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giovedì 13 ottobre 2022

Giuseppina Di Leo riflette su "Tra tempo e tempo"


 Germani Mauro / Tra Tempo e Tempo – 1. ed. – Re[a]daction Editrice: Roma, 2022 (Le Letterature Ecuba). – 92 pag. ; € 14,50.

 Tra Tempo e Tempo. Nel titolo Mauro Germani mette in relazione due termini uguali tra loro: tempo e tempo. Tuttavia, si tratta di una ripetizione necessaria perché attiene a due concetti ben distinti, ognuno dei quali viene indagato nella sua sfera specifica di senso: uno è il tempo del vivere quotidiano, con le sue preoccupazioni e le brutture; l’altro, il tempo della fede, della ricerca costante di Dio.

 In un linguaggio piano e puntuale, espresso in prima persona, ciascuno dei trentatré brevi capitoli introduce un argomento trattato in continuità con il precedente conferendo, all’intero libro, un respiro ampio ma, anche, un imprescindibile “vincolo di necessarietà” (locuzione cara all’archivistica) tra i temi esaminati.

 Il tempo del quotidiano prende le mosse dal passato, dall’infanzia, dall’amore per la lettura e la scrittura, dai ricordi famigliari; l’altro, il tempo della fede, abbraccia i temi cari a Germani filosofo e teologo: la perdita, la morte, il nulla, la verità, l’«urgenza di Dio», per citarne solo alcuni, non dimenticando il particolare amore per i gatti e, in generale, per tutti gli animali.

È opportuno rilevare come entrambe le due sfere vadano di pari passo, spesso intersecandosi in modo che la prima (la parte personale) nutra e fecondi quella spirituale: «Di qua la cosiddetta normalità. Di là il sacro e l’abisso, l’urgenza di Dio e il nulla. Da un lato la precarietà di ogni atto, la coscienza di una impossibilità o di una sconfitta, il dubbio dell’illusione; dall’altro una specie di chiamata, fuochi improvvisi, piccole estasi, cadute rovinose, paure, preghiere balbettanti, sangue che grida. Entrambe le parti instabili, ma sempre, ovunque, l’attesa di qualcosa. Una scissione che ho sempre guardato e che guardo. […] Bisognerebbe essere diversi […]». (A metà)

A tal proposito, riporto le parole dello studioso della mistica moderna, Mino Bergamo, riguardo al rapporto «tra biografia e l’opera, fra la scrittura e la vita». Dunque, Bergamo dice: «Anziché leggere l’opera di un autore in funzione della sua vita, proviamo ad esempio a interpretare la sua vita in funzione della sua opera. […] Anziché domandarci quale realtà sia segretamente rappresentata nel contenuto di un’opera, chiediamoci quale realtà la dinamica significante di quest’opera abbia la funzione di trasformare. Cerchiamo, in una parola, di comprendere quel che un autore fa con un testo, piuttosto che stabilire quello che egli rappresenta per suo tramite.» (Mino Bergamo, «La scrittura come modello di vita (Jean-Joseph Surin)», in Rivista del Centro Internazionale di Semiotica e di Linguistica, Università d’Urbino, 1991).

 Per meglio comprendere se ci sia e, in caso affermativo, quale sia la «dinamica» trasformatrice di Tra Tempo e Tempo, a venire in soccorso sul versante affermativo è il libro in oggetto nel passaggio in cui Germani dice che le chiese sono luoghi che racchiudono «un segreto antico e importantissimo. […] Sento la gravità del tempo e penso ai lunghi anni in cui mi sono sentito abbandonato e perduto, un orfano di Dio. Anni di disperazione sorda, di un’oscura volontà di annientamento». (In chiesa)

Il «segreto antico» di cui l’autore parla rimanda ad un sapere di cui hanno parlato i mistici a proposito del mistero della perdita (anéantissement) nella loro esperienza spirituale: «la perdita irreparabile della soggettività in cui il mistico incorre sulla via dell’unione a Dio». (Mino Bergamo, La scienza dei santi. Studi sul misticismo del Seicento).

