mouchette dal
marchese di Cadignan in Sotto
il sole di Satana),
risulta in fondo ben più drammatica: non è taciturna come la nuova
Mouchette, parla provando il gusto della menzogna, commette un
omicidio, è agitata dalla lussuria e dalla follia, ed è inoltre
definita come «la
piccola serva di Satana». Sono certamente accomunate dalla
disperazione, da un’infanzia umiliata, da un cieco desiderio di
rivolta, da un’emarginazione che non trova riscatto, ma in questo
nuovo personaggio è possibile riconoscere maggiormente la vittima
di
un ambiente ostile e degradato, tanto che Bernanos manifesta nei suoi
confronti una grande tenerezza, che è – secondo Albert Béguin –
«del tutto simile allo sguardo dei preti bernanosiani», ossia
«un’attitudine verso la sua eroina, un impegno totale
dell’autore». In questo romanzo breve non compaiono sacerdoti né
scrittori, il nome di Dio è assente, tuttavia occorre rilevare
l’importanza del non-detto,
di ciò che traluce in filigrana dalla scrittura: un atteggiamento di
compassione, che è comunque traccia del soprannaturale.
A una
lettura attenta, male,
predestinazione e mistero della divina misericordia s’intrecciano
non in modo esplicito, ma attraverso il comportamento, le poche
parole e i pensieri confusi di Mouchette. Ragazza di quattordici anni
che non ha mai conosciuto una vera carezza, dal corpo gracile e spesso livido di percosse e graffiato dai rovi, cresciuta nella miseria e
nell’abbandono (la madre malata fino alla morte, il padre
alcolizzato e violento), cova in sé una ribellione muta, un disgusto
verso tutto e tutti, un istinto di fuga da quel mondo che rifiuta: il
paesaggio plumbeo e desolato dell’Artois (comune in molte opere di
Bernanos), la maestra rigida e ipocrita, le compagne troppo diverse e
distanti. Estranea a sé stessa e agli altri, Mouchette conosce
unicamente la propria solitudine.
Come ha ben scritto Antonio Corsaro
nella prefazione al volume pubblicato dalle Edizioni Logos nel 1980,
«non
è del cielo, Mouchette, perché il cielo è lontano. Non è della
terra, perché la terra non la comprende e la respinge». È una
creatura predestinata come altri personaggi di Bernanos, e per questo il suo è un destino che ha a che fare col mistero – un
mistero carnale e insieme intimo, indicibile. Ella «corre, con la
testa bassa, con un debole lamento, quello dell’animale inseguito
che compie il suo sforzo supremo», testimoniando così una tragica
ineluttabilità. E proprio in questa corsa c’è il mistero, ciò
che nemmeno Mouchette saprebbe spiegare, l’indecifrabile che
governa i suoi gesti, la disperazione che a volte diventa una strana
forma di speranza. E c’è in fondo la predestinazione.
I
predestinati non sono forse delle anime segnate, dei posseduti
nel
bene e/o nel male, come Donissan e la prima Mouchette (Sotto
il sole di Satana).
Cénabre, Chevance, Chantal (L’impostura
e
La gioia),
il
curato d’Ambricourt (Diario
di un curato di campagna),
il signor Ouine
(Monsieur
Ouine)
e altri ancora?
In
loro e tramite loro non si rivelano forse potenze superiori,
soprannaturali, attestate dallo spirito d’infanzia e dalla santità,
oppure dalla sfida tremenda delle tenebre?
La storia di Mouchette è
all’insegna della violenza, di una serie di eventi tragici.
