giovedì 19 febbraio 2026

L'opera di Eugène Ionesco tra smarrimento e speranza


In un articolo del “Corriere della Sera” del 4 novembre 1984, Eugène Ionesco (1909-1994) scriveva: «Il mondo è al tempo stesso meraviglioso e atroce, un miracolo e l’inferno, e questi due sentimenti contraddittori, queste due verità evidenti costituiscono il fondale della mia esistenza personale e della mia opera letteraria». È interessante notare come il suddetto dualismo risulti nello scrittore rumeno piuttosto sfaccettato, in quanto lo stupore positivo nei confronti dell’esistenza si accompagna sovente a un abissale senso di irrealtà, a uno smarrimento generale, a una inconsistenza di fondo, tanto che nel volume Il mondo è invivibile (Spirali, 1989) – che contiene articoli usciti in Francia nel 1979 – possiamo leggere: «Se circolo per la strada o vedo circolare la gente, ho l'impressione che siano ombre. Attorno a me nient'altro che fantasmi ambulanti. E questa impressione d'irrealtà. L’esistenza non mi pare reale, il niente è più vero dell’esistenza? Aspetto la grazia da sempre, che lunga pazienza!». E ancora: «Non so chi io sia. Non so che cosa io faccia qui».

Questa sensazione di irrealtà, questo sentirsi estraneo agli altri e a sé stesso, questa mancanza ontologica, rivelano una duplicità che oscilla tra la nostalgia del tempo perduto e incantato dell’infanzia e la constatazione di vivere in un mondo crudele e incomprensibile, dominato dagli orrori della storia. L’irrealtà provata da Ionesco sembra nascere così sia dal rifiuto di ciò che l’uomo ha fatto e continua a fare nel mondo, sia dalle contraddizioni insanabili della condizione umana. Da un lato è presente la meraviglia nei confronti della natura, una sorta di sguardo d’infanzia, puro e incontaminato, dall’altro risulta evidente il sentimento dell’assurdo che deriva dall’uomo in sé, dalle sue azioni, nonché dal destino che incombe sul nostro essere nel mondo e dal quale non possiamo sfuggire. Lo stupore nei confronti della natura e della realtà in generale si tramuta più spesso in Ionesco nella non accettazione della condizione umana, che gli pare insensata, una beffa di cui l’uomo, insieme a tutto il creato, è vittima.

Indubbiamente meraviglia e assurdità nei confronti del reale sono due componenti fondamentali dell’opera di Ionesco. Egli, col passare del tempo, sarà sempre più cosciente di questa battaglia interiore che lo attanagliava, come emerge chiaramente da L’assurdo e la speranza (Guaraldi, 1994), libro curato da Marie-France Ionesco, figlia dello scrittore. Qui troviamo le sue ultime riflessioni, nelle quali, ormai segnato dalla malattia, confessa i propri dubbi, le proprie contraddizioni, e soprattutto il proprio tormentato rapporto con la fede. L’esperienza del dolore fisico pare scalfire quel senso di irrealtà provato più volte dallo scrittore. Egli, infatti, non può non riflettere in modo più profondo non solo sul dramma della sofferenza e della morte, ma anche sulla questione religiosa, la quale – a ben vedere, e per ammissione dello stesso Ionesco – risulta comunque centrale in tutta la sua opera, tanto che critici autorevoli hanno definito metafisica l’intera produzione dell’autore rumeno.

Occorre sottolineare che molte sono le domande a cui lo scrittore non riesce a dare una risposta ma, in alcuni momenti, il pessimismo sembra lasciare il posto alla speranza. Quest’ultima, infatti, non risulta del tutto assente nei testi di Ionesco: essa può essere un barlume improvviso, una visione ultraterrena o semplicemente un desiderio del cuore, qualcosa di non definitivo e che lascia in sospeso il lettore, ma che comunque a volte c’è.

