mercoledì 16 giugno 2021

Diario/25 - "Il cielo e l'abisso"

Cielo come abisso e abisso come cielo. È forse possibile? C’è contraddizione? Credo che talvolta questi estremi possano arrivare a toccarsi, senza che se ne abbia una vera consapevolezza. Può accadere che nell’elevazione al cielo ci siano improvvisi precipizi e capovolgimenti, oppure che questi siano addirittura necessari. I movimenti dell’anima sono continui e spesso anche repentini. Quante volte nel mio passato, nella desolazione del nulla, nel grido terribile circondato dal vuoto, c’è stata in realtà dentro di me un’invocazione segreta, come una speranza lacerata eppure ancora palpitante, una richiesta inesprimibile d’aiuto! Quante volte ho atteso un segno, una voce, una  risposta, senza neppure saperlo! E quante volte non ho visto e non ho udito, perché incapace di vedere e di ascoltare veramente!

Forse non c’è mai vera solitudine. Spesso crediamo di essere soli, ma non è così. Vediamo unicamente il nostro riflesso dentro uno specchio ingannevole, ci perdiamo in quella superficie che rimanda la nostra immagine stravolta, il nostro viso senza colore come quello dei morti. Non è infatti così che ci sentiamo abbandonati e che veniamo inghiottiti a poco a poco dall’abisso? Non è questo il nulla che ci assale e ci conquista? Tuttavia molte sono le presenze attorno e dentro di noi – invisibili, eppure potentissime. Alcune ci tengono in pugno, ci rendono prigionieri nel carcere dei nostri pensieri, dove sentimenti confusi si uniscono ad una cecità interiore che assomiglia molto ad una morte precoce. Qui si annidano le illusioni più pericolose: esse nascono quando il nostro io (inteso come prepotente affermazione di esserci senza una vera coscienza e un’adeguata autocritica) e la cosiddetta realtà oggettiva (intesa come unica e percepibile solo con i sensi e la ragione) hanno il sopravvento su tutto.  Ma è proprio in questa disperazione, in questo accerchiamento del vuoto, in questa finitudine, che ci attende l’inaspettato, come un bagliore nascosto dalle tenebre, chiamato paradossalmente dal nostro nulla, senza il quale forse nemmeno si manifesterebbe. 

Con ciò non mi riferisco certo al pensiero di Nietzsche. In Così parlò Zarathustra, si narra come – dopo dieci anni di solitudine trascorsi sui monti – Zarathustra discende nel paese degli uomini per annunciare la morte di Dio e proclamare il superuomo. Già nella Gaia Scienza la fine di Dio veniva rivelata dal folle uomo, che gridava: «Dove se n’è andato Dio? Ve lo voglio dire! Siamo stati noi ad ucciderlo, voi e io! Siamo noi tutti suoi assassini!», e poi aggiungeva: «Che altro sono queste chiese, se non le fosse e i sepolcri di Dio?». Ma questo dramma e questo lutto, secondo Nietzsche, sono necessari per la costruzione di un mondo vero, senza l’ombra di alcuna trascendenza, in cui si può manifestare la grandezza eroica dell’uomo. Il superuomo si contrappone chiaramente a Cristo, in una fedeltà alla terra intesa come Grande Madre e come dionisiaca conquista della libertà e della felicità. Ecco dunque l’io voglio dell’uomo-leone, seconda metamorfosi dopo l’uomo-cammello, prigioniero del dovere, a cui segue quella del fanciullo, che intende la vita come libero gioco creativo ed è capace di inventare nuovi valori. O ancora il sogno del pastore che, su esortazione di Zarathustra, stacca con un morso la testa al serpente che lo soffocava, e diviene «non più pastore, non più  uomo, – un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva!». 

Per me c’è qualcosa di terribile e di profondamente tragico in quel falso splendore, in quel riso nuovo, mai conosciuto prima dall’umanità, e che Nietzsche invece esalta. Non è questa vera libertà, ma solo povera illusione di volontà di potenza. Molto meglio il grido di chi si dispera, e dal proprio abisso anela – consapevole o no – al cielo, come dicono questi versi di Giovanni Testori: «T’ho amato con pietà / con furia T’ho adorato./ T’ho violato, sconciato, / bestemmiato. / Tutto puoi dire di me / tranne che T’ho evitato».

