
In
un articolo del “Corriere della Sera” del 4 novembre 1984, Eugène
Ionesco (1909-1994) scriveva: «Il mondo è al tempo stesso
meraviglioso e atroce, un miracolo e l’inferno, e questi due
sentimenti contraddittori, queste due verità evidenti costituiscono
il fondale della mia esistenza personale e della mia opera
letteraria». È
interessante notare come il suddetto
dualismo risulti nello scrittore rumeno piuttosto sfaccettato, in
quanto lo stupore positivo nei confronti dell’esistenza si
accompagna sovente a un abissale senso di irrealtà,
a uno smarrimento generale, a una inconsistenza di fondo, tanto che
nel volume
Il mondo è invivibile
(Spirali, 1989) – che contiene articoli usciti in Francia nel 1979
– possiamo leggere: «Se
circolo per la strada o vedo circolare la gente, ho l'impressione che
siano ombre. Attorno a me nient'altro che fantasmi ambulanti. E
questa impressione d'irrealtà. L’esistenza non mi pare reale, il
niente è più vero dell’esistenza? Aspetto la grazia da sempre,
che lunga pazienza!».
E ancora: «Non so chi io sia. Non so che cosa io faccia qui».
Questa
sensazione di irrealtà, questo sentirsi estraneo agli altri e a sé
stesso, questa mancanza ontologica, rivelano una duplicità che
oscilla tra la nostalgia del tempo perduto e incantato dell’infanzia
e la constatazione di vivere in un mondo crudele e incomprensibile,
dominato dagli orrori della storia. L’irrealtà
provata da Ionesco sembra nascere così sia dal rifiuto di ciò che
l’uomo ha fatto e continua a fare nel mondo, sia dalle
contraddizioni insanabili della condizione umana. Da un lato è
presente la meraviglia nei confronti della natura, una sorta di
sguardo
d’infanzia,
puro e incontaminato, dall’altro risulta evidente il sentimento
dell’assurdo che deriva dall’uomo in sé, dalle sue azioni,
nonché dal destino che incombe sul nostro essere nel mondo e dal
quale non possiamo sfuggire. Lo stupore nei confronti della natura e
della realtà in generale si tramuta più spesso in Ionesco nella non
accettazione della condizione umana, che gli pare insensata, una beffa di cui l’uomo, insieme a tutto il creato, è
vittima.
Indubbiamente
meraviglia e assurdità nei confronti del reale sono due componenti
fondamentali dell’opera di Ionesco. Egli, col passare del tempo,
sarà sempre più cosciente di questa battaglia interiore che lo
attanagliava, come emerge chiaramente da L’assurdo
e la speranza
(Guaraldi, 1994), libro curato da Marie-France Ionesco, figlia dello
scrittore. Qui troviamo le sue ultime riflessioni, nelle quali, ormai
segnato dalla malattia, confessa i propri dubbi, le proprie
contraddizioni, e soprattutto il proprio tormentato rapporto con la
fede. L’esperienza del dolore fisico pare scalfire quel senso di
irrealtà provato più volte dallo scrittore. Egli, infatti, non può
non riflettere in modo più profondo non solo sul dramma della
sofferenza e della morte, ma anche sulla questione
religiosa,
la quale – a ben vedere, e per ammissione dello stesso Ionesco –
risulta comunque centrale in tutta la sua opera, tanto che critici
autorevoli hanno definito metafisica
l’intera
produzione dell’autore rumeno.
Occorre
sottolineare che molte sono le domande a cui lo scrittore non riesce
a dare una risposta ma, in alcuni momenti, il pessimismo sembra
lasciare il posto alla speranza. Quest’ultima, infatti, non
risulta del tutto assente nei testi di Ionesco: essa può essere un
barlume improvviso, una visione ultraterrena o semplicemente un
desiderio del cuore, qualcosa di non definitivo e che lascia in
sospeso il lettore, ma che comunque a volte c’è.
