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martedì 15 settembre 2026

Marco Molinari - Stiamo raccogliendo le briciole


 Marco Molinari, Stiamo raccogliendo le briciole, MC edizioni, 2026

Al centro di quest’ultima, intensa raccolta poetica di Marco Molinari, vi sono i ricordi («queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo», li definì Vincenzo Cardarelli), rimasti impressi nella mente e nell’anima del poeta: volti, gesti, sguardi, parole dei degenti della Casa di Riposo di Asola, dove egli è stato direttore per trentacinque anni, e – nell’ultima sezione del libro – dialoghi con autori scomparsi, particolarmente cari, conosciuti personalmente, oppure amati attraverso i libri o le note delle canzoni. Ne consegue un percorso interiore segnato dal confine tra vita e morte, tra zone di luce e d’ombra, tra incontri che sono piccole o grandi rivelazioni e addii a metà, in quanto assenze che comunque  vivono ancora nel cuore e nella speciale rievocazione dei versi. Un itinerario poetico che si delinea non solo privato, ma che sentiamo subito nostro, grazie ai temi trattati che ci interpellano e alla particolare scrittura di Molinari, qui più diretta e narrativa, attraversata da una concretezza malinconica, che rifugge però da ogni sentimentalismo, e che trova la sua efficacia nel dettaglio e nella costruzione, nel montaggio poetico. Proprio per questo è possibile cogliere, a una lettura attenta, certi sussulti, certi soprassalti tra i versi, anche se appena sussurrati, come piccole scosse telluriche che schiudono nel testo domande, possibilità di senso, addirittura speranze inaspettate. 

La prima sezione, che è quella che dà il titolo al libro, contiene soprattutto i ritratti degli ospiti della Casa di Riposo. Questi ultimi sono descritti con affetto e con una sorta di pudore, senza enfasi alcuna, còlti nel loro essere indifesi, nella loro solitudine durante l’ultimo tratto di vita. Ognuno è un nome, un mondo, una luce negli occhi, un mistero d’anima e di carne, una domanda che tace oppure grida. Molinari è sempre stato attento alle figure ultime, marginali, fuori dagli schemi, dall’omologazione sociale, e qui ne dà un’ulteriore conferma. Nel microcosmo dell’ospizio, ogni persona chiama ed è chiamata, è davvero unica in quella frontiera misteriosa in cui si ritrova, sul finire del tempo, ed è tutto suo il modo di affrontare la malattia, il dolore, il futuro che si assottiglia giorno dopo giorno. Ecco allora le varie storie che affiorano, a frammenti, a barlumi, e che la voce di Molinari strappa all’oblio. Ecco, per esempio, Irene I. «con la sua umiltà così confinante / con la dignità che c’era / nel capo basso, nelle mani / dentro le tasche della vestina»; Assunta C., finita a trent’anni nella Casa, senza genitori e senza parenti, e col suo modo di essere ha insegnato «che abbiamo tutti bisogno di un saluto / di una voce che assomigli a una carezza»; Luigi C., per il quale la lingua era «solo un’interiezione» e che ora potrà «restaurare le nuvole»; e poi Angiolina e Mario, Nilla e Armando, con il loro amore da vecchi. Di notevole rilievo risultano poi, in questa sezione, gli altri testi, nei quali Molinari ricorda e s’interroga, consapevole d’essere stato testimone del mistero che è la vita, e rivelando a noi lettori improvvise analogie, verità impronunciabili o mute offerte come in Nucleo Alzheimer: «Vagabondano senza meta in quel mondo / chiuso dalle pareti, e non sanno / chi sono e perché lo fanno, / come noi»; «Vogliono parlarci col corpo / ora che non possono farlo con la lingua / e dirci l’intrico della vita e metterci in guardia / sugli impossibili incroci che ci attendono»; «C’erano le mamme col loro bimbo in braccio, / lo mostravano sporgendolo verso te, / ti chiedevano di prenderlo in grembo» in «un dono gratuito e totale / come si cedono gli organi / dopo la morte, come si lanciano / coppie di ciliegie dall’albero, / come si lasciano i propri anni / che ormai non gli appartengono più». I ricordi, poi, non riguardano solo le persone, ma anche i luoghi, l’ospizio stesso, i suoi spazi, come i lunghi corridoi in cui il ricordo si fa visione, viaggio nel tempo, proiezione di domande e di attese. Particolarmente significativa risulta la poesia Noi, che mette a confronto il noi degli operatori all’interno della Casa di Riposo con il voi relativo ai degenti: due realtà diverse, eppure solo in parte, perché i pazienti, con le loro «parole slegate e legate / quegli sguardi persi sui muri», lasciano un segno misterioso in chi vi lavora e ritorna a casa, basta una semplice carezza sulla mano e avviene un salto nel tempo, qualcosa che è origine e che è «prima, / prima di diventare noi». E quell’«edificio di quattro piani / a forma di ferro di cavallo» diviene qualcosa d’altro, un luogo del destino trasfigurato dal tempo («eccoli gli spettri che a migliaia / sono saliti dietro le nubi corrusche») o dal desiderio («la materia si apriva alle loro anime azzurre / che avevano il colore del cielo»), fino a porre interrogativi finali sull’esperienza vissuta. 