Mauro Germani

 


lunedì 31 maggio 2021

Franz Kafka - La colpa segreta e l'incompiutezza



Da sempre l’opera di Kafka (1883-1924) ci interpella e ci inquieta. Le vicende di Gregor Samsa (La metamorfosi), di Georg Bendemann (Il verdetto o La condanna), di Karl Rossmann (Il disperso o America), di Josef K. (Il processo), dell’agrimensore K. (Il castello) e dei protagonisti senza nome di racconti come Nella colonia penale, Un digiunatore, La tana ed altri ancora, agitano la nostra anima. Qual è il loro mistero? Che cosa ci trasmettono? Il senso di smarrimento o di sgomento che proviamo non diminuisce poi davanti all’uomo Kafka, alla sua vita enigmatica, anzi sembra addirittura accrescere. Chi era veramente? Pietro Citati lo presenta come un essere «in fuga dall’esistenza», col suo «passo veloce, lievemente curvo, il capo un po’ inclinato, ondeggiando come se folate di vento lo trascinassero ora da una parte ora dall’altra della strada», tanto che sembrava irreale, «soltanto una silhouette ritagliata nella carta velina gialla […], soltanto un’ombra che non faceva rumore, che nessuno vedeva». Certo è che quest’uomo assente e solitario, che scriveva nella notte fino alle prime luci del mattino, posseduto da un demone invincibile e feroce, ci ha lasciato romanzi e racconti oggetto delle più svariate interpretazioni, come un universo oscuro e al tempo stesso vicino, in cui ciascuno può trovare una parte di sé e del mondo. Ciò, naturalmente, non deve essere considerato un limite, ma – al contrario – un valore aggiunto, tipico delle opere dei grandi scrittori, nelle quali è possibile ravvisare una polivalenza di significati, tutti – almeno in parte – pertinenti.

Maurice Blanchot ha sottolineato come ogni tema in Kafka ha «la possibilità misteriosa di apparire ora in senso negativo, ora in senso positivo»: il mondo che si manifesta nelle pagine dello scrittore «è un mondo di speranza e condannato, un universo chiuso per sempre e infinito, l’universo dell’ingiustizia e della colpa», e cita le parole dello stesso Kafka a proposito della conoscenza religiosa:« La conoscenza è al tempo stesso gradino che porta alla vita eterna e ostacolo eretto davanti a questa vita». Questa ambiguità fu certamente motivo di lacerazione interiore per lo scrittore. Basti pensare al rapporto che ebbe non solo con Felice Bauer, con Milena Jesenskà, con Dora Diamant, ma anche con la scrittura. Se da un lato cercava la propria salvezza nel matrimonio, nella sua particolare sacralità celebrata dall’Ebraismo, dall’altro ne aveva orrore, constatando un’estraneità alla vita che lo portava inesorabilmente alla letteratura, di cui non poteva fare a meno.

«Dio non vuole che io scriva, io invece, io devo» confessò all’amico Oskar Pollack. Da queste parole, scritte a soli vent’anni, sembra emergere già quel senso di esclusione e di colpa che non abbandonò mai Kafka, e – come afferma Marino Freschi – una concezione della letteratura «vissuta come un duplice sacrilegio, come peccato luciferino di superbia, come una colpa che schiaccia l’individuo che avverte in sé, perfino attraverso l’istinto e le pulsioni originarie, il richiamo della Legge. Paradossalmente l’ascetismo, richiesto dall’arte, è la trasgressione del comandamento divino». E non stupisce, a questo punto, la volontà di Kafka, espressa all’amico Max Brod, di distruggere gran parte di ciò che aveva scritto.

Certamente nell’opera dello scrittore praghese il tema della grazia e della salvezza non è secondario, ed appare indissolubilmente legato al peccato e alla colpa. Secondo Hans-Jachim Shoeps, negli scritti di Kafka è presente «una teologia apostatica che non ammette la salvezza, ma la va ricercando disperatamente». Invece Albert Camus, paradossalmente afferma che proprio dal riconoscimento dell’assurdità dell’esistenza può nascere «un po’ più di sicurezza sulla realtà soprannaturale. Se il cammino della vita sfocia in Dio, vi è dunque una via d’uscita; e la perseveranza, l’ostinatezza con cui gli eroi di Kafka ripetono i loro itinerari sono una singolare garanzia del potere esaltante di questa certezza». Camus prende a prestito qui il pensiero di Kierkegaard, autore studiato e molto amato da Kafka: «Si deve colpire a morte la speranza terrestre, e solo allora ci si salva con la speranza vera»: si può così comprendere che «bisogna aver scritto Il processo per porre mano al Castello». A proposito, poi, dell’approccio di Kafka con la realtà, Ladislao Mittner osserva che lo scrittore «non possedendo ancora, non potendo mai possedere l’aldiqua ne fa un aldilà, una realtà trascendente. […] Tutte le cose di questo mondo sono per Kafka cose dell’altro mondo».

