giovedì 28 gennaio 2021

"Il sorriso di Drogo" - Per ricordare Dino Buzzati (16 ottobre 1906 - 28 gennaio 1972)

Mi sono già occupato, in passato, del capolavoro di Dino Buzzati (16 ottobre 1906 – 28 gennaio 1972) Il deserto dei Tartari – uno dei più grandi romanzi del Novecento italiano, pubblicato nel 1940 – nel volume da me curato L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2012). Ora, però, vorrei soffermarmi a riflettere soprattutto sul finale del libro, quando Giovanni Drogo, il protagonista, ormai «consunto dalla malattia e dagli anni», attende la morte, solo, in una piccola locanda, lontano dalla Fortezza in cui aveva sognato per lungo tempo la gloria.

È l’ultimo atto per il maggiore Drogo, l’ultimo momento a lui concesso dopo un’intera esistenza trascorsa nell’attesa dei Tartari, i mitici nemici provenienti dal deserto del nord – quel deserto spiato giorno e notte, con trepidazione e speranza, quel territorio di confine vuoto e indefinito, che sembra sospeso tra visibile e invisibile, perché in esso lo sguardo si confonde sempre, si perde alla ricerca incessante di un segno, di un barlume o di un’ombra, di un piccolo movimento all’orizzonte. A causa della malattia, Drogo è stato costretto a partire, a lasciare la Fortezza proprio quando i Tartari sembrano finalmente arrivare. L’evento atteso e sognato da una vita – quello che ha dominato ogni pensiero di Drogo, in quanto l’unico capace di attribuire un senso al trascorrere degli anni – si manifesta proprio nel momento del congedo, allorché è ormai troppo tardi. E nel XXX capitolo del romanzo, quello conclusivo, il commiato diviene davvero speciale, è struggente, non è un semplice andarsene, è qualcosa di più, qualcosa che richiede un particolare moto dell’anima, un coraggio ulteriore. La sera è stupenda, dalla finestra della camera entra aria profumata, e Drogo – confinato in quella sperduta locanda, ormai solo al mondo – pensa alla «felicità per gli uomini anche di media fortuna», e immagina la città nel crepuscolo, le giovani coppie nei viali lungo il fiume, gli accordi di pianoforte provenire dalle finestre accese, e poi il suo pensiero va al luogo della sua vita, alle lanterne della Fortezza Bastiani che oscillano al vento, alla «notte insonne e meravigliosa prima della battaglia». Egli si sente escluso per sempre, lontano da tutto e da tutti, e per un attimo il pianto gli sale alla gola. Finalmente capisce che deve fare i conti con la morte. Qualcosa di decisivo ora incombe su di lui. La vera battaglia sta per cominciare, non si svolgerà nel deserto attorno alla Fortezza, ma lì, in quella camera spoglia avvolta dalle ombre, dalla quale egli comprende che «non si sarebbe più mosso». Ecco allora la consapevolezza che per lui sta per giungere «la sua grande occasione, la definitiva battaglia che poteva pagare l’intera vita». È l’ultima carta che resta da giocare a Drogo, l’ultima occasione possibile per mostrare la propria dignità, anche se il combattimento finale gli si rivela più duro di quello che un tempo aveva sperato, tanto che «vecchi uomini di guerra preferirebbero non provare» quella sua solitudine così estrema. Drogo esorta sé stesso ad andare incontro alla morte da soldato, e non importa se nessuno lo chiamerà eroe o ne canterà le lodi, anzi, proprio per questo egli dovrà dimostrare di varcare «con piede fermo il limite dell’ombra, diritto come a una parata» e perfino sorridere, se ci riuscirà. Così, la morte improvvisamente perde «l’agghiacciante volto, mutandosi in cosa semplice e conforme a natura», e il tempo passato appare a Drogo di poca importanza: «quell’affannarsi sugli spalti della Fortezza, quel perlustrare la desolata pianura del nord, le sue pene per la carriera, quegli anni lunghi di attesa», tutto diventa per lui quasi insignificante davanti alla «nera soglia» che lo attende.

