venerdì 3 aprile 2026

Georges Bernanos - I grandi cimiteri sotto la luna


Georges Bernanos, I grandi cimiteri sotto la luna, Mondadori, 1980 (I ed. italiana Mondadori, 1953)

«L’ira degli imbecilli riempie il mondo». Questa affermazione, che senza esitazione potremmo fare nostra ancora oggi, ricorre più volte nella prima parte del libro di Georges Bernanos (1888-1948) I grandi cimiteri sotto la luna, scritto in parte a Maiorca e in parte a Parigi dal 1936 al 1938, cioè nel periodo della guerra civile spagnola. Si tratta di un’opera veemente, di difficile classificazione, una testimonianza forte, tra il saggio, il reportage e il pamphlet, di un autore cattolico scomodo, sempre in opposizione al quieto vivere, all’impostura e alla devastazione interiore provocata dal male.

L’origine degli scritti che compongono il libro è il profondo sdegno che la repressione franchista suscita nello scrittore (il quale inizialmente si era mostrato favorevole al colpo di stato di Francisco Franco), la testimonianza dell’orrore della guerra e l’intenso dolore nel constatare la posizione opportunistica e connivente della Chiesa di Spagna al riguardo, quella Chiesa che avrebbe dovuto essere, invece, la vera custode del messaggio evangelico: «Nulla può raggiungermi se non per mezzo della Chiesa. Lo scandalo che da essa mi viene mi ha ferito nel profondo dell’anima, alla radice stessa della speranza. O piuttosto, non vi è altro scandalo se non quello che essa dà al mondo», scrive Bernanos. 

Provato dal comportamento della gerarchia ecclesiastica spagnola, lo scrittore non resta in silenzio: sentendosi chiamato dalla verità cristiana in cui crede, non può non denunciare l’ipocrisia di un clero che ha smarrito la propria missione. Non solo. Egli, con il suo linguaggio impetuoso, scosso da accenti apocalittici e profetici, non intende parlare unicamente del presente, ma anche dei pericoli del futuro per l’intera umanità, in un momento in cui gli pare di assistere al terribile ribaltamento, operato dal neopaganesimo hitleriano, del vangelo delle Beatitudini: «Guai ai deboli! Maledetti gli infermi! La terra sarà posseduta dai forti! Coloro che piangono sono deboli, e non saranno mai consolati». E ancora – con parole purtroppo ancora tragicamente attuali – : «Per gli immensi cimiteri di domani non occorrerà alcuna giustificazione. […] E nondimeno questi cimiteri dovranno riempirsi».

Ma chi sono gli imbecilli a cui si accennava all’inizio? Costoro, per Bernanos, appartengono soprattutto alla «classe media»: sono quei «benpensanti» estremamente pericolosi, prototipi dell’uomo moderno che «non conosce quasi più che rapporti di danaro», a causa dell’estrema solitudine in cui lo lascia la società in cui vive. «In lui essa concentra veleni che lo rendono disponibile, al momento buono, per ogni sorta di violenza». È la rassegnazione al male e al vuoto che, per lo scrittore, può essere anche mascherata da una religiosità di facciata, meschina e, in fin dei conti, anticristiana. Così l’opportunismo diventa impostura. E male e imbecillità, in questo senso, producono i medesimi frutti.

Secondo Ferruccio Parazzoli, che firma la postfazione al volume edito da Mondadori, quella di Bernanos è una vera e propria discesa alla «stazione Inferno», tanto da scrivere, inaspettatamente, che «non si può non leggere il primo capitolo dei Grandi Cimiteri senza che l’ombra di Céline sbatta di continuo la porta e se ne senta l’atroce risata correre via tra le pagine con un agghiacciante rumore di catene. L’Inferno è pur sempre l’Inferno». Certo, i due autori sono diversissimi tra loro, ma in questo senso si trovano insieme negli abissi infernali: Céline, travolto dalla paura scatenata da una realtà crudele e incomprensibile, che assume talvolta aspetti tragicomici, e Bernanos, assediato da un’angoscia che cerca la Grazia per essere redenta.

Va detto che ciò che conta per quest’ultimo è la difesa dell’anima, che si oppone alle giustificazioni della guerra e a chi benedice i massacri: «Noi avremo ragione di voi e dei vostri seguaci, se sapremo difendere la nostra anima!», scrive. È il coraggio di rivendicare lo spirito d’infanzia contro «i Mostri della Storia», come li definisce Parazzoli, e al di là di ogni ideologia. E si sa che il grande tema dell’infanzia è stato sempre molto caro a Bernanos, insieme a quello della santità, espressa in questo libro dalle figure di Teresa di Liseux, Giovanna d’Arco e Francesco d’Assisi. 

La risposta di Bernanos alla tragica «mistica terroristica», che allontana l’uomo dalla profondità di sé e lo separa dalle radici soprannaturali dell’esistenza, consiste nel contrapporre allo spirito totalitario quello del Vangelo, per affermare l’onore dei poveri («Non si tratta di arricchire il povero, si tratta di onorarlo, o piuttosto di restituirgli l’onore») e il valore della santità, unica via per ricondurre l’uomo alla speranza e  al suo vero destino, che non è certo il potere su questa terra. 

Mauro Germani 

A proposito di Bernanos, su questo blog:

Sotto il sole di Satana

Il signor Ouine

Citazioni dalle opere di Georges Bernanos