Mauro Germani
A proposito di Pasolini, su questo blog:
Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini
Mauro Germani
A proposito di Pasolini, su questo blog:
Il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini
Mauro Germani
Nel poemetto su Pier Paolo Pasolini Le sacche della rana, la voce del poeta
Michele Caccamo è avvolgente, ha un respiro di molti respiri, un ritmo che si
consuma e si rigenera continuamente. I versi si stagliano come immagini tra
dissolvenze, come scene di un film interiore eppure materico, che
miracolosamente appare.
Qui troviamo l’anima di carne di
Pasolini, i suoi fuochi, le sue contraddizioni, la sua fragilità e il suo
tragico destino. Troviamo l’impetuosità dei sentimenti, quelli che assalgono
tra speranza e disperazione e che non danno tregua, nell’urgenza di una sfida
che è anche sacrificio. Casarsa, Sacile, Roma, Ostia sono alcune delle tappe di
qualcosa di ben più vasto, di una storia che dice sé stessa per dire la sua
passione travolgente, di un’esistenza divorata da una fame insaziabile. Il
rapporto esclusivo con la madre e quello conflittuale con il padre, il dolore
per la tragica morte del fratello Guido, gli incontri con i ragazzi di vita
s’intrecciano con i pensieri e i sentimenti di Pasolini al di là di ogni facile
retorica.
Ciò che colpisce è invece la verità
scomoda della poesia, come via alternativa per parlare di un personaggio non in
modo semplicemente biografico, ma sofferto, visionario e, al tempo stesso,
puntuale. È infatti questa la scommessa poetica vinta da Caccamo, in quanto il
lettore percepisce, a ogni pagina, la concretezza e la fisicità dell’anima
pasoliniana, il suo dibattersi estremo. Così la furiosa dolcezza e la
solitudine esistenziale e politica di Pasolini si scontrano inevitabilmente con
un’Italia in trasformazione, votata a una deriva antropologica e sociale
inarrestabile: quella dei polli d’allevamento del consumismo («Carosello era
Gesù che moltiplicava il consumo e diceva è finita la penitenza è ormai tutto a
portata di mano»), di una sacralità smarrita («Paolo VI disse che la gente non
sapeva più che farsene della Chiesa perché era diventata un folclore un
qualsiasi prodotto tenuto fermo sul mercato») e di un potere feroce e assassino
(«io so conosco i mandanti»). E poi il racconto, a frammenti, tesissimo,
trepidante, di quell’ultima notte, come un giallo davvero troppo complicato e
troppo semplice, Pino con «la camicia annerita dagli scappamenti delle auto»,
la cena in trattoria, Ostia «piena di fosse di rane», Pasolini disperato,
tenero e fragile, il mare che «rotolava aveva freddo», quell’amore pagato e
massacrato, e infine Ninetto chiamato per il riconoscimento e che «stava per
perdere i sensi».
Un destino che grida come una domanda o
una preghiera spezzata. Perché forse Pasolini continua a essere ucciso e la sua
morte, il suo strazio non sono finiti. E questo non solo a causa dei troppi
interrogativi irrisolti circa il suo assassinio, ma anche perché egli è stato
l’ultimo grande intellettuale che abbiamo avuto. Dopo di lui, il nulla.
L’agonia di Pasolini è oggi nella resa all’orrido che viviamo, come afferma
Michele Caccamo.
Mauro Germani
Riapparizione
poetica di Roma
Dio, cos’è quella coltre silenziosa
che
fiammeggia sopra l’orizzonte…
quel
nevaio di muffa – rosa
di
sangue – qui, da sotto i monti
fino
alle cieche increspature del mare…
quella
cavalcata di fiamme sepolte
nella
nebbia, che fa sembrare il piano
da
Vetralla al Circeo, una palude
africana,
che esali in un mortale
arancio…
È velame di sbadiglianti, sudice
foschie,
attorcigliate in pallide
vene,
divampanti righe,
gangli
in fiamme: là dove le valli
dell’Appennino
sboccano tra dighe
di
cielo, sull’Agro vaporoso
e
il mare: ma, quasi arche o spighe
sul
mare, sul nero mare granuloso,
la
Sardegna o la Catalogna,
da
secoli bruciate in un grandioso
incendio,
sull’acqua, che le sogna
più
che specchiarle, scivolando,
sembrano
giunte a rovesciare ogni
loro
legame ancora ridente, ogni candido
bracere
di città o capanna divorata
dal
fuoco, a smorire in queste lande
di
nubi sopra il Lazio.
