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BLOG DI MAURO GERMANI
martedì 3 febbraio 2026
martedì 27 gennaio 2026
Emmanuel Lévinas - L'appello del volto e la responsabilità
In Totalià e infinito (1961), Emmanuel Lévinas (1906-1995) espone una critica costante al concetto di totalità, presente tanto in Husserl (come totalità della coscienza), quanto in Heidegger (come totalità dell’essere). Sebbene egli sia stato influenzato inizialmente da entrambi i filosofi, è indubbio come il suo pensiero si collochi in modo originale oltre l’ontologia classica e moderna, tracciando un percorso di pensiero autonomo e assai significativo anche sul piano della scrittura, estremamente elaborata e al tempo stesso concisa, caleidoscopica, ricca di allusioni e di variazioni all’interno di ogni tema trattato, con la presenza di diversi punti di vista.
Per quanto concerne il discorso ontologico, Lévinas sostiene che esso rischia di soffocare l’umano nell’anominia dell’essere, l’«il y a», il c’è impersonale, riduttivo e opaco. Occorre pertanto indicare una via di uscita in grado di coagulare l’essere in un ente capace di assumerlo, di farlo proprio, destituendolo dalla sfera dell’anonimato e liberarlo così dal pericolo di un’ontologia che si configura in realtà come filosofia della potenza e della sopraffazione. Si tratta cioè di attribuire un valore all’umano come soggetto dotato di consapevolezza, e tale valore consiste nella relazione con l’Altro: l’uscita dall’essere anonimo conduce così all’esistente, il quale a sua volta incontra l’Altro, presenza che chiama, che chiede e dà un senso. Da qui nasce la fondamentale esigenza etica che contraddistingue l’intera opera del Nostro.
Per Lévinas – che subì la prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale e lo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti – il rifiuto della totalità avviene in nome dell’etica, che viene da lui considerata «la vera e propria filosofia prima», in quanto fondativa, precedente alla cosiddetta coscienza trascendentale della fenomenologia, e opposta all’ontologia del Neutro – espressione con la quale Lévinas designa quella elaborata da Heidegger.
All’affermazione egoistica del Medesimo, che rimanda unicamente alla propria identità e tutto racchiude entro l’orizzonte del proprio essere, Lévinas contrappone un approccio diverso, che è apertura e ascolto. L’etica nasce al cospetto dell’Altro, termine con cui viene indicato ogni essere umano nella sua unicità, nella sua alterità assoluta, che si pone oltre la differenza ontologica tra essere ed ente di matrice heideggeriana, poiché ciò che interessa a Lévinas è che l’alterità non possa essere assorbita, integrata nell’ambito dell’ego di ciascuno.
E l’originalità di questo processo parte proprio dal volto, cioè dal modo di presentarsi dell’Altro. Grazie al volto – da non intendersi in modo semplicemente esteriore, nei suoi lineamenti e nel suo aspetto fisico – arriva a noi la richiesta dell’Altro, il suo bisogno di aiuto, il suo appello, la sua voce. Le affermazioni di Lévinas «l’occhio non brilla, parla» e «la parola sporge sulla visione» risultano assai importanti per comprendere che il volto non è un oggetto della vista/conoscenza tipica della logica del dominio, ma ha a che fare con il linguaggio e con l’udito, e presuppone pertanto l’ascolto.
Se si è sordi all’appello del volto, quest’ultimo diviene un oggetto, un contenuto da inglobare nel Medesimo, cioè nel nostro mondo conoscitivo, dove non c’è spazio per ciò che è fuori dall’ ego o dalla coscienza. Come è stato giustamente osservato, la filosofia, per Lévinas, non è «una egologia volta a ridurre l’esistente a un tautologico gioco del Medesimo, bensì un’eterologia impegnata a fare del rapporto con l’Altro la struttura stessa della realtà» (Giovanni Fornero). Si può comprendere, allora, che siamo agli antipodi della Ragione assoluta di Hegel, della volontà di potenza di Nietzsche e del nichilismo dell’Essere e il nulla di Sartre.
La parola/appello del volto è per Lévinas una sorta di ordine, un comando al tempo stesso etico e originario, a cui è necessario rispondere in modo responsabile. La perdita di responsabilità, a cui spesso assistiamo, è causata da un oblio etico, da una soggettività abbandonata a sé stessa, al proprio egoismo che talvolta sconfina nel delirio di onnipotenza. Ciò che viene dimenticato è che il soggetto umano è veramente tale solo in relazione all’altro essere umano, al suo esserci, al suo essere prossimo. La responsabilità è tutta nell’«Eccomi!», cioè nella disponibilità del soggetto che risponde positivamente al linguaggio del volto, che non è semplice comunicazione di informazioni, ma appello e richiesta di soccorso, di amore. Anzi, occorre aggiungere che il volto è l’assolutamente trascendente, in quanto richiama l’infinito: è proprio mediante il volto che esso ci viene incontro e si rivela. Se noi rispondiamo alla richiesta del volto – afferma Lévinas – Dio può parlare con la nostra stessa bocca. Solo così possiamo trovare la traccia dell’infinito, che non risiede nella coscienza pensante, ma si manifesta nella piena disponibilità propria del soggetto responsabile.
