lunedì 10 maggio 2021

Diario/24 - "L'obbedienza dei santi"

C’è un’obbedienza che non è di questo mondo, ma che si manifesta nel mondo. È quella dei santi, di coloro che rispondono con tutto il loro essere al fuoco della carità e del mistero. Non possono farne a meno, perché votati alla bellezza del sacrificio e al loro sparire in nome di ciò che è più grande. Sono presenze svuotate di sé e colme di Altro, volti poveri e luminosi, mani aperte alla sofferenza altrui. Sono segni viventi che restano nel cuore di chi li incontra. Senza di loro sprofonderemmo nel fango del mondo, saremmo vittime di noi stessi. Essi non evitano il fango, anzi lo cercano per liberare chi ne è prigioniero e ne è sommerso. Si sporcano, i santi, e lottano sempre, eppure la loro presenza è una luce, una benedizione che fa tremare, un candore che inginocchia.

Leggere ciò che hanno compiuto è già essere toccati dalla Grazia, sentire come un vento nel cuore, scoprire che nella sofferenza e nel dolore non siamo soli. Essi hanno spesso avuto una vita difficile, sono stati colpiti da tribolazioni, malattie, ingiustizie, la loro missione è stata quasi sempre osteggiata o derisa, e solo più tardi accolta e compresa. Il motivo è molto semplice: hanno obbedito a Dio e non agli uomini, riuscendo a respingere il principe di questo mondo. La tenacia della fede ha avuto il sopravvento, anche nei momenti più bui e dolorosi, quando la loro anima era messa alla prova, spesso insieme ai supplizi del corpo, in un tragico abbandono. Eppure quanto di estremo troviamo nella vita dei santi non deve spaventarci, né allontanarci perché giudicato impossibile. La parola impossibile, in questi casi, risulta spesso ingannevole, come uno specchio deformante o che riflette solo il nostro vuoto interiore.

Perché non rammentare le loro storie, non serbarle dentro di noi? Quando da bambino mi capitava di ascoltare o di leggere qualche episodio della vita di un santo (come San Francesco, Santa Teresa di Lisieux, San Gaspare del Bufalo, o altri), mi sentivo rapito da un grande mistero. Non erano fiabe, quelle, ma storie vere, di una realtà che prendeva l’anima e il sangue. Le fiabe non mi piacevano più di tanto, non mi catturavano fino in fondo, perché troppo palese era in loro la finzione. I racconti dei santi, invece, suscitavano in me forti emozioni: sentivo che trasmettevano nella sofferenza, nella carità o nel martirio, una vita dentro ed oltre la vita.

I santi – è bene ricordarlo – non appartengono solo al passato. Esistono ancora oggi, ed io credo che esisteranno sempre, perché il fuoco che divampa nel loro cuore è inestinguibile e fa sì che essi, in ogni tempo e in ogni luogo, non vivano a metà. Ha scritto Bernanos: «Impegnarsi nella totalità dell’essere, impegnarsi tutti interi… Lo sapete, la maggior parte di noi impegna nella vita solo una debole parte, una parte ridicolmente piccola del proprio essere. […] Un santo vive impegnando totalmente la propria anima». E ancora: «I moralisti considerano la santità un lusso. La santità è una necessità. La santità, i santi, custodiscono quella vita interiore senza la quale l’umanità si degraderà fino a morire. È nella vita interiore che l’uomo trova le risorse necessarie per sfuggire alla barbarie o a un pericolo peggiore della barbarie, la schiavitù bestiale del formicaio totalitario».

Ecco allora che ci può essere una compagnia dell’anima che è davvero una lezione salutare, uno stare insieme a chi riesce a vincere l’urto del mondo: una presenza, quella dei santi e della loro speciale obbedienza, che chiama da un altro silenzio, ed improvvisamente s’illumina nelle tenebre. Custodirla è come custodire un tesoro prezioso.

Mauro Germani

 

lunedì 3 maggio 2021

Mauro Germani - Il mio nome (da "Luce del volto", Campanotto, 2002)


Dino Buzzati (da Poema a fumetti, Mondadori, 1969)

Il mio nome

L’acqua dei sette mesi e la notte bianca al davanzale, l’attesa come dono e lamento nella stanza accanto.

