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martedì 15 settembre 2026

Marco Molinari - Stiamo raccogliendo le briciole


 Marco Molinari, Stiamo raccogliendo le briciole, MC edizioni, 2026

Al centro di quest’ultima, intensa raccolta poetica di Marco Molinari, vi sono i ricordi («queste ombre troppo lunghe / del nostro breve corpo», li definì Vincenzo Cardarelli), rimasti impressi nella mente e nell’anima del poeta: volti, gesti, sguardi, parole dei degenti della Casa di Riposo di Asola, dove egli è stato direttore per trentacinque anni, e – nell’ultima sezione del libro – dialoghi con autori scomparsi, particolarmente cari, conosciuti personalmente, oppure amati attraverso i libri o le note delle canzoni. Ne consegue un percorso interiore segnato dal confine tra vita e morte, tra zone di luce e d’ombra, tra incontri che sono piccole o grandi rivelazioni e addii a metà, in quanto assenze che comunque  vivono ancora nel cuore e nella speciale rievocazione dei versi. Un itinerario poetico che si delinea non solo privato, ma che sentiamo subito nostro, non solo grazie ai temi trattati che ci interpellano, ma anche alla particolare scrittura di Molinari, qui più diretta e narrativa, attraversata da una concretezza malinconica, che rifugge però da ogni sentimentalismo, e che trova la sua efficacia nel dettaglio e nella costruzione, nel montaggio poetico. Proprio per questo è possibile cogliere, a una lettura attenta, certi sussulti, certi soprassalti tra i versi, anche se appena sussurrati, come piccole scosse telluriche che schiudono nel testo domande, possibilità di senso, addirittura speranze inaspettate. 

La prima sezione, che è quella che dà il titolo al libro, contiene soprattutto i ritratti degli ospiti della Casa di Riposo. Questi ultimi sono descritti con affetto e con una sorta di pudore, senza enfasi alcuna, còlti nel loro essere indifesi, nella loro solitudine durante l’ultimo tratto di vita. Ognuno è un nome, un mondo, una luce negli occhi, un mistero d’anima e di carne, una domanda che tace oppure grida. Molinari è sempre stato attento alle figure ultime, marginali, fuori dagli schemi, dall’omologazione sociale, e qui ne dà un’ulteriore conferma. Nel microcosmo dell’ospizio, ogni persona chiama ed è chiamata, è davvero unica in quella frontiera misteriosa in cui si ritrova, sul finire del tempo, ed è tutto suo il modo di affrontare la malattia, il dolore, il futuro che si assottiglia giorno dopo giorno. Ecco allora le varie storie che affiorano, a frammenti, a barlumi, e che la voce di Molinari strappa all’oblio. Ecco, per esempio, Irene I. «con la sua umiltà così confinante / con la dignità che c’era / nel capo basso, nelle mani / dentro le tasche della vestina»; Assunta C., finita a trent’anni nella Casa, senza genitori e senza parenti, e col suo modo di essere ha insegnato «che abbiamo tutti bisogno di un saluto / di una voce che assomigli a una carezza»; Luigi C., per il quale la lingua era «solo un’interiezione» e che ora potrà «restaurare le nuvole»; e poi Angiolina e Mario, Nilla e Armando, con il loro amore da vecchi. Di notevole rilievo risultano poi, in questa sezione, gli altri testi, nei quali Molinari ricorda e s’interroga, consapevole d’essere stato testimone del mistero che è la vita, e rivelando a noi lettori improvvise analogie, verità impronunciabili o mute offerte come in Nucleo Alzheimer: «Vagabondano senza meta in quel mondo / chiuso dalle pareti, e non sanno / chi sono e perché lo fanno, / come noi»; «Vogliono parlarci col corpo / ora che non possono farlo con la lingua / e dirci l’intrico della vita e metterci in guardia / sugli impossibili incroci che ci attendono»; «C’erano le mamme col loro bimbo in braccio, / lo mostravano sporgendolo verso te, / ti chiedevano di prenderlo in grembo» in «un dono gratuito e totale / come si cedono gli organi / dopo la morte, come si lanciano / coppie di ciliegie dall’albero, / come si lasciano i propri anni / che ormai non gli appartengono più». I ricordi, poi, non riguardano solo le persone, ma anche i luoghi, l’ospizio stesso, i suoi spazi, come i lunghi corridoi in cui il ricordo si fa visione, viaggio nel tempo, proiezione di domande e di attese. Particolarmente significativa risulta la poesia Noi, che mette a confronto il noi degli operatori all’interno della Casa di Riposo con il voi relativo ai degenti: due realtà diverse, eppure solo in parte, perché i pazienti, con le loro «parole slegate e legate / quegli sguardi persi sui muri», lasciano un segno misterioso in chi vi lavora e ritorna a casa, basta una semplice carezza sulla mano e avviene un salto nel tempo, qualcosa che è origine e che è «prima, / prima di diventare noi». E quell’«edificio di quattro piani / a forma di ferro di cavallo» diviene qualcosa d’altro, un luogo del destino trasfigurato dal tempo («eccoli gli spettri che a migliaia / sono saliti dietro le nubi corrusche») o dal desiderio («la materia si apriva alle loro anime azzurre / che avevano il colore del cielo»), fino a porre interrogativi finali sull’esperienza vissuta. 

La seconda sezione, Esercizi per il bacio alla francese (il titolo è un omaggio al cinema francese, in particolare di Truffaut e di Rohmer), appare contrassegnata da un senso d’attesa sospeso tra realtà e sogno, in cui nulla sembra certo e definitivo, ma passaggio, ricerca di un’occasione importante e a volte miraggio (si vedano i testi intitolati Miraggi prima del tramonto). Da segnalare, inoltre, due poesie: la prima costituita solo da domande relative al mistero di una voce interiore, che in realtà potrebbe essere la poesia stessa («Questa voce sconosciuta da dove viene?»); la seconda relativa al desiderio e all’attesa di dialogare con gli storni sopra i fili della luce, per una conoscenza altra e libera. 

Dopo la terza sezione, Res publica, che forse si può considerare un po’ isolata rispetto al contesto generale, in quanto ha come argomento le ingiustizie della nostra società e l’arroganza del potere, il volume si conclude con Il mio nome non vi dirà niente, in cui ritorna il tema del ricordo, che – come già accennato – si riferisce qui ad autori, ma anche ad amici e parenti che non ci sono più e che Molinari ha sempre amato e stimato. Tra i poeti vi sono, tra gli altri, Ivano Fermini («Immobili, anni, schiuma / e una seicento verde / l’infanzia fra i prati di Piubega / donati, risaliti in gola / fra milioni di malati»); Mario Benedetti («In qualunque posto sei finito / penso assomigli a Nimis / e anch’io che non l’ho visitata / mi immagino che stai camminando / su una collina circondata da abeti / per tornare a casa») e Stefano Colletti («quei volti dipinti / a occhi chiusi, quelle poesie / strette nel pugno, sono quello / che porteremo con noi / dovunque andremo, /dovunque saremo»). C’è qui, come nei ritratti della Casa di Riposo, un senso di malinconia, che però lascia spazio anche ad altro, a un’immaginazione improvvisa, a uno scatto del cuore, a un desiderio che in fondo è sogno della parola, fremito della poesia. 

Per concludere, si può aggiungere che con questo libro Marco Molinari ha saputo coniugare immediatezza e profondità, come già si evince dal titolo, in quanto il gesto semplice e prezioso della raccolta delle briciole è tutt’uno col nostro destino.

Mauro Germani