Allontanatasi da scuola per spiare non vista le compagne e la
maestra, si perde poi nell’oscurità del bosco sotto un violento
temporale, infine incontra il bracconiere Arsène che è ubriaco e la
conduce in una capanna dove abusa di lei e le racconta di avere
ucciso, durante una lite, il guardiacaccia Mathieu. È la notte
fatale di Mouchette; la notte della sua ferita e del suo segreto; la
notte in cui, una volta a casa, assisterà all’agonia e alla morte
di sua madre; la notte che è preludio al gesto estremo della mattina
seguente. Pur ferita da quanto accaduto, non odia Arsène, anzi prova
per lui un sentimento confuso e strano, perché egli ha mostrato in
qualche modo interesse nei suoi confronti. Ella non esiterà poi a
dichiarare, con un misto di ingenuità e di ribellione, al
guardiacaccia Mathieu (che in realtà non è stato ucciso) e alla
moglie di quest’ultimo, di essere l’amante di Arsène. Ma un
altro evento determinante l’attende: l’incontro con la vecchia
sacrestana Philomène, personaggio che mostra una gelida pace e che
ha l’abitudine di andare a vegliare per ore e ore ogni morto del
paese. La vecchia parla in modo suggestivo a Mouchette del suo
speciale culto dei morti e le dona un pacchetto contenente l’abito
di mussola di una ragazza morta di tisi. Inoltre Philomène – che è
stata associata da alcuni critici a Monsieur Ouine per la sua
capacità di svuotare la vita, di nullificare l’intimità di chi le
sta intorno – riuscirà a farsi confidare da Mouchette il suo
segreto.
Che cosa resta ormai alla povera ragazza? La morte sembra
non aver fatto altro che chiamarla nel giro di poche ore, dalla notte
di sabato alla domenica mattina. Numerose morti l’accompagnano:
quella falsa di Mathieu, quella apparente di Arsène (quando ha nella
capanna una crisi epilettica), quella della madre, quella del nonno
(che Mouchette talvolta ricorda), quella della giovane tisica, quella
dei morti vegliati da Philomène. Nient’altro che morte. Così
Mouchette, raggiunta la cava di sabbia, sente una voce parlare al suo
cuore, «come un animale ascolta quella del suo padrone che lo incita
e lo calma. Assomigliava alla voce della vecchia sacrestana, ma anche
a quella di Arsène e talora prendeva addirittura l’accento della
signora maestra. Naturalmente era una voce che non parlava alcun
linguaggio. Era un confuso sussurro, un mormorio, e sempre più
fievole. Poi tacque del tutto». Mouchette si lascia scivolare
nell’acqua del piccolo stagno, obbedendo a un impulso misterioso.
Che dire di questa morte voluta? Bernanos scrive che «il gesto del
suicidio spaventa soltanto coloro che non sono tentati di compierlo,
che forse non lo saranno mai perché il nero abisso non accoglie che
i predestinati. Colui che possiede la volontà di morte ancora non lo
sa, se ne renderà conto all’ultimo istante». Viene da domandarsi:
può essere quello di Mouchette un inconsapevole suicidio
celeste,
l’ultima vera realizzazione del suo desiderio di fuga, un
abbandono della terra per approdare altrove, al cielo? L’anima di
Mouchette non appare chiusa del tutto, e lo prova la sua strana voce di gola, che
talvolta si muta improvvisamente in canto (quel canto che lei detesta in presenza della sua maestra), una specie di dono segreto e
misterioso, un «filo
di voce che sembra spezzarsi e non si spezza, stelo di cristallo,
simile a una minuscola barca in cima a una montagna di schiuma».
Diverse sono state le interpretazioni del romanzo, tuttavia occorre considerare il testo all’interno della produzione
di Bernanos, nella quale – come già evidenziato – i temi
dell’angoscia, del male, dell’infanzia, della grazia redentrice
e/o del paradosso divino sono centrali. Vale la pena ribadire allora
l’importanza della scrittura dell’autore, il suo sguardo
particolare e tenero verso la sofferenza della piccola protagonista,
e quanto scrive nell’introduzione al libro.
Da aggiungere, in
conclusione, che nel 1967 uscì il film di Robert Bresson Mouchette.
Tutta la vita in una notte,
tratto dal romanzo di Bernanos. A tal proposito, il regista ebbe modo
di dichiarare: «Ho
voluto far morire Mouchette col sorriso sulle labbra: una morte che
non è fine, ma principio. Il Magnificat
di
Monteverdi, che ho inserito nella sequenza finale, suggerisce infatti
la speranza di Mouchette: che la morte non è la fine, ma l’inizio
di una nuova vita, in cui Mouchette troverà la rivelazione di
quell’amore che sulla terra ha intravisto a stento» (in "L’avvenire d’Italia", 10 maggio 1968).
Mauro Germani
A proposito di Bernanos, su questo blog:
Diario di un curato di campagna
Citazioni dalle opere di Georges Bernanos