La seconda sezione, Esercizi per il bacio alla francese (il titolo è un omaggio al cinema francese, in particolare di Truffaut e di Rohmer), appare contrassegnata da un senso d’attesa sospeso tra realtà e sogno, in cui nulla sembra certo e definitivo, ma passaggio, ricerca di un’occasione importante e a volte miraggio (si vedano i testi intitolati Miraggi prima del tramonto). Da segnalare, inoltre, due poesie: la prima costituita solo da domande relative al mistero di una voce interiore, che in realtà potrebbe essere la poesia stessa («Questa voce sconosciuta da dove viene?»); la seconda relativa al desiderio e all’attesa di dialogare con gli storni sopra i fili della luce, per una conoscenza altra e libera. 

Dopo la terza sezione, Res publica, che forse si può considerare un po’ isolata rispetto al contesto generale, in quanto ha come argomento le ingiustizie della nostra società e l’arroganza del potere, il volume si conclude con Il mio nome non vi dirà niente, in cui ritorna il tema del ricordo, che – come già accennato – si riferisce qui ad autori, ma anche ad amici e parenti che non ci sono più e che Molinari ha sempre amato e stimato. Tra i poeti vi sono, tra gli altri, Ivano Fermini («Immobili, anni, schiuma / e una seicento verde / l’infanzia fra i prati di Piubega / donati, risaliti in gola / fra milioni di malati»); Mario Benedetti («In qualunque posto sei finito / penso assomigli a Nimis / e anch’io che non l’ho visitata / mi immagino che stai camminando / su una collina circondata da abeti / per tornare a casa») e Stefano Colletti («quei volti dipinti / a occhi chiusi, quelle poesie / strette nel pugno, sono quello / che porteremo con noi / dovunque andremo, /dovunque saremo»). C’è qui, come nei ritratti della Casa di Riposo, un senso di malinconia, che però lascia spazio anche ad altro, a un’immaginazione improvvisa, a uno scatto del cuore, a un desiderio che in fondo è sogno della parola, fremito della poesia. 

Per concludere, si può aggiungere che con questo libro Marco Molinari ha saputo coniugare immediatezza e profondità, come già si evince dal titolo, in quanto il gesto semplice e prezioso della raccolta delle briciole è tutt’uno col nostro destino.

Mauro Germani



martedì 7 ottobre 2025

Franco Riva - La domanda di Caino. Male, Perdono, Fraternità


Franco Riva, La domanda di Caino. Male, Perdono, Fraternità, Castelvecchi, 2016

Al centro di questo libro di Franco Riva, docente all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vi è la strana domanda di Caino: «Sono forse io il custode di mio fratello?», che troviamo nell’Antico Testamento. Come interpretarla? È solo un tentativo di fuga, un modo di non rispondere alla domanda di Dio: «Dov’è Abele, tuo fratello?», oppure implica altro? È opportuno, inoltre, aggiungere che, prima della domanda suddetta, Caino afferma di non sapere dov’è suo fratello. Che cosa egli davvero non sa?

Insieme a questi interrogativi, Franco Riva mette in luce il concetto di responsabilità, che è insito nella parola custode utilizzata da Caino. La stranezza delle parole di Caino consiste nel fatto che esse dicono di una responsabilità al contrario, tenendo insieme «tutto e il contrario di tutto: vita e morte, sapere e non sapere, fratelli e nemici, fratelli e responsabili, uomo e uomo, uomo e Dio, male e bene, violenza e vendetta, colpa grave e giustizia, imperdonabile e perdono». 

Sta di fatto che la domanda di Caino, secondo Riva, «non è più dimenticata perché risuona per la prima volta la parola delle parole, la responsabilità per altri. Non è più dimenticata perché proibisce di parlare di “umanità” (di “fraternità”) al di fuori di un farsi responsabili». Si tratta di una responsabilità che è legata all’umano, nel senso che è antecedente all’umanità, in quanto il «non so» di Caino ci rivela che non si può sapere nulla di umano prima di essere responsabili. Ed è proprio la riflessione su questo punto che induce l’autore a trattare, in modo molto radicale e al tempo stesso per nulla dogmatico, tre temi cruciali della nostra esistenza, tre nodi difficili da districare, segnati come sono da ossimori, ambiguità e contraddizioni: il male, il perdono, la fraternità, che a ben vedere, convivono enigmaticamente nella domanda di Caino. 

