In
Totalià
e infinito
(1961), Emmanuel Lévinas (1906-1995) espone una critica costante al
concetto di totalità, presente tanto in Husserl (come totalità
della coscienza), quanto in Heidegger (come totalità dell’essere).
Sebbene egli sia stato influenzato inizialmente da entrambi i
filosofi, è indubbio come il suo pensiero si collochi in modo
originale oltre l’ontologia classica e moderna, tracciando un
percorso di pensiero autonomo e assai significativo anche sul piano della
scrittura, estremamente elaborata e al tempo stesso concisa,
caleidoscopica,
ricca
di allusioni e di variazioni all’interno di ogni tema trattato, con
la presenza di diversi punti di vista.
Per quanto concerne il
discorso ontologico, Lévinas sostiene che esso rischia di soffocare
l’umano nell’anominia dell’essere, l’«il
y a», il c’è impersonale, riduttivo e opaco. Occorre pertanto
indicare una via di uscita in grado di coagulare l’essere in un
ente capace di assumerlo, di farlo proprio, destituendolo dalla sfera
dell’anonimato e liberarlo così dal
pericolo di
un’ontologia che si configura in realtà come filosofia della
potenza e
della sopraffazione.
Si tratta cioè di attribuire un valore all’umano come soggetto
dotato di consapevolezza, e tale valore consiste nella relazione con
l’Altro: l’uscita dall’essere anonimo conduce così
all’esistente, il quale a sua volta incontra l’Altro, presenza
che chiama, che chiede e dà un senso. Da qui nasce la fondamentale
esigenza etica che contraddistingue l’intera opera del Nostro.
Per
Lévinas – che subì la prigionia in Germania durante la seconda
guerra mondiale e lo sterminio della sua famiglia da parte dei
nazisti – il rifiuto della totalità avviene in nome dell’etica,
che viene da lui considerata «la
vera e propria filosofia prima», in quanto fondativa, precedente
alla cosiddetta coscienza trascendentale della fenomenologia, e
opposta all’ontologia
del Neutro – espressione
con la quale Lévinas designa quella elaborata da Heidegger.
All’affermazione
egoistica del Medesimo,
che rimanda unicamente alla propria identità e tutto racchiude entro
l’orizzonte del proprio essere, Lévinas contrappone un approccio
diverso, che è apertura e ascolto. L’etica nasce al cospetto
dell’Altro, termine con cui viene indicato ogni essere umano nella sua
unicità, nella sua alterità assoluta, che si pone oltre la
differenza ontologica tra essere ed ente di matrice heideggeriana,
poiché ciò che interessa a Lévinas è che l’alterità non possa
essere assorbita, integrata nell’ambito dell’ego
di
ciascuno.
E l’originalità di questo processo parte proprio dal
volto,
cioè dal modo di presentarsi dell’Altro. Grazie al volto – da
non intendersi in modo semplicemente esteriore, nei suoi lineamenti e
nel suo aspetto fisico – arriva a noi la richiesta dell’Altro,
il suo bisogno di aiuto, il suo appello, la sua voce. Le affermazioni
di Lévinas «l’occhio
non brilla, parla» e «la parola sporge sulla visione» risultano
assai importanti per comprendere che il volto non è un oggetto della
vista/conoscenza tipica della logica del dominio, ma ha a che fare con il
linguaggio e con l’udito, e presuppone pertanto l’ascolto.
Se si
è sordi all’appello del volto, quest’ultimo diviene un oggetto,
un contenuto da inglobare nel Medesimo,
cioè nel nostro mondo conoscitivo, dove non c’è spazio per ciò
che è fuori dall’ ego
o dalla coscienza. Come
è stato giustamente osservato, la filosofia, per Lévinas, non è
«una
egologia
volta
a ridurre l’esistente a un tautologico gioco del Medesimo, bensì
un’eterologia
impegnata a fare del rapporto con l’Altro la struttura stessa della
realtà»
(Giovanni Fornero). Si
può comprendere, allora,
che siamo
agli antipodi della Ragione assoluta di Hegel, della volontà di
potenza di Nietzsche e del nichilismo dell’Essere
e il nulla di
Sartre.
La parola/appello del volto è per Lévinas una sorta di
ordine, un comando al tempo stesso etico e originario, a cui è
necessario rispondere in modo responsabile. La perdita di
responsabilità, a cui spesso assistiamo, è causata da un oblio
etico,
da una soggettività abbandonata a sé stessa, al proprio egoismo che
talvolta sconfina nel delirio di onnipotenza. Ciò che viene
dimenticato è che il soggetto umano è veramente tale solo in
relazione all’altro essere umano, al suo esserci, al suo essere
prossimo. La responsabilità è tutta nell’«Eccomi!»,
cioè nella disponibilità del soggetto che risponde positivamente al
linguaggio del volto, che non è semplice comunicazione di
informazioni, ma appello e richiesta di soccorso, di amore. Anzi, occorre aggiungere che il volto è l’assolutamente trascendente,
in quanto richiama l’infinito: è proprio mediante il volto che esso ci viene incontro e si rivela. Se
noi
rispondiamo alla richiesta del volto
– afferma Lévinas – Dio può
parlare
con la nostra stessa bocca. Solo
così
possiamo trovare la traccia
dell’infinito,
che non risiede nella coscienza pensante, ma si manifesta nella piena
disponibilità propria del soggetto responsabile.
Mauro
Germani