Altra ancora è l’interpretazione di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Essi esaminano il linguaggio di Kafka, che si rivela rivoluzionario, in quanto minore, perché lo scrittore fa della propria lingua un uso particolare, distanziato, marginale, a blocchi di scrittura, all’interno di una macchina linguistica di concatenamenti inconsueti. A differenza di Max Brod e di altri interpreti, Deleuze e Guattari scartano ogni ipotesi teologica o mistica, e finiscono per difendere le interpretazioni realistiche e sociali di Kafka. E a questo proposito occorre citare, ad esempio, la posizione di Eduard Goldstücker, che fornisce una lettura marxista di America (o Il disperso), ritenendo che «Kafka abbia voluto simboleggiare nella persona del fochista la classe operaia com’egli la vedeva». Non dobbiamo dimenticare, poi, le numerose letture psicoanalitiche degli scritti di Kafka, anche se è doveroso sottolineare il disinteresse e la sfiducia che lo scrittore nutriva nei confronti di ogni teoria psicologica e di ogni pratica psicoterapeutica. Al contempo, però, occorre aggiungere come Theodor W. Adorno abbia messo in luce l’affinità tra alcuni temi freudiani e kafkiani, quali l’idea delle strutture gerarchiche, il conflitto edipico e l’utilizzo della componente onirica come reale. Inoltre è opportuno citare anche Walter Benjamin, le cui considerazioni mirano a individuare nei testi dello scrittore il dramma della perdita della Tradizione nell’epoca moderna.

Sono interpretazioni interessanti, che testimoniano le molteplici sfaccettature che si possono cogliere nell’opera kafkiana, ma francamente alcune paiono particolarmente riduttive, se non talvolta addirittura azzardate. Non si può, infatti, escludere completamente in Kafka la tensione verso l’Altro, che risulta essere costante, anche se percepita in modo contraddittorio, ora come condanna ora come possibile salvezza. Sappiamo che lo scrittore aveva pensato anche ad una diversa conclusione del Processo, nella quale K. avrebbe ricevuto il dono della grazia divina. Così, come annota Pietro Citati, «i suoi grandi romanzi rivelano ancora una volta di essere campi di forza viventi, disposti ad accogliere ogni soluzione intellettuale». L’ambiguità ed il paradosso contraddistinguono l’intera opera, ma non si possono eludere i temi fondanti entro cui si muovono, e questi sono indubbiamente quelli della colpa, dell’imperscrutabilità del divino, del rapporto misterioso tra l’essere umano e la Legge, e della speranza ostinata. Tra l’altro, al rapporto con la Legge non sfuggono nemmeno gli animali, assai presenti negli scritti kafkiani (La metamorfosi, Una relazione accademica, Le indagini di un cane, Piccola favola, La tana): essi nel loro mondo dentro il mondo, nel loro abisso segreto, condividono angosce per molti aspetti non dissimili a quelle umane, anzi a volte le esprimono con più forza.

È importante evidenziare, inoltre, come nell’opera di Kafka il divino non è riconoscibile, mentre visibili sono i segni di chi porta il peso della colpa, come Joseph K. nel Processo. Che egli è colpevole, tutti in qualche modo lo avvertono, ma il divino perlopiù sfugge, si confonde nei bassifondi,  diviene buio, e solo straordinariamente, per pochi istanti, appare come luce (si veda, ad esempio, il bellissimo racconto emblematico della parabola Davanti alla Legge, che il sacerdote narra e commenta nel duomo). L’omissione del nome di Dio, il suo vuoto, non ci autorizza a negarne l’esistenza, ma solo ad ammettere la sua impronunciabilità, il suo essere aldilà della parola umana e quindi riconoscere la sua potenza.

Qual è, allora, la colpa segreta di Joseph K.? Troppo facile  rispondere che è l’esistenza stessa, oppure il peccato originale, anche perché, a ben vedere, non tutti i personaggi appaiono colpevoli. Per Felix Weltsch, «la colpa consiste nel non aver sentito alcuna colpa», mentre Pietro Citati parla di «una colpa senza nome» che all’inizio opprime inconsciamente il protagonista e solo successivamente sembra accettare. Risulta evidente che le due affermazioni sono solo apparentemente contraddittorie. La colpa è indefinibile, ma c’è, e Kafka l’avvertiva dentro di sé. Era per lui quella di scrivere? Oppure quella di non riuscire ad aderire ai valori della comunità ebraico-praghese? O, più in generale, di non appartenere completamente alla vita, di sentirsi fuori dalla Legge? O tutte queste cose insieme?