Che cosa sta accadendo a Drogo? Quale nuova e misteriosa consapevolezza si sta impadronendo della sua anima? In brevi righe, Buzzati descrive la situazione. Sono pochi particolari essenziali, ma molto intensi: l’oscurità nella camera si fa più densa ed è difficile distinguere persino il biancore del letto; tra breve forse dovrebbe levarsi la luna e Drogo non sa se riuscirà a vederla; la porta «palpita con uno scricchiolio leggero» forse causato dal vento, un semplice risucchio d’aria come può capitare in certe notti di primavera, oppure è «lei che è entrata, con passo silenzioso».  Ed ecco la conclusione: «Facendosi forza, Giovanni raddrizza un po’ il busto, si assesta con una mano il colletto dell’uniforme, dà ancora uno sguardo fuori della finestra, una brevissima occhiata, per l’ultima sua porzione di stelle. Poi, nel buio, benché nessuno lo veda, sorride».

È bene sottolineare che Drogo non muore maledicendo, con la rabbia in corpo. Non impreca contro il destino o altro. E nemmeno il suo atteggiamento pare essere di spenta rassegnazione. In lui non c’è rancore, né accettazione passiva. A noi lettori colpisce, alla fine, il suo sorriso. Come interpretarlo? Che cosa ci rivela (o nasconde)? Quale muto segreto si porta con sé? È forse l’atto estremo di una sfida solitaria e impossibile, inevitabilmente perduta, di fronte al nulla, oppure qualcosa di più, l’apertura a un mistero che chiama, l’offerta della propria esistenza ad una verità superiore?

Nel mio saggio Il segreto e la morte nei romanzi di Dino Buzzati, pubblicato nel volume citato all’inizio di questo intervento, affermo che «Giovanni Drogo s’abbandona ad una sorta di nulla glorioso». È evidente come questa espressione sia un ossimoro, che – a ben riflettere – contiene in sé le domande sopraesposte, alle quali non intende dare una risposta precisa, ma mantenere vive tutte le opzioni ad esse relative: il nulla (la morte) come annichilamento totale, e il nulla (la morte) come passaggio verso un altrove che libera e salva. Perché Drogo sorride? Vuole affermare semplicemente la nobiltà della sconfitta, oppure comprende di andare incontro a una realtà più alta, indicibile? Buzzati, giustamente, non aggiunge nient’altro. E credo proprio che l’ambiguità di questo finale conferisca al romanzo un valore aggiunto. Tutta la storia sarebbe stata più povera senza l’enigmatico sorriso di Giovanni Drogo.

Mauro Germani

A proposito di Dino Buzzati, su questo blog: La lingua di Dino Buzzati 


lunedì 18 gennaio 2021

"Io sono Colui che sono" - Alcune riflessioni


«Io sono Colui che sono» (Esodo 3, 14): questa affermazione di Dio sancisce l’unità tra Dio e l’Essere. Ne consegue che Dio e l’Essere sono una cosa sola, in quanto non c’è l’uno senza l’altro. Dio è colui che è: a Dio appartiene l’Essere e l’Essere appartiene a Dio. Solo Dio ha il privilegio dell’Essere nella sua pienezza.

Ma se solo Dio è Colui che è, l’uomo non può esserlo. Dio è, l’uomo, invece, esiste. Non bisogna confondere il piano ontologico con quello proprio dell’ex-sistere. L’esistenza è contrassegnata dal venire-al-mondo, cioè dalla nascita, fino al suo svolgimento temporale, che culmina nella morte. Dal momento in cui nasce, l’uomo entra nel tempo, che ne segna appunto l’esistenza, il proprio percorso terreno. L’uomo è dunque nel tempo, è fatto di tempo – potremmo dire. E il tempo ha sempre un limite, determinato da una durata, cioè ha un inizio e una fine: è nel durante, infatti, che ciascun uomo gioca la propria partita, che compie le proprie scelte, che coltiva le proprie idee e i propri sentimenti. È in questo arco temporale che costruisce – bene o male – la propria storia individuale, che non è isolata, ma strettamente legata a quella degli altri esseri umani. La dimensione dell’esistenza è pertanto limitata. E all’interno di questo limite, l’uomo sperimenta, a sua volta, i propri limiti, giacché si rende conto  di poter gestire la propria esistenza solo parzialmente. Infatti, i limiti temporali entro cui esiste, non dipendono da lui (a meno che decida, con un atto volontario, di porre fine alla propria esistenza).

