venerdì 12 febbraio 2021

Dina Ferri - Quaderno del nulla e altri testi

Dina Ferri, Quaderno del nulla e altri testi, a cura di Nicoletta Mainardi, introduzione di Marco Marchi, Le Lettere, 2020

Si respira aria d’altri tempi leggendo le poesie e le prose di Dina Ferri (1908-1930), la cui vita «di quattro fogli», come ella stessa la definì dal suo letto d’ospedale, giunge a noi nella sua verità esemplare e toccante, così lontana dagli esibizionismi letterari odierni. Nata da una famiglia contadina della provincia senese, la Ferri, dopo aver  frequentato dai nove ai dodici anni le prime tre classi della scuola elementare, è costretta a dedicarsi per esigenze familiari al pascolo e alla vita dei campi. E proprio durante questa sua attività rimane vittima di un incidente che le procura l’amputazione di tre dita della mano destra: il primo segno di un destino avverso, che farà svanire il suo iniziale desiderio di diventare una ricamatrice. Alla ripresa della scuola elementare, avrà modo di rivelare la sua vocazione letteraria, tanto da ricevere un sussidio economico per proseguire gli studi, che compirà nel Convitto senese del Regio Istituto Magistrale «Caterina Benincasa» fino al completamento, in soli tre anni, nonostante problemi di salute, del ciclo quadriennale delle magistrali inferiori. Non per questo abbandonerà la sua attività nei campi, a cui si dedicherà durante i periodi di vacanza dal collegio. Gli studi e la lettura di autori classici e contemporanei le consentiranno di sviluppare meglio il proprio talento, ed ecco che nel giugno del 1928 vedono la luce, sulla rivista «La Diana», sette sue poesie tratte dal Quaderno del nulla, il quadernetto sul quale Dina, fin dai tempi della scuola elementare, aveva scritto le sue composizioni. Il caso della «poetessa pastora» – come veniva chiamata – non passa inosservato, e la casa editrice Treves di Milano, grazie all’interessamento dei critici Aldo Lusini e Piero Misciattelli, si mostra intenzionata alla pubblicazione delle sue poesie. Ma proprio quando tutto sembra procedere per il meglio, la salute della Ferri comincia a vacillare, fino al grave peggioramento del febbraio del 1930, quando sarà ricoverata all’ospedale di Siena, dal quale non uscirà più.

Ciò che colpisce nella vicenda biografica e letteraria di Dina Ferri non è solo la sua precoce (e davvero rara) passione per la poesia e la scrittura in genere, ma anche il suo atteggiamento nei confronti della vita, che si esplica soprattutto nell’attenzione alla natura e al suo mistero. C’è nella sua opera (nella quale è riconoscibile soprattutto l’impronta del Pascoli di Myricae) la ricerca continua di una profondità che sia in grado di rivelare il segreto dell’esistenza, come se le voci degli elementi naturali, il ritmo delle stagioni ed i mutamenti del cielo, non fossero altro che richiami per l’anima, segni da accogliere con disponibilità, da interpretare e da custodire nel cuore. Il suo Quaderno del nulla è la testimonianza umile (si pensi al titolo attribuito al quaderno) di una sensibilità dolce ed inquieta nel medesimo tempo, di una volontà tenace di comprendere il mondo naturale per meglio intendere le luci e le ombre di sé, dei propri pensieri e dei propri sentimenti. La sua vocazione letteraria è vissuta come un destino (e non a caso Marco Marchi nell’introduzione afferma che «la Ferri era abitata dalla poesia»), che trova espressione nella promessa di un vecchio viandante: «t’insegnerò a strappare i segreti del creato e a camminare senza vacillare sul margine dei precipizi», come si legge nella prosa del 23 agosto 1929. Avvicinarsi al segreto della natura e penetrare l’ignoto è proprio ciò che affascina la Ferri, senza timore: «Vorrei fuggire nella notte nera, / vorrei fuggire per ignota via, / per ascoltare il vento e la bufera, / per ricantare la canzone mia». L’attrazione verso il mistero che si cela nella natura senza mai rivelarsi compiutamente è una costante dell’opera di Dina Ferri. La presenza ricorrente della notte in molte liriche attesta proprio questa tensione verso l’assoluto che chiama con la sua voce arcana, facendo nascere al contempo interrogativi e preghiere, come nella poesia Ricordo, in cui un canto misterioso di campane rapisce la piccola Dina, la quale chiede alla madre il senso di quel canto:« – Oh – dissi – cosa cantano sì bene? / La madre mi guardò tra riso e pianto: / Cantano a Cristo, nato tra le pene».  Fa davvero un certo effetto, poi, leggere i suoi ultimi scritti (poesie, prose, lettere) durante i mesi d’ospedale. Non solo troviamo fino alla fine la sua grande sensibilità e la sua capacità di ascolto poetico del mondo naturale, nel suo rivelarsi (come, ad esempio, il rosignolo che canta la canzone del suo destino) e nel suo nascondersi («la natura si compiace delle sue meraviglie […] perché l’uomo le guardi, ma poi le vela di ombra più densa perché esso non ne penetri il segreto»), ma anche quella sua religiosità mai venuta meno («L’ultimo appoggio dell’uomo vinto o dal dolore o dalle avversità è la speranza che reca la Fede. Essa molte volte si addormenta, ma si ridesta poi al disperato appello del cuore dolorante davanti all’impossibile») e che si esprime, ad otto giorni prima della morte, che la coglierà nel suo letto d’ospedale, al numero 185 della corsia delle donne povere, nel desiderio di perdersi in Dio («Sento vicino come un ronzio, / forse di un’ape, forse… di che? / Voglio nel cielo fatto d’oblìo / perdermi sola, sola con Te»).

