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lunedì 26 maggio 2025

Pier Paolo Pasolini - La religione del mio tempo


La religione del mio tempo (1961) di Pier Paolo Pasolini (1922-1975) è una raccolta poetica che si compone di tre sezioni. La prima contiene il poemetto che dà il titolo al libro ed è anche la più ampia e complessa, in quanto costituisce il principale nucleo tematico di tutta l’opera. Colpisce in questa parte, intitolata La ricchezza e datata 1955-56, la capacità di Pasolini di attuare un continuo movimento in versi, in cui lo sguardo del poeta è al tempo stesso interiore ed esteriore, cioè uno sguardo in cammino tra realtà del passato e del presente. Chi legge viene avvolto, quasi rapito, da un succedersi di immagini e di eventi che scaturiscono dalle visioni dello stesso Pasolini, protagonista in prima persona delle varie composizioni, anche quando pare non esserci. Non è pertanto pienamente condivisibile l’opinione di chi ritiene questo libro «un esempio di poesia civile, dove più che il poeta, protagonista è la Storia del nostro Paese» (Gianni Borgna, Pasolini integrale, Castelvecchi, 2015, p. 32). Tale affermazione risulta in realtà imprecisa o incompleta, in quanto ciò che emerge è soprattutto la lotta dell’autore con la storia, il suo sdegno, la sua passione violata da ciò che di fatto era accaduto e stava accadendo nella nostra società. È un io in opposizione, quello di Pasolini, che non si riconosce in ciò che poi definirà «sviluppo senza progresso»: la voce e lo sguardo rimandano sempre all’io del poeta, al suo stupore e al suo dramma (da notare, tra l’altro, il titolo stesso del volume, dove compare l’aggettivo possessivo mio): è lui il regista di tutto ciò che accade sulla pagina; e a tal proposito – giustamente – si è accennato a un procedimento cinematografico operante nella sezione. 
In apertura del volume, ci vengono incontro gli affreschi di Piero della Francesca, che appaiono in una luce particolare, come «fiati di fiamma», volti e figure di un altro tempo che danno vita a versi liberi, mossi dalla potenza figurativa del ciclo pittorico delle Storie della Vera Croce, al cospetto dei visitatori e soprattutto di un operaio che si aggira intimorito nella chiesa di San Francesco ad Arezzo, «quasi, indegno, / ne avesse turbato la purezza...». Le «braccia d’indemoniati», le «scure schiene», il «caos di verdi soldati / e cavalli violetti» della scena delle Battaglie irrompono negli occhi dell’uomo dal «minuto cranio» e dalle «rase mascelle», fino all’immagine dell’Annunciazione dell’Angelo a Maria e del sogno di Costantino. Ne risulta un’atmosfera sospesa e insieme realistica, carnale, quando l’ora del tramonto, fuori dalla chiesa, riapre nel poeta le «ferite della nostalgia», che rivelano «luoghi, persi nel cuore / campestre dell’Italia, dove ha peso / ancora il male, / e peso il bene». C’è già in questi versi il richiamo a qualcosa di perduto o che è in via di sparizione, che sarà assai rilevante nel poemetto La religione del mio tempo, in cui saranno rievocate l’innocenza e la dolcezza del mito friulano, tra rimpianto per ciò che è stato e delusione attuale. Il dentro (la chiesa di San Francesco) e il fuori (la piazza con il chiasso dei ragazzi) sono in qualche modo uniti da due solitudini: quella dell’operaio e quella del poeta, che – nei testi successivi – prosegue il suo viaggio verso il paesaggio umbro per approdare poi finalmente a Roma. Pasolini poeta e intellettuale si confronta con la nuova dimensione romana, ricordando il suo impatto iniziale con la città, quando abitava in «una povera casa, perduta nella periferia» e insegnava in «una povera scuola perduta in altra periferia» («Ah, il vecchio autobus delle sette, fermo / al capolinea di Rebibbia, tra due / baracche, un piccolo grattacielo, solo / nel sapore del gelo o dell’afa...») e dentro di sé provava desideri, aspirazioni e soprattutto attrazione e passione nei confronti del sottoproletariato, protagonista nei romanzi Il sogno di una cosa (uscito nel 1962, ma scritto nel 1949-50 e di ambientazione friulana), Ragazzi di vita (1955) e Una vita violenta (1959). 