Se questo vale per l’esistenza, non è così per l’Essere. Quest’ultimo – che è di Dio – non si configura nel tempo, ma oltre il tempo: la sua dimensione è l’eterno. Dio è e l’Essere è con Dio. A ben riflettere, si potrebbe pertanto aggiungere che l’unica realtà è quella di Dio, non dell’uomo, perché Dio è nel sempre, non nel durante: è stato, è, e sarà.

Queste considerazioni, però, potrebbero portare a una incolmabile lontananza tra Dio e l’uomo, se si escludesse la figura di Cristo. Con Cristo la prospettiva cambia, e con essa anche il destino dell’uomo. Cristo, infatti, è il Verbo fatto carne, il Figlio in cui Dio si è compiaciuto, Colui che è venuto nel mondo e si è addossato tutto il peso dell’esistenza fino alle estreme conseguenze. Tutto è estremo in Cristo: nasce in estrema povertà, come l’ultimo degli ultimi, predica un amore estremo per tutti, e muore di una morte atroce ed estrema, solo e abbandonato. Cristo, come ogni mortale, compie il proprio percorso terreno fino alla fine, fa suo il tempo del dolore, fa sua la notte del mondo, per riconciliare il tempo con l’eterno, l’esistenza con l’Essere. E questa riconciliazione non può che avvenire attraverso la morte. Assumendo la sofferenza più estrema e la morte, Egli – nel suo atto d’amore per l’umanità – le riscatta. La sconfitta della morte, che avviene tramite la resurrezione, non può però prescindere dalla morte stessa. Quest’ultima è inevitabile, e si configura come passaggio necessario verso una perduta unità, quell’unità originaria venuta meno con il peccato, il quale è, nella sua essenza, separazione, allontanamento dell’uomo da Dio. La morte e il male sono tutt’uno col peccato, sono frattura, divisione, distanza, abisso, e fanno parte di noi, della nostra esistenza. Ma il nulla della morte si rivela anche indispensabile per accedere all’eterno: occorre finire qui per cominciare altrove. Un nulla, quindi, non definitivo, ma la porta che apre all’Altro, che da sempre ci attende. E in questo senso l’essere-per-la-morte di Heidegger potrebbe trovare il suo rovesciamento in la-morte-per-essere, tenendo conto delle considerazioni precedenti, che presuppongono una prospettiva di fede cristiana.

Postilla. Naturalmente queste riflessioni sono opinabili, come lo è ogni pensiero. Ciò che è diversa è invece la fede, la quale non è un’idea, non è un esercizio intellettuale, né un concetto filosofico. Essa viene prima della ragione, non si pensa, ma si sente. Come ha scritto Cioran in merito agli studi teologici, «tutti quei trattati non valgono un’esclamazione di Santa Teresa!».

Mauro Germani


martedì 22 dicembre 2020

LA CITAZIONE (n. 24) - David Maria Turoldo


Colloquio notturno


E quando la notte fonda

ha già inghiottito uomini e case,

una cella mi accoglie

esule del mondo. Gli altri

nulla sanno di questa mia pace,

di questi appuntamenti.

 

Forse neppure io stesso

saprei rifare l’itinerario del giorno,

ripetere la danza del mio Amore.

Quasi nulla avanza di me

la sera: poche ossa, poca carne

odorosa di stanchezze,

curvata sotto il peso

di paurose confidenze.

 

Allora Egli mi attende solo,

a volte seduto sulla sponda del letto,

a volte abbandonato sul parapetto

della grande finestra. E iniziamo

ogni notte il lungo colloquio.

