giovedì 3 settembre 2026

Georges Bernanos - Nuova storia di Mouchette


«Fin dalle prime pagine di questa narrazione il nome familiare di Mouchette l’ho sentito imporsi con una tale naturalezza che non mi è stato più possibile mutarlo. La Mouchette della Nuova storia non ha in comune con la Mouchette del Sole di Satana che la stessa tragica solitudine nella quale le ho viste tutt’e due vivere e morire. All’una e all’altra Dio usi misericordia». 
Così Georges Bernanos scrive nell’introduzione al suo libro Nouvelle historie de Mouchette, pubblicato nel 1937 (la prima edizione italiana risale al 1946 presso Mondadori). Entrambe le ragazze condividono infatti un destino tragico di solitudine selvaggia, anche se la condizione di Germaine Malorty (chiamata Mouchette dal marchese di Cadignan in Sotto il sole di Satana), risulta in fondo ben più drammatica: non è taciturna come la nuova Mouchette, parla provando il gusto della menzogna, commette un omicidio, è agitata dalla lussuria e dalla follia, ed è inoltre definita come «la piccola serva di Satana». Sono certamente accomunate dalla disperazione, da un’infanzia umiliata, da un cieco desiderio di rivolta, da un’emarginazione che non trova riscatto, ma in questo nuovo personaggio è possibile riconoscere maggiormente la vittima di un ambiente ostile e degradato, tanto che Bernanos manifesta nei suoi confronti una grande tenerezza, che è – secondo Albert Béguin – «del tutto simile allo sguardo dei preti bernanosiani», ossia «un’attitudine verso la sua eroina, un impegno totale dell’autore». In questo romanzo breve non compaiono sacerdoti né scrittori, il nome di Dio è assente, tuttavia occorre rilevare l’importanza del non-detto, di ciò che traluce in filigrana dalla scrittura: un atteggiamento di compassione, che è comunque traccia del soprannaturale. 
A una lettura attenta, male, predestinazione e mistero della divina misericordia s’intrecciano non in modo esplicito, ma attraverso il comportamento, le poche parole e i pensieri confusi di Mouchette. Ragazza di quattordici anni che non ha mai conosciuto una vera carezza, dal corpo gracile e spesso livido di percosse e graffiato dai rovi, cresciuta nella miseria e nell’abbandono (la madre malata fino alla morte, il padre alcolizzato e violento), cova in sé una ribellione muta, un disgusto verso tutto e tutti, un istinto di fuga da quel mondo che rifiuta: il paesaggio plumbeo e desolato dell’Artois (comune in molte opere di Bernanos), la maestra rigida e ipocrita, le compagne troppo diverse e distanti. Estranea a sé stessa e agli altri, Mouchette conosce unicamente la propria solitudine. 
Come ha ben scritto Antonio Corsaro nella prefazione al volume pubblicato dalle Edizioni Logos nel 1980, «non è del cielo, Mouchette, perché il cielo è lontano. Non è della terra, perché la terra non la comprende e la respinge». È una creatura predestinata come altri personaggi di Bernanos, e per questo il suo è un destino che ha a che fare col mistero – un mistero carnale e insieme intimo, indicibile. Ella «corre, con la testa bassa, con un debole lamento, quello dell’animale inseguito che compie il suo sforzo supremo», testimoniando così una tragica ineluttabilità. E proprio in questa corsa c’è il mistero, ciò che nemmeno Mouchette saprebbe spiegare, l’indecifrabile che governa i suoi gesti, la disperazione che a volte diventa una strana forma di speranza. E c’è in fondo la predestinazione. 
I predestinati non sono forse delle anime segnate, dei posseduti nel bene e/o nel male, come Donissan e la prima Mouchette (Sotto il sole di Satana). Cénabre, Chevance, Chantal (L’impostura e La gioia), il curato d’Ambricourt (Diario di un curato di campagna), il signor Ouine (Monsieur Ouine) e altri ancora? In loro e tramite loro non si rivelano forse potenze superiori, soprannaturali, attestate dallo spirito d’infanzia e dalla santità, oppure dalla sfida tremenda delle tenebre? 