Tra i testi migliori della raccolta c’è indubbiamente Riapparizione poetica di Roma, di straordinaria potenza visionaria, a partire dall’incipit in cui «Dio» è un’interiezione di stupore e di mistero: la città si rivela all’autore in un’atmosfera allucinata, in mezzo a coltri fiammeggianti, dove il fuoco divampa fino a bruciare l’acqua, in un fumo che alla fine è «rudere d’incendio», «gigantesco sfacelo», furia dissanguata, la quale «dà più ansia al mistero» di Roma e dei suoi «invisibili rioni». Una poesia rapita, come un sogno barocco di forze e passioni nascoste dentro e intorno al ventre della città («richiami di freschi / bambini, tra le stalle, o stupendi / colpi di campana, di fattoria / in fattoria»), di ossimori ardenti, di vita dentro la morte o viceversa. 
Dopo questa visione, prosegue il peregrinare del poeta, come «un ossesso», nel «primo dopocena, quando il vento / sa di calde miserie familiari / perse nelle mille cucine, nelle / lunghe strade illuminate, / su cui più chiare spiano le stelle», nella consapevolezza della propria solitudine: «Ah, essere diverso – in un mondo che pure / è in colpa – significa non essere innocente...». Ecco allora, più tardi, i giovani che vanno verso le Terme di Caracalla, «con maschile / pudore e maschile impudicizia», fendendo la notte con le loro motociclette, insieme ad altri personaggi solitari, come il pastore migrato undicenne, il vecchio padre di famiglia, distrutto dall’alcol e disoccupato, e poi le prostitute, i magnaccia, i «rifiuti del mondo», che danno vita a «leggi nuove / dove non c’è più legge» e «a un nuovo / onore dove onore è il disonore...»: un’umanità miserabile che sembra sepolta in «labirinti, cantieri e sterri, / dietro mareggiate di grattacieli, / che coprono interi orizzonti» e che il poeta descrive con ossimori: spietata nella pietà, forte nella leggerezza, con addosso una speranza ch’è senza speranza. Un’umanità a cui si aggiunge Pasolini stesso, «solo fino all’osso», col «privilegio di pensare» e con i suoi sogni da intellettuale, «testimone e partecipe»: una speranza «ossessa» accomuna il poeta al sottoproletariato, ma se in quest’ultimo è «anarchica», nel poeta è «estetizzante». Assai importante questa affermazione/confessione dello stesso Pasolini, perché ciò accentuerà la sua solitudine che culminerà in un’abissale disillusione, come viene già espressa nella sequenza poetica successiva, in cui la visione del film Roma città aperta di Rossellini è motivo di una riflessione sul passato e sul presente. La Resistenza fu all’inizio per Pasolini uno stile, una luce, una speranza di Giustizia, dunque un ideale assoluto, che poi si precisò nella «coscienza / d’una umana divisione di ricchezza», come una nuova luce, destinata però a sparire poco dopo, perché il «dopoguerra epico» sognato non c’è stato e coloro che un tempo lo ebbero nel cuore e ora sono adulti appaiono agli occhi del poeta come «poveri uomini / a cui ogni martirio è stato inutile», tanto da affermare tragicamente che «quella luce, / per cui vivemmo, fu soltanto un sogno / ingiustificato, inoggettivo, fonte / ora di solitarie, vergognose lacrime», un pianto provocato anche dalla straziante memoria del fratello Guido, ucciso nel 1945. 
Segue, dopo il testo A un ragazzo (1956-57) dedicato a Bernardo Bertolucci, il poemetto in terzine, diviso in sei parti, La religione del mio tempo (1957-59), su cui vale la pena soffermarsi, perché è la composizione più significativa del libro. L’apertura riguarda due ragazzi che il poeta osserva dalla finestra di casa sua, dopo due giorni di febbre: è l’inizio di un succedersi di riflessioni e ricordi che danno origine a ulteriori movimenti e sequenze tra la realtà esterna e ciò che Pasolini prova dentro di sé. L’immagine dei giovani «disadorni, ignorati», che se ne vanno nel sole, riportano improvvisamente l’autore al suo passato, alle «misteriose / mattine di Bologna o di Casarsa, / doloranti e perfette come rose», che lo fanno sentire «come un bambino / che non geme per ciò che non ha avuto solo, / ma anche per ciò che non avrà...». Un senso di esclusione si unisce a un pianto dolce, in cui la madre, la natura, la storia, la Chiesa sono come un po’ di sole «che riscalda una vigna in abbandono», insieme alle figure di «giovinetti antichi», con «i petti pieni della primavera». I ricordi infantili, il mito friulano, così come il legame con la Chiesa cattolica, sono sogni perduti che procurano in Pasolini uno strano male, un dolore che è amaro e dolce insieme. Il profumo della religione («la mia religione era un profumo») era per lui unito alla Chiesa e al mistero contadino: «Eppure, Chiesa, ero venuto a te. / Pascal e i Canti del Popolo Greco / tenevo stretti in mano, ardente, come se / il mistero contadino, quieto / e sordo nell’estate del quarantatré, / tra il