Il mio nome è un voto, un bacio nell’aria che trema nel buio.

*

Io ti guardo adesso, mentre la luce ritorna dai soffitti, dalle finestre bagnate, dai cortili, dagli anni che furono amore e domanda.

Adesso sento il tuo respiro e la voce.

Per me è tutto, è una piccola fiamma nel gelo, una preghiera che tocca la notte e mi chiama, mi cerca nel tempo.

*

Perché il tuo corpo è stato la mia casa, e il tuo sangue questa parola segreta, questo nome che ci porterà nelle onde, negli spazi aperti del cuore.

*

Custodirò il tuo tempo, il cielo vicino alla casa, la neve a febbraio. Non sarai sola.

Io aspetterò ancora dietro ai materassi, e la voce mi guiderà nel corridoio, nei mattini e nei pomeriggi di Milano, fino ai giocattoli, al mio diario, a Tìppete che mi guarda dal buio.

*

Fra le tende e i fantasmi alle pareti, quanto tempo nel tempo, ora, quanta voce negli occhi, nella camera d’ospedale in mezzo alla notte, nei passi rapidi e silenziosi delle infermiere, nella tua pelle così trasparente…

Io mi vedo lontano, ti bagno le labbra, penso che una luce ti aspetta.

*

Sapessi come domando, come torno ai cortili, alle mattine fredde di noi.

Sono attimi sposati dal sangue, doni della memoria, fiati del cielo e del tempo, tu che mi accompagni e mi dici: «È questa la musica che ti mando, questa la promessa che ti feci quando ti sollevai nel pianto, nel giorno che consacrai il mio inverno, la mia voce per te».

*

C’è una foto, una luce che tocca il tuo viso.

Tu vieni dall’eternità di un bacio, da una ferita che è giovinezza, acqua scintillante, sogno che ferisce il mattino.

Sorridi.

E una pace sembra scendere di lato, spiare dalle tue chiome invisibili, averti, mentre qualcuno ti ascolta da un alone di vento e leggenda.

*

Nel sigillo scavato nel buio, accanto a Santa Teresa, come una domanda già persa, un nome segreto, una fine senza principio.

Le lettere macchiate nel cassetto, quel dolore di terra e di mare, tutti senza rimedio…

Oh, t’avessi trovato bambina, un attimo prima della vita, e poi anno dopo anno da Livorno a Milano, senza più ombre e paure, insieme per sempre, nella libertà chiara del cielo…

*

«Non importa se finisce adesso, se finisce così…»

Pregavi da quel precipizio, come a chiedere scusa. E allora tornavano tutte le sillabe degli anni cinquanta, la piazza con la fontana, i miei sudditi morti.

Il tuo petto tremava sotto le lenzuola, ed era carne, sì, vita più grande, mistero nell’ora onnipotente.

*

«Tra poco, mamma, saprai la tua storia, il lume giallo del tempo, la carità di chi annuncia e protende una mano… Vedrai il cielo esatto di un dono, la terra segreta di una parola…»

La mia voce era un’altra e un’altra era la notte.

Tu non c’eri più e mi abbracciavi ancora una volta.

 

mercoledì 28 aprile 2021

Una vita esemplare: Santa Teresa di Calcutta


Un brano tratto dal libro di Maria Teresa Dainotti Madre Teresa di Calcutta. Un cuore per il mondo (E.M.I., 1977), che mi fu regalato nel 1981 da una persona a me molto cara, di cui oggi ricorre il decimo anniversario della sua scomparsa.

Alla Nirmal Hriday (*) arriva su una barella un povero essere atrocemente consumato dal cancro.

È stato respinto da ogni ospedale col solito motivo, purtroppo reale, che non c’è posto. È chiaro che il poveretto è vicino al termine del suo martirio.

Dalle sue terribili ulcerazioni emana il disgustoso odore della dissoluzione e si elevano proteste dagli altri pazienti che pure sono in condizioni pietosissime. Un infermiere, mentre ripulisce la carne verminosa, è colto da vomito, benché abituato a maneggiare gli infetti.