Dina, purtroppo, non vedrà la pubblicazione del suo Quaderno del nulla, che uscirà nel 1931 per i tipi della casa editrice Treves, a cura di Piero Misciattelli, e che la farà conoscere al grande pubblico e alla critica. Il «caso Dina Ferri» varcherà addirittura i confini italiani, e nel 1933 una casa editrice di Boston pubblicherà la traduzione in lingua inglese della sua opera. Poi, improvvisamente, come spesso succede, e senza apparente motivo, l’oblio per molti anni, salvo alcune sporadiche e solitarie pubblicazioni.

Dobbiamo dunque esprimere gratitudine alla casa editrice Le Lettere, che ha voluto riproporre in un’edizione davvero molto bella, ed arricchita di un numero consistente di testi finora inediti, le poesie e le prose di Dina Ferri, la «pastorella» che ha rivelato con le sue parole il candore del mistero.

Mauro Germani


martedì 9 febbraio 2021

LA CITAZIONE (n. 25) - Giuseppe Ungaretti


 

Superstite infanzia

 

Un abbandono mi afferra alla gola

Dove mi è rimasta l’infanzia.

 

Segno della sventura da placare.

 

Quel chiamare paziente

Da un accanito soffrire strozzato

È la sorte dell’esule.

 

 

Giuseppe Ungaretti, Dialogo 1966-1968, in Vita d’un uomo, Mondadori – I Meridiani, 1969

lunedì 1 febbraio 2021

Silvio Raffo - Lo specchio attento


 Silvio Raffo, Lo specchio attento, Elliot Edizioni, 2020

Lo specchio attento di Silvio Raffo, scritto quando l’autore aveva poco più di vent’anni, è un romanzo che a poco a poco trascina il lettore in una zona indefinita, in cui apparenza e realtà, finzione e verità diventano quasi indistinguibili. Si tratta – come ha scritto Pietro Citati – di «un piccolo gioiello del fantastico-visionario, genere quasi ignorato dalla narrativa italiana», dove il tema del doppio si manifesta come l’altro che rivendica la propria dimensione oscura e segreta, fino a sconvolgere ogni consueto approccio al reale. Come in un abile gioco di specchi, si ha a volte la sensazione, durante la lettura, di un vero e proprio ribaltamento in cui è il visibile, la cosiddetta realtà, a perdere consistenza e a trasformarsi magicamente nel riflesso di qualcos’altro, cioè di una dimensione arcana ed inquietante.