borgo, le viti e il greto / del Tagliamento, fosse al centro della terra e del cielo». Sono versi assai espliciti, che dicono della passione giovanile di Pasolini, destinata poi a finire, spazzata dalla Resistenza, quando nell’animo del poeta si fa sentire il dissidio tra una Chiesa ormai «morta nei secoli» e la figura di Cristo («io davo a Cristo / tutta la mia ingenuità e il mio sangue»); da tale dissidio scaturisce la colpa della Chiesa, la quale per Pasolini ha assecondato nel tempo il tremendo grigiore del conformismo borghese e il neocapitalismo avanzante. La sua invettiva contro la Chiesa è feroce, proprio perché egli non ne sopporta l’ipocrisia e il potere («Guai a chi non sa che è borghese / questa fede cristiana»). Il poeta ritorna poi ai due giovani dell’inizio, alla loro immagine che incarna le «avventure del sogno», tuttavia alla fine del poemetto deve riconoscere la mancanza di ideali del tempo presente, che rende l’uomo vile, ed è proprio questa «viltà che fa l’uomo irreligioso». Si delinea così il duplice dramma di Pasolini, rappresentato da un lato dall’infanzia arcaica perduta, con il suo profumo religioso, e dall’altro dalla crisi del mito del sottoproletariato, non più libero, ma corrotto e in qualche modo vile, in balìa anch'esso, come tutti, del sistema borghese. Una disillusione, quella del poeta, che è per lui una sconfitta personale e collettiva, senza scampo, anche se l’ultimo testo della sezione, intitolato Appendice alla «Religione»: Una luce (1959) si conclude con un’affermazione tremenda e dolce insieme, contraddistinta ancora una volta da un ossimoro: «non c’è mai / disperazione senza un po’ di speranza». Questo testo finale risulta davvero vibrante di commozione e tenerezza perché riguarda la figura della madre, in una confessione non immune da sensi di colpa e pervasa dal riconoscimento di un bene segreto, intimo: «so che una luce, nel caos, di religione, / una luce di bene, mi redime / il troppo amore nella disperazione...». Evidentemente il poeta, dopo lo sdegno e la rabbia precedenti, ha sentito il bisogno di trovare, nel buio della sua solitudine e della sua disperazione, una luce. E questa luce viene dalla madre: «La casa è piena delle sue magre / membra di bambina, della sua fatica»; «una pietà così antica, / così tremenda mi stringe il cuore, / rincasando, che urlerei, mi toglierei la vita»; «Tutto intorno ferocemente muore, / mentre non muore il bene che è in lei». È un testo che prefigura la morte di entrambi, «in un silenzio stento e povero», ma che è testimonianza di un amore struggente verso la madre, la quale incarna per l’autore una purezza destinata a rimanere: «nella dolcezza del gelso e della vite / o del sambuco, in ogni alto o misero / segno di vita, in ogni primavera, sarai / tu; in ogni luogo dove un giorno risero, / e di nuovo ridono, impuri, i vivi, tu darai / la purezza». 
Questo è il Pasolini poeta che raggiunge i risultati più alti, come nelle raccolte La meglio gioventù del 1954, comprendente le Poesie a Casarsa, e Le ceneri di Gramsci del 1957, non quello dell’invettiva, della rabbia o del risentimento personale presenti soprattutto negli epigrammi della seconda sezione del libro. Pure i testi dell’ultima parte, intitolata Poesie incivili (aprile 1960), appaiono meno rilevanti, anche se merita una citazione la poesia Il glicine, che attesta ancora una volta la solitudine del poeta e la scissione insanabile tra il corpo e la storia, nonché la rabbia dell’anima nella ferocia del mondo.
La religione del mio tempo è una raccolta assai composita, con esiti di diverso livello, che rivela una sorta di ambiguità o bipolarità tormentata presente nella scrittura di Pasolini (riscontrabile del resto anche nella narrativa), tra momenti lirici e assai intensi e altri più aspri e crudi, fino all’adozione di un linguaggio variegato e sovente ibrido, come dimostrano le raccolte successive, in particolare Trasumanar e organizzar del 1971. 
In ogni caso, e per concludere, non sembra lecito considerare La religione del mio tempo un esempio di poesia in cui sarebbe protagonista solo la storia del nostro Paese, perché ciò non coglie i motivi più interni dei principali componimenti, che sono la testimonianza di una dimensione esistenziale, introspettiva e tragica dell'autore. Pasolini, in fondo, si è sempre sentito in opposizione alla storia, ferito e tradito da essa, deluso e sempre solo, in cerca di una comunità e di un’appartenenza che non ha mai trovato.