Ma
tutto ormai è fumo, e stupiresti
se,
dentro quel rudere d’incendio,
sentissi
richiami di freschi
bambini,
tra le stalle, o stupendi
colpi
di campana, di fattoria
in
fattoria, lungo i saliscendi
desolati,
che già intravedi dalla Via
Salaria
– come sospesa in cielo –
lungo
quel fuoco di malinconia
perduto
in un gigantesco sfacelo.
Ché
ormai la sua furia, scolorando, come
dissanguata,
dà più ansia al mistero,
dove,
sotto quei ròsi polveroni
fiammeggianti,
quasi un’empirea coltre,
cova
Roma gli invisibili rioni.
da Pier Paolo Pasolini, La religione del mio tempo, Garzanti, 1961
A proposito di Pasolini, è possibile leggere su questo blog una nota critica relativa a L'usignolo della Chiesa Cattolica: QUI
La
raccolta L’usignolo della Chiesa Cattolica di Pier Paolo Pasolini
viene pubblicata nel 1958, ma contiene poesie scritte tra il 1943 e il 1949, in
cui non compare il dialetto friulano. Se quest’ultimo è legato al Friuli
materno e al mondo contadino, con la sua natura e i suoi riti, e rappresenta
il desiderio di una partecipazione totale, della ricerca di un’unione profonda
con una realtà ancestrale e innocente, l’uso della lingua comincia a segnare
una sorta di dolorosa distanza, un’inquietudine crescente, che non è solo
alternanza di sguardo e di passione, ma anche bisogno di confessione e di
appropriazione di sé.
L’usignolo
della Chiesa Cattolica è un libro
diseguale e tormentato, suddiviso in sette parti che, disposte in ordine
cronologico, costituiscono un percorso – non lineare ma accidentato, con moti
improvvisi e altrettanto improvvisi ripensamenti – nel quale le testimonianze
del periodo friulano si uniscono a poco a poco alle lacerazioni interiori del
poeta, riguardanti soprattutto il dissidio tra “carne e cielo”, per approdare
poi al poemetto conclusivo intitolato La scoperta di Marx.
La
raccolta, soprattutto nella parte iniziale, è contraddistinta da una
religiosità arcaica, contadina, nella quale immagini, riti e preghiere della
tradizione cattolica si manifestano, per analogie e simboli, mediante
composizioni in versi e in prosa poetica, in atmosfere insieme sfuggenti e
concrete, tra mito e storia. Su tutto prevale lo sguardo del poeta, che cerca
costantemente sé stesso in quelle figure e in quei misteri. Pasolini, in modo
più o meno esplicito, è sempre presente, si espone, tra condivisione e allontanamento, tra invocazione al divino e rifiuto, tra senso del peccato e
desiderio di vita libera.
Qui
la scoperta della propria omosessualità genera in lui un travaglio interiore
dominato da forze contrastanti, le quali sono al contempo legate alla fede
cristiana e al cattolicesimo: da un lato, il bisogno di perdono e di
redenzione; dall’altro, l’avversione alla divinità e in particolare alla
Chiesa come istituzione. Per quanto concerne il primo caso, si possono citare, per esempio, i seguenti versi, tratti da La passione: «Io fui
fanciullo / e oggi muoio» (I); «E a che ci avrebbero / brillato i pugni / e i
neri chiodi, / se il Tuo perdono / non ci riguardava / da un giorno eterno / di
compassione?» (III); «O Crocifisso, / lasciaci fermi / a contemplarti» (IV); «Ah
siamo uomini / dimentichiamo. / Dietro di Cristo / sui monti morti / il cielo
fugge, / è un cieco fiume» (VI).