Ne è un esempio l’unico suo romanzo, Il solitario (Le Solitaire, 1973), che si conclude in modo inaspettato. Il protagonista è un giovane impiegato che, dopo aver ricevuto un’inattesa eredità, decide di abbandonare il lavoro e di condurre un’esistenza solitaria, al limite del mondo. Egli confessa la propria inquietudine, i propri interrogativi e le proprie ossessioni al cospetto di una realtà di cui gli sfugge il senso: una sorta di teatro incomprensibile, nel quale si fondono dramma e commedia. Anche i suoi tentativi di superare il disagio esistenziale mediante una relazione sentimentale si rivelano passeggeri, privi di sostanza, così come non riesce a capire veramente i moti rivoluzionari che invadono la città in cui abita. Tutto viene sopraffatto dal pensiero della morte. La domanda che lo assilla è l’a che scopo, a cui non trova alcuna risposta. Ciò che accade intorno a lui, anche se grave, diventa un’assurda abitudine, mentre quello che lo tormenta è dentro di sé: «Era il paesaggio interno che mi opprimeva. Tutto il mio passato si svolgeva davanti ai miei occhi, un paesaggio di desolazione, un deserto, senza oasi». Ma questa angoscia e questo distacco improvvisamente portano a una rivelazione metafisica, a una visione che è una spaccatura nel cielo, «più azzurra dell’azzurro del cielo», seguita poi da un’ulteriore visione, quella di un albero meraviglioso che, a poco a poco, viene circondato da altri alberi e da una scala d’argento: «Al posto della parete, lentamente si formavano delle immagini. Si fece una gran luce. Apparve un albero coronato di fiori e foglie. Poi un altro. Un altro, parecchi. Un gran viale. In fondo, luce più forte della luce, il giorno. Si avvicinava, invase tutto». L’immagine della scala resta sospesa a un metro da terra, poi si perde nel cielo, finché si dissolve, ma il romanzo si conclude con le parole del protagonista che afferma: «qualche cosa di quella luce che mi aveva permeato rimase. Lo interpretai come un segno». Ecco, dunque, un’apertura alla pace interiore e alla speranza, che lo stesso Ionesco riconosce nella sua presentazione, datata 1°settembre 1988, all’edizione italiana del libro (Mondadori, 1989): «Nel Solitario, Dio mi dà la speranza di tener conto della mia preghiera e mi invia certi segni o messaggi che mi riempiono di speranza».

Certo è che nell’intera opera di Eugène Ionesco possiamo riscontrare il bisogno e la ricerca di una spiritualità contrapposta alla materia, di una leggerezza capace di liberarsi dalla pesantezza delle cose e delle parole (si pensi alla proliferazione delle cose in Le sedie e a quella assassina delle parole in La lezione), di una volontà di un superamento del male presente nella storia dell’uomo, perfino della stessa morte, intesa come incomprensibile annientamento. Anche se tale esigenza è spesso destinata alla delusione, oppure non trova mai un compimento definitivo, permane una tensione che è resistenza dell’anima, sguardo che cerca di cogliere una dimensione segreta e più vera. Ed è interessante notare come l’horror vacui in Ionesco sia in fondo l’altra faccia della materia. C’è nella sua opera la pesantezza del vuoto che si scontra con la leggerezza del desiderio. La prima è rappresentata dal quotidiano, dai gesti inutili, dalla banalità dei luoghi comuni, dal linguaggio stereotipato, dal conformismo, dalle ideologie totalitarie (si veda, per questo, Il rinoceronte), dall’oppressione della morte; la seconda dalla spinta verso l’alto, dal volo che vuole superare muri e barriere, dal sogno che recupera l’infanzia, la meraviglia e l’innocenza perdute (ci si riferisce soprattutto a Il pedone dell’aria, sebbene abbia un finale volutamente ambiguo e aperto, e al Solitario, con l’immagine della scala d’argento che sale verso il cielo). La leggerezza  talvolta soccombe a causa del peso eccessivo e ossessivo delle cose e delle parole, ma in Ionesco c’è comunque un’intensa nostalgia indefinita, che potremmo definire metafisica, come egli stesso ebbe modo di affermare: «Una nostalgia profonda, straziante. Io sono torturato da desideri senza nome per cose che ho perduto per sempre, che non ho mai avuto, mai visto, che non ho mai saputo cosa sono» (in “Cahiers Renaud-Barrault”, n. 29, 1960).

All’interno di questo dualismo tra materia e spirito, occupa un posto fondamentale il tema della morte: è ciò che spaventa, che sembra annientare ogni senso, che divide l’anima e la interroga. Al riguardo si veda uno dei testi più significativi, il dramma in un atto Il re muore (Le roi se meurt,1962), nel quale il protagonista, il re Bérenger (nome ricorrente in varie opere e che spesso può essere considerato come alter ego dell’autore), è in procinto di morire, ma non accetta il proprio destino. Egli è circondato da due mogli: la regina Margherita, fredda e razionale, priva di illusioni e di speranze, secondo la quale la morte è una necessità ineluttabile, e la regina Marie, affettuosa e innamorata, che cerca di infondere al re la speranza di un’altra vita: « Tuffati nello stupore e nella meraviglia senza limiti, così potrai essere senza limiti, essere infinitamente. Sii stupito, sii abbacinato, tutto è strano, indefinibile. Scosta le sbarre della prigione, sfonda i muri, evadi dalle definizioni. Respirerai». E ancora: «Andrai là dov’eri prima di nascere. Non aver paura. Conosci certamente quel luogo». Ma è tutto inutile, il re non riesce a liberarsi da sé stesso, mentre intorno a lui ogni cosa va in rovina, i muri del palazzo si crepano, il regno è in disfacimento, i personaggi scompaiono, il trono viene avvolto da una luce grigia e non resta che uno spazio vuoto. In questo testo ha il sopravvento la materia, l’attaccamento del re alle cose, quella pesantezza mentale e dello spirito che è poi destinata a essere nulla. Non c’è scampo per chi non sa liberarsi dalla prigione del proprio mondo. Come ha scritto Sergio Torresani, Il re muore è il «dramma dell’uomo senza metafisica, che deve e non sa morire» (Invito alla lettura di Ionesco, Mursia, 1978, p. 86).