È quanto succede a Giorgino, un ragazzo taciturno, privo di amici, dotato di una sensibilità fuori dalla norma, che vive in simbiosi con la madre, la quale esercita su di lui un fascino straordinario. Nel rapporto tra i due c’è qualcosa di assoluto, una sorta di misteriosa dipendenza reciproca, di complicità spirituale, che li lega indissolubilmente. Il giovane, che frequenta il liceo classico, ha il dono di un’immaginazione assai fervida e sovente incontrollabile, una predisposizione all’invenzione e al sogno, di cui non può fare a meno. Così, per vincere la solitudine e la monotonia quotidiana, e fuggire da un mondo che gli risulta estraneo, inizia a creare dentro di sé un personaggio che a poco a poco si impossesserà della sua anima: Ester. Sarà proprio Ester a diventare sempre più importante per Giorgino: egli parlerà spesso con la voce di lei, ne condividerà gesti e sentimenti, in un processo creativo sempre più preciso, dettagliato e autonomo, tanto che l’invenzione sembra perdere la sua dimensione fantastica e divenire sempre più reale.

Quali sono, infatti, i confini tra realtà e immaginazione? Silvio Raffo è molto abile nel confondere i piani, suscitando nel lettore non solo spaesamento, ma anche curiosità e attesa per lo sviluppo della vicenda. Chi racconta è  Giorgino, che si prefigge lo scopo di fare ordine e luce nella sua storia, perché solo così – come egli dichiara – potrà vincere il suo male. Ma di che male si tratta? Ed è poi veramente un male? Certo, il giovane, fin dall’inizio della storia, appare scisso dalla realtà, come se vivesse ai bordi del nulla, tuttavia a ben vedere egli è soprattutto un essere abitato dalla poesia o comunque da una dimensione altra che lo chiama e lo possiede, che gli conferisce il potere della creazione. Intorno alla figura di Ester, infatti, costruisce una storia, con tanto di delitto, che può anche essere letta come una sorta di romanzo nel romanzo. Non a caso, poi, Giorgino subisce il fascino irresistibile del giardino dei poeti presso la villa della zia inglese Maud a Portofino: un luogo magico e segreto, dove vi erano i busti di Byron, Shelley e  Keats, che «si guardavano interrogativamente, anzi guardavano il vuoto, giacché erano sistemati a triangolo». Proprio lì il giovane ama disporsi a lato di John Keats e, «per fargli compagnia», recita i versi del poeta; così con la sua presenza il triangolo diventa un quadrato. Quelle figure solitarie rappresentano per lui un ideale di perfezione di cui la realtà è priva.

La passione di Giorgino per la poesia (e per la letteratura in genere) risulta assai importante per comprendere il romanzo. Essa ne rivela non solo l’aspetto autobiografico (si pensi, ad esempio, alle citazioni di Emily Dickinson, della cui opera Raffo è stimato traduttore ed interprete), ma anche un’impronta di formazione, iniziatica quasi, come se tutta la vicenda narrata fosse in qualche modo metafora di ciò che in fondo è alla base di ogni atto creativo. La vita di Giorgino sembra avere consistenza solo nel suo immaginario, nella sua appartenenza ad altro, ai fantasmi che lo abitano. Il suo gioco iniziale ha dato corpo ad un mondo che si è rivelato con la sua misteriosa urgenza. Non è ciò che accade ad ogni artista? Non c’è forse uno sdoppiamento in chi scrive? I versi poetici non sono sempre dettati? E chi narra una storia non vive forse nelle storie altrui? Poeti e scrittori conoscono bene il fascino ed il rischio del nulla, il loro destino è legato all’assenza e al vuoto, proprio come capita a Giorgino. Nella conclusione del romanzo, infatti, sembra che il nulla abbia il sopravvento. Ma di quale nulla si tratta? Forse significa per il giovane protagonista la fine dei suoi giochi d’identità, il superamento di una fase della sua crescita, l’affrancamento dalla madre e da Ester, e la possibilità di abbandonare un mondo per entrare in un altro. Un nulla necessario, quindi, come per chi si affida all’atto misterioso dello scrivere e – sull’orlo di un abisso – è pronto ad accogliere ogni volta la parola.