L’infermo viene trasportato in una stanzetta separata ed è madre Teresa, casualmente arrivata in quel punto, che si prende cura di lui.

Il disgraziato insulta e schernisce, pur avendo ben poco fiato per farlo, e rivela da quale abisso di abbandono e disperato dolore egli non si sforzi nemmeno più di risalire.

Madre Teresa sorride e accarezza, lo sguardo penetrante lucido per la pena e colmo di tenerezza. Le sue mani si muovono con riguardo, con rispetto, rivelano amore ad ogni tocco.

Nel tenebroso cuore che batte i suoi ultimi palpiti si accende una tenue luce.

«Come puoi resistere a questo mio schifoso fetore?», domanda il poveretto, che forse ha conosciuto ambienti e condizioni di vita assai diversi. «Ti fa forse piacere contemplare questa putrefatta sozzura?».

«Non è niente, figlio, in paragone al male che tu stai sopportando».

«Tu non sei di qui», balbetta più tardi l’uomo. «La gente di qui non fa ciò che fai tu».

Pochi attimi ancora. Il morente riesce con sforzo ad appoggiarsi sul gomito per pronunciare poche parole che salgono dal profondo del suo cuore esulcerato:

«Sia gloria a te, madre!».

«No», dice Teresa, «Sia gloria a te che hai sofferto con Cristo!».

E lo stupore per una simile rivelazione si confonde per l’improvvisa raggiante Presenza.

(*) La Nirmal Hriday è la prima Casa aperta dalla santa di Calcutta. Raccoglie malati terminali (Aids, cancro, tubercolosi) e moribondi. Oggi vi operano alcune suore e alcuni volontari, anche indù. Vi è ancora la stanzetta usata da Madre Teresa, venerata come un santuario, contenente un armadietto, un tavolo e una sedia. Vi sono anche le pantofole che lei indossava e i suoi occhiali.

martedì 20 aprile 2021

Giovanni Papini - Lo specchio che fugge

Giovanni Papini, Lo specchio che fugge, Franco Maria Ricci editore, 1975

Nell’introduzione a questa straordinaria raccolta di racconti, pubblicata nel 1975 nella prestigiosa collana “La biblioteca di Babele” edita da Franco Maria Ricci, Borges scrive: «Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato». Così è, infatti. Del controverso, tormentato e prolifico autore fiorentino oggi non si parla più, forse perché la sua opera investe tanto profondamente l’esistenza da risultare troppo scomoda ed impegnativa, troppo intransigente e contraddittoria al tempo stesso, per nulla innocua. E questo, naturalmente, è un vero peccato, perché Papini (1881-1956) fu, nel nostro Novecento, uno degli ultimi scrittori posseduti ed anomali, i cui libri sono la testimonianza di un’inquietudine continua, di una ricerca che – se talvolta può apparire sopra le righe, o vòlta esageratamente alla polemica, all’aggressione ed allo scandalo, e per questo facile preda di abbagli e di clamorosi errori, pentimenti e conversioni – non può certo essere disconosciuta nel suo autentico furore originario.

Lo specchio che fugge fa parte della produzione del primo Papini e raccoglie dieci, brevi racconti d’impronta fantastica, i cui personaggi si possono intendere, come suggerisce Borges, quali molteplici proiezioni dell’io dell’autore. Non si può non rimanere colpiti dalla genialità inventiva, dalla scrittura al tempo stesso leggera ed incisiva, dal senso di perturbamento che si rinnova ad ogni pagina, insieme a soprassalti ed angosce, interrogativi e paradossi, verità sconcertanti e misteri. L’abilità di Papini nel trattare in modo originale i temi del tempo, della morte, del sogno e dell’identità nei vari brani è davvero sorprendente: le atmosfere dei racconti ci catturano da una dimensione altra, capace di rivelare, per enigma, i disagi e gli abissi dell’esistenza. È questo il Papini che precede la conversione, che sarà annunciata con la pubblicazione della Storia di Cristo (1921). Le novelle sono pertanto da collocare nel periodo della cosiddetta fame buia – come venne definito dallo scrittore – cioè nei tempi di una irrequietezza dello spirito che appare senza sosta, alla continua ricerca di una risposta che non c’è. E ciò che unisce i vari testi è proprio il senso del mistero e l’impossibilità di cogliere la realtà vera nel suo complesso, in quanto risulta sempre sfuggente e molteplice.