Ne
è un esempio l’unico suo romanzo, Il
solitario
(Le
Solitaire, 1973),
che si conclude in modo inaspettato. Il protagonista è un giovane
impiegato che, dopo aver ricevuto un’inattesa eredità, decide di
abbandonare il lavoro e di condurre un’esistenza solitaria, al
limite del mondo.
Egli confessa la propria inquietudine, i propri interrogativi e le
proprie ossessioni al cospetto di una realtà di cui gli sfugge il
senso: una sorta di teatro
incomprensibile,
nel quale si fondono dramma e commedia. Anche i suoi tentativi di
superare il disagio esistenziale mediante una relazione sentimentale
si rivelano passeggeri, privi di sostanza, così come non riesce a
capire veramente i moti rivoluzionari che invadono
la città in cui abita. Tutto viene sopraffatto dal pensiero della
morte. La domanda che lo assilla è l’a
che scopo,
a cui non trova alcuna risposta. Ciò che accade intorno a lui, anche
se grave, diventa un’assurda abitudine, mentre quello che lo
tormenta è dentro di sé: «Era il paesaggio interno che mi
opprimeva. Tutto il mio passato si svolgeva davanti ai miei occhi, un
paesaggio di desolazione, un deserto, senza oasi». Ma questa
angoscia e questo distacco improvvisamente portano a una rivelazione
metafisica, a una visione che è una spaccatura nel cielo, «più
azzurra dell’azzurro del cielo», seguita poi da un’ulteriore
visione, quella di un albero meraviglioso che, a poco a poco, viene
circondato da altri alberi e da una scala d’argento: «Al posto
della parete, lentamente si formavano delle immagini. Si fece una
gran luce. Apparve un albero coronato di fiori e foglie. Poi un
altro. Un altro. Parecchi. Un gran viale. In fondo, luce più forte
della luce, il giorno. Si avvicinava, invase tutto». L’immagine
della scala resta sospesa a un metro da terra, poi si perde nel
cielo, finché si dissolve, ma il romanzo si conclude con le parole
del protagonista che afferma: «qualche cosa di quella luce che mi
aveva permeato rimase. Lo interpretai come un segno». Ecco, dunque,
un’apertura alla pace interiore e alla speranza, che lo stesso
Ionesco riconosce nella sua presentazione, datata 1°settembre 1988,
all’edizione italiana del libro (Mondadori, 1989): «Nel Solitario,
Dio
mi dà la speranza di tener conto della mia preghiera e mi invia
certi segni o messaggi che mi riempiono di speranza».
Certo
è che nell’intera opera di Eugène Ionesco possiamo riscontrare il
bisogno e la ricerca di una spiritualità contrapposta alla materia,
di una leggerezza capace di liberarsi dalla pesantezza delle cose e
delle parole (si pensi alla proliferazione delle cose in
Le sedie
e a quella assassina delle parole in
La lezione),
di una volontà di un superamento del male presente nella storia
dell’uomo, perfino della stessa morte, intesa come incomprensibile
annientamento.
Anche se tale esigenza è spesso destinata alla delusione, oppure non
trova mai un compimento definitivo, permane una tensione che è
resistenza dell’anima, sguardo che cerca di cogliere una dimensione
segreta e più vera. Ed è interessante notare come l’horror
vacui in
Ionesco sia in fondo l’altra faccia della materia. C’è nella sua
opera la pesantezza
del vuoto che
si scontra con la leggerezza
del desiderio. La
prima è rappresentata dal quotidiano, dai gesti inutili, dalla
banalità dei luoghi comuni, dal linguaggio stereotipato, dal
conformismo, dalle ideologie totalitarie (si veda, per questo,
Il rinoceronte),
dall’oppressione
della morte; la seconda dalla spinta verso l’alto, dal
volo che
vuole
superare muri e barriere, dal sogno che recupera l’infanzia, la
meraviglia e l’innocenza perdute (ci si riferisce soprattutto a Il
pedone dell’aria,
sebbene abbia un finale volutamente ambiguo e aperto, e al Solitario,
con l’immagine della scala d’argento che sale verso il cielo). La
leggerezza talvolta soccombe a causa del peso eccessivo
e ossessivo delle cose e
delle parole,
ma in Ionesco c’è comunque un’intensa nostalgia
indefinita,
che potremmo definire metafisica,
come egli stesso ebbe modo di affermare: «Una nostalgia profonda,
straziante. Io sono torturato da desideri senza nome per cose che ho
perduto per sempre, che non ho mai avuto, mai visto, che non ho mai
saputo cosa sono» (in “Cahiers Renaud-Barrault”, n. 29, 1960).
