Sono
strettamente collegati tra loro i due romanzi di Georges Bernanos
L’impostura
(1927)
e La
gioia (1929),
scritti dopo Sotto
il sole di Satana (1926).
Due opere assai potenti e complesse, in cui il buio gelido della
menzogna si scontra con la gioia soprannaturale e
incomprensibile sottesa
al sacrificio di sé, al dono estremo della propria vita, a quella
carità sconvolgente che scaturisce dalla passione di Cristo. Due
storie drammatiche nelle quali – come spesso avviene in Bernanos –
l’angoscia è segno
d’altro,
assalto delle tenebre e disperazione, oppure chiamata misteriosa,
possibile via di redenzione. Due vicende narrate soprattutto mediante
dialoghi di anime
parlanti,
di voci solitarie, e di descrizioni simili a lampi nella notte, frasi
come vertigini, immagini fredde o folgoranti, pensieri in perpetuo
movimento, scossi da un vento impetuoso e talvolta mortale.
Protagonista dell’Impostura
è
Cénabre, un prete intellettuale, che
da sempre non ha fatto che recitare «la lugubre commedia della
vocazione». Famoso storico del misticismo e della vita dei santi (la
santità di cui si occupa nei suoi studi è proprio ciò che egli non
ha), è l’incarnazione della menzogna, accompagnata da una condotta
esteriormente irreprensibile fin dai tempi del seminario. Nato in una
famiglia povera e «bramoso di elevarsi, assetato di fama», si è
dedicato ai propri studi senza carità, ma con un’avida curiosità,
che lo ha ridotto a un servitore del male, un prigioniero
dell’impostura e del vuoto interiore. Si tratta di una figura
altera, distante dagli altri, avvolta dalle tenebre, che gode però
di un notevole prestigio sociale, ossia di una tragica ammirazione
dell’apparenza.
La diabolica doppiezza dell’abate Cénabre viene mirabilmente
descritta da Bernanos con una sorta di pathos che attanaglia e che
spinge il lettore verso il baratro di un’anima sprofondata nella
perdizione. Proprio per questo è importante sottolineare come il
destino di Cénabre non sia indifferente a Bernanos, già dalla prima
delle quattro parti del libro, nella quale per la prima volta l’abate
subisce una terribile crisi che lo porta quasi al suicidio. Dopo aver
confessato il cronista Pernichon, che egli ritiene mediocre e quasi
privo di vita («Vi credete vivo?» gli domanda improvvisamente),
l’anima di Cénabre è scossa dalla tragica consapevolezza del
proprio nulla – quasi fosse l’immagine stessa di Pernichon, da
lui stesso rimproverato di avere una vita interiore che «porta il
segno meno». Così, in preda a un’angoscia mai provata, pensa di
farla finita, ma successivamente ha il sopravvento una strana forma
di lucidità, che è insieme sfida e abbandono, potenza
dell’impostura e delirio, in uno sdoppiamento di sé in cui sente
la propria risata nel vuoto come se appartenesse a un altro. E in
effetti quest’ultima è «l’ignobile
risata» di Satana, che ormai è in possesso dell’anima di Cénabre.
Sconvolto da quanto gli è capitato, l’abate – come fuori di sé
– decide di chiamare colui che è proprio il suo opposto: il
confratello Chevance, più anziano di lui, testimone di una «divina
semplicità» commovente, ma spesso incompreso e deriso a causa del
suo spirito
d’infanzia,
sacerdote dimesso, che pare inadeguato, ma che in realtà ha in sé
qualcosa di speciale, quella grazia e quella fede che mancano a
Cénabre.
L’incontro tra i due è una prova per entrambi: il primo
confessa di non aver mai avuto la fede, l’altro ascolta e non
giudica, ma sente fortemente il compito di farsi strumento di
redenzione, mediante l’umiliazione e l’offerta di sé. Cénabre,
però, non riesce a trattenere la propria ira, causata da un misto di
repulsione e di orgoglio, e lo aggredisce. Ma si tratta davvero di
una sconfitta quella di Chevance? Indubbiamente qualcosa d’incompiuto
rimane ed è fondamentale notare come i due sacerdoti restano
profondamente segnati da questa esperienza: Cénabre continuamente
travagliato dalla menzogna e al contempo dal disgusto di sé e dalla
disperazione, Chevance ossessionato dall’urgenza di incontrare di
nuovo il celebre abate. Due inquietudini diverse, ma legate da quella
insolita confessione notturna, da quel cedimento di cui Cénabre ha
paura, perché rappresenta per lui una frana del suo essere, un venir
meno dell’impostura su cui ha basato l’intera sua vita.