Nel suo percorso, Franco Riva si avvale di numerosi riferimenti sia letterari (Cervantes, Dostoevskij), sia filosofici (Arendt, Buber, Derrida, Jankélevitch, Jonas, Kierkegaard, Lévinas, Marcel, Ricoeur, Schmitt), mediante una scrittura attenta e incisiva, ma soprattutto evidenziando la complessità di tali problematiche, che invece sovente sono vittime di banalità e semplificazioni.

A proposito del male, Riva ritiene che occorre affermare la sua realtà («Bisogna smetterla di dire che il male non esiste»). Il male c’è, si può e si vuole. Non è qualcosa di astratto, né un incidente o un’eccezione all’interno della storia dell’uomo e del mondo. Quando si tenta di spiegarlo e di giustificarlo, «viene ridotto a un’idea di tecnica», qualcosa di non funzionante nella macchina del mondo, «qualcosa di riparabile, di aggiustabile». Il male invece è qui, è nel volto ferito di chi soffre, «mio o degli altri. Degli altri soprattutto». Anche le grandi elaborazioni teoriche rischiano di oscurare la realtà del male. Se da un lato c’è «una filosofia rassegnata del pessimismo», dall’altro c’è «una filosofia bonaria dell’ottimismo che lavora soltanto, chissà se per motivi esortativi o rassicuranti, sullo sbiancamento della notte del male». Ma il male non si riduce, si incontra, e di fronte a esso «non tiene né il pessimismo né l’ottimismo». Nel faccia a faccia con il male allora c’è posto per la pietas nei confronti del volto ferito, c’è la condivisione e c’è la compassione. Pensare il male in modo autentico significa sottrarlo al «ripiegamento intimistico» e pronunciare non solo l’aggettivo mio, ma anche nostro. Afferma Riva:« Le teorie e le teodicee servono anche, mentre spiegano e giustificano, a distrarre da questo male che è nostro». E aggiunge: «Male nostro, male irriducibilmente sociale e politico: nostro come la “speranza”. Male suscitato non così lontano da dove siamo noi. Male mai giustificato». Ecco allora che il discorso relativo al male è attraversato dalla responsabilità, che vuol dire comunione, nel senso di uscire dal proprio centro, nella consapevolezza che il male nel suo paradosso «annuncia una morte mentre ricorda la vita» e «dice la vita mentre testimonia una morte». Questo carattere aporetico del pensiero sul male non deve pertanto significare una rinuncia, perché «il fatto di non comprendere il male invita al contrario a ripartire con maggior forza e vigore con un pensare diverso. L’aporia infatti non è un punto d’arresto, un pantano, ma una conquista». Ciò che Franco Riva sottolinea è che il male «non può/non deve ritrovarsi a essere pienamente giustificato», se vogliamo che esso non abbia l’ultima parola.

Per quanto riguarda il secondo tema, cioè quello del perdono, viene affermato che «la lotta del perdono è una battaglia per la libertà», perché è la lotta per la speranza quando sembra vincere la disperazione. Kierkegaard in La malattia mortale sostiene che la disperazione della remissione dei peccati deriva dalla coscienza di chi si trova nell’angoscia per il bisogno di perdono, ma rifiuta lo scandalo del perdono. Del resto, se da un lato è importante la coscienza del male, dall’altro è anche vero che «il perdono è difficile perché sta – se sta – nella ferita, nel faccia a faccia di una vittima e di un colpevole». Non solo. Riva afferma che «si perdona solo ciò che è imperdonabile» e che «quando il perdono è possibile diventa impossibile e quando sembra impossibile si fa possibile». Non è un gioco di parole. Se il perdono è facile o scontato, non è più perdono, in quanto «un perdono leggero è complice del male». Questo perché perdonare non significa giustificare il male e la colpa: ciò che è stato fatto resta e deve restare. Il perdono non giustifica nulla e ha il coraggio di porsi di fronte al male. Non è un semplice dono. Mentre il dono rientra in qualche modo nella logica dello scambio, del corrispondere, il perdono sancisce «un’asimmetria insormontabile». Interessante è anche quanto viene scritto sul modo linguistico del perdono, in cui «avanzano parole incommensurabili come sono quelle della confessione e dell’assoluzione. […] La parola del perdono è radicalmente diversa perché non compete a tutti nello stesso modo. Un conto è confessare, un altro assolvere. Un conto chiedere perdono, un altro concederlo». Questa sproporzione tra le parole include anche il silenzio, che si riferisce al male commesso: esso in realtà è molto più forte delle parole pronunciate troppo in fretta, a volte ipocritamente, come scusanti. «Il perdono è la libertà nuda» afferma Riva, non ha logiche di convenienza e scaturisce dal farsi prossimo, in quanto – come sostiene Lévinas – «farsi responsabili dell’altro è l’unica condizione per cui nel mondo ci può essere pietà, compassione, perdono e prossimità». E alla fine del capitolo viene citata la storia esemplare di Delitto e castigo di Dostoevskij.

