Chi scriverebbe oggi un libro come Giudizio universale di Giovanni Papini (1881-1956), pubblicato postumo nel 1957? La risposta è semplice: nessuno, perché nessuno nel nostro tempo sarebbe in grado di realizzare, o solamente di concepire, un’opera tanto grandiosa e profonda. Occorre sottolineare che per Papini la scrittura non fu mai un esercizio fine a sé stesso, ma una provocazione, una sfida del pensiero e della parola, una ricerca inesausta della verità in tensione estrema con la propria anima. Il suo tormentato percorso, dal periodo giovanile alla conversione del 1921 (anno della Storia di Cristo), fino alla maturità e all’ultima fase della sua vita, è la testimonianza di un impegno stupefacente, di una continua urgenza interiore, di un insopprimibile desiderio di conoscenza e al tempo stesso di liberazione, che ha come punto di partenza l’uomo, con i suoi drammi, i suoi dubbi, le sue contraddizioni, le sue aspettative e il suo mistero.
Ne è prova questo Giudizio universale, a cui lo scrittore lavorò soprattutto nel periodo dal 1941 al 1945 e successivamente nel biennio 1951-52, ma pensato ed elaborato in parte anche in precedenza: un libro davvero imponente (circa milletrecento pagine, trecentoventinove capitoli e ventuno Cori), che è il risultato di una tenacia e di una caparbietà sorprendenti, nonché di uno studio enciclopedico abbinato a una genialità fantastica in grado di affrontare temi, questioni e situazioni, spesso paradossali ed estreme, eppure possibili, del nostro essere nel mondo.
Nel Prologo si afferma che «il Giudizio è cominciato. Il nuovo cielo è deserto: non ha sole né luna né stelle». Ecco allora che «gli Angeli Accusatori interrogano e ascoltano i Risorti, prima che Dio li salvi o li danni». E «i Risorti non sono ombre, non fantasmi o spettri ma corpi veri e vivi, coi segni della loro antica condizione. La lumescenza che vien su dal suolo cenerigno svelle qua e là dalla foscaia degli assiepati qualche tratto dei volti protesi e fa brillare, nel folto delle torme, innumerevoli pupille che attendono». Ciò che segue, prima dei vari capitoli, è il Coro degli Angeli, testo di grande potenza, di cui vale la pena riportare l’inizio: «Ora che il mondo svanì come un sogno interrotto e le stelle si spensero ad una ad una come povere candele alla fine d’un mortorio; / or che il sole, divenuto globo di fuliggine, si disciolse, polverume nero nel buio; / e la luna si disfece e cadde, a guisa di bianca rosa ad un tratto marcita; / or che la vecchia terra, fatta molle dal sangue e dal pianto, s’è sfaldata al par d’un grumo sollo di melma; / finalmente è finito, per voi, il terror della fine. / Tutti siete risorti, tutti siete eterni: soltanto la morte è per sempre morta». L’afflato lirico di questo Coro sarà la caratteristica anche degli altri cori del libro (degli Atei, dei Monarchi, dei Capi di Guerra, dei Sacerdoti, dei Disperati, degli Angeli Ribelli, degli Sconfitti, ecc.): voci ultime, voci proterve o rassegnate o imploranti o disperate, ma sempre voci di più voci, cioè voci di un destino, di ciò che è stato in attesa di ciò che sarà per sempre. I Cori precedono le confessioni delle singole voci, delle storie vissute da ciascun risorto. Tutto il libro è un avvicendarsi di destini, di idee, di vite e di morti nei vari periodi storici, e ciascun personaggio, vero o immaginario, narra la propria esperienza, che è comunque unica, al cospetto dell’Angelo.
Ovviamente non si può non pensare a Dante, ma in quest’opera di Papini il giudizio e la pena non ci sono, perché non è dato sapere quale sarà la sorte di ciascuno. Questa sospensione e questa incompiutezza non sono da sottovalutare: esse custodiscono il mistero, lasciano volutamente una grande ombra, che è l’attesa della rivelazione finale. Papini non si sostituisce a Dio, si ferma un attimo prima di ciò che avverrà per l’eternità, ai bordi dell’abisso o della luce. Non giudica, ma lascia parlare l’esistenza nelle sue molteplici sfaccettature, dalle quali emergono sovente drammi, vanità, illusioni, prepotenze, ossessioni, manie e pensieri segreti di personaggi realmente vissuti o d’invenzione. Alcuni dichiarano di non aver mai sopportato l’esistenza, altri di aver provato piacere nel fare il male, altri di avere sempre cercato e invocato Dio, altri ancora di non essere mai stati come apparvero, ma la casistica esistenziale pare inesauribile. Papini dimostra una straordinaria capacità di mimesi nelle confessioni in prima persona: nessuna è uguale all’altra e ciascuna induce il lettore a interrogarsi e a riflettere su problematiche assai complesse, riguardanti questioni teologiche e filosofiche. Ciò che sorprende è la varietà della vita insieme alle argomentazioni e spesso alle giustificazioni dei risorti dinanzi all’Angelo che ascolta.