Mauro Germani


giovedì 28 gennaio 2021

"Il sorriso di Drogo" - Per ricordare Dino Buzzati (16 ottobre 1906 - 28 gennaio 1972)

Mi sono già occupato, in passato, del capolavoro di Dino Buzzati (16 ottobre 1906 – 28 gennaio 1972) Il deserto dei Tartari – uno dei più grandi romanzi del Novecento italiano, pubblicato nel 1940 – nel volume da me curato L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Ora, però, vorrei soffermarmi a riflettere soprattutto sul finale del libro, quando Giovanni Drogo, il protagonista, ormai «consunto dalla malattia e dagli anni», attende la morte, solo, in una piccola locanda, lontano dalla Fortezza in cui aveva sognato per lungo tempo la gloria.

È l’ultimo atto per il maggiore Drogo, l’ultimo momento a lui concesso dopo un’intera esistenza trascorsa nell’attesa dei Tartari, i mitici nemici provenienti dal deserto del nord – quel deserto spiato giorno e notte, con trepidazione e speranza, quel territorio di confine vuoto e indefinito, che sembra sospeso tra visibile e invisibile, perché in esso lo sguardo si confonde sempre, si perde alla ricerca incessante di un segno, di un barlume o di un’ombra, di un piccolo movimento all’orizzonte. A causa della malattia, Drogo è stato costretto a partire, a lasciare la Fortezza proprio quando i Tartari sembrano finalmente arrivare. L’evento atteso e sognato da una vita – quello che ha dominato ogni pensiero di Drogo, in quanto l’unico capace di attribuire un senso al trascorrere degli anni – si manifesta proprio nel momento del congedo, allorché è ormai troppo tardi. E nel XXX capitolo del romanzo, quello conclusivo, il commiato diviene davvero speciale, è struggente, non è un semplice andarsene, è qualcosa di più, qualcosa che richiede un particolare moto dell’anima, un coraggio ulteriore. La sera è stupenda, dalla finestra della camera entra aria profumata, e Drogo – confinato in quella sperduta locanda, ormai solo al mondo – pensa alla «felicità per gli uomini anche di media fortuna», e immagina la città nel crepuscolo, le giovani coppie nei viali lungo il fiume, gli accordi di pianoforte provenire dalle finestre accese, e poi il suo pensiero va al luogo della sua vita, alle lanterne della Fortezza Bastiani che oscillano al vento, alla «notte insonne e meravigliosa prima della battaglia». Egli si sente escluso per sempre, lontano da tutto e da tutti, e per un attimo il pianto gli sale alla gola. Finalmente capisce che deve fare i conti con la morte. Qualcosa di decisivo ora incombe su di lui. La vera battaglia sta per cominciare, non si svolgerà nel deserto attorno alla Fortezza, ma lì, in quella camera spoglia avvolta dalle ombre, dalla quale egli comprende che «non si sarebbe più mosso». Ecco allora la consapevolezza che per lui sta per giungere «la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita». È l’ultima carta che resta da giocare a Drogo, l’ultima occasione possibile per mostrare la propria dignità, anche se il combattimento finale gli si rivela più duro di quello che un tempo aveva sperato, tanto che «vecchi uomini di guerra preferirebbero non provare» quella sua solitudine così estrema. Drogo esorta sé stesso ad andare incontro alla morte da soldato, e non importa se nessuno lo chiamerà eroe o ne canterà le lodi, anzi, proprio per questo egli dovrà dimostrare di varcare «con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata» e perfino sorridere, se ci riuscirà. Così, la morte improvvisamente perde «l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura», e il tempo passato appare a Drogo di poca importanza: «quell’affannarsi sugli spalti della Fortezza, quel perlustrare la desolata pianura del nord, le sue pene per la carriera, quegli anni lunghi di attesa», tutto diventa per lui quasi insignificante davanti alla «nera soglia» che lo attende.