 

Io divorato dagli uomini, da me stesso,

a sgranare ogni notte il rosario

della mia disperata leggenda.

Ed egli a narrarmi ogni notte

la Sua infinita pazienza.

 

E poi all’indomani io, a correre

a dire il messaggio incredibile

ed Egli fermo al margine delle strade

a vivere d’accattonaggio.

 

David Maria Turoldo

sabato 5 dicembre 2020

Georg Heym - Il ladro. Novelle


 Georg Heym, Il ladro. Novelle, Giometti & Antonello, 2020

Vi sono libri che disorientano, che cancellano ogni strada e ogni punto di riferimento, che fanno buio. È il caso di questa raccolta di sette novelle di Georg Heym (1887-1912), poeta e scrittore espressionista, la cui opera è caratterizzata  dalla relazione perturbata e perturbante tra l’Io e il mondo, vale a dire tra una soggettività lacerata ed emarginata e la realtà, tra le pulsioni segrete e ingovernabili dell’uomo e l’ordine culturale e sociale in cui si trova inserito. È proprio all’interno di questo contrasto, in cui l’individuo può sentirsi, di volta in volta, escluso e alienato, oppure esaltato profanatore del mondo, che si configurano le storie di Heym, tutte animate da una specie di nera dissoluzione, vissuta come una ribellione distruttiva, oppure un destino ineluttabile e funesto. E la scrittura colpisce per le sue veemenze improvvise, contraddistinte soprattutto dal pullulare di numerose similitudini (anche quattro o cinque all’interno di una pagina, o addirittura concentrate in poche righe), che scaturiscono dal testo come inflorescenze venefiche, oppure si palesano come vere e proprie scosse telluriche, che minano l’andamento classico della narrazione. Ciò che accade sulla pagina è, in fondo, ciò che l’Io affronta o subisce, in una sorta di disperato e perdente vitalismo, nella ricerca di un superamento delle angustie del reale, delle sue regole, del suo ordine ostile e incomprensibile, che annienta ed esclude. La risposta violenta e folle di alcuni personaggi di Heym nasce da questo disagio, dalla lotta estrema (e tragicamente  vana) nei confronti di un’intollerabile condizione esistenziale e di un mondo estraneo, che non si riconosce più, oppure di un’oppressione sociale (si veda la novella Il cinque ottobre). Le descrizioni allucinate degli ambienti e delle situazioni derivano da questo sguardo feroce ed emarginato, da questa profonda solitudine che non trova consolazione e sfocia sovente nella follia, nello sdoppiamento dell’Io, in una sorta di mistica rovesciata, che cerca l’assoluto in atti estremi e aggressivi, come accade nelle novelle Il pazzo e Il ladro. Nella prima la vicenda del protagonista si svolge all’insegna di una violenza liberatoria, come una riappropriazione degli istinti elementari a lungo soffocati, e si conclude in una sorta di estasi infernale («E mentre il sangue zampillava dalla ferita, gli parve di scendere finalmente sul fondo, sempre più giù, silenzioso come una piuma. Dal basso saliva una musica eterna e il suo cuore morente si aprì tremando in una beatitudine immensa»). Nella seconda novella, invece, – la più ampia della raccolta – il personaggio principale è dominato da un’ossessione religiosa, che nasce dalla convinzione dell’inutilità dell’opera di Cristo e dalla volontà di intraprendere una specifica e delirante missione contro ciò che viene ritenuto il male originario. La narrazione, tra le angosce e i conflitti del protagonista, approda a un finale apocalittico, in cui nel divampare del fuoco trionfa la «terrificante risata della morte». Questo particolare processo di distruzione (e di autodistruzione) è presente anche nelle altre novelle. La dissezione (che rimanda un po’ al primo Benn, quello di Morgue) è una breve e agghiacciante descrizione del lavoro di alcuni medici su di un cadavere, alternata alle espressioni vitali – di amore e di sogno – rimaste misteriosamente attaccate alla carne del morto. Così come  la morte è ancora protagonista nei racconti Gionata e La nave: nel primo si narra della solitudine e della degenza ospedaliera del protagonista, destinato alla fine e a «un’oscurità orrenda», mentre nel secondo – in un’atmosfera che ricorda Edgar Allan Poe – leggiamo la cronaca del viaggio di un piccolo battello, con sette uomini a bordo, che non potrà sfuggire a una implacabile maledizione di malattia e di rovina. Il cupo smarrimento di queste novelle di Georg Heym è senz’altro da collegare a quella perdita di senso che non è solo emarginazione dell’Io, nel suo tormentato dissidio tra sconfitta e volontà di potenza, ma anche e soprattutto perdita di Dio, intesa come suo allontanamento o scomparsa. Come a volte accade, tuttavia, proprio nell’esasperazione del nulla, della morte e della fine, è possibile percepire un’inconscia nostalgia religiosa, un desiderio nascosto di un bene che pare irraggiungibile.