Il teatro di Ionesco è noto per situazioni, dialoghi e immagini in cui il surreale e l’onirico, uniti talvolta a una sorta di drammaticità comica (si noti il sottotitolo “dramma comico” della pièce Le sedie), hanno la funzione di provocare sorpresa e sconcerto nel lettore e nello spettatore. È una modalità espressiva che si pone al di là di una narrazione lineare e naturalistica e che attinge al sogno e all’incubo, a ciò che seduce o spaventa, attrae o respinge, incanta o terrorizza. Definire però quello di Ionesco teatro dell’assurdo è solo parzialmente condivisibile, perché si tratta di una semplificazione che non coglie l’intima complessità di un’opera stratificata, percorsa da profonde tensioni e opposizioni interne, nonché da non poche implicazioni filosofiche. La presenza dell’assurdo – che peraltro pare più attinente ai primi testi (La cantatrice calva, La lezione, Il nuovo inquilino, Vittime del dovere, e altri) – non significa nichilismo, disperazione esistenziale, immobilità e impossibilità come in Samuel Beckett, ma domanda e ricerca di senso al di là di ciò che ci appare incomprensibile: un modo per risvegliare il nostro pensiero e la nostra anima. 

Mauro Germani


venerdì 13 febbraio 2026

LA CITAZIONE (n. 27) - Antonia Pozzi

 

Funerale senza tristezza


Questo non è esser morti,

questo è tornare

al paese, alla culla:

chiaro è il giorno

come il sorriso di una madre

che aspettava.

Campi brinati, alberi d’argento, crisantemi

biondi: le bimbe

vestite di bianco,

col velo color della brina,

la voce colore dell’acqua

ancora viva

fra terrose prode.

Le fiammelle dei ceri, naufragate

nello splendore del mattino,

dicono quel che sia

questo vanire

delle terrene cose

dolce – ,

questo tornare degli umani,

per aerei ponti

di cielo,

per candide creste di monti

sognati,

all’altra riva, ai prati

del sole.


3 dicembre 1934

Antonia Pozzi (13 febbraio 1912  3 dicembre 1938)

 

lunedì 9 febbraio 2026

Lettura critica di Alfredo Rienzi - La parola come esilio e dimora: la prosa verticale di Mauro Germani

 


Su “Almanacco Punto” un’attenta lettura critica di Alfredo Rienzi, che ringrazio, relativa a L’ultimo sguardo (La Corte, 1995) e Luce del volto (Campanotto, 2002), sillogi ora comprese in Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022. Postfazione di Giovanni Nuscis (puntoacapo, 2024). 
Per leggere l’articolo cliccare QUI

martedì 27 gennaio 2026

Emmanuel Lévinas - L'appello del volto e la responsabilità


In Totalià e infinito (1961), Emmanuel Lévinas (1906-1995) espone una critica costante al concetto di totalità, presente tanto in Husserl (come totalità della coscienza), quanto in Heidegger (come totalità dell’essere). Sebbene egli sia stato influenzato inizialmente da entrambi i filosofi, è indubbio come il suo pensiero si collochi in modo originale oltre l’ontologia classica e moderna, tracciando un percorso di pensiero autonomo e assai significativo anche sul piano della scrittura, estremamente elaborata e al tempo stesso concisa, caleidoscopica, ricca di allusioni e di variazioni all’interno di ogni tema trattato, con la presenza di diversi punti di vista. 

Per quanto concerne il discorso ontologico, Lévinas sostiene che esso rischia di soffocare l’umano nell’anominia dell’essere, l’«il y a», il c’è impersonale, riduttivo e opaco. Occorre pertanto indicare una via di uscita in grado di coagulare l’essere in un ente capace di assumerlo, di farlo proprio, destituendolo dalla sfera dell’anonimato e liberarlo così dal pericolo di un’ontologia che si configura in realtà come filosofia della potenza e della sopraffazione. Si tratta cioè di attribuire un valore all’umano come soggetto dotato di consapevolezza, e tale valore consiste nella relazione con l’Altro: l’uscita dall’essere anonimo conduce così all’esistente, il quale a sua volta incontra l’Altro, presenza che chiama, che chiede e dà un senso. Da qui nasce la fondamentale esigenza etica che contraddistingue l’intera opera del Nostro. 