Mauro Germani

A proposito di Pasolini, su questo blog:

Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini

L'usignolo della Chiesa Cattolica

Riapparizione poetica di Roma

domenica 13 aprile 2025

"Il Vangelo secondo Matteo" di Pier Paolo Pasolini


Ho sempre considerato Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini (1964) un capolavoro assoluto, uno dei film più importanti della storia del cinema, un’opera che, oltre a suscitare in me una profonda commozione, sembra proprio realizzata in stato di grazia, fortemente ispirata, in cui si fondono mirabilmente originalità linguistica, grande suggestione formale e potenza del sacro. Pasolini si dichiarava «non credente, almeno nella coscienza»: ed è particolarmente significativa questa precisazione, che distingue l’ambito intellettivo-razionale da quello più segreto, arcano, emozionale, lasciando così spazio a una realtà ulteriore. È comunque indubitabile la presenza del sacro in tutta la sua multiforme e complessa produzione artistica, come un’ossessione scandalosa, misteriosa, sconvolgente, nella quale storia e mito, realtà quotidiana e forza naturale, concretezza carnale e impulso mistico si compenetrano in modo spesso violento, rivoluzionario, al di là di ogni consuetudine acquisita (si vedano, al riguardo, soprattutto due film: Teorema, del 1968 – una sorta di parabola moderna in cui il sacro si manifesta nei personaggi dell’Ospite e della domestica Emilia, che a un certo punto appare a mezz’aria, sui tetti delle case, come una santa – , e Salò o le 120 giornate di Sodoma, del 1975, nel quale, all’opposto, assistiamo alla morte del sacro, e alla violenza terribile perpetrata dal potere). Questa bidimensionalità del sacro pare essere proprio la cifra stilistica dell’opera pasoliniana, laddove la classica opposizione tra immanenza e trascendenza viene in qualche modo rovesciata e superata. 
Il testo del Vangelo di Matteo, con la sua straordinaria forza dirompente, rappresenta per Pasolini un’occasione davvero unica per scuotere – con la figura di Cristo e con la sua parola altra, pura e affilata come una spada – le coscienze intorpidite della società dei primi anni Sessanta, nella quale è possibile riconoscere i prodromi del consumismo che dilagherà negli anni seguenti. Si tratta di un’operazione cinematografica non priva di rischi in considerazione dell’argomento innegabilmente assai complesso. Pasolini intende, infatti, realizzare un film sul Vangelo non convenzionale. Pur mantenendo un’assoluta fedeltà al testo, pone al centro un Cristo iconograficamente diverso rispetto alla tradizione, così come gli apostoli e la gente comune hanno un aspetto e una parlata popolari, quasi da neorealismo; inoltre i luoghi scelti per la rappresentazione diventano la Puglia, il Lazio, la Calabria e la Basilicata, in particolare i Sassi di Matera. E proprio questa scelta stilistica si rivela vincente. È il Pasolini poeta ad avere la meglio, perché la povertà del paesaggio, i volti di attori non professionisti, nonché di alcuni amici dello scrittore-regista (tra cui Mario Socrate, Enzo Siciliano, Alfonso Gatto, Francesco Leonetti, Natalia Ginzburg) vengono immortalati grazie a una bellissima fotografia in bianco e nero, che alterna – con un sapiente montaggio di Nino Baragli – primissimi piani a campi lunghi. Inoltre risulta di particolare rilievo la colonna sonora composta, tra gli altri, da brani di Bach, di Mozart, di Prokofiev, che conferiscono alle immagini un’icasticità davvero sorprendente. Si noti, poi, l’uso della macchina da presa a mano (frequente anche in altri film di Pasolini) per meglio avvicinare la realtà in certi aspetti di essa violenti, brutali, oppure estatici, pervasi dal mistero del sacro. Ma è soprattutto la figura di Cristo, nell’interpretazione di Enrique Irazoqui, a dominare – com’è giusto – il film: un Cristo segnato da un’urgenza, una missione potente da portare a termine, un compito che non dà tregua e che è al di sopra di tutto. 
Ha fretta, il Cristo di Pasolini: spesso cammina veloce, seguito dai suoi discepoli, parla con autorità e severità, annunciando una verità superiore che sconvolge e proclamando un amore che non ha nulla da spartire con il cosiddetto quieto vivere. Potremmo dire che in lui è presente una violenza dolce e sacra, misericordiosa, che travalica la ragione umana: un ossimoro che chiede l’accoglienza della fede, quella dei semplici come i bambini, ai quali dona il suo sorriso, affermando di non allontanarli, perché proprio di loro è il regno dei cieli. Ammirevole è poi la scelta di mostrare i miracoli compiuti da Gesù senza alcuna enfasi, con grande naturalezza, con il solo utilizzo della musica a fatto avvenuto, quando chi è stato miracolato se ne va cambiato, rinnovato nel corpo e nell’anima. Ecco allora che la severità di Cristo è soprattutto contro gli ipocriti («Guai a voi scribi e farisei ipocriti, poiché siete come sepolcri imbiancati che all’esterno appaiono belli a vedersi, dentro invece sono pieni di ossa di morti e di ogni putredine»), i potenti, i mercanti nel tempio (e questa è anche l’accusa che Pasolini ha sempre rivolto a ogni forma di potere politico, sociale, antropologico), ma si scioglie nei confronti dei poveri, dei fanciulli, di chi crede ed è puro di cuore e non si preoccupa, non si chiude nel proprio egoismo e nel proprio narcisismo:« Guardate gli uccelli del cielo: essi non seminano, non  mietono, né raccolgono in granai, eppure il Padre vostro celeste li nutre; e voi non valete  più di loro? […] Osservate i gigli del campo, come crescono: non lavorano, non tessono. Eppure vi dico che neanche Salomone in tutta la sua magnificenza vestiva come uno di essi. Se Dio veste così l’erba del campo che oggi c’è e domani viene gettata nel fuoco, quanto più vestirà voi, gente di poca fede?». Ecco, il tema della poca fede è assai ricorrente nel Vangelo, insieme all’esortazione ad abbandonarsi a Dio e a non temere la morte: «Non vi spaventate per quelli che possono uccidere il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto Colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo. Non si vendono forse due passeri per un asse? Ebbene, uno solo di essi non cadrà senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti numerati. Non temete, dunque: voi valete ben più di molti passeri». E questo per Pasolini significava soprattutto il coraggio del pensiero e della parola, il rigore di chi non accetta meschini compromessi, proprio come Gesù che è fermo e risoluto verso Satana che lo tenta nel deserto: le sue parole sono così forti che non ammettono repliche, tanto che il diavolo appare come un poveraccio che indossa nobili vesti, ed è costretto ad andarsene sconfitto, in silenzio. 
Le sequenze finali della passione e della morte del Messia sono altamente drammatiche e di estrema solitudine (in particolare, dalla notte del Getsemani in poi). Come non ricordare le immagini del dolore straziante di Maria, interpretata non a caso dalla madre di Pier Paolo? Verso la figura di Cristo, Pasolini, infatti, ebbe sempre una forte attrazione, sia nel periodo della gioventù friulana, sia successivamente, come testimoniano diversi testi poetici. Di grande potenza sono i momenti atroci della crocifissione che culminano nella morte di Gesù, quando il cielo si oscura e la terra trema: è il buio del male e dell’assenza, del creato abbandonato a sé stesso,  della paura e del pentimento da parte di alcuni («Davvero costui era Figlio di Dio!»), fino all’annuncio della resurrezione, a cui seguirà l’apparizione ai discepoli e la promessa di essere con loro «tutti i giorni, sino alla fine del mondo». 
Per quanto concerne le interpretazioni critiche del film, non è condivisibile, a mio parere, l’opinione di coloro che non hanno ravvisato alcuna sacralità nel Cristo pasoliniano (tra questi, per esempio, Morando Morandini, il quale afferma che viene messa in luce più l’umanità che la divinità di Gesù). Mi sembra significativo rilevare, invece, la dedica dell’autore «alla cara, lieta, familiare memoria di Giovanni XXIII». Per di più il film (sicuramente il migliore ancora oggi tra quelli tratti dai Vangeli) si aggiudicò, insieme ad altri importanti riconoscimenti, il Premio OCIC (Office Catholique International du Cinéma). Per concludere  due affermazioni di Pasolini – tratte da Saggi sulla politica e la società (Mondadori, 1999) – che attestano la peculiarità e l’originalità del suo pensiero. La prima: «La Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano […] il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso». La seconda: «Tutto quello che Marx ha detto della religione è da prendere e da buttare via, è frutto di una colossale ignoranza».