Mauro Germani

 

 

 

martedì 17 novembre 2020

Angelo Mundula - Il Cantiere e altri luoghi

 

Angelo Mundula, Il Cantiere e altri luoghi (Poesie 2000-2005), Carlo Delfino Editore, 2006.

È questa l’ultima raccolta poetica di Angelo Mundula (1934-2015), un autore «fuori da clamori ed eccentricità» – come ebbe modo di scrivere Giuliano Gramigna –, la cui opera in versi (fu anche critico e collaboratore di importanti quotidiani e riviste) è contrassegnata da una religiosità, che si manifesta in una continua tensione dal tempo all’eterno (per citare il titolo di una silloge del 1979, edita da Spirali).

La scrittura di Mundula sorprende per la sua cristallina purezza, capace di rivelare in se stessa vibrazioni e profondità che colpiscono la nostra anima. Domande, soprassalti dello spirito, smarrimenti ed invocazioni si alternano e/o si compenetrano senza soluzione di continuità, in un flusso poetico nel quale la parola appare alla ricerca costante di una dimensione ulteriore, cioè di una verità che sia sempre più vicina al mistero dell’esistenza.

Vi è la consapevolezza di una parola «sospesa», «in bilico», che «potrebbe cadere inabissarsi / come stella o come stella / risplendere nel verso»; una parola che nasce da noi e dunque limitata, pur nella sua possibile umana grandezza. Fino a che punto, allora, può arrivare la scrittura poetica?

È interessante aggiungere come qualcosa di non detto, di inesprimibile rimanga comunque, per Mundula, al di là di ogni opera: si veda il testo Ciò che Dante non ha scritto, in cui si fa riferimento «all’altro universo mai del tutto finito / al grande libro mai del tutto scritto». Questa incompiutezza, tuttavia, non significa rassegnazione o quiete, ma al contrario impulso a cogliere, in una tensione estrema e al tempo stesso umile, ciò che si agita dentro e fuori di noi: le parole vanno gettate «sulla pagina aperta come su un / campo da coltivare», in attesa di un senso, dentro «lo scavo, le crepe / le carte incerte ferite», «nel magma ribollente della terra».

C’è una richiesta incessante nella poesia di Mundula, che è, in fondo, preghiera, riconoscimento della fragilità dell’uomo e dei suoi limiti, coscienza della nostra cecità davanti all’evidenza dell’inspiegabile, nel quale risiede «tutto il sale della vita», tanto che, paradossalmente, «il nostro vero approdo è il naufragio».

Il desiderio di pienezza e di luce scaturisce proprio dalla consapevolezza delle nostre mancanze, del nostro essere bisognosi d’altro, in quanto circondati da un «innominabile buio», nel quale rischiamo di perderci. Così esigenza etica ed urgente bisogno di rinascita spirituale non possono che unirsi davanti ad una  civiltà – la nostra – che appare smarrita, prigioniera di un cieco e falso progresso: «Sbanda da ogni parte la barca del secolo / s’ignora dove sia il timoniere se vi sia / corrente se qualcuno ne segua il filo».