Per Lévinas – che subì la prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale e lo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti – il rifiuto della totalità avviene in nome dell’etica, che viene da lui considerata «la vera e propria filosofia prima», in quanto fondativa, precedente alla cosiddetta coscienza trascendentale della fenomenologia, e opposta all’ontologia del Neutro – espressione con la quale Lévinas designa quella elaborata da Heidegger. 

All’affermazione egoistica del Medesimo, che rimanda unicamente alla propria identità e tutto racchiude entro l’orizzonte del proprio essere, Lévinas contrappone un approccio diverso, che è apertura e ascolto. L’etica nasce al cospetto dell’Altro, termine con cui viene indicato ogni essere umano nella sua unicità, nella sua alterità assoluta, che si pone oltre la differenza ontologica tra essere ed ente di matrice heideggeriana, poiché ciò che interessa a Lévinas è che l’alterità non possa essere assorbita, integrata nell’ambito dell’ego di ciascuno. 

E l’originalità di questo processo parte proprio dal volto, cioè dal modo di presentarsi dell’Altro. Grazie al volto – da non intendersi in modo semplicemente esteriore, nei suoi lineamenti e nel suo aspetto fisico – arriva a noi la richiesta dell’Altro, il suo bisogno di aiuto, il suo appello, la sua voce. Le affermazioni di Lévinas «l’occhio non brilla, parla» e «la parola sporge sulla visione» risultano assai importanti per comprendere che il volto non è un oggetto della vista/conoscenza tipica della logica del dominio, ma ha a che fare con il linguaggio e con l’udito, e presuppone pertanto l’ascolto

Se si è sordi all’appello del volto, quest’ultimo diviene un oggetto, un contenuto da inglobare nel Medesimo, cioè nel nostro mondo conoscitivo, dove non c’è spazio per ciò che è fuori dall’ ego o dalla coscienza. Come è stato giustamente osservato, la filosofia, per Lévinas, non è «una egologia volta a ridurre l’esistente a un tautologico gioco del Medesimo, bensì un’eterologia impegnata a fare del rapporto con l’Altro la struttura stessa della realtà» (Giovanni Fornero). Si può comprendere, allora, che siamo agli antipodi della Ragione assoluta di Hegel, della volontà di potenza di Nietzsche e del nichilismo dell’Essere e il nulla di Sartre. 

La parola/appello del volto è per Lévinas una sorta di ordine, un comando al tempo stesso etico e originario, a cui è necessario rispondere in modo responsabile. La perdita di responsabilità, a cui spesso assistiamo, è causata da un oblio etico, da una soggettività abbandonata a sé stessa, al proprio egoismo che talvolta sconfina nel delirio di onnipotenza. Ciò che viene dimenticato è che il soggetto umano è veramente tale solo in relazione all’altro essere umano, al suo esserci, al suo essere prossimo. La responsabilità è tutta nell’«Eccomi!», cioè nella disponibilità del soggetto che risponde positivamente al linguaggio del volto, che non è semplice comunicazione di informazioni, ma appello e richiesta di soccorso, di amore. Anzi, occorre aggiungere che il volto è l’assolutamente trascendente, in quanto richiama l’infinito: è proprio mediante il volto che esso ci viene incontro e si rivela. Se noi rispondiamo alla richiesta del volto – afferma Lévinas – Dio può parlare con la nostra stessa bocca. Solo così possiamo trovare la traccia dell’infinito, che non risiede nella coscienza pensante, ma si manifesta nella piena disponibilità propria del soggetto responsabile.

Mauro Germani

venerdì 16 gennaio 2026

Per Rinaldo Caddeo


Caro Rinaldo,

sei riuscito a stupirci ancora una volta. Come in uno dei tuoi racconti, sei sparito improvvisamente, rapito dall’invisibile e dalla notte, simile al misterioso pensionato della tua ultima straordinaria plaquette.

Eri così bravo a costruire storie imprevedibili e con finali a sorpresa, che non ci sembrerebbe strano che ora tu ci facessi sapere – chissà come – che la realtà è un’altra e non è come sembra.

Io, poi – da credente – non ti dico addio, ma mi aspetto di incontrarti di nuovo in quell’altrove dal quale ci guardi e forse sorridi, come il tenente Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari, che entrambi abbiamo molto amato e di cui abbiamo spesso parlato e scritto.

Grazie per tutto.

Mauro