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venerdì 27 settembre 2024

Nota di lettura di Marco Ercolani a "Reticenze"



Ringrazio Marco Ercolani per la sua nota di lettura a Reticenze (Fallone editore, 2024), pubblicata su Art-blog/Scritture: QUI 

sabato 30 dicembre 2023

Domenico Notari - I borghi invisibili

 


Domenico Notari, I borghi invisibili, Officine Pindariche, 2023

Originalità e invidiabile freschezza narrativa contraddistinguono quest’ultimo libro di Domenico Notari: quattro leggende inventate dall’autore e poi drammatizzate nei paesi campani in cui sono ambientate: Palomonte, Serre, Roscigno Vecchia e San Cipriano Picentino. Località poco conosciute in provincia di Salerno (e una di queste, Roscigno Vecchia, ormai abbandonata) che, grazie a questi racconti, diventano protagoniste di sorprendenti e particolari vicende gotiche. Infatti, come afferma Giulio Leoni nella prefazione, quello di Notari  è «un gotico italiano, contaminato con alcune caratteristiche dei nostri popoli», cioè legato alla cultura e alla storia del nostro Paese. 

Ed è proprio per questo che non si può non appassionarsi alle storie dei vari protagonisti. A cominciare da quella di ‘O signurino, esperto nell’arte dell’orologeria e «vero genio della meccanica», artefice di un automa che, con uno sberleffo, dà vita a una rivolta popolare. Segue poi il racconto tenero e misterioso dell’eroica e fedele cagnolona Diana, «un vecchio molosso dal manto fulvo», del re Ferdinando IV di Borbone. La terza leggenda vede invece protagonista il cavalier Mazzeo, «un giovane alto, bruno, la corporatura robusta, il giustacuore sgualcito e impolverato», che viene attratto da un ammaliante canto femminile proveniente dalle acque di un lago profondissimo e senza nome. Conclude la raccolta la vicenda del “fanciullin cortese” che, proveniente da un passato lontano, assiste e protegge, in nome della poesia e della cultura, nonché di un’umana fratellanza, un giovane destinato  a diventare poi un illustre filosofo.  

Domenico Notari ci restituisce l’antica  memoria di questi borghi invisibili in modo vivace e accattivante, mediante un gioco sapientemente orchestrato tra storia e immaginazione, dove la fantasia diviene reale e il reale svela il suo lato nascosto e magico. Le descrizioni degli ambienti e dei personaggi creano atmosfere al tempo stesso concrete e misteriose, che ben preparano nel racconto il susseguirsi di sorprese e di colpi di scena. Ciò che risulta ammirevole è la capacità dell’autore di rendere naturale la narrazione, ossia senza alcuna forzatura, in modo che il fantastico e l’imprevedibile, il misterioso e il gotico, siano tutt’uno con gli eventi reali e storici, rappresentando così la loro verità segreta. E non è forse questa la peculiarità di ogni leggenda? Non è forse questo il fascino antico delle nostre storie popolari, dei nostri borghi in via di estinzione, eppure così ricchi di tradizioni e di misteri che chiedono di essere riscoperti, prima che sia troppo tardi? 

Grazie, dunque, a Domenico Notari che con creatività e intelligenza ci consegna queste «quattro leggende per quattro tradizioni ormai mute», come recita il sottotitolo, impreziosite, tra l’altro, dalle belle illustrazioni di Enzo Lauria. Queste ultime riproducono, infatti, i momenti salienti dei vari racconti, componendo così – come in un libro nel libro – un suggestivo graphic novel. Per tutti i motivi suddetti, I borghi invisibili è una pubblicazione che non solo ci regala, in questi tempi bui e confusi, il piacere della lettura, ma può anche essere definita “da collezione”, cioè da collocare in un posto speciale della nostra biblioteca.

Mauro Germani

lunedì 16 ottobre 2023

Piero Lotito - Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin

 

Piero Lotito, Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin, Edizioni Ares, 2022

Che cosa sono i ricordi se non un altro tempo che misteriosamente ritorna con quei volti, quelle voci, quei gesti, quelle emozioni e quei sentimenti che sono stati parte di noi? Che cosa sono, se non vita dentro la vita, luci e ombre dell’anima nostra e tracce di una storia passata eppure ancora in qualche modo presente? 