Che cosa sta accadendo a Drogo? Quale nuova e misteriosa consapevolezza si sta impadronendo della sua anima? In brevi righe, Buzzati descrive la situazione. Sono pochi particolari essenziali, ma molto intensi: l’oscurità nella camera si fa più densa ed è difficile distinguere persino il biancore del letto; tra breve forse dovrebbe levarsi la luna e Drogo non sa se riuscirà a vederla; la porta «palpita con uno scricchiolio leggero» forse causato dal vento, un semplice risucchio d’aria come può capitare in certe notti di primavera, oppure è «lei che è entrata, con passo silenzioso».  Ed ecco la conclusione: «Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi, nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».

È bene sottolineare che Drogo non muore maledicendo, con la rabbia in corpo. Non impreca contro il destino o altro. E nemmeno il suo atteggiamento pare essere di spenta rassegnazione. In lui non c’è rancore, né accettazione passiva. A noi lettori colpisce, alla fine, il suo sorriso. Come interpretarlo? Che cosa ci rivela (o nasconde)? Quale muto segreto si porta con sé? È forse l’atto estremo di una sfida solitaria e impossibile, inevitabilmente perduta, di fronte al nulla, oppure qualcosa di più, l’apertura a un mistero che chiama, l’offerta della propria esistenza a una verità superiore?

Nel mio saggio Il segreto e la morte nei romanzi di Dino Buzzati, pubblicato nel volume citato all’inizio di questo intervento, affermo che «Giovanni Drogo s’abbandona ad una sorta di nulla glorioso». È evidente come questa espressione sia un ossimoro, che – a ben riflettere – contiene in sé le domande sopraesposte, alle quali non intende dare una risposta precisa, ma mantenere vive tutte le opzioni: il nulla (la morte) come annichilamento totale, e il nulla (la morte) come passaggio verso un altrove che libera e salva. Perché Drogo sorride? Vuole affermare semplicemente la nobiltà della sconfitta, oppure comprende di andare incontro a una realtà più alta, indicibile? Buzzati, giustamente, non aggiunge nient’altro. E credo proprio che l’ambiguità di questo finale conferisca al romanzo un valore aggiunto. Tutta la storia sarebbe stata più povera senza l’enigmatico sorriso di Giovanni Drogo.

Mauro Germani

A proposito di Dino Buzzati, su questo blog: La lingua di Dino Buzzati 


lunedì 18 gennaio 2021

"Io sono Colui che sono" - Alcune riflessioni


«Io sono Colui che sono» (Esodo 3, 14): questa affermazione di Dio sancisce l’unità tra Dio e l’Essere. Ne consegue che Dio e l’Essere sono una cosa sola, in quanto non c’è l’uno senza l’altro. Dio è colui che è: a Dio appartiene l’Essere e l’Essere appartiene a Dio. Solo Dio ha il privilegio dell’Essere nella sua pienezza.

Ma se solo Dio è Colui che è, l’uomo non può esserlo. Dio è, l’uomo, invece, esiste. Non bisogna confondere il piano ontologico con quello proprio dell’ex-sistere. L’esistenza è contrassegnata dal venire-al-mondo, cioè dalla nascita, fino al suo svolgimento temporale, che culmina nella morte. Dal momento in cui nasce, l’uomo entra nel tempo, che ne segna appunto l’esistenza, il proprio percorso terreno. L’uomo è dunque nel tempo, è fatto di tempo – potremmo dire. E il tempo ha sempre un limite, determinato da una durata, cioè ha un inizio e una fine: è nel durante, infatti, che ciascun uomo gioca la propria partita, che compie le proprie scelte, che coltiva le proprie idee e i propri sentimenti. È in questo arco temporale che costruisce – bene o male – la propria storia individuale, che non è isolata, ma strettamente legata a quella degli altri esseri umani. La dimensione dell’esistenza è pertanto limitata. E all’interno di questo limite, l’uomo sperimenta, a sua volta, i propri limiti, giacché si rende conto  di poter gestire la propria esistenza solo parzialmente. Infatti, i limiti temporali entro cui esiste, non dipendono da lui (a meno che decida, con un atto volontario, di porre fine alla propria esistenza).

Se questo vale per l’esistenza, non è così per l’Essere. Quest’ultimo – che è di Dio – non si configura nel tempo, ma oltre il tempo: la sua dimensione è l’eterno. Dio è e l’Essere è con Dio. A ben riflettere, si potrebbe pertanto aggiungere che l’unica realtà è quella di Dio, non dell’uomo, perché Dio è nel sempre, non nel durante: è stato, è, e sarà.