Vale la pena accennare a ciascuno dei piccoli capolavori che compongono la raccolta.

Due immagini in una vasca è un apologo sul tema del doppio e del tempo, in cui l’io presente uccide l’io passato perché non lo riconosce più, ma esso rimane come fantasma insopprimibile.

Storia completamente assurda è un racconto sull’incapacità di accettare il resoconto dettagliato di ciò che abbiamo vissuto, la verità completa dei nostri pensieri e delle nostre azioni: una giustificazione della finzione e dell’oblio per evitare lo spavento dell’esistenza.

Una morte mentale narra di un suicidio continuamente meditato e anomalo, un annientamento interiore e progressivo che con la forza della volontà giunge al suo tragico (e liberatorio) compimento.

Nel racconto L’ultima visita del Gentiluomo Malato l’unica verità del mondo e di ogni essere umano sembra essere la tragica inconsistenza del sogno. Emblematiche le parole del gentiluomo: «Io non sono un uomo reale, non sono un uomo come gli altri, un uomo di ossa e di muscoli, un uomo generato da uomini. Non sono nato come i vostri compagni; nessuno mi ha cullato e ha spiato il mio crescere. Io sono – e voglio dirlo – nient’altro che la figura di un sogno».

Il desiderio di non essere più se stessi, con il proprio corpo e la propria anima, è al centro di Non voglio più essere quello che sono e adombra inaspettatamente una trasfigurazione, un passaggio che sembra compiersi senza una vera percezione.

Chi sei? propone un’interruzione, un intervallo di mistero e di solitudine, che improvvisamente sconvolgono la vita del protagonista, la cui identità sembra perdersi nel nulla.

Nel racconto Il mendicante di anime vi è la scoperta, da parte del narratore, dell’esistenza del cosiddetto Uomo Comune, «pauroso e terribile nella incoscienza della sua incolore felicità».

Il suicida sostituto è la storia folle e paradossale di un uomo che a trentatré anni decide di uccidersi al posto dell’io narrante che non osa farlo e che egli vuole salvare da una vita vuota, inutile e senza più alcuna ambizione.

Nel racconto che dà il titolo alla raccolta, l’esistenza è intesa come attesa continua di qualcosa che s’allontana sempre più, di un futuro che in realtà non esiste come futuro, ma come creazione e parte del presente.

Il giorno non restituito narra di un sortilegio basato sul prendere e concedere in prestito il tempo, ovvero gli anni della gioventù, per allontanare l’angoscia della morte, mediante un contratto destinato ad una fine imprevedibile.

Da leggere assolutamente (o da rileggere), queste storie di Papini sono la conferma (oggi ahimè poco condivisa) del valore che può assumere il racconto breve fantastico, o visionario, o immaginifico che dir si voglia, se scritto da un autore davvero valido, ed essere così una narrazione capace di sorprenderci e di interpellarci su quanto di misterioso e di inquietante fa parte della nostra esistenza.

Mauro Germani

 

mercoledì 14 aprile 2021

Diario/23 - "Il mistero degli animali"

Che cosa sanno gli animali? E che cosa ci direbbero, se potessero parlare come noi? Essi mi sono sempre sembrati portatori di segreti che a noi sfuggono o che abbiamo dimenticato. I gatti che ho avuto mi hanno lasciato – ciascuno a suo modo e col proprio carattere – non solo ricordi, ma segni vivi dentro di me, momenti che non sono davvero mai finiti e che tornano specialmente nei sogni. Mi hanno accompagnato in vari periodi della mia vita, mi sono stati accanto con il loro mistero, con la loro dignità e la loro innocenza. Presenti e sfuggenti. Dolci e riservati. Fedeli a sé stessi, eppure partecipi, mai distratti. Interi nel loro enigmatico essere.

