Al centro di quest’ultima, intensa raccolta poetica di Marco Molinari, vi sono i ricordi («queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo», li definì Vincenzo Cardarelli), rimasti impressi nella mente e nell’anima del poeta: volti, gesti, sguardi, parole dei degenti della Casa di Riposo di Asola, dove egli è stato direttore per trentacinque anni, e – nell’ultima sezione del libro – dialoghi con autori scomparsi, particolarmente cari, conosciuti personalmente, oppure amati attraverso i libri o le note delle canzoni. Ne consegue un percorso interiore segnato dal confine tra vita e morte, tra zone di luce e d’ombra, tra incontri che sono piccole o grandi rivelazioni e addii a metà, in quanto assenze che comunque vivono ancora nel cuore e nella speciale rievocazione dei versi. Un itinerario poetico che si delinea non solo privato, ma che sentiamo subito nostro, grazie ai temi trattati che ci interpellano e alla particolare scrittura di Molinari, qui più diretta e narrativa, attraversata da una concretezza malinconica, che rifugge però da ogni sentimentalismo, e che trova la sua efficacia nel dettaglio e nella costruzione, nel montaggio poetico. Proprio per questo è possibile cogliere, a una lettura attenta, certi sussulti, certi soprassalti tra i versi, anche se appena sussurrati, come piccole scosse telluriche che schiudono nel testo domande, possibilità di senso, addirittura speranze inaspettate.
La prima sezione, che è quella che dà il titolo al libro, contiene soprattutto i ritratti degli ospiti della Casa di Riposo. Questi ultimi sono descritti con affetto e con una sorta di pudore, senza enfasi alcuna, còlti nel loro essere indifesi, nella loro solitudine durante l’ultimo tratto di vita. Ognuno è un nome, un mondo, una luce negli occhi, un mistero d’anima e di carne, una domanda che tace oppure grida. Molinari è sempre stato attento alle figure ultime, marginali, fuori dagli schemi, dall’omologazione sociale, e qui ne dà un’ulteriore conferma. Nel microcosmo dell’ospizio, ogni persona chiama ed è chiamata, è davvero unica in quella frontiera misteriosa in cui si ritrova, sul finire del tempo, ed è tutto suo il modo di affrontare la malattia, il dolore, il futuro che si assottiglia giorno dopo giorno. Ecco allora le varie storie che affiorano, a frammenti, a barlumi, e che la voce di Molinari strappa all’oblio. Ecco, per esempio, Irene I. «con la sua umiltà così confinante / con la dignità che c’era / nel capo basso, nelle mani / dentro le tasche della vestina»; Assunta C., finita a trent’anni nella Casa, senza genitori e senza parenti, e col suo modo di essere ha insegnato «che abbiamo tutti bisogno di un saluto / di una voce che assomigli a una carezza»; Luigi C., per il quale la lingua era «solo un’interiezione» e che ora potrà «restaurare le nuvole»; e poi Angiolina e Mario, Nilla e Armando, con il loro amore da vecchi. Di notevole rilievo risultano poi, in questa sezione, gli altri testi, nei quali Molinari ricorda e s’interroga, consapevole d’essere stato testimone del mistero che è la vita, e rivelando a noi lettori improvvise analogie, verità impronunciabili o mute offerte come in Nucleo Alzheimer: «Vagabondano senza meta in quel mondo / chiuso dalle pareti, e non sanno / chi sono e perché lo fanno, / come noi»; «Vogliono parlarci col corpo / ora che non possono farlo con la lingua / e dirci l’intrico della vita e metterci in guardia / sugli impossibili incroci che ci attendono»; «C’erano le mamme col loro bimbo in braccio, / lo mostravano sporgendolo verso te, / ti chiedevano di prenderlo in grembo» in «un dono gratuito e totale / come si cedono gli organi / dopo la morte, come si lanciano / coppie di ciliegie dall’albero, / come si lasciano i propri anni / che ormai non gli appartengono più». I ricordi, poi, non riguardano solo le persone, ma anche i luoghi, l’ospizio stesso, i suoi spazi, come i lunghi corridoi in cui il ricordo si fa visione, viaggio nel tempo, proiezione di domande e di attese. Particolarmente significativa risulta la poesia Noi, che mette a confronto il noi degli operatori all’interno della Casa di Riposo con il voi relativo ai degenti: due realtà diverse, eppure solo in parte, perché i pazienti, con le loro «parole slegate e legate / quegli sguardi persi sui muri», lasciano un segno misterioso in chi vi lavora e ritorna a casa, basta una semplice carezza sulla mano e avviene un salto nel tempo, qualcosa che è origine e che è «prima, / prima di diventare noi». E quell’«edificio di quattro piani / a forma di ferro di cavallo» diviene qualcosa d’altro, un luogo del destino trasfigurato dal tempo («eccoli gli spettri che a migliaia / sono saliti dietro le nubi corrusche») o dal desiderio («la materia si apriva alle loro anime azzurre / che avevano il colore del cielo»), fino a porre interrogativi finali sull’esperienza vissuta.
La seconda sezione, Esercizi per il bacio alla francese (il titolo è un omaggio al cinema francese, in particolare di Truffaut e di Rohmer), appare contrassegnata da un senso d’attesa sospeso tra realtà e sogno, in cui nulla sembra certo e definitivo, ma passaggio, ricerca di un’occasione importante e a volte miraggio (si vedano i testi intitolati Miraggi prima del tramonto). Da segnalare, inoltre, due poesie: la prima costituita solo da domande relative al mistero di una voce interiore, che in realtà potrebbe essere la poesia stessa («Questa voce sconosciuta da dove viene?»); la seconda relativa al desiderio e all’attesa di dialogare con gli storni sopra i fili della luce, per una conoscenza altra e libera.
Dopo la terza sezione, Res publica, che forse si può considerare un po’ isolata rispetto al contesto generale, in quanto ha come argomento le ingiustizie della nostra società e l’arroganza del potere, il volume si conclude con Il mio nome non vi dirà niente, in cui ritorna il tema del ricordo, che – come già accennato – si riferisce qui ad autori, ma anche ad amici e parenti che non ci sono più e che Molinari ha sempre amato e stimato. Tra i poeti vi sono, tra gli altri, Ivano Fermini («Immobili, anni, schiuma / e una seicento verde / l’infanzia fra i prati di Piubega / donati, risaliti in gola / fra milioni di malati»); Mario Benedetti («In qualunque posto sei finito / penso assomigli a Nimis / e anch’io che non l’ho visitata / mi immagino che stai camminando / su una collina circondata da abeti / per tornare a casa») e Stefano Colletti («quei volti dipinti / a occhi chiusi, quelle poesie / strette nel pugno, sono quello / che porteremo con noi / dovunque andremo, /dovunque saremo»). C’è qui, come nei ritratti della Casa di Riposo, un senso di malinconia, che però lascia spazio anche ad altro, a un’immaginazione improvvisa, a uno scatto del cuore, a un desiderio che in fondo è sogno della parola, fremito della poesia.
Per concludere, si può aggiungere che con questo libro Marco Molinari ha saputo coniugare immediatezza e profondità, come già si evince dal titolo, in quanto il gesto semplice e prezioso della raccolta delle briciole è tutt’uno col nostro destino.
Mauro Germani