Queste considerazioni, però, potrebbero portare a una incolmabile lontananza tra Dio e l’uomo, se si escludesse la figura di Cristo. Con Cristo la prospettiva cambia, e con essa anche il destino dell’uomo. Cristo, infatti, è il Verbo fatto carne, il Figlio in cui Dio si è compiaciuto, Colui che è venuto nel mondo e si è addossato tutto il peso dell’esistenza fino alle estreme conseguenze. Tutto è estremo in Cristo: nasce in estrema povertà, come l’ultimo degli ultimi, predica un amore estremo per tutti, e muore di una morte atroce ed estrema, solo e abbandonato. Cristo, come ogni mortale, compie il proprio percorso terreno fino alla fine, fa suo il tempo del dolore, fa sua la notte del mondo, per riconciliare il tempo con l’eterno, l’esistenza con l’Essere. E questa riconciliazione non può che avvenire attraverso la morte. Assumendo la sofferenza più estrema e la morte, Egli – nel suo atto d’amore per l’umanità – le riscatta. La sconfitta della morte, che avviene tramite la resurrezione, non può però prescindere dalla morte stessa. Quest’ultima è inevitabile, e si configura come passaggio necessario verso una perduta unità, quell’unità originaria venuta meno con il peccato, il quale è, nella sua essenza, separazione, allontanamento dell’uomo da Dio. La morte e il male sono tutt’uno col peccato, sono frattura, divisione, distanza, abisso, e fanno parte di noi, della nostra esistenza. Ma il nulla della morte si rivela anche indispensabile per accedere all’eterno: occorre finire qui per cominciare altrove. Un nulla, quindi, non definitivo, ma la porta che apre all’Altro, che da sempre ci attende. E in questo senso l’essere-per-la-morte di Heidegger potrebbe trovare il suo rovesciamento in la-morte-per-essere, tenendo conto delle considerazioni precedenti, che presuppongono una prospettiva di fede cristiana.

Postilla. Naturalmente queste riflessioni sono opinabili, come lo è ogni pensiero. Ciò che è diversa è invece la fede, la quale non è un’idea, non è un esercizio intellettuale, né un concetto filosofico. Essa viene prima della ragione, non si pensa, ma si sente. Come ha scritto Cioran in merito agli studi teologici, «tutti quei trattati non valgono un’esclamazione di Santa Teresa!».

Mauro Germani


martedì 22 dicembre 2020

LA CITAZIONE (n. 24) - David Maria Turoldo


Colloquio notturno


E quando la notte fonda

ha già inghiottito uomini e case,

una cella mi accoglie

esule del mondo. Gli altri

nulla sanno di questa mia pace,

di questi appuntamenti.

 

Forse neppure io stesso

saprei rifare l’itinerario del giorno,

ripetere la danza del mio Amore.

Quasi nulla avanza di me

la sera: poche ossa, poca carne

odorosa di stanchezze,

curvata sotto il peso

di paurose confidenze.

 

Allora Egli mi attende solo,

a volte seduto sulla sponda del letto,

a volte abbandonato sul parapetto

della grande finestra. E iniziamo

ogni notte il lungo colloquio.

 

Io divorato dagli uomini, da me stesso,

a sgranare ogni notte il rosario

della mia disperata leggenda.

Ed egli a narrarmi ogni notte

la Sua infinita pazienza.

 

E poi all’indomani io, a correre

a dire il messaggio incredibile

ed Egli fermo al margine delle strade

a vivere d’accattonaggio.