Mauro Germani




giovedì 1 settembre 2022

Michele Caccamo - Le sacche della rana


Michele Caccamo, Le sacche della rana. Poemetto su Pier Paolo Pasolini, Castelvecchi, 2022

 

Nel poemetto su Pier Paolo Pasolini Le sacche della rana, la voce del poeta Michele Caccamo è avvolgente, ha un respiro di molti respiri, un ritmo che si consuma e si rigenera continuamente. I versi si stagliano come immagini tra dissolvenze, come scene di un film interiore eppure materico, che miracolosamente appare.

Qui troviamo l’anima di carne di Pasolini, i suoi fuochi, le sue contraddizioni, la sua fragilità e il suo tragico destino. Troviamo l’impetuosità dei sentimenti, quelli che assalgono tra speranza e disperazione e che non danno tregua, nell’urgenza di una sfida che è anche sacrificio. Casarsa, Sacile, Roma, Ostia sono alcune delle tappe di qualcosa di ben più vasto, di una storia che dice sé stessa per dire la sua passione travolgente, di un’esistenza divorata da una fame insaziabile. Il rapporto esclusivo con la madre e quello conflittuale con il padre, il dolore per la tragica morte del fratello Guido, gli incontri con i ragazzi di vita s’intrecciano con i pensieri e i sentimenti di Pasolini al di là di ogni facile retorica.