C’è un’incompiutezza nell’opera di Kafka e nella sua esistenza, che ne diviene proprio la cifra colpevole e segreta. Ciò che è incompiuto domina su tutto. Il frammento si dà ovunque: i principali racconti sono frammenti, Il disperso (o America) ed Il castello s’interrompono, non hanno una conclusione. Anche la vita di Kafka pare sospesa, in una sorta di dolorosa incertezza, in bilico tra affermazione e negazione, tra realtà e paradosso, tranne forse nell’ultimo periodo dal 1923 al 1924, quando incontra Dora Diamant e decide di vivere con lei.

Il desiderio di una meta presente negli scritti di Kafka è bene messo in luce da Mimmo Stolfi nella prefazione al volume La meta e la via. Racconti scelti (Biblioteca Universale Rizzoli, 2000), intitolata eloquentemente Kafka, uno straniero in cammino. Per comprendere la tensione verso un traguardo, un punto d’arrivo costantemente ricercato, occorre fare riferimento all’affermazione di Kafka secondo cui «c’è una meta, ma non una via: ciò che chiamiamo via è il nostro esitare». Ecco dunque l’esitazione, il peregrinare nel mondo, e l’angoscia di sentire dentro di sé la chiamata di una meta, la quale però sembra irraggiungibile. Ed il cammino è impervio, faticoso, infinito, dominato da un’attesa incessante, da una sofferenza continua. Eppure in quest’ultima Kafka ravvisa una necessità, come troviamo scritto nel suo diario: «Talvolta provo un sentimento di quasi lacerante infelicità e nello stesso tempo la convinzione che questa è necessaria come è necessaria una meta acquisita attraverso ogni strattone della sventura». Pare proprio che da qui scaturisca la fondamentale differenza tra il male nel mondo e la sofferenza, la quale si rivela come espiazione e dunque possibile vittoria sul male. C’è in Kafka una religiosità del dolore che sfugge ad ogni logica terrena, la tensione verso un riscatto ed una salvezza, la cui conquista però si sottrae continuamente, o comunque alberga oltre i limiti dell’accessibilità. L’incompiutezza segna dunque una sospensione, che non può che esplicarsi nella colpa e nell’attesa.

Mauro Germani

Testi critici consultati

T. W. Adorno, Appunti su Kafka, in Prismen. Kulturlkritik un Gesellshaft, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1969, trad. di Alberto Frioli, Enrico De Angelis, Giacomo Manzoni, Enrico Filippini, Note per la letteratura, Einaudi, Torino 2012.

W. Benjamin, Franz Kafka. Per il decimo anniversario della sua morte, in Angelus Novus, Einaudi, Torino 1962.

M. Blanchot, Da Kafka a Kafka, Feltrinelli, Milano 1983.

A. Camus, La speranza e l’assurdo nell’opera di Kafka, in Il mito di Sisifo, Bompiani, Milano 1964.

P. Citati, Kafka, Rizzoli, Milano 1987.

G. Deleuze – Félix Guattari, Kafka. Per una letteratura minore, Feltrinelli, Milano 1975.

M. Freschi, Storia della letteratura tedesca, Newton Compton, Roma 1995.

E. Goldstücker, Il fochista. Tentativo di interpretazione, Acta Universitatis Carolinae, Praga 1964 (trad. E. Pocar).

L. Mittner, Kafka senza kafkismi, in La letteratura tedesca del Novecento, Einaudi, Torino 1960.

H-J. Schoeps, Motivi teologici nell’opera di Kafka, in “Neue Rundschau” LXII, 1951 (trad. E. Pocar).

F. Weltsch, Il metarealismo di  Franz Kafka, in “Die literarische Welt” n. 23, Berlino 4-6-1926 (trad. E. Pocar).

lunedì 17 maggio 2021

"La parola e l'abbandono": alcune riflessioni a due anni dalla pubblicazione

Che dire oggi del mio libro La parola e l’abbandono, pubblicato nel 2019? Esso raccoglie pensieri ed aforismi scritti nell’arco di parecchi anni ed è pertanto la testimonianza di un lungo periodo contrassegnato da un senso di profondo smarrimento esistenziale,  da un’incapacità di trovare una direzione verso una meta desiderata ma percepita come irraggiungibile o addirittura inesistente.

