mercoledì 24 gennaio 2024

Antonin Artaud - Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale


Antonin Artaud, Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale. Saggio introduttivo, Lettera ad Artaud e traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, La Vita Felice, 2023

Questa pubblicazione del Pèse-Nerfs (1927) e dei Fragments d’un journal d’enfer di Antonin Artaud (1896-1948), a cura di Carmelo Claudio Pistilllo – che firma l’ampio saggio introduttivo, una lettera ad Artaud e la traduzione – è da non perdere per vari motivi. Innanzitutto perché di queste due opere giovanili di Artaud quasi nessuno si è mai finora occupato, e poi perché l’introduzione di Carmelo Claudio Pistillo risulta davvero illuminante per comprendere la vita e l’opera di Artaud, forse l’autore più estremo e tormentato del Novecento, la cui esistenza drammatica appare inscindibile dalla sua produzione multiforme e febbrile. Quest’ultima appare segnata da un desiderio incessante e insopprimibile di raggiungere un’espressività incarnata, una dimensione non cartacea o letteraria della parola, ma capace al contrario di dire la vita, di esserci, fino al sacrificio di sé, fino a divenire silenzio nella sua contesa con l’impossibile, con l’inafferrabile. E proprio la consapevolezza della frattura abissale tra pensiero e linguaggio spingerà Artaud a cercare risposte oltre il cosiddetto dicibile, al di là della scrittura comunemente intesa e del teatro occidentale, fondato sulla ripetizione inutile di una parola immobile. La sua sarà una lotta tremenda contro tutto ciò che non scuote il corpo e lo spirito, contro il risaputo, il già visto, il già sentito, e alla fine contro la letteratura e lo stile, verso cui non può che provare orrore. 
Dall’originario conflitto corpo-mente, passando attraverso la permanenza presso la tribù dei Tarahumara, indios dediti a strani riti e all’uso di peytol, pianta dagli effetti allucinogeni, al cosiddetto «teatro della crudeltà» del 1938 (il quale vuole essere «la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile», come scrisse Deridda), Artaud viene sempre più attratto e tentato dall’impossibile, da una ricerca che sfida il limite, la ragione e la stessa scrittura, in un annientamento totale del pensiero compiuto e del senso. Ed è interessante notare come già nel Pèse-Nerfs troviamo la seguente affermazione: «Tutta la scrittura è uno schifo. Tutte le persone che fuggono dal vago per definire quel che accade nel loro pensiero, sono schifose. Tutta la stirpe dei letterati è schifosa, specialmente nel nostro tempo». Sembra esserci un’anticipazione di ciò che avverrà negli ultimi anni di vita dell’autore, quando farà del corpo uno strumento di ribellione, mediante l’uso delle glossolalie, fino al delirio dell’indicibile e dei rumori corporali. 
Il Pèse-Nerfs – «una specie di stazione indecifrabile e completamente eretta in mezzo allo spirito», secondo la dichiarazione dell’autore – è un’opera frammentaria, spezzata, magmatica, percorsa da lampi in mezzo alle tenebre e al dolore («Sono un abisso totale»), che divengono paradossi, capovolgimenti di senso, pulsioni, confessioni, espropriazioni di sé, ma è anche, al tempo stesso, una testimonianza drammatica contenente i prodromi di ciò che sarà la vita e l’opera complessiva di Artaud. 
Anche i Fragments costituiscono una prova evidente dei conflitti di Artaud («È il confltto tra la mia abilità interiore e la difficoltà a esprimerla che crea il momento in cui muoio»), del suo spossessamento e della battaglia che combatte con ciò che potremmo definire la parola del suo sottosuolo
Le tappe della sua dolorosa vicenda esistenziale («questo dolore conficcato in me come un cuneo», scrive ancora nei Fragments),  che lo vedrà più volte ricoverato in istituti psichiatrici, tra cui quello di Rodez, nel quale subirà ben cinquantuno elettroshock, costellano, come una sorta di disperata via crucis, l’attività di Artaud, che rappresenta sicuramente un unicum artistico, sfuggente a qualsiasi definizione, come peraltro egli stesso desiderava. Forse, però, pare lecito azzardare che, nonostante tutto, cioè nonostante il nulla, Artaud sia stato un uomo divorato dall’assoluto e dalla vita, anche nella negazione, nel rifiuto e nella bestemmia. Certo è che la sua esistenza e la sua opera non possono alla fine non interrogarci sul misterioso rapporto arte-follia, a cui Karl Jaspers dedicò in Genio e follia un ampio studio. Senza entrare nello specifico, possiamo aggiungere semplicemente che talvolta le possibilità dell’arte in genere e le possibilità della follia si incontrano, restando indissolubilmente ed enigmaticamente legate tra loro, in quanto possibilità dell’esistenza stessa.

Mauro Germani