Il mondo animale appare semplice e limitato, ma è indubbio che in esso le facoltà sensoriali sono assai sviluppate, più delle nostre, ed è anche dimostrato che alcuni animali possiedono una memoria eccezionale e che come noi provano emozioni. Perché escludere che essi siano in realtà consapevoli della loro missione? Chiamati per popolare la terra, obbediscono da sempre ad una legge suprema che ignorano o che, al contrario, conoscono? E poi, sono vittime della cieca volontà della natura, come direbbe Schopenhauer, oppure anch’essi fanno parte di un grande disegno che in qualche modo li accomuna al nostro destino? Io propendo per quest’ultima ipotesi, in quanto mi pare che facciano parte di un sacrificio all’interno di un ordine misterioso al di sopra di noi. Forse essi se ne rendono conto, sanno o sentono di svolgere un ruolo importantissimo ed insieme umile su questa terra. Forse, fin dalla nascita, hanno in sé stessi l’oscura memoria dei loro progenitori, quella coscienza di sangue che accettano in silenzio, perché così è stato loro comandato.

E noi? Siamo pastori o assassini, amici o carnefici? Oppure tutte queste cose insieme? È chiaro che senza gli animali saremmo più poveri e tristi, davvero soli nell’immenso creato. Che cosa pensare del loro mondo dentro il nostro mondo? Credo che esso sia come uno specchio capace di riflettere ciò che altrimenti non saremmo capaci di vedere: abisso e meraviglia. «Siamo qui. Siamo per voi e per ciò che è più grande di voi», mi pare che dicano. «Non disprezzate e non dimenticate il nostro servizio…» Il loro servizio: ecco ciò di cui l’uomo ha crudelmente abusato, in nome del profitto, sminuendo ciò che gli animali sono o potrebbero essere. Che ne sappiamo, in fondo, di ciò che avviene in un animale? A questo proposito, mi viene in mente un brevissimo racconto di Buzzati, intitolato Il genio perduto, che parte da questa domanda: «Se tra le migliaia di animali che vengono giornalmente tratti al macello, si trovasse un maiale, o un vitello, dotato di intelligenza mostruosa, pari, se non superiore, a quella di Platone, di Leonardo Da Vinci, di Einstein, come potrebbe rivelarla a noi, e così salvarsi?»

Io penso che occorra riconoscere che noi siamo legati agli animali. E probabilmente li portiamo con noi, perché li abbiamo trascinati nei nostri errori ab origine: sono i nostri fratelli misteriosi, e nei loro musi, nei loro corpi bizzarri, nei loro versi, c’è qualcosa di antico, qualcosa che non è poi così distante da noi, e che coinvolge il nostro destino. Deboli o forti, prede o predatori,  essi non smettono di guardarci e in qualche modo di ammonirci, perché un po’ della luce di Dio è anche nei loro occhi.

E a me piace immaginare un aldilà con la loro presenza, una dimensione in cui possono essere finalmente liberi e felici, ancora accanto a noi, ma leggeri e luminosi, in una nuova alleanza, senza più l’oppressione della sopravvivenza o l’incubo d’essere cacciati.

Mauro Germani

 

giovedì 8 aprile 2021

LA CITAZIONE (n. 26) - Mario Luzi


Di che è mancanza questa mancanza,

                                                         cuore,

che a un tratto ne sei pieno?

di che? Rotta la diga

t’inonda e ti sommerge

la piena della tua indigenza…

                                            Viene,

forse viene,

                      da oltre te

                                  un richiamo

che ora perché agonizzi non ascolti.

Ma c’è, ne custodisce forza e canto

la musica perpetua… ritornerà.

                                  Sii calmo.