 Per Germani la scrittura è testimoniare il divario tra vita vissuta e il bisogno di spiritualità: scrivere è un atto di umiltà e di rinuncia: «è soprattutto solitudine, vizio irrinunciabile o malattia, sguardo dentro l’abisso dell’esistenza e talvolta preghiera». (I Santi Evangeli)

E come diceva Adriana Zarri: «la preghiera si nutre di solitudine, non di isolamento; e il silenzio contemplativo è denso di parole e di presenze». (Adriana Zarri, Un eremo non è un guscio di lumaca)

 Dicevo che il titolo del libro contiene due parole uguali solo in apparenza, secondo un distinguo sapientemente indicato dall’autore nel corso dei vari capitoli. In particolare, parlando del Nuovo Testamento, egli parla di «bellezza e mistero» per connotare le parole del Vangelo.

 In uno scritto dal titolo Cristo e il Tempo Anna Maria Ortese parla dei Vangeli sottolineando la potenza innovatrice e rivoluzionaria di Gesù. Nel fare questo pone in risalto i grandi temi: il potere del male nel mondo, la morte terrena, il valore del tempo, ma sottolinea come la possibilità data all’uomo di venire fuori dalla perversione sia riconoscere Dio come unico e solo «vero signore della vita». Soltanto con l’obbedienza a Dio l’uomo si riscatterà dalla schiavitù del Diavolo, attuale «Signore del mondo». Sono cioè i temi che ritroviamo in Tra Tempo e Tempo:

«Ho sempre avuto la sensazione che, nel momento in cui compiamo le nostre azioni liberamente, siamo invasi o posseduti da qualcosa più grande di noi. Il bene e il male non sono soltanto azioni, né concetti astratti: sono due forze e due principi in opposizione tra loro, verso cui il nostro essere è costantemente aperto, che comportano conseguenze ben precise. Mentre il bene è sempre luminoso, il male lascia sgomenti». (Il male nel mondo)

 Riporto un ampio stralcio tratto dal libro di Ortese, nel quale si evidenzia la differenza sostanziale tra i due diversi significati dati alla parola tempo: «…il Vangelo resta chiuso ai potenti, ai felici, ai sani, ai giovani, agli intellettuali, agli amanti di superficie, per tutto il tempo che durano i loro beni, averi, onori e poteri: spesso l’intera vita. E subito, sin dall’inizio, è aperto a coloro che non ebbero nulla, o seppero presto che il loro tesoro era fondato sul nulla, né dato – se era dato – al loro Io invisibile e sicuro; ma solo era dato a tutte le possibili servitù e compromissioni dell’Io spirituale, alle firme che l’Io appose a quanti contratti ne chiedevano la lenta destituzione o degradazione. Per costoro […] Cristo venne, a dare, appunto, la resurrezione e la vita. Non venne per altri. // Si spiegano così le sue parole: «Non sono venuto per tutti». E ancora: «Non sono venuto a portare la pace, ma la guerra». La sua guerra è il rifiuto del tempo e delle leggi poste dal tempo, il distacco dalle sue fioriture già ipotecate dal perire, è la condanna già fissata per chi si nutre di solo tempo. Questo tempo è morto. Di solo tempo non ci si può nutrire, senza mangiare morte. Lo sanno i seguaci, i devoti, gli adulatori del tempo, ora moltitudini senza fine, che si saziano di un tempo sempre più breve, e tutto, già chiaramente, riverberato di morte. L’Eterno, il Dio, il Creatore con le sue inenarrabili grandezze, il RESPIRO (Dio è lo stesso RESPIRO, il MOTO e la LIBERTÀ di tutto), è tenuto fuori, o destituito costantemente, dai guardiani del Tempo. Il quale si fa anche Tempio, cattedrale dell’infimo, il livido, il gelido, il repellente, l’inerte – che deve essere il nutrimento dell’uomo, se si vuole che l’uomo sia morto. Ed eccolo, è come morto. […]» (sta in Anna Maria Ortese, Da Moby Dick all’Orsa Bianca: Scritti sulla letteratura e sull’arte).