Proprio da questa specie di selva oscura, da questa notte interiore, sono nate le mie riflessioni. Una zona estrema, dunque, dove i sentieri che l’attraversano sono insicuri ed inaffidabili, ed anche i pensieri ritornano sovente su sé stessi, come prigionieri della loro solitudine e del loro abisso. Ciò che vi domina è la disperazione dell’abbandono, quella di chi si sente gettato nell’incomprensibilità dell'esistenza, anche se talvolta affiora il vago rimpianto per un passato lontano diverso, non privo di momenti magici ed irripetibili. E la mia produzione poetica, a partire soprattutto da Livorno (2008), per poi proseguire in Terra estrema (2011), fino a Voce interrotta (2016) non ha potuto che rispecchiare questa condizione di disagio esistenziale.

Rileggere adesso i miei scritti è un’operazione di memoria e di consapevolezza, è rivedermi in quella solitudine senza scampo, con quell’ultimo sguardo dentro la notte, incerto di tutto, ma al tempo stesso sospeso in un’attesa trepidante. Sì, perché nel tormento e nell’abbandono, il sentimento dell’attendere non si è mai spento del tutto in me, nonostante il che cosa o il chi fosse indefinibile, come una specie di destino segreto, un richiamo dell’ombra, della morte, del nulla, o quant’altro. In parecchi dei miei versi c’è un desiderio di sparizione, di annullamento, che si può anche interpretare come la volontà di accedere ad un’altra, misteriosa, indicibile dimensione.

A ben vedere, questa natura religiosa della mia scrittura – sia pure in forma ineffabile o negativa – è sempre stata presente, magari con intensità ed accezioni diverse, accompagnata cioè da una sensazione di condanna, di liberazione, o di speranza a seconda dei momenti particolari che ho vissuto. Perché ogni libro pubblicato è in fondo la tappa di un percorso esistenziale, fa parte del movimento della vita stessa, con le sue contraddizioni, i precipizi improvvisi, ma anche le impensate risalite e le provvidenziali conversioni. Nulla è fermo, nulla è definitivo.

La parola e l’abbandono riporta alcuni pensieri che oggi non scriverei più. Non solo, ciò che complessivamente emerge dal libro lo sento adesso superato, anche se qua e là si possono cogliere le avvisaglie o i segni di un cambiamento desiderato, di una nostalgia d’innocenza e di purezza, di percezione estatica della realtà, che rimandano a certi momenti dell’infanzia. E devo dire che qualche lettore attento ha colto questi indizi, questi trasalimenti dell’anima in cerca di un’altra luce.

Aggiungo una notazione paradossale. Il titolo attribuito ai miei aforismi mi va benissimo ancora oggi, perché l’abbandono non significa solamente l’essere abbandonato (com’è nella corretta interpretazione relativa al libro), ma anche l’atto di abbandonarsi a qualcosa o a qualcuno. La sensazione dell’essere abbandonato, infatti, non è più mia, pur nella consapevolezza che la notte interiore è sempre ad un passo, sempre in agguato. Ora sono passato da un abbandono ad un altro.

Mauro Germani

 

lunedì 10 maggio 2021

Diario/24 - "L'obbedienza dei santi"

C’è un’obbedienza che non è di questo mondo, ma che si manifesta nel mondo. È quella dei santi, di coloro che rispondono con tutto il loro essere al fuoco della carità e del mistero. Non possono farne a meno, perché votati alla bellezza del sacrificio e al loro sparire in nome di ciò che è più grande. Sono presenze svuotate di sé e colme di Altro, volti poveri e luminosi, mani aperte alla sofferenza altrui. Sono segni viventi che restano nel cuore di chi li incontra. Senza di loro sprofonderemmo nel fango del mondo, saremmo vittime di noi stessi. Essi non evitano il fango, anzi lo cercano per liberare chi ne è prigioniero e ne è sommerso. Si sporcano, i santi, e lottano sempre, eppure la loro presenza è una luce, una benedizione che fa tremare, un candore che inginocchia.

Leggere ciò che hanno compiuto è già essere toccati dalla Grazia, sentire come un vento nel cuore, scoprire che nella sofferenza e nel dolore non siamo soli. Essi hanno spesso avuto una vita difficile, sono stati colpiti da tribolazioni, malattie, ingiustizie, la loro missione è stata quasi sempre osteggiata o derisa, e solo più tardi accolta e compresa. Il motivo è molto semplice: hanno obbedito a Dio e non agli uomini, riuscendo a respingere il principe di questo mondo. La tenacia della fede ha avuto il sopravvento, anche nei momenti più bui e dolorosi, quando la loro anima era messa alla prova, spesso insieme ai supplizi del corpo, in un tragico abbandono. Eppure quanto di estremo troviamo nella vita dei santi non deve spaventarci, né allontanarci perché giudicato impossibile. La parola impossibile, in questi casi, risulta spesso ingannevole, come uno specchio deformante o che riflette solo il nostro vuoto interiore.