La
seconda parte del romanzo si configura, all’interno della
narrazione, come una sorta di intermezzo, che rivela – mediante una
discussione che è un teatro
della falsità e
dell’arrivismo – l’ipocrisia e il vuoto di un cenacolo di
intellettuali ambiziosi e opportunisti, tra cui monsignor Espelette,
prete mediocre (e come tale responsabile, per Bernanos, della
«degradazione delle anime») e Guérou, scrittore «specialista in
perversione, morbosamente attratto dallo spettacolo del prete
mediocre», nonché dal vizio nelle sue varie forme. Tra costoro vi è
di nuovo la figura di Pernichon, che appare vittima del losco mondo
giornalistico-letterario dal quale inutilmente, forse per la prima
volta, cerca di difendersi. Questo quadro di personaggi disgustosi
rappresenta per Bernanos la condanna di una società in crisi, priva
di autentici valori, in cui la parola è solo strumento per
l’affermazione di sé, all’interno di una lotta feroce, senza
esclusione di colpi.
La terza e quarta parte risultano quelle più
intense e originali del romanzo, nelle quali si manifesta al meglio
la scrittura tipica di Bernanos, visionaria e insieme concreta, sia
nei dialoghi sia nelle descrizioni dei personaggi e degli ambienti.
Si veda l’incontro notturno di Cénabre (come già evidenziato, la
figura dell’abate emana buio ed è costantemente circondata dal
nero delle tenebre) con un clochard
epilettico e stravagante. Tra i due nasce una sorta di strano
confronto. Cénabre ne è attratto e insieme respinto, alterna
momenti di domande e di ascolto, dovuti alla sua insaziabile
curiosità, ad altri di profonda ripugnanza. Nel povero miserabile,
che gli rivela la propria esistenza di espedienti e di menzogne per
campare e ottenere qualcosa, egli scopre con orrore la sua immagine
come in una caricatura o in uno specchio deformante: «Ma questa
volta la preda agognata non era fuori di lui. La vedeva come in fondo
a se stesso, lo affascinava, come un riflesso nell’acqua nera».
L’ultima parte è quella decisiva ed è al contempo preludio a La
gioia.
Al centro della narrazione troviamo la giovane Chantal, di cui
Chevance è la guida spirituale. Creatura diversa dagli altri,
innocente e pura, che ricorda nella sua umiltà la spiritualità di
santa Thérèse di Liseux, Chantal è un essere abitato da una gioia
luminosa, che molti non comprendono perché, al contrario, sono
afflitti da una tristezza pesante, gravata da un egoismo o da una
grettezza senza rimedio. Ella è l’allieva prediletta di Chevance,
verso il quale mostra grande affetto e gratitudine per gli
insegnamenti che riceve. Perfino
lei, però, sarà messa duramente alla prova, quando dovrà assistere
alla malattia e alla terribile agonia del suo maestro. La morte di
quest’ultimo sconvolgerà le aspettative della giovane, perché
essa
non
avrà – almeno apparentemente – nulla di edificante. Le parole di
Chevance le rivelano non solo la sua estrema solitudine e sofferenza,
ma anche la paura di morire. Non
sembri quest’ultima un’insanabile contraddizione: «Anche
la paura è, malgrado tutto, la figlia di Dio, riscattata la notte
del Venerdì santo. Non è bella a vedersi, no, e c’è chi se ne fa
beffe, chi la maledice e tutti la ripudiano… Però non lasciatevi
ingannare da questo: essa è al capezzale di ogni agonia e intercede
per l’uomo». E Chantal imparerà la lezione, tanto che ne La gioia dirà: «Ho visto morire un santo, io che vi parlo, e ciò non avviene per nulla come lo si immagina, non assomiglia a quanto si legge sui libri: è uno spettacolo che esige fermezza, perché si sente l'armatura dell'anima scricchiolare. Ho capito allora cos'è il peccato... Ci siamo tutti dentro nel peccato, gli uni per goderne, altri per soffrirne, ma, a conti fatti, è lo stesso pane che spezziamo tutti sul margine della fontana, è lo stesso disgusto che inghiottiamo trattenendo la saliva!».