Sondare lo stato della condizione umana è certamente uno degli scopi della poesia di Mundula, evidenziandone anche, nel medesimo tempo, la complessità, mediante una dimensione simbolica e metafisica, che è rinvenibile in diversi componimenti.

Esemplare è, in questo senso, la poesia Stazioni («Da quanto siamo qui / in questa sala d’attesa / in cui tutti aspettiamo il nostro treno / la salita la discesa / nel nostro binario?»), dove  domande senza risposta si succedono insieme ad un sentimento di attesa e di mistero, in una sorta di gioco di specchi che pare confondere chi scende e chi sale da questi treni della vita. E, del resto, come si dice in Qualcosa di noi: «È sempre così difficile scoprire il nostro segreto / sapere qualcosa di noi del nostro viaggio».

Ma è soprattutto l’immagine del Cantiere a configurarsi come luogo centrale, reale e metafisico ad un tempo, dell’intera raccolta: un luogo originario, d’infanzia e di nostalgia, di eterno ritorno e di memoria, di iniziazione e di poesia; un luogo, ancora, in cui misurare la propria vita e chiedere anche perdono per gli errori commessi. Il Cantiere navale dismesso di Porto Torres – in cui il poeta ha abitato da bambino e da ragazzo con la sua famiglia – è stato per lui «incudine e martello / isola e mare, una volta per sempre»: lì hanno preso vita i sogni («grandi navi e viaggi per mare»), i progetti e «gli alti approdi», che a volte sembrano, con l’avanzare degli anni, impossibili, anche se in fondo non si è spento il desiderio «di preparare l’evento di una nave / che da lì prenda il mare e vada / luminosa e grande per i porti del mondo».

Concludendo, la lettura di questo libro può essere considerata l’ultima, sincera confessione e dichiarazione di poetica di un autore appartato ed originale, che ha sempre rivelato – come si afferma nella nota in quarta di copertina – la «caratura spirituale e morale» della sua poesia.

Una segnalazione importante: il sito, curato da Giovanni Nuscis, interamente dedicato ad Angelo Mundula, con sezioni riguardanti la biografia del poeta, le opere, i saggi, gli articoli su quotidiani e riviste, le recensioni e le lettere. QUI

Mauro Germani


sabato 7 novembre 2020

LA CITAZIONE (n. 23) - Pier Paolo Pasolini


 

Riapparizione poetica di Roma


Dio, cos’è quella coltre silenziosa

che fiammeggia sopra l’orizzonte…

quel nevaio di muffa – rosa

di sangue – qui, da sotto i monti

fino alle cieche increspature del mare…

quella cavalcata di fiamme sepolte

nella nebbia, che fa sembrare il piano

da Vetralla al Circeo, una palude

africana, che esali in un mortale

arancio… È velame di sbadiglianti, sudice

foschie, attorcigliate in pallide

vene, divampanti righe,

gangli in fiamme: là dove le valli

dell’Appennino sboccano tra dighe

di cielo, sull’Agro vaporoso

e il mare: ma, quasi arche o spighe

sul mare, sul nero mare granuloso,

la Sardegna o la Catalogna,

da secoli bruciate in un grandioso

incendio, sull’acqua, che le sogna

più che specchiarle, scivolando,

sembrano giunte a rovesciare ogni

loro legame ancora ridente, ogni candido

bracere di città o capanna divorata

dal fuoco, a smorire in queste lande

di nubi sopra il Lazio.

Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti

se, dentro quel rudere d’incendio,

sentissi richiami di freschi

bambini, tra le stalle, o stupendi

colpi di campana, di fattoria

in fattoria, lungo i saliscendi

desolati, che già intravedi dalla Via

Salaria – come sospesa in cielo –

lungo quel fuoco di malinconia

perduto in un gigantesco sfacelo.