Perché non rammentare le loro storie, non serbarle dentro di noi? Quando da bambino mi capitava di ascoltare o di leggere qualche episodio della vita di un santo (come San Francesco, Santa Teresa di Lisieux, San Gaspare del Bufalo, o altri), mi sentivo rapito da un grande mistero. Non erano fiabe, quelle, ma storie vere, di una realtà che prendeva l’anima e il sangue. Le fiabe non mi piacevano più di tanto, non mi catturavano fino in fondo, perché troppo palese era in loro la finzione. I racconti dei santi, invece, suscitavano in me forti emozioni: sentivo che trasmettevano nella sofferenza, nella carità o nel martirio, una vita dentro ed oltre la vita.

I santi – è bene ricordarlo – non appartengono solo al passato. Esistono ancora oggi, ed io credo che esisteranno sempre, perché il fuoco che divampa nel loro cuore è inestinguibile e fa sì che essi, in ogni tempo e in ogni luogo, non vivano a metà. Ha scritto Bernanos: «Impegnarsi nella totalità dell’essere, impegnarsi tutti interi… Lo sapete, la maggior parte di noi impegna nella vita solo una debole parte, una parte ridicolmente piccola del proprio essere. […] Un santo vive impegnando totalmente la propria anima». E ancora: «I moralisti considerano la santità un lusso. La santità è una necessità. La santità, i santi, custodiscono quella vita interiore senza la quale l’umanità si degraderà fino a morire. È nella vita interiore che l’uomo trova le risorse necessarie per sfuggire alla barbarie o a un pericolo peggiore della barbarie, la schiavitù bestiale del formicaio totalitario».

Ecco allora che ci può essere una compagnia dell’anima che è davvero una lezione salutare, uno stare insieme a chi riesce a vincere l’urto del mondo: una presenza, quella dei santi e della loro speciale obbedienza, che chiama da un altro silenzio, ed improvvisamente s’illumina nelle tenebre. Custodirla è come custodire un tesoro prezioso.

Mauro Germani

 

lunedì 3 maggio 2021

Mauro Germani - Il mio nome (da "Luce del volto", Campanotto, 2002)


Dino Buzzati (da Poema a fumetti, Mondadori, 1969)

Il mio nome

L’acqua dei sette mesi e la notte bianca al davanzale, l’attesa come dono e lamento nella stanza accanto.

Il mio nome è un voto, un bacio nell’aria che trema nel buio.

*

Io ti guardo adesso, mentre la luce ritorna dai soffitti, dalle finestre bagnate, dai cortili, dagli anni che furono amore e domanda.

Adesso sento il tuo respiro e la voce.

Per me è tutto, è una piccola fiamma nel gelo, una preghiera che tocca la notte e mi chiama, mi cerca nel tempo.

*

Perché il tuo corpo è stato la mia casa, e il tuo sangue questa parola segreta, questo nome che ci porterà nelle onde, negli spazi aperti del cuore.

*

Custodirò il tuo tempo, il cielo vicino alla casa, la neve a febbraio. Non sarai sola.

Io aspetterò ancora dietro ai materassi, e la voce mi guiderà nel corridoio, nei mattini e nei pomeriggi di Milano, fino ai giocattoli, al mio diario, a Tìppete che mi guarda dal buio.

*

Fra le tende e i fantasmi alle pareti, quanto tempo nel tempo, ora, quanta voce negli occhi, nella camera d’ospedale in mezzo alla notte, nei passi rapidi e silenziosi delle infermiere, nella tua pelle così trasparente…

Io mi vedo lontano, ti bagno le labbra, penso che una luce ti aspetta.

*

Sapessi come domando, come torno ai cortili, alle mattine fredde di noi.

Sono attimi sposati dal sangue, doni della memoria, fiati del cielo e del tempo, tu che mi accompagni e mi dici: «È questa la musica che ti mando, questa la promessa che ti feci quando ti sollevai nel pianto, nel giorno che consacrai il mio inverno, la mia voce per te».

*

C’è una foto, una luce che tocca il tuo viso.

Tu vieni dall’eternità di un bacio, da una ferita che è giovinezza, acqua scintillante, sogno che ferisce il mattino.

Sorridi.

E una pace sembra scendere di lato, spiare dalle tue chiome invisibili, averti, mentre qualcuno ti ascolta da un alone di vento e leggenda.

*

Nel sigillo scavato nel buio, accanto a Santa Teresa, come una domanda già persa, un nome segreto, una fine senza principio.