L’ultimo tema è quello della fraternità, che è strettamente connesso ai precedenti. Essere fratelli vuol dire essere responsabili? No, si può essere fratelli senza essere responsabili, come ci insegna la storia di Caino. Caino dice di non sapere, non sa dove si trova suo fratello, né sa qualcosa sulla responsabilità. La verità è però che la domanda di Caino non resta nel vuoto. Ci interpella, ci chiede cosa sia veramente la fraternità e cosa significhi essere responsabili. Inoltre è da rilevare che tale domanda non è impersonale, non parla di un noi generico, ma dice io. L’uso di questo pronome è importante perché significa che a essere responsabile è un io, cioè che la responsabilità è prima di tutto personale e in tal senso dona all’io un nuovo significato. Secondo Lévinas, infatti, «la parola Io significa Eccomi, rispondente di tutto e di tutti»: sono sì unico e irripetibile, ma solo nella responsabilità per l’altro.

Franco Riva scrive che «nel mito biblico la fraternità sorge insieme alla responsabilità e sprofonda in una domanda che resta aperta. Non perché non abbia risposta, ma perché tenere aperta la domanda è la sua vera risposta», facendo però attenzione che «la morte non sia più forte, non sia in nome della stessa fraternità», come spesso è accaduto e accade.

Per concludere, la lettura di questo libro, che contiene innumerevoli spunti e interrogativi oltre a quelli qui indicati, è assai raccomandabile in un mondo in bilico come il nostro, in cui il prossimo è spesso considerato un nemico da abbattere e la parola responsabilità sembra scomparsa. 

Mauro Germani

venerdì 19 settembre 2025

Corrado Bagnoli - L'ultimo ring

 

Corrado Bagnoli, L’ultimo ring, Edizioni Ares, 2024

Narrare l’epica del quotidiano, la tenacia del fare, la volontà di credere nella vita, di non sciuparla, di starci dentro nonostante le fatiche e le difficoltà, grazie al proprio lavoro, all’onestà e alla caparbietà di gesti e sguardi veri, di sentimenti autentici, netti. Tutto questo (e altro) è presente nel romanzo di Corrado Bagnoli L’ultimo ring – tratto dal poema, dello stesso autore, Fuori i secondi (La Vita Felice, 2005) e necessariamente ampliato con altri personaggi – nel quale è protagonista Augusto, promettente pugile nella Brianza degli anni Cinquanta, con un’infanzia povera alle spalle e nel cuore il desiderio di lottare costantemente per il proprio futuro.

Egli sperimenta che la vita non è come sul ring, dove «ci sali soltanto quando sei pronto e ti sei preparato e lo sai cosa ti aspetta. Sai che puoi vincere o perdere. Ma non ci sono magie. I colpi bassi e segreti sono vietati». Nell’esistenza di ogni giorno, invece, non ci sono pause, non c’è un gong, non c’è un arbitro che ti separa dagli avversari, ma un fuori i secondi continuo, in cui devi essere pronto con le tue mosse, le tue scelte. Il rito del pugilato porta a confrontarsi con lo strano e misterioso rito della vita, come un ring dentro un altro ring, dove un’etica è necessaria, insieme al rispetto delle regole («Dentro un ring o fuori non c’è niente di male a cadere. È sbagliato rimanere a terra» afferma una delle quattro citazioni di Muhammad Alì poste all’inizio di ogni capitolo). 

E Augusto questa lezione la impara a poco a poco, crescendo, tra le bravate di quando era ragazzo e i «colpi bassi» dell’esistenza: il padre, «uomo mite e sbagliato», spesso assente, il collegio «dei poveri e dei matti», i lutti improvvisi (la morte del padre, il suicidio dell’amico Eugenio, la scomparsa per un incidente del fratello Edoardo), ma oltre a ciò anche la gioia delle esperienze positive (le vittorie sul ring, le amicizie). Egli a volte appare spavaldo, persino esagerato nelle sue manifestazioni, ma la sua è una fame di vita che rivela sempre un cuore buono, com’è il suo sguardo. Fondamentale sarà l’amore per Maria, dagli «occhi neri, bui come la notte delle sue colline», che egli sposerà e da cui avrà tre figli, in uno dei quali, Enrico, possiamo riconoscere l’autore.