Ciò che colpisce è invece la verità scomoda della poesia, come via alternativa per parlare di un personaggio non in modo semplicemente biografico, ma sofferto, visionario e, al tempo stesso, puntuale. È infatti questa la scommessa poetica vinta da Caccamo, in quanto il lettore percepisce, a ogni pagina, la concretezza e la fisicità dell’anima pasoliniana, il suo dibattersi estremo. Così la furiosa dolcezza e la solitudine esistenziale e politica di Pasolini si scontrano inevitabilmente con un’Italia in trasformazione, votata a una deriva antropologica e sociale inarrestabile: quella dei polli d’allevamento del consumismo («Carosello era Gesù che moltiplicava il consumo e diceva è finita la penitenza è ormai tutto a portata di mano»), di una sacralità smarrita («Paolo VI disse che la gente non sapeva più che farsene della Chiesa perché era diventata un folclore un qualsiasi prodotto tenuto fermo sul mercato») e di un potere feroce e assassino («io so conosco i mandanti»). E poi il racconto, a frammenti, tesissimo, trepidante, di quell’ultima notte, come un giallo davvero troppo complicato e troppo semplice, Pino con «la camicia annerita dagli scappamenti delle auto», la cena in trattoria, Ostia «piena di fosse di rane», Pasolini disperato, tenero e fragile, il mare che «rotolava aveva freddo», quell’amore pagato e massacrato, e infine Ninetto chiamato per il riconoscimento e che «stava per perdere i sensi».

Un destino che grida come una domanda o una preghiera spezzata. Perché forse Pasolini continua a essere ucciso e la sua morte, il suo strazio non sono finiti. E questo non solo a causa dei troppi interrogativi irrisolti circa il suo assassinio, ma anche perché egli è stato l’ultimo grande intellettuale che abbiamo avuto. Dopo di lui, il nulla. L’agonia di Pasolini è oggi nella resa all’orrido che viviamo, come afferma Michele Caccamo.

Mauro Germani

sabato 7 novembre 2020

LA CITAZIONE (n. 23) - Pier Paolo Pasolini


 

Riapparizione poetica di Roma


Dio, cos’è quella coltre silenziosa

che fiammeggia sopra l’orizzonte…

quel nevaio di muffa – rosa

di sangue – qui, da sotto i monti

fino alle cieche increspature del mare…

quella cavalcata di fiamme sepolte

nella nebbia, che fa sembrare il piano

da Vetralla al Circeo, una palude

africana, che esali in un mortale

arancio… È velame di sbadiglianti, sudice

foschie, attorcigliate in pallide

vene, divampanti righe,

gangli in fiamme: là dove le valli

dell’Appennino sboccano tra dighe

di cielo, sull’Agro vaporoso

e il mare: ma, quasi arche o spighe

sul mare, sul nero mare granuloso,

la Sardegna o la Catalogna,

da secoli bruciate in un grandioso

incendio, sull’acqua, che le sogna

più che specchiarle, scivolando,

sembrano giunte a rovesciare ogni

loro legame ancora ridente, ogni candido

bracere di città o capanna divorata

dal fuoco, a smorire in queste lande

di nubi sopra il Lazio.

Ma tutto ormai è fumo, e stupiresti

se, dentro quel rudere d’incendio,

sentissi richiami di freschi

bambini, tra le stalle, o stupendi

colpi di campana, di fattoria

in fattoria, lungo i saliscendi

desolati, che già intravedi dalla Via

Salaria – come sospesa in cielo –

lungo quel fuoco di malinconia

perduto in un gigantesco sfacelo.

Ché ormai la sua furia, scolorando, come

dissanguata, dà più ansia al mistero,

dove, sotto quei ròsi polveroni

fiammeggianti, quasi un’empirea coltre,

cova Roma gli invisibili rioni.


da Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, 1961


A proposito di Pasolini, è possibile leggere su questo blog una nota critica relativa a L'usignolo della Chiesa Cattolica: QUI

lunedì 17 febbraio 2020

Pier Paolo Pasolini - L'usignolo della Chiesa Cattolica


La raccolta L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini viene pubblicata nel 1958, ma contiene poesie scritte tra il 1943 e il 1949, in cui non compare il dialetto friulano. Se quest’ultimo è legato al Friuli materno e al mondo contadino, con la sua natura e i suoi riti, e rappresenta il desiderio di una partecipazione totale, della ricerca di un’unione profonda con una realtà ancestrale e innocente, l’uso della lingua comincia a segnare una sorta di dolorosa distanza, un’inquietudine crescente, che non è solo alternanza di sguardo e di passione, ma anche bisogno di confessione e di appropriazione di sé.

L’usignolo della Chiesa Cattolica è un libro diseguale e tormentato, suddiviso in sette parti che, disposte in ordine cronologico, costituiscono un percorso – non lineare ma accidentato, con moti improvvisi e altrettanto improvvisi ripensamenti –  nel quale le testimonianze del periodo friulano si uniscono a poco a poco alle lacerazioni interiori del poeta, riguardanti soprattutto il dissidio tra “carne e cielo”, per approdare poi al poemetto conclusivo intitolato La scoperta di Marx.

La raccolta, soprattutto nella parte iniziale, è contraddistinta da una religiosità arcaica, contadina, nella quale immagini, riti e preghiere della tradizione cattolica si manifestano, per analogie e simboli, mediante composizioni in versi e in prosa poetica, in atmosfere insieme sfuggenti e concrete, tra mito e storia. Su tutto prevale lo sguardo del poeta, che cerca costantemente sé stesso in quelle figure e in quei misteri. Pasolini, in modo più o meno esplicito, è sempre presente, si espone, tra condivisione e allontanamento, tra invocazione al divino e rifiuto, tra senso del peccato e desiderio di vita libera.