 

David Maria Turoldo

sabato 5 dicembre 2020

Georg Heym - Il ladro. Novelle


 Georg Heym, Il ladro. Novelle, Giometti & Antonello, 2020

Vi sono libri che disorientano, che cancellano ogni strada e ogni punto di riferimento, che fanno buio. È il caso di questa raccolta di sette novelle di Georg Heym (1887-1912), poeta e scrittore espressionista, la cui opera è caratterizzata  dalla relazione perturbata e perturbante tra l’Io e il mondo, vale a dire tra una soggettività lacerata ed emarginata e la realtà, tra le pulsioni segrete e ingovernabili dell’uomo e l’ordine culturale e sociale in cui si trova inserito. È proprio all’interno di questo contrasto, in cui l’individuo può sentirsi, di volta in volta, escluso e alienato, oppure esaltato profanatore del mondo, che si configurano le storie di Heym, tutte animate da una specie di nera dissoluzione, vissuta come una ribellione distruttiva, oppure un destino ineluttabile e funesto. E la scrittura colpisce per le sue veemenze improvvise, contraddistinte soprattutto dal pullulare di numerose similitudini (anche quattro o cinque all’interno di una pagina, o addirittura concentrate in poche righe), che scaturiscono dal testo come inflorescenze venefiche, oppure si palesano come vere e proprie scosse telluriche, che minano l’andamento classico della narrazione. Ciò che accade sulla pagina è, in fondo, ciò che l’Io affronta o subisce, in una sorta di disperato e perdente vitalismo, nella ricerca di un superamento delle angustie del reale, delle sue regole, del suo ordine ostile e incomprensibile, che annienta ed esclude. La risposta violenta e folle di alcuni personaggi di Heym nasce da questo disagio, dalla lotta estrema (e tragicamente  vana) nei confronti di un’intollerabile condizione esistenziale e di un mondo estraneo, che non si riconosce più, oppure di un’oppressione sociale (si veda la novella Il cinque ottobre). Le descrizioni allucinate degli ambienti e delle situazioni derivano da questo sguardo feroce ed emarginato, da questa profonda solitudine che non trova consolazione e sfocia sovente nella follia, nello sdoppiamento dell’Io, in una sorta di mistica rovesciata, che cerca l’assoluto in atti estremi e aggressivi, come accade nelle novelle Il pazzo e Il ladro. Nella prima la vicenda del protagonista si svolge all’insegna di una violenza liberatoria, come una riappropriazione degli istinti elementari a lungo soffocati, e si conclude in una sorta di estasi infernale («E mentre il sangue zampillava dalla ferita, gli parve di scendere finalmente sul fondo, sempre più giù, silenzioso come una piuma. Dal basso saliva una musica eterna e il suo cuore morente si aprì tremando in una beatitudine immensa»). Nella seconda novella, invece, – la più ampia della raccolta – il personaggio principale è dominato da un’ossessione religiosa, che nasce dalla convinzione dell’inutilità dell’opera di Cristo e dalla volontà di intraprendere una specifica e delirante missione contro ciò che viene ritenuto il male originario. La narrazione, tra le angosce e i conflitti del protagonista, approda a un finale apocalittico, in cui nel divampare del fuoco trionfa la «terrificante risata della morte». Questo particolare processo di distruzione (e di autodistruzione) è presente anche nelle altre novelle. La dissezione (che rimanda un po’ al primo Benn, quello di Morgue) è una breve e agghiacciante descrizione del lavoro di alcuni medici su di un cadavere, alternata alle espressioni vitali – di amore e di sogno – rimaste misteriosamente attaccate alla carne del morto. Così come  la morte è ancora protagonista nei racconti Gionata e La nave: nel primo si narra della solitudine e della degenza ospedaliera del protagonista, destinato alla fine e a «un’oscurità orrenda», mentre nel secondo – in un’atmosfera che ricorda Edgar Allan Poe – leggiamo la cronaca del viaggio di un piccolo battello, con sette uomini a bordo, che non potrà sfuggire a una implacabile maledizione di malattia e di rovina. Il cupo smarrimento di queste novelle di Georg Heym è senz’altro da collegare a quella perdita di senso che non è solo emarginazione dell’Io, nel suo tormentato dissidio tra sconfitta e volontà di potenza, ma anche e soprattutto perdita di Dio, intesa come suo allontanamento o scomparsa. Come a volte accade, tuttavia, proprio nell’esasperazione del nulla, della morte e della fine, è possibile percepire un’inconscia nostalgia religiosa, un desiderio nascosto di un bene che pare irraggiungibile.

Mauro Germani