Una storia, la loro, fatta di sogni e di sacrifici (Augusto da giovane alternerà il pugilato con il duro e terribile lavoro al macello, poi insieme alla moglie aprirà un negozio di salumi), un’unione forte, capace di infondere a entrambi il coraggio di rialzarsi dopo ogni caduta o imprevisto, di ricominciare, di mettersi alla prova, di trasformare le inevitabili avversità in nuove speranze, in tappe da raggiungere. Così Augusto imparerà l’importanza della fedeltà non solo verso i propri sentimenti, ma soprattutto nei confronti degli altri, in quanto nella vita non si può solo prendere, ma occorre anche «un dare, un custodire e un restituire».

In lui possiamo cogliere, nel corso della vicenda, un’interezza che colpisce, che non è rigidità o egoismo, ma al contrario un’apertura responsabile nei confronti dell’esistenza, la volontà di assumersi ogni volta il rischio delle scelte da compiere, con coraggio e determinazione, senza barare. Con la consapevolezza che la vita eccede sempre, e stupisce nel bene e nel male, ribalta le nostre aspettative e ne crea altre, in un movimento continuo che sorprende, al di là delle apparenze, nel quale uno sbaglio o una sconfitta si possono anche rivelare l’opposto, cioè il punto da cui ripartire, e diventare una rinascita in grado di affrontare nuove prove. Ed è proprio questo che egli, insieme a Maria, riesce ad apprendere: è la formazione di un alunno che a poco a poco, con gli anni, diviene maestro, ma un maestro silenzioso, ormai con i capelli bianchi, di poche parole e di gesti concreti per i suoi figli, debole e forte al tempo stesso, ora «che la guardia l’abbassa, che le braccia le allarga e abbraccia la vita. Tutta quella che viene. Ogni volta che viene».

Sono queste le parole di chi narra e s’interroga sulla lezione di Augusto e di Maria, una lezione da custodire e da tramandare. L’autore, infatti, interviene a un certo punto del romanzo, con brevi corsivi di grande intensità, per esprimere i propri sentimenti e le proprie riflessioni nei confronti della storia dei suoi genitori, con l’intento di carpirne il segreto. Non un personaggio, dunque, ma la persona narrante, che chiama le parole e nelle parole cerca la vita propria e altrui: un’operazione schietta e sincera, che non è e non vuole essere un colpo di scena, ma che scaturisce dalla volontà di attribuire una responsabilità alla scrittura: «I giorni a venire sono lenti, guardati da lontano. Ancora più lenti vissuti minuto per minuto. Eppure, dentro questo apparente non accadere, accadono le cose. Nella ripetizione dei gesti, nell’impalpabile crescere dei figli, nella fatica e nel silenzio ogni giorno uguali e diversi. Così accadono le cose ad Augusto. Agli uomini tutti. A Maria. A Enrico: a me che racconto». Ecco, dunque, che l’epica celebrata in questo romanzo di formazione è quella della lotta quotidiana di ogni essere umano, che è simile agli altri, ma al contempo unico e irripetibile nella singolarità della sua persona, del suo carattere e delle sue convinzioni.

Corrado Bagnoli narra la vicenda in modo asciutto e incisivo, lontano da compiacimenti letterari di sorta, ma al contempo con una prosa intrisa di poesia, attenta alla verità delle cose, cioè ai particolari che rivelano un’anima, una forma del sentire, un esserci dei personaggi, mediante periodi brevi, scanditi da un ritmo incalzante assai efficace. Per questo i fatti qui narrati non sono solo la cronaca degli eventi, ma qualcosa di più grande, qualcosa che chiama una verità che li racchiude e li oltrepassa. Perché la scrittura di Bagnoli non è uno dei tanti, inutili esercizi di stile, a cui oggi spesso assistiamo, ma un modo di incarnare la realtà, di dare alla parola la concretezza dell’esistenza.

Mauro Germani




martedì 15 luglio 2025

Matteo Melis scrive di "Reticenze"


Sul sito "I gufi narranti", uno scritto di Matteo Melis, che ringrazio, relativo al mio libro di racconti Reticenze (Fallone editore, 2024): QUI

giovedì 27 marzo 2025

Recensione di Mario Bonanno a "Reticenze"


Su "Sololibri" è uscita questa bella recensione di Mario Bonanno, che ringrazio molto, al mio libro di racconti Reticenze (Fallone editore, 2024). 
Per la lettura cliccare QUI

mercoledì 18 dicembre 2024

Recensione di Filippo Ravizza a "Prima del sempre"


Ringrazio di cuore Filippo Ravizza per la sua recensione a "Prima del sempre" (puntoacapo editrice, 2024), pubblicata su Menabò online. Per leggere l'articolo cliccare QUI 

venerdì 29 novembre 2024

Paolo Polvani recensisce "Reticenze"