Qui la scoperta della propria omosessualità genera in lui un travaglio interiore dominato da forze contrastanti, le quali sono al contempo legate alla fede cristiana e al cattolicesimo: da un lato, il bisogno di perdono e di redenzione; dall’altro, l’avversione alla divinità e in particolare alla Chiesa come istituzione. Per quanto concerne il primo caso, si possono citare, per esempio, i seguenti versi, tratti da La passione: «Io fui fanciullo / e oggi muoio» (I); «E a che ci avrebbero / brillato i pugni / e i neri chiodi, / se il Tuo perdono / non ci riguardava / da un giorno eterno / di compassione?» (III); «O Crocifisso, / lasciaci fermi / a contemplarti» (IV); «Ah siamo uomini / dimentichiamo. / Dietro di Cristo / sui monti morti / il cielo fugge, / è un cieco fiume» (VI).

C’è nei testi che compongono questo poemetto una profonda e tragica religiosità, scossa da nostalgie, rimpianti, suppliche, abbandoni, ma anche da pulsioni improvvise, rivelatrici di sensuali inquietudini: «Cristo, il tuo corpo / di giovinetta / è crocifisso da due stranieri»; «Foste fanciulli, / e per uccidermi / ah quanti giorni / d’allegri giochi / e d’innocenze.»; «Tu ci vedevi  / coi nostri corpi / splendidi in nidi / di eternità. / Poi siamo morti.»; «Soave fanciullo, / corpo leggero. / ricci di luce… / è San Giovanni». Nell’ottava parte del poemetto in prosa La Chiesa, invece, la figura vera di Cristo sembra dimenticata o nascosta nella sua essenza proprio dalla Chiesa storica, che propone di Gesù solo un’ «immagine riflessa nel sangue», in quanto interessata unicamente al mantenimento del proprio potere: «Ah bestemmie ed eresie, unica dolce memoria di Cristo…». E su questo punto Pasolini ritornerà più volte nei suoi interventi e nei suoi saggi, in modo molto aspro e polemico, ma non nascondendo il sogno di una Chiesa diversa, come aveva fatto sperare il Concilio Vaticano II di Giovanni XXIII: «La Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano […] il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso» (Saggi sulla politica e la società, Mondadori, 1999, pp. 354 e 355).

La figura dell’usignolo, poi – che compare nel poemetto in prosa omonimo e che si può considerare un’immagine di Pasolini stesso – risulta  assai importante perché per il poeta incarna nel medesimo tempo un rimpianto e una delusione. Il primo concerne la vita perduta, quella friulana del mondo contadino con la sua religiosità arcaica, semplice e povera, che definirà «un profumo» nella raccolta La religione del mio tempo (1961), nella quale apparirà di nuovo l’immagine dell’usignolo, per decretarne con amarezza la morte: «e con lui è morta una terra arrisa / da religiosa luce, col suo nitore / contadino di campi e casolari». La seconda riguarda non solo il tradimento, da parte della Chiesa, di quella sacralità troppo scomoda, ma anche la contraddizione tra finito e infinito, o l’impossibilità di una loro conciliazione mediante la parola della poesia. Dice infatti la giovinetta nel dialogo con l’usignolo: «Povero uccelletto, dall’albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un fanciullino!».

E in merito al senso del sacro presente nell’opera pasoliniana, è importante evidenziare che Pasolini ebbe sempre nei confronti della figura di Cristo una particolare attrazione (basti pensare, tra l’altro, al film capolavoro del 1964 Il Vangelo secondo Matteo, dedicato, non a caso, «alla cara, lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII»), se non addirittura una forma di ossessione, caratterizzata da una sorta di immedesimazione estrema, intesa come autentico superamento della frattura tra ideologia e vita, come si evince dalla poesia La Crocifissione: «Noi staremo offerti sulla croce, / alla gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, / scoprendo all’ironia le stille / del sangue dal petto ai ginocchi, / miti, ridicoli, tremando / d’intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per testimoniare lo scandalo».

In particolare, a proposito del rapporto di Pasolini con la fede, tra nostalgia e negazione, tra sogno e realtà, nel periodo specifico dei testi di questo libro, risulta piuttosto significativa la poesia Litania. Il testo consta di sette parti brevi composte in quinari e senari, ciascuna delle quali reca un titolo delle litanie mariane. I versi sono caratterizzati da una notevole forza visionaria, che esalta la purezza e la verginità di Maria in contrapposizione all’animo inquieto del poeta, attraversato da pulsioni sensuali, che decretano prima la sua distanza e il suo peccato, poi la vanità della sua preghiera; «O Inesistente / quante preghiere / strappate al cuore / per ricadere / sul nostro cuore!».