Le lettere macchiate nel cassetto, quel dolore di terra e di mare, tutti senza rimedio…

Oh, t’avessi trovato bambina, un attimo prima della vita, e poi anno dopo anno da Livorno a Milano, senza più ombre e paure, insieme per sempre, nella libertà chiara del cielo…

*

«Non importa se finisce adesso, se finisce così…»

Pregavi da quel precipizio, come a chiedere scusa. E allora tornavano tutte le sillabe degli anni cinquanta, la piazza con la fontana, i miei sudditi morti.

Il tuo petto tremava sotto le lenzuola, ed era carne, sì, vita più grande, mistero nell’ora onnipotente.

*

«Tra poco, mamma, saprai la tua storia, il lume giallo del tempo, la carità di chi annuncia e protende una mano… Vedrai il cielo esatto di un dono, la terra segreta di una parola…»

La mia voce era un’altra e un’altra era la notte.

Tu non c’eri più e mi abbracciavi ancora una volta.

 

mercoledì 28 aprile 2021

Una vita esemplare: Santa Teresa di Calcutta


Un brano tratto dal libro di Maria Teresa Dainotti Madre Teresa di Calcutta. Un cuore per il mondo (E.M.I., 1977), che mi fu regalato nel 1981 da una persona a me molto cara, di cui oggi ricorre il decimo anniversario della sua scomparsa.

Alla Nirmal Hriday (*) arriva su una barella un povero essere atrocemente consumato dal cancro.

È stato respinto da ogni ospedale col solito motivo, purtroppo reale, che non c’è posto. È chiaro che il poveretto è vicino al termine del suo martirio.

Dalle sue terribili ulcerazioni emana il disgustoso odore della dissoluzione e si elevano proteste dagli altri pazienti che pure sono in condizioni pietosissime. Un infermiere, mentre ripulisce la carne verminosa, è colto da vomito, benché abituato a maneggiare gli infetti.

L’infermo viene trasportato in una stanzetta separata ed è madre Teresa, casualmente arrivata in quel punto, che si prende cura di lui.

Il disgraziato insulta e schernisce, pur avendo ben poco fiato per farlo, e rivela da quale abisso di abbandono e disperato dolore egli non si sforzi nemmeno più di risalire.

Madre Teresa sorride e accarezza, lo sguardo penetrante lucido per la pena e colmo di tenerezza. Le sue mani si muovono con riguardo, con rispetto, rivelano amore ad ogni tocco.

Nel tenebroso cuore che batte i suoi ultimi palpiti si accende una tenue luce.

«Come puoi resistere a questo mio schifoso fetore?», domanda il poveretto, che forse ha conosciuto ambienti e condizioni di vita assai diversi. «Ti fa forse piacere contemplare questa putrefatta sozzura?».

«Non è niente, figlio, in paragone al male che tu stai sopportando».

«Tu non sei di qui», balbetta più tardi l’uomo. «La gente di qui non fa ciò che fai tu».

Pochi attimi ancora. Il morente riesce con sforzo ad appoggiarsi sul gomito per pronunciare poche parole che salgono dal profondo del suo cuore esulcerato:

«Sia gloria a te, madre!».

«No», dice Teresa, «Sia gloria a te che hai sofferto con Cristo!».

E lo stupore per una simile rivelazione si confonde per l’improvvisa raggiante Presenza.

(*) La Nirmal Hriday è la prima Casa aperta dalla santa di Calcutta. Raccoglie malati terminali (Aids, cancro, tubercolosi) e moribondi. Oggi vi operano alcune suore e alcuni volontari, anche indù. Vi è ancora la stanzetta usata da Madre Teresa, venerata come un santuario, contenente un armadietto, un tavolo e una sedia. Vi sono anche le pantofole che lei indossava e i suoi occhiali.

martedì 20 aprile 2021

Giovanni Papini - Lo specchio che fugge

Giovanni Papini, Lo specchio che fugge, Franco Maria Ricci editore, 1975

Nell’introduzione a questa straordinaria raccolta di racconti, pubblicata nel 1975 nella prestigiosa collana “La biblioteca di Babele” edita da Franco Maria Ricci, Borges scrive: «Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato». Così è, infatti. Del controverso, tormentato e prolifico autore fiorentino oggi non si parla più, forse perché la sua opera investe tanto profondamente l’esistenza da risultare troppo scomoda ed impegnativa, troppo intransigente e contraddittoria al tempo stesso, per nulla innocua. E questo, naturalmente, è un vero peccato, perché Papini (1881-1956) fu, nel nostro Novecento, uno degli ultimi scrittori posseduti ed anomali, i cui libri sono la testimonianza di un’inquietudine continua, di una ricerca che – se talvolta può apparire sopra le righe, o vòlta esageratamente alla polemica, all’aggressione ed allo scandalo, e per questo facile preda di abbagli e di clamorosi errori, pentimenti e conversioni – non può certo essere disconosciuta nel suo autentico furore originario.