C’è
nei testi che compongono questo poemetto una profonda e tragica religiosità,
scossa da nostalgie, rimpianti, suppliche, abbandoni, ma anche da pulsioni
improvvise, rivelatrici di sensuali inquietudini: «Cristo, il tuo corpo / di
giovinetta / è crocifisso da due stranieri»; «Foste fanciulli, / e per
uccidermi / ah quanti giorni / d’allegri giochi / e d’innocenze.»; «Tu ci
vedevi / coi nostri corpi / splendidi in nidi / di eternità. / Poi
siamo morti.»; «Soave fanciullo, / corpo leggero. / ricci di luce… / è San
Giovanni». Nell’ottava parte del poemetto in prosa La Chiesa,
invece, la figura vera di Cristo sembra dimenticata o nascosta
nella sua essenza proprio dalla Chiesa storica, che propone di Gesù solo un’ «immagine
riflessa nel sangue», in quanto interessata unicamente al mantenimento del
proprio potere: «Ah bestemmie ed eresie, unica dolce memoria di Cristo…». E su
questo punto Pasolini ritornerà più volte nei suoi interventi e nei suoi saggi,
in modo molto aspro e polemico, ma non nascondendo il sogno di una Chiesa
diversa, come aveva fatto sperare il Concilio Vaticano II di Giovanni XXIII: «La
Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro
che rifiutano […] il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso»
(Saggi sulla politica e la società, Mondadori, 1999, pp. 354 e 355).
La
figura dell’usignolo, poi – che compare nel poemetto in prosa omonimo e che si
può considerare un’immagine di Pasolini stesso – risulta assai
importante perché per il poeta incarna nel medesimo tempo un rimpianto e una delusione. Il primo concerne la vita perduta, quella friulana
del mondo contadino con la sua religiosità arcaica, semplice e povera, che
definirà «un profumo» nella raccolta La religione del mio tempo (1961),
nella quale apparirà di nuovo l’immagine dell’usignolo, per decretarne con
amarezza la morte: «e con lui è morta una terra arrisa / da religiosa luce, col
suo nitore / contadino di campi e casolari». La seconda riguarda non solo il
tradimento, da parte della Chiesa, di quella sacralità troppo scomoda, ma anche
la contraddizione tra finito e infinito, o
l’impossibilità di una loro conciliazione mediante la parola della poesia. Dice
infatti la giovinetta nel dialogo con l’usignolo: «Povero uccelletto,
dall’albero, tu fai cantare il cielo. Ma che pena udirti fischiettare come un
fanciullino!».
E in merito al senso del sacro presente nell’opera pasoliniana, è importante
evidenziare che Pasolini ebbe sempre nei confronti della figura di Cristo una
particolare attrazione (basti pensare, tra l’altro, al film capolavoro del
1964 Il Vangelo secondo Matteo, dedicato, non a caso, «alla cara,
lieta e familiare memoria di Giovanni XXIII»), se non addirittura una forma di
ossessione, caratterizzata da una sorta di immedesimazione estrema, intesa come
autentico superamento della frattura tra ideologia e vita, come si evince dalla
poesia La Crocifissione: «Noi staremo offerti sulla croce, / alla
gogna, tra le pupille / limpide di gioia feroce, / scoprendo all’ironia le
stille / del sangue dal petto ai ginocchi, / miti, ridicoli, tremando /
d’intelletto e passione nel gioco / del cuore arso dal suo fuoco, / per
testimoniare lo scandalo».
In
particolare, a proposito del rapporto di Pasolini con la fede, tra nostalgia e
negazione, tra sogno e realtà, nel periodo specifico dei testi di questo libro, risulta piuttosto significativa la poesia Litania.
Il testo consta di sette parti brevi composte in quinari e senari, ciascuna
delle quali reca un titolo delle litanie mariane. I versi sono caratterizzati
da una notevole forza visionaria, che esalta la purezza e la verginità di Maria
in contrapposizione all’animo inquieto del poeta, attraversato da pulsioni
sensuali, che decretano prima la sua distanza e il suo
peccato, poi la vanità della sua preghiera; «O Inesistente /
quante preghiere / strappate al cuore / per ricadere / sul nostro cuore!».
Anche
nelle sezioni successive del libro, Il pianto della rosa, Lingua, Paolo
e Baruch, Tragiques, troviamo l’espressione del
dissidio interiore di Pasolini, che bene rivelano i seguenti versi: «O immoto
Dio che odio / fa che emani ancora / vita dalla mia vita / non m’importa più il
modo» (Himnus ad nocturnum); «Andate, angeli, e dite al Signore / che al
fulmine della sua redenzione / nascondo, ahimè, il bersaglio del mio cuore!» (Il
canto degli angeli); «Ed ecco la parola viva! / L’aspettavo. Chiudo il
freddo / testo da dove è esplosa, / torno alla mia deriva» (Lettera ai
Corinti); «Dio, mutami!» «Muta la mania / di chi vuole morire… Ma tu taci /
sopra le peste del perduto agnello, / sopra il morente, bello / di
nuda nostalgia» (Madrigali a Dio).