La storia di Mouchette è all’insegna della violenza, di una serie di eventi tragici. Allontanatasi da scuola per spiare non vista le compagne e la maestra, si perde poi nell’oscurità del bosco sotto un violento temporale, infine incontra il bracconiere Arsène che è ubriaco e la conduce in una capanna dove abusa di lei e le racconta di avere ucciso, durante una lite, il guardiacaccia Mathieu. È la notte fatale di Mouchette; la notte della sua ferita e del suo segreto; la notte in cui, una volta a casa, assisterà all’agonia e alla morte di sua madre; la notte che è preludio al gesto estremo della mattina seguente. Pur ferita da quanto accaduto, non odia Arsène, anzi prova per lui un sentimento confuso e strano, perché egli ha mostrato in qualche modo interesse nei suoi confronti. Ella non esiterà poi a dichiarare, con un misto di ingenuità e di ribellione, al guardiacaccia Mathieu (che in realtà non è stato ucciso) e alla moglie di quest’ultimo, di essere l’amante di Arsène. Ma un altro evento determinante l’attende: l’incontro con la vecchia sacrestana Philomène, personaggio che mostra una gelida pace e che ha l’abitudine di andare a vegliare per ore e ore ogni morto del paese. La vecchia parla in modo suggestivo a Mouchette del suo speciale culto dei morti e le dona un pacchetto contenente l’abito di mussola di una ragazza morta di tisi. Inoltre Philomène – che è stata associata da alcuni critici a Monsieur Ouine per la sua capacità di svuotare la vita, di nullificare l’intimità di chi le sta intorno – riuscirà a farsi confidare da Mouchette il suo segreto. 
Che cosa resta ormai alla povera ragazza? La morte sembra non aver fatto altro che chiamarla nel giro di poche ore, dalla notte di sabato alla domenica mattina. Numerose morti l’accompagnano: quella falsa di Mathieu, quella apparente di Arsène (quando ha nella capanna una crisi epilettica), quella della madre, quella del nonno (che Mouchette talvolta ricorda), quella della giovane tisica, quella dei morti vegliati da Philomène. Nient’altro che morte. Così Mouchette, raggiunta la cava di sabbia, sente una voce parlare al suo cuore, «come un animale ascolta quella del suo padrone che lo incita e lo calma. Assomigliava alla voce della vecchia sacrestana, ma anche a quella di Arsène e talora prendeva addirittura l’accento della signora maestra. Naturalmente era una voce che non parlava alcun linguaggio. Era un confuso sussurro, un mormorio, e sempre più fievole. Poi tacque del tutto». Mouchette si lascia scivolare nell’acqua del piccolo stagno, obbedendo a un impulso misterioso. 
Che dire di questa morte voluta? Bernanos scrive che «il gesto del suicidio spaventa soltanto coloro che non sono tentati di compierlo, che forse non lo saranno mai perché il nero abisso non accoglie che i predestinati. Colui che possiede la volontà di morte ancora non lo sa, se ne renderà conto all’ultimo istante». Viene da domandarsi: può essere quello di Mouchette un inconsapevole suicidio celeste, l’ultima vera realizzazione del suo desiderio di fuga, un abbandono della terra per approdare altrove, al cielo? L’anima di Mouchette non appare chiusa del tutto, e lo prova la sua strana voce di gola, che talvolta si muta improvvisamente in canto (quel canto che lei detesta in presenza della sua maestra), una specie di dono segreto e misterioso, un «filo di voce che sembra spezzarsi e non si spezza, stelo di cristallo, simile a una minuscola barca in cima a una montagna di schiuma»
Diverse sono state le interpretazioni del romanzo, tuttavia occorre considerare il testo all’interno della produzione di Bernanos, nella quale – come già evidenziato – i temi dell’angoscia, del male, dell’infanzia, della grazia redentrice e/o del paradosso divino sono centrali. Vale la pena ribadire allora l’importanza della scrittura dell’autore, il suo sguardo particolare e tenero verso la sofferenza della piccola protagonista, e quanto scrive nell’introduzione al libro. 
Da aggiungere, in conclusione, che nel 1967 uscì il film di Robert Bresson Mouchette. Tutta la vita in una notte, tratto dal romanzo di Bernanos. A tal proposito, il regista ebbe modo di dichiarare: «Ho voluto far morire Mouchette col sorriso sulle labbra: una morte che non è fine, ma principio. Il Magnificat di Monteverdi, che ho inserito nella sequenza finale, suggerisce infatti la speranza di Mouchette: che la morte non è la fine, ma l’inizio di una nuova vita, in cui Mouchette troverà la rivelazione di quell’amore che sulla terra ha intravisto a stento» (in "Lavvenire dItalia", 10 maggio 1968).

Mauro Germani

A proposito di Bernanos, su questo blog:

Sotto il sole di Satana

Il signor Ouine

Diario di un curato di campagna

Citazioni dalle opere di Georges Bernanos

I grandi cimiteri sotto la luna

"L'impostura" e "La gioia"