Lo specchio che fugge fa parte della produzione del primo Papini e raccoglie dieci, brevi racconti d’impronta fantastica, i cui personaggi si possono intendere, come suggerisce Borges, quali molteplici proiezioni dell’io dell’autore. Non si può non rimanere colpiti dalla genialità inventiva, dalla scrittura al tempo stesso leggera ed incisiva, dal senso di perturbamento che si rinnova ad ogni pagina, insieme a soprassalti ed angosce, interrogativi e paradossi, verità sconcertanti e misteri. L’abilità di Papini nel trattare in modo originale i temi del tempo, della morte, del sogno e dell’identità nei vari brani è davvero sorprendente: le atmosfere dei racconti ci catturano da una dimensione altra, capace di rivelare, per enigma, i disagi e gli abissi dell’esistenza. È questo il Papini che precede la conversione, che sarà annunciata con la pubblicazione della Storia di Cristo (1921). Le novelle sono pertanto da collocare nel periodo della cosiddetta fame buia – come venne definito dallo scrittore – cioè nei tempi di una irrequietezza dello spirito che appare senza sosta, alla continua ricerca di una risposta che non c’è. E ciò che unisce i vari testi è proprio il senso del mistero e l’impossibilità di cogliere la realtà vera nel suo complesso, in quanto risulta sempre sfuggente e molteplice.

Vale la pena accennare a ciascuno dei piccoli capolavori che compongono la raccolta.

Due immagini in una vasca è un apologo sul tema del doppio e del tempo, in cui l’io presente uccide l’io passato perché non lo riconosce più, ma esso rimane come fantasma insopprimibile.

Storia completamente assurda è un racconto sull’incapacità di accettare il resoconto dettagliato di ciò che abbiamo vissuto, la verità completa dei nostri pensieri e delle nostre azioni: una giustificazione della finzione e dell’oblio per evitare lo spavento dell’esistenza.

Una morte mentale narra di un suicidio continuamente meditato e anomalo, un annientamento interiore e progressivo che con la forza della volontà giunge al suo tragico (e liberatorio) compimento.

Nel racconto L’ultima visita del Gentiluomo Malato l’unica verità del mondo e di ogni essere umano sembra essere la tragica inconsistenza del sogno. Emblematiche le parole del gentiluomo: «Io non sono un uomo reale, non sono un uomo come gli altri, un uomo di ossa e di muscoli, un uomo generato da uomini. Non sono nato come i vostri compagni; nessuno mi ha cullato e ha spiato il mio crescere. Io sono – e voglio dirlo – nient’altro che la figura di un sogno».

Il desiderio di non essere più se stessi, con il proprio corpo e la propria anima, è al centro di Non voglio più essere quello che sono e adombra inaspettatamente una trasfigurazione, un passaggio che sembra compiersi senza una vera percezione.

Chi sei? propone un’interruzione, un intervallo di mistero e di solitudine, che improvvisamente sconvolgono la vita del protagonista, la cui identità sembra perdersi nel nulla.

Nel racconto Il mendicante di anime vi è la scoperta, da parte del narratore, dell’esistenza del cosiddetto Uomo Comune, «pauroso e terribile nella incoscienza della sua incolore felicità».

Il suicida sostituto è la storia folle e paradossale di un uomo che a trentatré anni decide di uccidersi al posto dell’io narrante che non osa farlo e che egli vuole salvare da una vita vuota, inutile e senza più alcuna ambizione.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, l’esistenza è intesa come attesa continua di qualcosa che s’allontana sempre più, di un futuro che in realtà non esiste come futuro, ma come creazione e parte del presente.

Il giorno non restituito narra di un sortilegio basato sul prendere e concedere in prestito il tempo, ovvero gli anni della gioventù, per allontanare l’angoscia della morte, mediante un contratto destinato ad una fine imprevedibile.

Da leggere assolutamente (o da rileggere), queste storie di Papini sono la conferma (oggi ahimè poco condivisa) del valore che può assumere il racconto breve fantastico, o visionario, o immaginifico che dir si voglia, se scritto da un autore davvero valido, ed essere così una narrazione capace di sorprenderci e di interpellarci su quanto di misterioso e di inquietante fa parte della nostra esistenza.

Mauro Germani