Sebbene
l’adesione di Pasolini alla fede cristiana e al cattolicesimo abbia riguardato
solo gli anni in cui era ragazzo («Non sono credente, almeno nella coscienza»,
ebbe modo di dichiarare in seguito), è evidente come tale esperienza interiore
giovanile non sia certo da sottovalutare nella sua opera, nella quale è
sicuramente rinvenibile un costante sentimento religioso nei
confronti della realtà, vale a dire una visione poetica del
mondo, una sua trasfigurazione mitica, non priva di lacerazioni e
contraddizioni. E occorre sottolineare, a questo proposito, il dissenso di
Pasolini nei confronti del pensiero di Marx circa la religione: «Tutto quello
che Marx ha detto della religione è da prendere e da buttar via, è frutto di
una colossale ignoranza» (Saggi sulla politica e la società, cit., p.
1715).
Il
dissidio esistenziale pasoliniano, che è al centro di tutta la raccolta, trova
un successivo approfondimento nella poesia Memorie, all’interno
della sezione Paolo e Baruch, nella quale Pasolini si rivolge alla
madre, confessandole il proprio amore e la propria pena. Rievocando il tempo
passato («Torno alle giornate / più remote del nostro / amore»), il poeta
rimpiange quella «purezza perduta» («Tu sai quanto fui puro…»), che per lui è
ora la ricerca di corpi misteriosi aventi la sua «carne di figlio», quei «corpi
dei figli / coi calzoni felici, col bruno o il biondo / delle madri nei passi,
e un troppo grande amore, / nel cuore, per il mondo». Ed è proprio in
questa dismisura che va compreso non solo il rapporto di
Pasolini con la madre – dolce, tenero e, al tempo stesso, ferito ed impossibile –
ma anche con la sua vita e la sua poesia, come un rimpianto, una mancanza sempre
da colmare, un fuoco che continuamente si alimenta e si consuma, addirittura
un ardore, che assomiglia ad un sacrificio.
Il
percorso poetico del libro termina, in maniera un po’ improvvisa, con la
sezione La scoperta di Marx, che rappresenta indubbiamente per
Pasolini una meditazione ulteriore, ma che si può leggere come il tentativo o,
meglio, la speranza di superare la propria crisi in un’adesione ideologica,
un salto, che intende riappropriarsi in qualche modo della storia e
che coincide con l’impatto del poeta con la città di Roma e con il
sottoproletariato urbano. Il distacco dal mondo friulano della fanciullezza e il conseguente contrasto tra «carne e cielo», tra storia e mito, sembrano ora
condurre Pasolini alla ricerca di una motivazione culturale e di pensiero,
nonché a una maggiore accettazione di sé, pur nella consapevolezza di
una difficoltà originaria: «Fuori dal tempo è nato / il
figlio, e dentro muore. / E ogni giorno affondo / nel mondo ragionato, / spietata
istituzione / degli adulti».
In
realtà, ragione e passione continueranno a
stridere in Pasolini, e il suo dissidio interiore sarà destinato a restare,
perché la volontà di appropriarsi della storia, e di interpretarla grazie alla
scoperta di Marx, sarà sempre accompagnata dal desiderio opposto di
essere fuori o contro la storia stessa. E
questo si trasformerà col tempo in una cupa disperazione, nella denuncia
– profetica – dello sviluppo senza progresso della
società italiana, devastata dal neocapitalismo e dall’edonismo, che saranno la
causa di una omologazione antropologica e culturale capace di travolgere tutto
e tutti.
Ecco,
quindi, le due anime di Pasolini: quella del marxista eretico (come
venne chiamato da alcuni), e quella rappresentata dall’usignolo (vitale
o ferito mortalmente) del mondo arcaico e contadino, della povertà
sacra, della terra materna e della fanciullezza perduta. Due anime che
abitano già, in qualche modo, L’usignolo della Chiesa Cattolica,
una raccolta decisamente importante nell’ambito della produzione pasoliniana,
non solo perché è testimonianza di una crisi e di un passaggio nell’itinerario
umano e artistico dello scrittore, ma anche perché contiene già le tematiche
che segneranno l’intera opera successiva, nella sua vastità e complessità.
Mauro
Germani