Mauro Germani
venerdì 16 gennaio 2026
Per Rinaldo Caddeo
Caro Rinaldo,
sei riuscito a stupirci ancora una volta. Come in uno dei tuoi racconti, sei sparito improvvisamente, rapito dall’invisibile e dalla notte, simile al misterioso pensionato della tua ultima straordinaria plaquette.
Eri così bravo a costruire storie imprevedibili e con finali a sorpresa, che non ci sembrerebbe strano che ora tu ci facessi sapere – chissà come – che la realtà è un’altra e non è come sembra.
Io, poi – da credente – non ti dico addio, ma mi aspetto di incontrarti di nuovo in quell’altrove dal quale ci guardi e forse sorridi, come il tenente Giovanni Drogo del Deserto dei Tartari, che entrambi abbiamo molto amato e di cui abbiamo spesso parlato e scritto.
Grazie per tutto.
Mauro
giovedì 15 gennaio 2026
lunedì 22 dicembre 2025
Giovanni Testori - Un bambino per sempre. Meditazioni sul Natale
mercoledì 12 novembre 2025
Gabriel Marcel e il mistero dell'essere
«Gli esseri non possono accordarsi che nella verità, ma questa è inseparabile dal riconoscimento del grande mistero da cui siamo circondati e in cui abbiamo il nostro essere»: così Gabriel Marcel (1889-1973), in Dal rifiuto all’invocazione (1939), pone al centro del suo pensiero la dimensione del mistero in rapporto all’essere. Per il filosofo francese, però, la questione ontologica non deve considerarsi in modo astratto, bensì concreto, in quanto legata all’esistenza, come afferma già nel Giornale metafisico del 1927, cioè rivolta necessariamente alla descrizione esistenziale, in polemica pertanto con l’idealismo hegeliano, che comporta la riduzione del ruolo dell’esistenza, e con lo scetticismo, che invece dubita dell’esistenza stessa.
Nella riflessione di Marcel è presente una distinzione importante tra problema e mistero. Mentre il primo si riferisce a quanto è oggettivabile e misurabile, in una separazione fredda e distaccata tra soggetto e oggetto, il secondo è qualcosa che coinvolge, che è tutt’uno con l’esperienza concreta e interiore dell’uomo. Secondo Marcel, quello dell’essere non si può ritenere un semplice problema, intorno al quale sviluppare un’indagine esteriore in cui soggetto e oggetto appartengono a piani diversi. L’essere, in realtà, comprende, non esclude, chiama a sé, e lo fa nella concretezza vissuta da ciascuno di noi. Ed è interessante, a questo proposito, sottolineare quanto Marcel afferma riguardo al corpo, superando il dualismo di Cartesio: io non solo ho il mio corpo, ma al tempo stesso sono il mio corpo, poiché la mia esistenza non si basa esclusivamente sull’avere, ma è in relazione stretta con l’essere.
Tra l’altro, proprio quando l’avere, in ogni campo, domina sull’essere, risulta inevitabile un pericolo per l’uomo, perché ogni individuo viene degradato, non è più considerato persona da rispettare nella propria umana dignità, ma qualcosa che in qualche modo rientra nella logica del possesso, dell’utilità: si tratta, cioè, di un «esso», di una prevalente impersonalità che infrange la relazione originaria Io-Tu, la quale va riconosciuta invece come parte integrante del mistero dell’essere: l'essere è un Tu che chiama, che mi interpella e mi fonda.
Queste riflessioni non sono di poca importanza, perché la considerazione dell’essere come mistero implica, per Marcel (di religione ebraica, ma convertito al cattolicesimo nel 1929), un’apertura verso la trascendenza. Il mistero rinvia a una dimensione ulteriore e superiore, che non può esaurirsi con l’uso della ragione, né con lo studio accademico della filosofia. Prima di tutto il filosofo non è un semplice professore di filosofia, poi deve riconoscere di far parte anch’egli della condizione umana, non è esente da ciò che l'esistenza comporta e deve tenerne conto. Ecco dunque l’importanza della responsabilità del pensiero e del compito storico del filosofo, in un mondo sempre più complesso e a cui si è tentati spesso di rispondere, per reazione, con grande superficialità. Occorre che il filosofo mantenga la consapevolezza che ciò che tratta va oltre il suo stesso pensiero, perché si agita in lui qualcosa di più grande. Parlare di mistero dell’essere significa da un lato scongiurare il pericolo della superficialità, e dall’altro perseguire un continuo discernimento, una ricerca aliena dal possesso, dall’autocompiacimento, dall’affermazione di sé, ma rivolta al bene comune e alla considerazione dell’Altro, inteso nella sua intima sacralità. Perché l’unico atteggiamento autentico davanti al mistero che è in noi e attorno a noi non è, per Marcel, quello dell’analisi operata dalla ragione, che tende a disconoscerlo, o cerca di schematizzarlo per comprenderlo e risolverlo come un problema, ma il riconoscimento di un Tu, di un legame originario dal quale l’io non può prescindere, pena lo smarrimento, o addirittura il proprio annullamento. Ecco allora che l’amore e la fedeltà assumono un valore decisivo perché sono da sempre in relazione con il fondamento originario dell’essere, con il suo mistero. Amore e fedeltà non hanno nulla a che fare con l’avere, con il possesso, ma sorgono dalla fonte dell'essere, da quella gratuità che è propria della vita nel suo senso più autentico.