Ché ormai la sua furia, scolorando, come

dissanguata, dà più ansia al mistero,

dove, sotto quei ròsi polveroni

fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,

cova Roma gli invisibili rioni.


da Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, 1961


A proposito di Pasolini, è possibile leggere su questo blog una nota critica relativa a L'usignolo della Chiesa CattolicaQUI

sabato 31 ottobre 2020

Mauro Germani - I posseduti

 


[…]

Sono qui, sono sempre stati qui, i posseduti nella carne e oltre la carne – prima dell’eterno distacco, qui, nelle loro putrefazioni e negli osanna, coi loro occhi morti o levàti al cielo, miserabili dentro bocche di fango, oppure santi rapiti dalla preghiera, midolli di verbi che senza saperlo s’incontrano e si cercano in danze di sangue, coi loro arti amputati, a balzi, a saltelli, a sputi, nei visi bianchi o di fiamma, nei vortici del tempo, tutti insieme nella morte, eppure in attesa dell’ultimo rantolo, senza più ragione, senza più cervello, finalmente, perché chiamati ad altro, chiamati da sempre, dal primo vagito all’abbandono finale – poeti bui e senza voce baciati dal nero e colpiti all’improvviso come da un dolce assassino, e poi, all’opposto, spiriti d’infanzia e di luce, certezze di bontà dentro il mistero del male nel mondo – affossati, tutti, uno dopo l'altro, con le loro carcasse immonde, senza più i petti d’un tempo, i palpiti, la giovinezza, gli amori –

Sono qui, sono sempre stati qui, i posseduti dalle loro tremende parole, reiterate fino al paradosso e alla follia, cercate e amate dentro l’ossessione del nulla che divora la carne fino agli ultimi brandelli, simili ad avanzi di macelleria, oppure tutti coloro che sanno la bellezza e l’indicibilità delle preghiere più vere insieme a ogni santo martirio per Cristo, con Cristo e in Cristo, sempre sangue su sangue in ambedue i casi, sempre dolore – ecco – per ogni cellula corporale, per arrivare allo scoppio, alla resa, a quella carne così fredda e bianca come una luna morta… Oh, è questo, è questo che hanno cantato e cantano i posseduti, i senza speranza e i suicidi, i mistici e gli innamorati di Dio –; questo che sprofonda o innalza e urla nel silenzio e non ha pace, e condanna e benedice, mentre restano vaganti le opere di chi si è affidato alla scrittura, sì, i personaggi, i fantasmi, i profughi delle loro parole, dentro gli antichi miti fino a oggi, per i pochi che li vogliono accogliere, Achille, Ulisse, Enea, senza fissa dimora nei secoli – potremmo dire – in un luogo senza luogo, che tutto contiene, pare senza distinzioni, la selva oscura e il viaggio abissale e celeste, K che viene sgozzato come un cane, e il principe Saurau travolto dalla follia, e Drogo che scruta il deserto, e Hans Castorp nel sanatorio di Davos, e Meursault estraneo a sé stesso, e Antoine Roquentin disgustato dall’esistenza, e lo scrivano Bartleby che abdica al mondo e alle parole, e Ferdinand Bardamu nel disastro della realtà, e Donissan che lotta con Satana, e Mouchette assalita dal male, e il curato d’Ambricourt  nella solitudine della sua parrocchia, e Clotilde luminosa nella povertà e nel dolore, e Marchenoir innamorato del Medioevo, e poi Renzo Tramaglino e Lucia Mondella, e Amleto, Re Lear, il principe Myškin, e Stavrogin, e Nechljudov, e i sei personaggi senza pace e senza teatro, e gli Scarozzanti con le loro voci strozzate da altre voci, e ancora, ancora – (ma quanti, Dio mio, quanti!... usciti dalle anime a frotte, a stormi, nei cieli invisibili della storia, come uccelli liberati improvvisamente dalle gabbie, ciechi dopo tanto buio, e abbagliati, e perduti!...) – fino a quando il mondo sarà, prima dell’altro tempo –; tutto questo, ecco, alla ricerca del proprio segreto senza saperlo, oppure come atto di fede e invocazione nella preghiera, sì, sempre dall’ultima ora e dalla carne sfinita – la nostra, che adesso è qui e che domani lasceremo alla terra – nella speranza e nell’attesa di un’altra luce, di una nuova carità, della pace e del perdono…

Mauro Germani