 

Mario Luzi, da Sotto specie umana, Garzanti, 1999

lunedì 29 marzo 2021

Diario/22 - "Sul corpo"

Per me il corpo è sempre stato sconvolgente, nel bene e nel male. Non sono mai riuscito a considerarlo normale. La scoperta, da bambino, della sua realtà fu per me piuttosto traumatica. Sapere dell’esistenza dei nostri organi interni, delle vene, delle arterie e del flusso sanguigno, nonché dei vari processi fisiologici dentro di noi, provocò in me uno strano malessere, uno sgomento associato ad un oscuro senso di colpa. Avevo sognato d’essere un angelo, come tutti gli esseri viventi, ma mi resi d’essermi ingannato. Perché tutto quel mondo interno ed ingovernabile, così estraneo eppure vitale? Perché la nostra dipendenza da ciò che non comprendiamo, che ci sfugge continuamente, che non vediamo e che è destinato a corrompersi, a degradarsi, a non funzionare più? Perché essere legati al buio della carne?

È evidente che ogni discorso sul corpo rinvia inevitabilmente alla morte. Il corpo, infatti, subisce il tempo, si modifica, si ammala, non è duraturo. La bellezza – a volte davvero sorprendente – di certi corpi sfiorisce con gli anni, si perde, diventa un malinconico ricordo. Il vigore e l’agilità fisica della giovinezza lasciano il posto alla stanchezza ed alla difficoltà dei movimenti. Anche la mente può smarrirsi, non riconoscere più il mondo che una volta era suo. Oppure una malattia improvvisa o un incidente possono troncare in modo repentino una vita. In tutti i casi, comunque, il corpo è condannato, prima o poi, alla rovina e alla dissoluzione di sé. Spesso questa verità la nascondiamo a noi stessi, perché troppo scomoda, oppure ne siamo terrorizzati, e ricorriamo ai rimedi della cosmesi, dell’attività sportiva o a qualunque tipo di medicina, pur di allontanare da noi lo spettro del nostro decadimento. Il mito della salute a tutti i costi, della nostra efficienza fisica e in generale della nostra immagine può diventare un’ossessione di cui non riusciamo a liberarci. E al centro delle nostre angosce il corpo appare sempre più scisso, tra desiderio e realtà, tra rappresentazione e verità: l’unità del nostro essere sembra proprio irraggiungibile, qui ed ora.

Io penso che il corpo incarni un mistero, un enigma che trascende sé stesso. Il suo essere per la morte coinvolge sicuramente ciò in cui crediamo. Esso coincide con la nostra fine, oppure no? Rappresenta il nostro annientamento totale, la nostra sparizione, oppure è un mezzo necessario per morire, per approdare alla morte come passaggio verso l’aldilà? È chiaro che, in quest’ultimo caso – che è quello io sostengo – non si può non fare riferimento all’anima ed alla sua immortalità: se il corpo è per la morte e la morte è per l’eterno, risulta evidente che anche lo stesso corpo indirettamente lo è, in quanto la sua mortalità si configura indispensabile per l’immortalità, la sua conditio sine qua non.

Detto questo, devo confessare che io ho sempre fatto meno fatica ad accettare l’anima che il corpo. Sull’anima e sulla sua esistenza, in fondo, non ho mai avuto seri dubbi, mentre il corpo mi ha costantemente inquietato: le sue forme, i suoi meccanismi, le sue pulsioni, nonché la sua fragilità, unita talvolta alla sua inesplicabile bellezza e sempre, invece, al suo progressivo disfacimento, hanno provocato in me conflitti non trascurabili, sentimenti ora di attrazione ed ora di repulsione. Ho dovuto constatare, nel corso degli anni, la mia incapacità a mantenere un equilibrio, come quando ero bambino. Vita e morte risiedono nel corpo, sono lì, nel nostro sangue, nel nostro tempo, ma io penso che il loro destino tenda all’oltre e che vi sia in esse una promessa che non è loro, una sfida alla ragione. Così mi dico che bisogna superare il disgusto, ogni umiliazione, ribaltare la logica: essere più docili per essere più forti, non credere solo in noi stessi. E prego di riuscire a vincere le mie debolezze e le mie contraddizioni, a rispettare di più il corpo, insomma, accogliendo la sua precarietà terrena e l’umiltà della carne, la sua attesa e la sua trasfigurazione altrove.

Mauro Germani