Ringrazio Paolo Polvani per questa sua recensione a "Reticenze" (Fallone, 2024), uscita su "Cartesensibili".
Per leggere il testo cliccare QUI

giovedì 14 novembre 2024

Recensione di Marco Molinari a "Reticenze"


Ringrazio di cuore Marco Molinari per questa sua bella recensione uscita sul quotidiano LA VOCE DI MANTOVA al mio libro di racconti "Reticenze" (Fallone editore, 2024). Per la lettura cliccare sull'articolo.

martedì 12 novembre 2024

"Reticenze": nota di lettura di Federico Migliorati



Su "Odissea" Federico Migliorati, che ringrazio molto, scrive di Reticenze (Fallone editore, 2024). Per leggere l'articolo cliccare QUI 

sabato 9 novembre 2024

Recensione di Francesca Rita Rombolà a "Reticenze"



Ringrazio Francesca Rita Rombolà per questa recensione al mio libro Reticenze (Fallone editore, 2024) pubblicata sul sito "Poesia e Letteratura" il 6 novembre 2024. Per leggere cliccare QUI 

lunedì 21 ottobre 2024

Recensione di Rinaldo Caddeo a "Reticenze"


Ringrazio di cuore Rinaldo Caddeo per questa sua recensione al mio libro di racconti Reticenze (Fallone editore, 2024), uscita su Almanacco Punto. Per leggere cliccare QUI

mercoledì 16 ottobre 2024

Nota di lettura di Giovanni Nuscis a "Reticenze"


Ringrazio di cuore Giovanni Nuscis per questa sua nota al mio libro Reticenze (Fallone editore, 2024), pubblicata su "La poesia e lo spirito" insieme al racconto Le ultime parole, tratto dalla raccolta. Per leggere la nota cliccare QUI


martedì 16 luglio 2024

Marco Molinari recensisce "Prima del sempre"



Grazie infinite a Marco Molinari per questa sua splendida recensione al mio "Prima del sempre" (Puntoacapo Editrice, 2024), pubblicata sul Quotidiano "LA VOCE DI MANTOVA" il 10 luglio 2024.

martedì 18 giugno 2024

Isabella Bignozzi recensisce "Prima del sempre"


Ringrazio di cuore Isabella Bignozzi per questa sua splendida recensione al mio libro "Prima del sempre", pubblicata sul sito "L'Astero Rosso" : QUI 

giovedì 6 giugno 2024

lunedì 3 giugno 2024

Recensione di Andrea Rompianesi a "Prima del sempre"

Ringrazio Andrea Rompianesi per questa sua recensione a "Prima del sempre", apparsa il 27 maggio 2024 su "Il blog di Enea Biumi. Scrittura nomade": QUI
 

lunedì 18 settembre 2023

Gabriela Fantato - Terra magra


 Gabriela Fantato, Terra magra, Il Convivio Editore, 2023

C’è un patto che custodiscono le poesie di quest’ultima raccolta di Gabriela Fantato: quello della voce (anzi, delle voci) e della memoria, della dedizione alla fragilità del nostro essere nel mondo e alla pietas nei confronti di ogni ferita e di ogni congedo. Con una scrittura limpida e mai ridondante, eppure ricca di risonanze, di palpiti interni, di folgorazioni del pensiero che fanno vibrare i testi nei loro preziosi corsivi come voci dentro la voce, Gabriela Fantato ci consegna un’opera che sa del nostro tempo «pieno di buchi», sospeso tra il mai e il sempre, e dove «la vita cerca / il confine e il centro». Ed è questa una ricerca ininterrotta, che si può cogliere di verso in verso, ora con affanno, ora con trepidazione, ora con la consapevolezza di un compito che non deve essere tradito. Se la terra è il nostro fondamento e appare magra o precipitata «sotto un cielo basso», è anche vero che invoca un’appartenenza, qualcosa di antico e sacro, un legame originario da tramandare per esserci davvero, qui, dove «tutto è partenza». 

Il tema della perdita («siamo creature – in perdita»), che ricorre in molti testi, non è soltanto quello del lutto, ma anche dell’infanzia, del tempo lontano che non è più ma che ha lasciato la sua traccia misteriosa dentro di noi: si veda la poesia intitolata Seconda elementare, in cui «ancora qualcuno cerca / il nome, il suo nome», cioè la propria enigmatica identità, oppure un’antica preghiera magari dimenticata «senza neppure dire – addio», ma alla fine, come qualcosa di indelebile e magico, «resta il ricordo  di quel / disegno intero, / un cerchio fatto con il gesso, in seconda elementare». Come a dire che la perdita non si esaurisce mai in sé stessa, perché «la memoria sale svelta, sale lassù / sino al soffitto. / Sale, corre veloce e inventa / un altro suono alle parole», come si afferma nella sezione Del sempre e del mai, dedicata al padre scomparso, nella quale troviamo altri bellissimi versi:« È questa l’onda, questo / – il respiro / che lega tutta una generazione, questa la nostra storia semplice, / scritta dentro le ossa», o ancora: «Eri la mia terra, / un ordine esatto dentro la natura». Qui la figura del padre è tutt’uno con il respiro della terra, «tra Goro e le tre foci del Po / dove il mare è farsi anguilla»», nella semplicità segnata «dalla devozione alla fatica» e dove restano le cose a lui appartenute: la matita, gli occhiali rigati, il sorriso fragile. È questo il legame con l’origine, la terra di un sempre che è stato nostro, «la casa dove / tornare ogni sera / e l’ultima che verrà». 