Leggendo Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin di Piero Lotito, incontriamo un mosaico di ricordi nitidissimi relativi all’Italia degli anni Cinquanta, quando l’autore era un bambino e viveva con la sua famiglia a Sant’Agata di Puglia. I 468 frammenti narrativi, che compongono il libro – ciascuno scandito da un «mi ricordo» – risultano straordinariamente vividi, grazie a una scrittura puntuale e insieme scorrevole, attraversata talvolta da nostalgia o da una sottile ironia. Lotito rievoca non solo il proprio passato, ma ci consegna anche la descrizione di un mondo rurale ormai perduto, «inconsapevole specchio di tutto un costume e una cultura», come si legge in quarta di copertina. I ricordi, infatti, si intrecciano di pagina in pagina, fino a comporre un quadro assai vivace e concreto, in cui le vicende personali dell’autore sono strettamente legate all’Italia del tempo, uscita da poco dal secondo conflitto mondiale, e costituiscono pertanto una preziosa testimonianza di una memoria privata e collettiva insieme. 

Molte sono le figure che emergono dai ricordi personali di Lotito: i genitori e i fratelli, il maestro della scuola elementare, i parenti, gli amici. Ecco allora le mani svelte della madre «nel rigirare la pala per dar vento al grano o alle fave, nel dar da mangiare agli animali, nel preparare il pranzo al ritorno dei campi, nel raccogliere le spighe perdute tra le stoppie, nel distinguere le olive e le mandorle buone dalle marce, nell’infornare il pane…»; o il modo di raccontare del padre, «la sua capacità di dare struttura alla storia e di creare attesa e profondità», tanto che i suoi racconti furono per l’autore «le prime lezioni di letteratura». Ecco il maestro Raffaele, con i baffi neri, alto, sempre con la cravatta, dall’aspetto severo, ma non avaro di sorrisi: si percepisce quanto sia stato importante per i suoi preziosi insegnamenti di vita (tra tutti: «Al mondo esiste una sola razza: la razza umana»; e ancora: «Il culto dei defunti è sacro, è un segno di civiltà dei popoli»). Ecco lo  zio Aronne del titolo, o la zia Gerardina, che «lasciava sempre qualcosa nel piatto perché diceva che è buona creanza». Ed ecco i compagni e gli amici con i quali l’autore condivideva giochi poveri ma creativi, spesso offerti dalla stessa natura e arricchiti da un pizzico d’ingegno. O le ingenue fantasie a cui abbandonarsi: «Mi ricordo che Mario voleva seminare monetine per far nascere alberi carichi di monete. Io meditavo invece di mettere sotto terra alcuni pesciolini fritti per ottenere alberi con tanti pesci fritti appesi ai rami». O ancora le avventure degli eroi dei fumetti, come ad esempio Tex Willer e il suo amico Kit Carson. Non mancano, poi, i racconti drammatici della guerra recente, narrati dai protagonisti, o le tracce del passato scoperti dall’autore stesso, come quando a dieci anni trova per caso nella terra arata di fresco un cippo sepolcrale con il nome inglese del caduto, «una tomba in piena campagna», e poco tempo dopo non resta più niente, a causa della prima meccanizzazione, perché «alberi e viottoli, muri a secco, oggetti e manufatti che un tempo erano rispettati dall’azione leggera della trazione animale, avevano cominciato a soccombere e a sparire».  

C’è ovunque il mondo della campagna con i suoi tempi e i suoi riti, gli animali (in particolare i cavalli), le feste popolari e religiose, vissuto da Lotito prima dell’avvento degli anni Sessanta e dei cambiamenti che segneranno il nostro Paese. Il tutto restituito con grande efficacia a noi lettori, pur nella consapevolezza che c’è sempre qualcosa che va oltre la parola e che risulta indicibile e importante, qualcosa di preciso e indefinito «come il sogno stesso».

Mauro Germani

martedì 18 ottobre 2022

Letizia Dimartino - Le città degli altri


 Letizia Dimartino, Le città degli altri, Archilibri, 2022

In quest’ultimo libro di Letizia Dimartino il tempo è sempre perduto e sempre ritrovato, è un movimento circolare il cui diametro si concentra  e si espande continuamente. È una sorta di eterno ritorno dello sguardo e della scrittura, tra passato e presente, dove ciò che è stato riprende a vibrare sulla pagina, come fosse la prima o l’ultima volta, vacillante eppure ancora  nitidissimo, preciso, prima della sparizione. Ogni esperienza vissuta  ha l’intensità, la meraviglia, l’incanto di ciò che è stato unico, ma che pure a frammenti riappare, tocca l’anima, chiama per configurare un destino. Lontano e vicino si cercano, s’incontrano, s’interrogano. 