 Per Mauro Germani mettere l’insegnamento di Gesù al centro del quotidiano vuol dire imprimere al tempo presente un carattere distintivo di “forza” e di “responsabilità” verso gli altri, argomenti da sempre oggetto di riflessione dei filosofi e dei mistici fino a Kierkegaard, Weil, Levinas. Ed è questa l’unica maniera che abbiamo noi, sorretti dalle sole forze in nostro possesso, per sconfiggere il male che ci circonda; è l’Eccomi! di Levinas che abolisce l’indifferenza di cui siamo così disgraziatamente ricchi, a tal punto da permettere lo strazio della ineguaglianza e della violenza più brutale, nonché della «perversione» che coabita nelle strade delle nostre città. E nel mondo.

 Concludo con gli splendidi versi di un poeta come Umberto Saba, per la sintonia che vi trovo, nella bellezza e coraggio, con le parole di Germani, e per il messaggio di speranza che può venire solo da chi preserva la propria purezza d’animo:

 QUASI UNA MORALITÀ

 Più non mi temono i passeri. Vanno

vengono alla finestra indifferenti

al mio tranquillo muovermi nella stanza.

Trovano il miglio e la scagliuola: dono

spanto da un prodigo affine, accresciuto

dalla mia mano. Ed io li guardo muto

(per tema non si pentano) e mi pare

(vero o illusione non importa) leggere

nei neri occhietti, se coi miei s’incontrano,

quasi una gratitudine.

                                      Fanciullo,

od altro sii tu che mi ascolti, in pena

viva o in letizia (e più se in pena) apprendi

da chi ha molto sofferto, molto errato,

che ancora esiste la Grazia, e che il mondo

- TUTTO IL MONDO – ha bisogno d’amicizia.

(Umberto SABA)

 Giuseppina Di Leo

 

 

mercoledì 31 agosto 2022

"Storie di un'altra storia": appunti di lettura di Giuseppina Di Leo

 


Ringrazio Giuseppina Di Leo per questi suoi appunti di lettura relativi al mio libro.


*Storie di un’altra storia. Racconti* di Mauro Germani. – 1. ed. - Calibano Editore: Novate Milanese (MI), 2022. – 144 pag. ; € 14,00.


Confusione e disappartenenza sono gli stati d’animo predominanti dei protagonisti dei racconti di Mauro Germani: uomini soli, disorientati, se non addirittura angosciati di fronte ai cambiamenti o alle scelte che talvolta la vita impone.

Alcuni racconti brevi parrebbero in bozza (Sul tram; I prigionieri) e quasi scritti in periodi di tempo differenti.

Il senso di mistero che pervade i luoghi, sono fonte di sgomento di ciascun personaggio e potrebbe darsi dello stesso narratore, identificato con un io-protagonista sopraffatto da eventi più grandi di lui o difficili da decifrare.

Ciascun racconto costringe il lettore a una pausa di riflessione.

Ma vediamone alcuni.

Un uomo redige con scrupolo una serie di rapporti, sono rendiconti del tempo che passa, notiziari di carta nei quali a prevalere dovranno essere valori come verità e onestà.

Ma questo modo di agire è sufficiente per essere a posto con la propria coscienza? e se, invece, il fare comportasse di avere uno sguardo diverso, come modo nuovo di intendere la vita?

La domanda è di per sé retorica se, dopo un sogno, l’uomo comincerà a dubitare delle sue ordinarie, ordinate certezze. (I rapporti)

Il capovolgimento di senso è un’altra caratteristica dell’autore. (Omicidio notturno)

Nel racconto La Cattedrale il luogo sacro sembra essere a sua volta luogo simbolico della conoscenza perduta, quasi paradigma del grembo materno in cui poter tornare a racchiudersi; o la via per riscoprire i reconditi poco esplorati o forse dimenticati (i bui corridoi, le cripte). Ma la cattedrale rappresenta il mondo stesso, il luogo in cui per ricordare occorre prima aver dimenticato. Il dato onirico da cui probabilmente trae origine questo come forse altri racconti, assume in sé carattere ancestrale e quasi mitico. L’immersione nel proprio io diviene ricerca dell’altro-da-sé.