C’è dunque, per Gabriela Fantato, una continuità da ricercare costantemente, pur nella solitudine e nei tanti congedi dell’esistenza, che sovente diventano ritorni, o rivelano improvvisamente i legami segreti del tempo e del sangue, come tagli in un calendario segnato dall’assenza e dall’addio, «una legge muta che unisce i figli e ci fa / – padri e madri / nel nostro gran passare». Ne sono testimonianza le poesie dedicate ai figli, tra cui Nascita II, nella quale, grazie alla «meticolosa cura alla vita» viene affermata la possibilità d’imparare i nomi da dare alle cose. 

Nell’ultima sezione della raccolta, intitolata Qualunque cosa succeda, il senso di appartenenza più volte evocato e sentito come dedizione e compito, viene assediato dalla solitudine e dal tragico periodo del lockdown, dove tutto diventa «un perimetro minuscolo», «le strade adesso sono / una crepa tra oggi e la memoria» e «non si trova / la ferita aperta nella bocca, / il silenzio è intimato», mentre si aspetta «una carezza che ci salva». Emblematico il testo finale, dal quale emerge la forza della speranza e del sogno, capace di trasformare la vita in un volo che sconfigge la solitudine: «Vieni, sono qui, / nella fragilità dei giorni, / insieme saremo mille occhi, / un bosco dentro i passi / e i racconti / salvati dal crollo». È quell’esigenza di «un balzo», già evocato in precedenza, per affrontare la vita e dirla e sentirla in un altro modo, in una cantilena, in un linguaggio diverso, come una storia a cui credere ogni giorno, anche se siamo «frammenti  che solo i santi / sanno vedere». 

Dobbiamo essere grati a Gabriela Fantato per questo suo libro: una raccolta destinata a restare, una prova alta e sobria al tempo stesso, una testimonianza poetica (ed etica) di cui sentivamo il bisogno.

Mauro Germani

giovedì 31 agosto 2023

Antonio Fiori - Vita di un altro


 Antonio Fiori, Vita di un altro, Inschibboleth, 2023

C’è sempre la vita di un altro nella nostra vita. Un altro che è la nostra ombra, il nostro doppio sconosciuto. O addirittura siamo noi, che viviamo dentro uno specchio, non essendo che immagini riflesse?

Chi ha letto I poeti del sogno (Inschibboleth, 2020) di Antonio Fiori troverà in questa sua nuova pubblicazione interrogativi o sollecitazioni ulteriori, giacché Vita di un altro, in cui s’intersecano prosa e poesia, appare un’opera ancor più stratificata e sfaccettata rispetto al libro precedente. Con una perizia linguistica che incanta per leggerezza e profondità insieme, ci viene incontro una scrittura  sorprendente nel suo abisso segreto, sapientemente sospesa tra finzione e candore, tra sottile ironia e mistero. Vengono alla mente, durante la lettura, grandi autori come Rimbaud («io è un altro»), Pirandello, con l’ambigua dialettica e scambio di ruoli tra persona e personaggio, e Borges, in cui il sogno della scrittura si specchia nella scrittura del sogno. Tuttavia Fiori va aldilà delle mere esibizioni letterarie, sceglie una distanza, se non addirittura un’assenza, in cui esercitare la propria sotterranea malia, come uno spettatore dei propri atti misteriosi, oppure un lettore che si stupisce di quanto egli stesso è chiamato a scrivere. 

La prima sezione del volume, Quaderno del sogno, riporta nuove poesie oniriche, che – come nel libro precedente – sono nate tutte dall’irrompere in sogno di una lingua sconosciuta: testi in cui appaiono malinconica meraviglia, coscienza del tempo, senso del peccato, pena di vivere, e desiderio d’amore, contraddistinti da un’ammirevole limpidezza di stile e da un’urgenza calibrata. 

Assai singolare risulta, poi, la seconda sezione intitolata Ritratti, nella quale sono presenti poesie attribuite a poeti viventi: un omaggio affettuoso e di stima di Fiori, in cui egli stesso si fa specchio dei versi altrui, con un’operazione che potrebbe definirsi medianica, ma certo non passiva. 