Chi scrive sa di questa dimensione ambigua, di questo essere fantasma tra i fantasmi. Eppure le città evocate (più che rievocate) da Letizia Dimartino giungono a noi quanto mai concrete. Milano, Roma, Messina, Catania, Napoli, Bologna palpitano con la loro vita dentro la vita: non sono mai sole, sono popolate dall’esistenza, dagli appuntamenti degli anni, dai sogni, dalle paure, dalle speranze, dai dispiaceri e dalle malattie, in un groviglio inestricabile di verità e di mistero. Ogni città ha una propria anima con cui l’autrice si relaziona. Uomini, donne, strade, case, nonché voci, rumori, stanze, cibi, abitudini,  sono certo quel che sono ma, al tempo stesso, diventano altro: domande inespresse, desideri segreti, amori implorati, illusioni, presagi, timori o aspettative che continuano a parlare e che ci interpellano. Perché è specialmente ciò che di solito non ha voce a prendere vita. 

Letizia Dimartino ha la capacità straordinaria di dare anima alle cose, di presentarci dettagli e circostanze apparentemente trascurabili che assumono però un’importanza eccezionale. Sono sequenze brevi o semplici fotogrammi che – come in una pellicola scomposta eppure unitaria – a volte ritornano tra una dissolvenza e l’altra, con minime variazioni, intessendo la scrittura di soprassalti emotivi e di memorie nette nella loro esclusività, nel loro speciale esserci. Grazie ad una prosa cadenzata e ricca di valenze poetiche, spesso contraddistinta da uno stile paratattico e/o nominale, che ben si confà alla successione dei ricordi, l’autrice ci fa sentire, come in un particolare processo medianico, ciò che in passato ella stessa ha visto e sentito e oggi ancora vede e sente: e sono volti, vie, piazze, treni, stazioni, negozi, paesaggi, sapori, odori, passioni, che conferiscono al libro un valore di preziosità, al pari di uno scrigno da custodire. 

Ecco allora, tra i luoghi narrati e vissuti, delinearsi la Milano del passato, conosciuta soprattutto nei soggiorni settembrini, la Milano di un tempo, sempre amata e fantasticata, nonostante a volte mettesse paura, con la sua vita così diversa e lontana, con la nebbia o i temporali improvvisi, «il cielo basso e denso», «i taxi verde scuro», «le farmacie specchiate, i marmi lucidi», «le cassiere dalle gentilezze eccessive», la Milano dove cercare costantemente quadrifogli che avrebbero cambiato la vita. E poi Roma, la malattia della madre, gli studi medici, gli alberghi, i caffè in via Veneto, la voglia di vivere come una specie di miraggio. E il mare di Messina, la città natale, quel «vento di scirocco sempre, con le carte che si sollevavano lungo le strade diritte e le onde si facevano bianche e pure il cielo», la città che si poteva vedere anche ad occhi chiusi. E Catania con le terapie speciali per la madre, i sogni della giovinezza, le strade dove «un tempo passavano carrozze e dame con cappelli infiocchettati» e «gli aranceti splendevano, e gli sguardi erano di fuoco dietro le persiane e agli angoli delle vie». E Napoli, meta un tempo di viaggi di nozze, il padre che amava cantare le canzoni napoletane e considerava Posillipo e Mergellina i luoghi più belli d’Italia, Napoli con il suo «dialetto incomprensibile», le vie strette, e Amalfi e Capri, conservate con commozione  in «cartoline anni Cinquanta con le strade fiorite e il mare a strapiombo».  E Bologna col suo freddo estivo, «gli alberghi chiassosi le loro stanze ammuffite i copriletti di cretonne fiorato l’odore del ragù le scale buie», e la Romagna con l’allegria delle donne, i loro nomi strani, i loro «occhi che guardano diritto», senza paura. 

L’ultimo capitolo del libro è infine dedicato al Sud, luogo di luoghi, centro di ogni centro, in cui il passato va sempre incontro al presente, s’avvicina e si allontana, con le sue figure che appaiono improvvisamente in un’assenza vibrante, dentro la scrittura e il dolore della malattia. Ora ci sono «solchi di carne, solchi d’anima», strade non più attraversate e piazze abbandonate. Ma le città qui narrate, quelle che hanno acceso i sentimenti dell’autrice («la vita mia è tutta un sentimento») non si sono spente del tutto. E se è vero che la malattia le ha rese da tempo irraggiungibili, è altrettanto vero che le loro luci, i loro colori, le loro particolari atmosfere in qualche modo esistono ancora: sono i doni che Letizia Dimartino offre  a noi lettori con la sua scrittura.