Non è possibile naturalmente fare riferimento a tutti i personaggi presenti, tuttavia ci sembra utile riportare alcune affermazioni esemplari. Tra gli atei, Stirner: «Non potevo immaginare, per l’onor suo, che potesse esservi un autore responsabile di quella orribile farsa, abietta e lacrimosa, che fu la vita degli uomini sulla terra. Ma se veramente Dio esiste potrò, finalmente, far sentire fino al suo trono la mia dolorosa protesta»; tra i regnanti, Alessandro Magno: «Al colmo della gloria e della potenza, sulle rive dei grandi fiumi dell’India remota, sentii però l’inutilità di tutte le conquiste»; tra i disperati, Upavasa: «Se anche tutti i supplizi del vostro inferno saranno sopra me conversi non avrò supplizio eguale a quello che l’anima mia inflisse in terra a se medesima»; tra i deliranti, Phanjas: «E nella mia fantasia inciurmata dal demone della logica sognavo che uno dei doveri dell’uomo era quello di collaborare alla redenzione di Satana, alla riconciliazione di Satana con Dio, allo sradicamento di ogni ombra di male dall’universo. E andavo pur vaneggiando in quali modi l’uomo, fattosi intermediario tra l’Inferno e il Paradiso, avrebbe potuto riavvicinare il ribelle al Perdonatore»; tra i sacerdoti, D. Tiberge: «Riparai nel tepido seno d’un celebre ordine religioso per scansar gli urti e i rischi del mondo. […] Per quasi mezzo secolo trascorsi gran parte dei miei poveri giorni nel confessionale. Voi ricordate, forse, cos’era un confessionale: una specie di bara, semiaperta di legno scuro, messa in un cantuccio. […] Per anni e anni, in tutte le stagioni, in tutte le ore, indolenzito da quel trono clandestino, ho ascoltato con rassegnata nausea le sudice miserie delle donne e degli uomini»; tra i poeti e gli scrittori, Byron: «Io non voglio esser giudicato. Mi rifiuto d’esser giudicato. Dite al vostro padrone che Lord Byron non può esser giudicato da nessuno. Neppure Dio ha il diritto di giudicarmi. Se mi creò debole e infelice, fatto di carne inquieta, intriso di passioni prepotenti, succubo della sensualità, tentato dall’orgoglio, travolto dalla fantasia, sottoposto in cento forme al peccato, quale ragione può aver mai di chiedermi conto della mia vita e di condannarmi?»; Poe: «Le fantasie da me scritte in quei tormenti dettero a me un po’ di fama, agli uomini un po’ di gioia e qualche brivido. Non in grazia di quei deliramenti ormai inceneriti chiedo grazia al Signore ma in nome di quell’atroce e feroce destino che fece di me, sulla terra, uno spirito ch’ebbe della vita sol quel tanto ch’era necessario perché soffrisse».
La dimensione misteriosa e religiosa del libro, che taluni critici hanno messo in discussione, risiede in realtà proprio nello specifico atteggiamento dello scrittore, il quale non esprime alcun giudizio, ma colloca ogni risorto in una dimensione trascendente, cioè al cospetto di ciò che lo supera ed è più grande di lui. Alla fine tutti questi personaggi, dai più famosi della storia umana ai più umili, che cosa sono davanti all’eternità e alla potenza divina? Papini mette in particolare evidenza la miseria umana rispetto all’assoluto. Egli mostra soprattutto le insidie e gli inganni dell’esistenza, che spesso sono accompagnati dai «peccati dell’intelletto», meritevoli secondo l’Angelo di «pene più severe che non i peccati della carne», da un orgoglio oltraggioso della ragione che fa fatica ad accettare i propri limiti e che di frequente viene utilizzato da molti personaggi per difendersi e giustificarsi in modo capzioso o addirittura folle.
La critica si è domandata più volte come considerare il dilungarsi di Papini su tutte le miserie della vita, sull’infelicità degli uomini, sui loro errori fatali, sul loro piccolo o grande inferno in terra. Non è forse una sorta di accusa al Creatore, una visione della creazione pervasa dal male, una specie di prigione in cui tutti siamo condannati? Per rispondere a questi interrogativi, può essere interessante fare riferimento al «bifrontismo del Giudizio universale», secondo la definizione di Giuseppe Fantino nel suo Saggio su Papini (Editrice Italia Letteraria, 1981). Egli sostiene infatti che l’opera di Papini «affonda una parte delle sue radici in terra consacrata e l’altra parte in terra maledetta». Se da un lato la vita umana viene descritta drammaticamente, «nelle sue infinite sfumature di colpevolezza e di abiettezza, nei suoi abissi di miserie e di orrore», tanto che «l’inferno della vita non ha angolo che non sia esplorato e messo a nudo», dall’altro non è lecito «asserire che la fede di Papini sia falsa», o che «il Giudizio universale sia un’opera d’ispirazione nichilistica o che contenga la condanna della Storia come molte opericciuole di apologisti moderni». Piuttosto, secondo Fantino, il Giudizio «è, tutt’insieme, un atto di accusa e una voce di preghiera», in quanto il nome di Dio è invocato frequentemente da parecchi personaggi.
Come già evidenziato in precedenza, non sembra corretto negare la religiosità dell’opera, proprio per questa duplice dimensione di tenebre e di luce, di disperazione terrena e di speranza ultraterrena, cioè per il suddetto bifrontismo, all’interno di un’architettura soprannaturale nella quale le entità angeliche sono comunque la testimonianza della presenza e della misericordia (misteriosa) di Dio.
Mauro Germani
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