E a proposito della minaccia dell’avere che toglie spazio all’essere, non si può trascurare quanto Gabriel Marcel scrisse in riferimento alla tecnica. Essa presenta indubbiamente aspetti positivi, ma rischia anche di imprigionare l’uomo quando quest’ultimo non riesce più a controllarla, affidandole un potere eccessivo. In questo caso, è possibile assistere a un fenomeno molto pericoloso, cioè a una svalutazione dell’essere umano e a una negazione della trascendenza. Il monito di Marcel risuona oggi più che mai attuale. Attribuire alla tecnica la risoluzione di ogni cosa (come purtroppo oggi sovente accade) significa polverizzare il soggetto, svuotarne le potenzialità propriamente umane e praticare una terribile desacralizzazione della vita. Nella sua opera Il sacro nell'età della tecnica (1964) già drammaticamente scriveva: «La vita è considerata sempre più qualcosa che non presenta alcun valore intrinseco e che si può sopprimere pressappoco come si gira un interruttore».
Dov’è più allora il mistero? Dov’è più l’umiltà dell’uomo davanti a ciò che è sacro e lo trascende? Non c’è forse in questa possibile scomparsa una profonda disperazione, una malattia dell’io e del possesso, una cecità di fronte al bene e alla verità, che pure sono dentro di noi, ma restano offuscati al nostro sguardo?
Gabriel Marcel ci dice che occorre recuperarlo, questo bene, e riconoscerlo – prima che sia troppo tardi – come fondamento del nostro essere, nel suo mistero e nella sua speranza: «Solo esseri totalmente liberi dalla pastoie del possesso in tutte le sue forme sono in grado di conoscere la divina levità della vita nella speranza».
Mauro Germani
sabato 1 novembre 2025
L'obbedienza dei santi
Leggere ciò che hanno compiuto è già essere toccati dalla Grazia, sentire come un vento nel cuore, scoprire che nella sofferenza e nel dolore non siamo soli. Essi hanno spesso avuto una vita difficile, sono stati colpiti da tribolazioni, malattie, ingiustizie, la loro missione è stata quasi sempre osteggiata o derisa, e solo più tardi accolta e compresa. Il motivo è molto semplice: hanno obbedito a Dio e non agli uomini, riuscendo a respingere il principe di questo mondo. La tenacia della fede ha avuto il sopravvento, anche nei momenti più bui e dolorosi, quando la loro anima era messa alla prova, spesso insieme ai supplizi del corpo. Eppure quanto di estremo troviamo nella vita dei santi non deve spaventarci, né allontanarci perché giudicato impossibile. La parola impossibile, in questi casi, risulta spesso ingannevole, come uno specchio deformante o che riflette solo il nostro vuoto interiore.
Perché non rammentare le loro storie, non serbarle dentro di noi? Quando da bambino mi capitava di ascoltare o di leggere qualche episodio della vita di un santo (come San Francesco, Santa Teresa di Lisieux, San Gaspare del Bufalo, o altri), mi sentivo rapito da un grande mistero. Non erano fiabe, quelle, ma storie vere, di una realtà che prendeva l’anima e il sangue. Le fiabe non mi piacevano più di tanto, non mi catturavano fino in fondo, perché troppo palese era in loro la finzione. I racconti dei santi, invece, suscitavano in me forti emozioni: sentivo che trasmettevano nella sofferenza, nella carità o nel martirio, una vita dentro e oltre la vita.
I santi – è bene ricordarlo – non appartengono solo al passato. Esistono ancora oggi, e io credo che esisteranno sempre, perché il fuoco che divampa nel loro cuore è inestinguibile e fa sì che essi, in ogni tempo e in ogni luogo, non vivano a metà.
Ha scritto Bernanos: «Impegnarsi nella totalità dell’essere, impegnarsi tutti interi… Lo sapete, la maggior parte di noi impegna nella vita solo una debole parte, una parte ridicolmente piccola del proprio essere. […] Un santo vive impegnando totalmente la propria anima». E ancora: «I moralisti considerano la santità un lusso. La santità è una necessità. La santità, i santi, custodiscono quella vita interiore senza la quale l’umanità si degraderà fino a morire. È nella vita interiore che l’uomo trova le risorse necessarie per sfuggire alla barbarie o a un pericolo peggiore della barbarie, la schiavitù bestiale del formicaio totalitario».
Ecco allora che ci può essere una compagnia dell’anima che è davvero una lezione salutare, uno stare insieme a chi riesce a vincere l’urto del mondo: una presenza, quella dei santi e della loro speciale obbedienza, che chiama da un altro silenzio, e improvvisamente s’illumina nelle tenebre. Custodirla è come custodire un tesoro prezioso.
Dal mio libro Tra tempo e tempo, Readaction, 2022