All’interno
di questo dualismo tra materia e spirito, occupa un posto
fondamentale il tema della morte: è ciò che spaventa, che sembra
annientare ogni senso, che divide l’anima e la interroga. Al
riguardo si veda uno dei testi più significativi, il dramma in un
atto Il
re muore (Le
roi se meurt, 1962),
nel quale il protagonista, il re Bérenger (nome ricorrente in varie
opere e che spesso può essere considerato come alter ego
dell’autore), è in procinto di morire, ma non accetta il proprio
destino. Egli è circondato da due mogli: la regina Marguerite,
fredda e razionale,
priva di illusioni e di speranze, secondo la quale la morte è una
necessità ineluttabile, e la regina Marie, affettuosa e innamorata,
che cerca di infondere al re la speranza di un’altra vita: «Tuffati nello stupore e nella meraviglia senza limiti, così potrai
essere senza limiti, essere infinitamente. Sii stupito, sii
abbacinato, tutto è strano, indefinibile. Scosta le sbarre della
prigione, sfonda i muri, evadi dalle definizioni. Respirerai». E
ancora: «Andrai là dov’eri prima di nascere. Non aver paura.
Conosci certamente quel luogo». Ma è tutto inutile, il re non
riesce a liberarsi da sé stesso, mentre
intorno a lui ogni cosa va in rovina, i muri del palazzo si crepano,
il regno è in disfacimento, i personaggi scompaiono, il trono viene
avvolto da una luce grigia e non resta che uno spazio vuoto. In
questo testo ha il sopravvento la materia, l’attaccamento del re
alle cose, quella pesantezza mentale e dello spirito che è poi
destinata a essere nulla. Non c’è scampo per chi non sa liberarsi
dalla prigione del proprio mondo. Come ha scritto Sergio Torresani,
Il re muore
è il «dramma dell’uomo senza metafisica, che deve e non sa
morire» (Invito
alla lettura di Ionesco,
Mursia, 1978, p. 86).
Il
teatro di Ionesco è noto per situazioni, dialoghi e immagini in cui
il surreale e l’onirico, uniti talvolta a una
sorta di drammaticità comica (si noti il sottotitolo “dramma
comico” della pièce
Le sedie),
hanno
la funzione di provocare sorpresa e sconcerto nel lettore e nello
spettatore. È una modalità espressiva che si pone al di là di una
narrazione lineare e naturalistica e che attinge al sogno e
all’incubo, a ciò che seduce o spaventa, attrae o respinge,
incanta o terrorizza. Definire però quello di Ionesco teatro
dell’assurdo è
solo parzialmente condivisibile, perché si tratta di una
semplificazione che non coglie l’intima complessità di un’opera
stratificata, percorsa da profonde tensioni e opposizioni interne,
nonché da non poche implicazioni filosofiche. La presenza
dell’assurdo – che peraltro pare più attinente ai primi testi
(La
cantatrice calva,
La
lezione,
Il
nuovo inquilino,
Vittime
del dovere,
e altri) – non significa nichilismo, disperazione esistenziale,
immobilità e impossibilità come in Samuel Beckett, ma domanda e
ricerca di senso al di là di ciò che ci appare incomprensibile: un
modo per risvegliare il nostro pensiero e la nostra anima.
Mauro Germani