La parte centrale e più corposa è quella che dà il titolo al volume. Essa è formata da prose brevi e nitidissime che narrano, per contrasto, paradossi, imprevisti, folgorazioni improvvise, colpi di scena, enigmi e reticenze dentro le pieghe del quotidiano, nell’esistenza di un altro. E l’ambiguità, ancora una volta, fa da padrona, s’innerva in un particolare, oppure in situazioni che paiono marginali o trascurabili. Si ha sempre la sensazione di un gioco di specchi, di qualcosa che sfugge pur essendo di grande importanza, cosicché  i brani (godibilissimi, nell'attenzione che riservano al sottinteso o alle stranezze dell'esistenza)  possono essere letti sia come descrizioni di accadimenti e di pensieri altrui, sia come confessioni traslate: chi narra, infatti, non può che condividere una complicità sognata con il potenziale lettore. Si veda, a tal proposito, l’Epilogo che chiude il libro in modo inaspettato. 

Con Vita di un altro Antonio Fiori ci consegna un’opera multipla, in cui s’avverte una sorta di scrittura dell’infinito, un desiderio di andare oltre gli spazi consueti della letteratura, e soprattutto delle apparenze tra reale e immaginario. Perché il sogno e l’esistenza – che ad esso è strettamente unita – hanno sempre altre parole. E sono proprio queste ultime, nel loro mistero, che la poesia insegue.

Mauro Germani

venerdì 25 agosto 2023

Louis-Ferdinand Céline - Guerra


 Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi 2023

Non c’è come la guerra, nella sua atroce follia, a dire dell’esistenza offesa e priva di tutto, del suo continuo delirio nel fondo della notte. Céline lo ha sempre saputo e lo ha scritto, come conferma questo testo, abbandonato dallo scrittore al momento della Liberazione nel suo appartamento di rue Girardon a Montmartre e recentemente recuperato insieme ad altri inediti. Egli, infatti, con la sua prosa terremotata e sarcastica, con il suo tono volutamente basso, testimonia la condanna che vivono i suoi personaggi, a cominciare da Ferdinand, qui ventenne, ferito a un braccio e con una grave lesione all’orecchio a causa di un’esplosione («Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa»). 

Come in Viaggio al termine della notte, tutto è fisico, anche ciò che non si direbbe. E questa fisicità insistita, che assume spesso toni grotteschi, raccapriccianti e visionari, rivela quella particolare attenzione che contraddistingue Céline: è la vita dal punto di vista della morte, vale a dire una forza che si dibatte in prossimità della fine e che spesso sorprende gli stessi personaggi. Si potrebbe definire una solitudine che è moltitudine, qualcosa che accomuna tutti, che s’attacca alla carne e non la lascia più. Anche la sessualità (presente in questo testo più che in altri, come un’ossessione) non fa che dibattersi tra la vita e la morte, ma è soprattutto quest’ultima a prevalere: è un piacere momentaneo, da disperati, perché segnato dalla fine incombente, e caratterizzato da aspetti ridicoli o mostruosi, a seconda dei casi, come fosse una malattia dentro la malattia della guerra (e leggendo ancora una volta Céline viene da pensare come la «sua» malattia sia lontana da quella intellettuale di Svevo o di Sartre, e come la «sua» carne viva, trovi in fondo maggiori consonanze con quella di Tozzi o di Testori…). 

Bisogna aggiungere che, rispetto a Viaggio al termine della notte, questo testo appare più grezzo e soprattutto più crudo. Non troviamo qui quella tenerezza improvvisa che sgorga dal celebre romanzo, quella nostalgia d’altro che s’impossessa inaspettatamente (ma sempre fisicamente) di Ferdinand e di altri personaggi. Qui il protagonista appare meno sfaccettato; Angèle, la moglie- prostituta di Bébert non è certo Molly, e lo stesso Bébert non è Robinson, anche se – come afferma nella nota il traduttore Ottavio Fatica – «ci troviamo davanti a un torso sgomentante per terribilità, a volte quasi inguardabile per violenza, per crudezza, che anche dietro al rictus più osceno serba un’ombra velata di pietà». Inoltre la scrittura, pur essendo indubbiamente riconoscibile e celiniana, non è così sincopata, sospesa, cadenzata, come in altre opere (Morte a credito, per esempio). 

Inequivocabile è, invece, la presenza costante della morte, a cui tutti i personaggi – consapevoli o no – corrono incontro, anche coloro che credono di scappare altrove. È un perdersi da qualche parte («Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto»), è vivere come si può, è essere artisti con quello che si ha a disposizione. Perché per Céline la vita è davvero enorme, ma si agita sempre al cospetto della morte.

Mauro Germani