Mauro Germani

lunedì 19 settembre 2022

Tiziana Bracci - Le scarpe del Papa

Tiziana Bracci, Le scarpe del Papa, Readaction Editrice, 2022

Una vita che sembra un romanzo e un romanzo che è un insegnamento di vita. La vicenda di Ivana Silvestri Cella è narrata da Tiziana Bracci con una sensibilità particolare, attenta a cogliere nell’esistenza della protagonista i segni, più o meno palesi, di «un’anima in cammino», nella consapevolezza che «nulla accade per caso» per coloro che hanno «occhi vigili». In effetti, Ivana Silvestri Cella rivela, fin da bambina, una «spiccata  intelligenza», una straordinaria attitudine all’osservazione, sostenuta da «una vivace memoria fotografica: tutto passava attraverso la sua camera oscura per essere cristallizzato e, al momento giusto, portato alla luce». 

A Montecatini, il negozio di calzature del nonno Veneziano Papini, dove il padre di Ivana, Renzo Silvestri, andò a lavorare, sarà per la protagonista la prima, incancellabile tappa di un percorso in cui sogni e progetti, non immuni da fatiche e delusioni, verranno poi premiati da incontri provvidenziali, scelte coraggiose, capacità di scartare l’inutile e succhiare «il nettare necessario». E proprio le scarpe del Papa si configurano così come il simbolo centrale di un legame particolare, di una relazione con il mistero e lo spirito, quel «filo di unione» che Ivana cercherà sempre di tenere ben saldo. La confezione delle «preziose “marocchino rosse con le fibbie d’oro”, specialità del negozio, consentirà infatti a Ivana di entrare in contatto con l’ambiente del Vaticano e, in modo particolare, con monsignor Montini, futuro Paolo VI, importante figura di riferimento per la protagonista. I continui spostamenti e viaggi che porteranno Ivana in diverse località, tra cui Firenze (dove studia al Grenoble e al British), Londra (dove instaura importanti amicizie), Parigi (dove viene assunta dall’atelier Bailmain), Roma (dove prima lavora presso l’ufficio delle pubbliche relazioni dell’Ambasciata Americana, poi apre un suo atelier nella centralissima via Gregoriana e successivamente diventa direttrice presso Driamar, negozio per bambini), Montreal (dove viene accolta dal console italiano, affezionato cliente di suo padre), New York (dove viene convocata dalla casa di moda più prestigiosa d’America, la “Donald Brooks”, e dove conosce il generale Richard Thomas Cella, che sarà poi suo marito), Miami (dove scompare nel settembre 2020) sono la testimonianza di una tenacia costante, di una ricerca coraggiosa della realizzazione di sé, mai aggressiva, e anzi sorretta da una spiritualità che non dimentica la richiesta dell’aiuto divino («Signore, salvami!»), nella ferma convinzione che «se le vie del Signore non seguono la logica umana non è colpa del Signore ma della limitatezza della logica umana». 

Dalla lettura di questo libro comprendiamo come Ivana abbia saputo conciliare le proprie legittime ambizioni di donna imprenditrice con i valori forti in cui credeva. La sua storia non è solo un esempio di emancipazione femminile coronata infine dal successo («chi l’ha detto che un cervello maschile funzione meglio di uno femminile?») ma anche di una rara capacità di riconoscere i propri errori come «necessari passaggi per progredire». Cuore e ragione sembrano trovare nella vita di Ivana Silvestri Cella una sintesi perfetta, in cui «il coraggio del fare» pare la conferma dell’evangelica parabola dei talenti. 

Ma chi è allora il vero protagonista di questa storia? Un disegno del cielo oppure «il tracciato di una mappa scritta da un impenetrabile mistero?». L’autrice Tiziana Bracci lascia aperte le domande al lettore, ma fornisce anche alcune riflessioni che conferiscono un valore aggiunto alla storia narrata: «Le esperienze fatte nella vita non sono, per se stesse, né negative né positive. La relazione che abbiamo con esse le rende un problema o una risorsa». A ciò si aggiungono le parole di Ivana: «Nell’analizzare la mia vita ho capito che a contare non è stato il lavoro, ma l’opera sublime della natura che ha scavato in me, mostrandomi l’invisibile: l’anima umana». Forse proprio in questo è racchiuso il segreto di Ivana Silvestri Cella. Quel segreto che, ovviamente, è rappresentato anche (e soprattutto) dalle «marocchine rosse con le fibbie d’oro»: le scarpe del Papa.

Mauro Germani