Il vecchio maestro sente vacillare in sé la propria fede, nemmeno le preghiere lo confortano più. Il suo giovane discepolo rimane stupito dalle sue parole di sconforto, ma comprende anche un qualcosa che va ben oltre di ciò che ascolta: l’estremo senso di speranza nelle stesse parole racchiuso. (Il fiume)

Inquietante è poi La deviazione, tanto da sembrare la descrizione di un incubo:

Un uomo si perde nella notte a causa di alcuni lavori in corso. Si ferma in un paesino in festa, ma tutto fa presagire che aspettavano lui come vittima sacrificale per un aldilà senza ritorno…

Le ambientazioni sono quasi sempre notturne, i paesaggi desolati. In questo scenario, nel momento in cui sembra tardi ormai per rimediare a eventuali errori del passato, uomini senza grandi aspirazioni si ritrovano a fare i conti con il proprio “fantasma” o, anzi, con il proprio modo di essere. Difficile allora, se non impossibile, perché troppo tardi, poter riprendere una vita desiderata, mai interamente realizzata.

Tra le diverse recensioni, quella di Federico Migliorati focalizza, a mio modesto parere, i punti salienti dei racconti indicando poi l’ultimo di essi, *Il Capolavoro*, come la chiave di volta dell’intero libro.

Di Migliorati, in particolare, condivido quando dice: «Nei testi di Germani nulla è come appare in un primo momento: la psicologia dei personaggi li induce a errare, conducendo il lettore stesso fuori strada…».

E qui sottolineerei il termine “errare” per il duplice significato del verbo, in quanto è la stessa duplicità insita nei personaggi, come acutamente il recensore rileva.

Sono personaggi stralunati, ossessionati dalle loro fobie, inquieti. Ciò che a loro manca è soprattutto il tempo, elemento principe dell’ossessione.

L’«altrove misterioso» (L’uomo di un’altra storia) risiede al di là del luogo fisico e al di là del tempo. Se un’urgenza c’è, quella cercata è davvero la dimensione temporale, dimensione che, seppur a volte sottesa, è ben presente in tutti i racconti: la dimensione di un tempo che si è perduto, o quella di un tempo (ancora proustianamente?) da “ritrovare” per sé, come misura della propria condizione spirituale.

Vorrei però soffermarmi un attimo proprio sul racconto *Il Capolavoro*, decisivo sia per il finale “a sorpresa”, che ricorda Il cavaliere inesistente, ma anche e soprattutto per la citazione a Edmond Jabès in esso contenuta.

Un difetto del protagonista, Andrea Sismondi, consisteva nel non riuscire a scrivere «l’impossibile» che sentiva dentro di sé, cosa che gli fa dire: «quando pensavo alla scrittura, pensavo anche alla morte. Mi parevano unite da un mistero profondo: l’enigma della scomparsa. Ricordavo spesso un’affermazione di Edmond Jabès secondo cui la morte è lo spazio bianco che separa i vocaboli e li rende intelligibili. […] La vera scrittura doveva essere *pericolosa*, essenziale, inafferrabile; doveva nascere ai bordi del silenzio, anzi conservare in se stessa l’impronta di quel silenzio.»

Ora, citare Edmond Jabès significa riconoscere nell’impronta della parola il mistero della nostra condizione umana.

La poetica di Jabès, scrittore ebreo, trae origine dal «rapporto tra scrittura e vocalità».

Nel parlare del *Livre des questions* di Edmond Jabés, Jacques Derrida mette in evidenza il tema della separazione o dell’assenza e, proprio per sollevare la maschera dell’ambiguità che si cela nella scrittura, dice: «Scrivere significa ritirarsi. Ma non nella tenda per scrivere, ma dalla scrittura stessa. Arenarsi lontano dal proprio linguaggio, emanciparlo o sconcertarlo, lasciarlo procedere solo e privo di ogni scorta. Lasciare la parola. Essere poeta significa saper lasciare la parola. Lasciarla parlare da sola, il che essa può fare solo nello scritto» (in *La scrittura e la differenza*).

Giuseppina Di Leo