Anche nelle sezioni successive del libro, Il pianto della rosa, Lingua, Paolo e Baruch, Tragiques, troviamo l’espressione del dissidio interiore di Pasolini, che bene rivelano i seguenti versi: «O immoto Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita / non m’importa più il modo» (Himnus ad nocturnum); «Andate, angeli, e dite al Signore / che al fulmine della sua redenzione / nascondo, ahimè, il bersaglio del mio cuore!» (Il canto degli angeli); «Ed ecco la parola viva! / L’aspettavo. Chiudo il freddo / testo da dove è esplosa, / torno alla mia deriva» (Lettera ai Corinti); «Dio, mutami!» «Muta la mania / di chi vuole morire… Ma tu taci / sopra le peste del perduto agnello, / sopra  il morente, bello / di nuda nostalgia» (Madrigali a Dio).

Sebbene l’adesione di Pasolini alla fede cristiana e al cattolicesimo abbia riguardato solo gli anni in cui era ragazzo («Non sono credente, almeno nella coscienza», ebbe modo di dichiarare in seguito), è evidente come tale esperienza interiore giovanile non sia certo da sottovalutare nella sua opera, nella quale è sicuramente rinvenibile un costante sentimento religioso nei confronti della realtà, vale a dire una visione poetica del mondo, una sua trasfigurazione mitica, non priva di lacerazioni e contraddizioni. E occorre sottolineare, a questo proposito, il dissenso di Pasolini nei confronti del pensiero di Marx circa la religione: «Tutto quello che Marx ha detto della religione è da prendere e da buttar via, è frutto di una colossale ignoranza» (Saggi sulla politica e la società, cit., p. 1715).

Il dissidio esistenziale pasoliniano, che è al centro di tutta la raccolta, trova un successivo approfondimento nella poesia Memorie, all’interno della sezione Paolo e Baruch, nella quale Pasolini si rivolge alla madre, confessandole il proprio amore e la propria pena. Rievocando il tempo passato («Torno alle giornate / più remote del nostro / amore»), il poeta rimpiange quella «purezza perduta» («Tu sai quanto fui puro…»), che per lui è ora la ricerca di corpi misteriosi aventi la sua «carne di figlio», quei «corpi dei figli / coi calzoni felici, col bruno o il biondo / delle madri nei passi, e un troppo grande amore, / nel cuore, per il mondo». Ed è proprio in questa dismisura che va compreso non solo il rapporto di Pasolini con la madre – dolce, tenero e, al tempo stesso, ferito ed impossibile – ma anche con la sua vita e la sua poesia, come un rimpianto, una mancanza sempre da colmare, un fuoco che continuamente si alimenta e si consuma, addirittura un ardore, che assomiglia ad un sacrificio.

Il percorso poetico del libro termina, in maniera un po’ improvvisa, con la sezione La scoperta di Marx, che rappresenta indubbiamente per Pasolini una meditazione ulteriore, ma che si può leggere come il tentativo o, meglio, la speranza di superare la propria crisi in un’adesione ideologica, un salto, che intende riappropriarsi in qualche modo della storia e che coincide con l’impatto del poeta con la città di Roma e con il sottoproletariato urbano. Il distacco dal mondo friulano della fanciullezza e il conseguente contrasto tra «carne e cielo», tra storia e mito, sembrano ora condurre Pasolini alla ricerca di una motivazione culturale e di pensiero, nonché a una maggiore accettazione di sé, pur nella consapevolezza di una difficoltà originaria: «Fuori dal tempo è nato / il figlio, e dentro muore. / E ogni giorno affondo / nel mondo ragionato, / spietata istituzione / degli adulti».

In realtà, ragione e passione continueranno a stridere in Pasolini, e il suo dissidio interiore sarà destinato a restare, perché la volontà di appropriarsi della storia, e di interpretarla grazie alla scoperta di Marx, sarà sempre accompagnata dal desiderio opposto di essere fuori o contro la storia stessa. E questo si trasformerà col tempo in una cupa disperazione, nella denuncia – profetica – dello sviluppo senza progresso della società italiana, devastata dal neocapitalismo e dall’edonismo, che saranno la causa di una omologazione antropologica e culturale capace di travolgere tutto e tutti.

Ecco, quindi, le due anime di Pasolini: quella del marxista eretico (come venne chiamato da alcuni), e quella rappresentata dall’usignolo (vitale o ferito mortalmente) del mondo arcaico e contadino, della povertà sacra, della terra materna e della fanciullezza perduta. Due anime che abitano già, in qualche modo, L’usignolo della Chiesa Cattolica, una raccolta decisamente importante nell’ambito della produzione pasoliniana, non solo perché è testimonianza di una crisi e di un passaggio nell’itinerario umano e artistico dello scrittore, ma anche perché contiene già le tematiche che segneranno l’intera opera successiva, nella sua vastità e complessità.

Mauro Germani