Nel
delirio del suo
tormento finale
Chevance ripete spesso il nome di Cénabre, gli sembra di inseguirlo
nella notte, di aspettarlo per abbracciarlo e offrirgli la sua pena e
il suo aiuto, perché
«il
vero Cénabre era soltanto suo. Solo sua di lui Chevance la
confessione strappata alla disperazione e alla vergogna…».
Bernanos
narra questa speciale
avventura
dell’anima
in modo sorprendente, tra dettagli fisici (il sudore, il sangue, il
pallore, il tremore, lo sguardo fisso), squarci allucinati
d’immagini, voci d’ambiente, soprassalti del cuore e umani
scoramenti. Chantal, assistendo alla terribile sofferenza del vecchio
sacerdote, è dapprima sconcertata, poi comprende – senza
attribuirgli un nome – d’essere partecipe di qualcosa di
soprannaturale. Tra i due personaggi, infatti, avviene un dono
reciproco, uno scambio spirituale, che è
in fondo la
comunione
dei santi:
Chantal offre la sua gioia e Chevance quel sacrificio, quella
solitudine della sua ultima ora, quel segreto
missionario
nei confronti di Cénabre.
Il romanzo successivo, La
gioia, formalmente più coeso, narra proprio questo: la via impervia, dolorosa, ma anche luminosa
(la
luce è, nelle pagine di Bernanos, combattimento spirituale),
che dovrà percorrere Chantal, qui protagonista assoluta, alle prese
con il continuo ricordo di Chevance e delle sue lezioni spirituali e
con le figure che la circondano nella lussuosa villa in cui vive: il
padre vedovo e nevrotico, intellettuale insoddisfatto, che pensa
sempre alla propria carriera e alla salute instabile, incapace di
comprendere la vera natura della figlia; la nonna avara e folle; lo
psichiatra La Pérouse, l’abate Cénabre; la servitù ambigua, tra
cui l’autista, il russo Fëdor, colui
che finirà per uccidere la povera Chantal e che poi si toglierà la
vita.
Un omicidio-suicidio dettato certo dal male presente in lui, ma
anche dall’ossessione malata per la ragazza che egli sente troppo
diversa, troppo pura, sfuggente e superiore (la spierà mentre la
giovane è in preghiera, come in estasi, caduta in Dio). Fëdor,
abile manipolatore e dotato di una certa facondia, consumatore di
alcol e droghe, non può che arrendersi di fronte a Chantal, alla sua
integrità e sincerità: non avrà come atto estremo che la violenza
per affermarsi e subito dopo annientarsi per finirla per sempre. La
sua è, in fondo, nonostante le apparenze, una figura impotente e
allo stesso tempo sovraccarica,
ingannatrice e ingannata, che reca indubbiamente in sé una tragica
impronta soprannaturale, quella di Satana.
Ma la conclusione del
romanzo non è questa, perché l’abate Cénabre, il protagonista
dell’Impostura,
al cospetto dei due cadaveri, riesce finalmente a squarciare, in una
tensione estrema, il buio che ha sempre dominato il suo cuore: le sue
labbra, infatti, pronunciano «con
voce sovrumana»
le prime parole del Pater
noster,
dopodiché egli cade «con
la faccia in avanti».
La nota finale del libro aggiunge che «Il
reverendo Cénabre morì il 10 marzo 1912, nella casa di cura del
dottor Lelièvre, senza aver ritrovato la ragione».
A ben vedere, questi due romanzi di Bernanos rappresentano non tanto
un contrasto tra luce e buio, quanto un ossimoro
dell’anima,
in attesa d’altro. I personaggi di Cénabre, Chevance e Chantal
risultano misteriosamente legati, al di là delle specifiche
differenze. In loro si può scorgere l’opera del soprannaturale, un
destino che va oltre la sola esistenza terrena, insieme al mistero della grazia. Ciò che si compie
sembra proprio ciò che doveva essere compiuto.
Mauro
Germani
A proposito di Bernanos, su questo blog:Sotto il sole di Satana
Il signor Ouine
Diario di un curato di campagna
Citazioni dalle opere di Georges Bernanos
I grandi cimiteri sotto la luna