martedì 27 gennaio 2026

Emmanuel Lévinas - L'appello del volto e la responsabilità


In Totalià e infinito (1961), Emmanuel Lévinas (1906-1995) espone una critica costante al concetto di totalità, presente tanto in Husserl (come totalità della coscienza), quanto in Heidegger (come totalità dell’essere). Sebbene egli sia stato influenzato inizialmente da entrambi i filosofi, è indubbio come il suo pensiero si collochi in modo originale oltre l’ontologia classica e moderna, tracciando un percorso di pensiero assai significativo anche sul piano della scrittura, estremamente elaborata e al tempo stesso concisa, caleidoscopica, ricca di allusioni e di variazioni all’interno di ogni tema trattato, con la presenza di diversi punti di vista. 

Per quanto concerne il discorso ontologico, Lévinas sostiene che esso rischia di soffocare l’umano nell’anominia dell’essere, l’«il y a», il c’è impersonale, riduttivo e opaco. Occorre pertanto indicare una via di uscita in grado di coagulare l’essere in un ente capace di assumerlo, di farlo proprio, destituendolo dalla sfera dell’anonimato e liberarlo così dal pericolo di un’ontologia che si configura in realtà come filosofia della potenza e della sopraffazione. Si tratta cioè di attribuire un valore all’umano come soggetto dotato di consapevolezza, e tale valore consiste nella relazione con l’Altro: l’uscita dall’essere anonimo conduce così all’esistente, il quale a sua volta incontra l’Altro, presenza che chiama, che chiede e dà un senso. Da qui nasce la fondamentale esigenza etica che contraddistingue l’intera opera del Nostro. 

Per Lévinas – che subì la prigionia in Germania durante la seconda guerra mondiale e lo sterminio della sua famiglia da parte dei nazisti – il rifiuto della totalità avviene in nome dell’etica, che viene da lui considerata «la vera e propria filosofia prima», in quanto fondativa, precedente alla cosiddetta coscienza trascendentale della fenomenologia, e opposta all’ontologia del Neutro – espressione con la quale Lévinas designa quella elaborata da Heidegger. 

All’affermazione egoistica del Medesimo, che rimanda unicamente alla propria identità e tutto racchiude entro l’orizzonte del proprio essere, Lévinas contrappone un approccio diverso, che è apertura e ascolto. L’etica nasce al cospetto dell’Altro, termine con cui viene indicato ogni essere umano nella sua unicità, nella sua alterità assoluta, che si pone oltre la differenza ontologica tra essere ed ente di matrice heideggeriana, poiché ciò che interessa a Lévinas è che l’alterità non possa essere assorbita, integrata nell’ambito dell’ego di ciascuno. 

E l’originalità di questo processo parte proprio dal volto, cioè dal modo di presentarsi dell’Altro. Grazie al volto – da non intendersi in modo semplicemente esteriore, nei suoi lineamenti e nel suo aspetto fisico – arriva a noi la richiesta dell’Altro, il suo bisogno di aiuto, il suo appello, la sua voce. Le affermazioni di Lévinas «l’occhio non brilla, parla» e «la parola sporge sulla visione» risultano assai importanti per comprendere che il volto non è un oggetto della vista/conoscenza tipica del dominio, ma ha a che fare con il linguaggio e con l’udito, e presuppone pertanto l’ascolto

Se si è sordi all’appello del volto, quest’ultimo diviene un oggetto, un contenuto da inglobare nel Medesimo, cioè nel nostro mondo conoscitivo, dove non c’è spazio per ciò che è fuori dall’ ego o dalla coscienza. Come è stato giustamente osservato, la filosofia, per Lévinas, non è «una egologia volta a ridurre l’esistente a un tautologico gioco del Medesimo, bensì un’eterologia impegnata a fare del rapporto con l’Altro la struttura stessa della realtà» (Giovanni Fornero). Si può comprendere, allora, che siamo agli antipodi della Ragione assoluta di Hegel, della volontà di potenza di Nietzsche e del nichilismo dell’Essere e il nulla di Sartre. 

La parola/appello del volto è per Lévinas una sorta di ordine, un comando al tempo stesso etico e originario, a cui è necessario rispondere in modo responsabile. La perdita di responsabilità, a cui spesso assistiamo, è causata da un oblio etico, da una soggettività abbandonata a sé stessa, al proprio egoismo che talvolta sconfina nel delirio di onnipotenza. Ciò che viene dimenticato è che il soggetto umano è veramente tale solo in relazione all’altro essere umano, al suo esserci, al suo essere prossimo. La responsabilità è tutta nell’«Eccomi!», cioè nella disponibilità del soggetto che risponde positivamente al linguaggio del volto, che non è semplice comunicazione di informazioni, ma appello e richiesta di soccorso, di amore. Anzi, occorre aggiungere che il volto è l’assolutamente trascendente, in quanto richiama l’infinito: è proprio mediante il volto che esso ci viene incontro e si rivela. Se noi rispondiamo alla richiesta del volto – afferma Lévinas – Dio può parlare con la nostra stessa bocca. Solo così possiamo trovare la traccia dell’infinito, che non risiede nella coscienza pensante, ma si manifesta nella piena disponibilità propria del soggetto responsabile.

Mauro Germani