giovedì 18 maggio 2023
Recensione di Enza Conti a "Tra tempo e tempo"
venerdì 21 aprile 2023
Nota di Luisa Riva a "Il velo e i segni" (da "Tra tempo e tempo")
Sulla rivista "IL GALLO" di Genova, fondata nel 1946 da Nando Fabro, nel numero di aprile 2023, una nota di Luisa Riva (che ringrazio), in margine al testo Il velo e i segni, tratto dal mio libro Tra tempo e tempo (Readaction 2022)
giovedì 16 marzo 2023
Giovanni Testori - Conversazione con la morte
PER RICORDARE GIOVANNI TESTORI (12 maggio 1923- 16 marzo 1993)
Giovanni
Testori, Conversazione con la morte,
Rizzoli 1978
Conversazione con la morte di Giovanni Testori è il teatro che si spoglia, diventa una voce, un’anima incarnata. È una confessione pubblica, un ultimo atto, un dono estremo, una «scandalosa conversione», come la definì Giovanni Raboni. È la testimonianza di una fine e di un principio, perché qualcosa di grande è accaduto e qualcosa continua ad accadere, lì, in quella penombra, in quel «triste, umido, eppure così tenero sottoscala», dove prende vita il monologo del protagonista, un vecchio autore-attore quasi cieco e prossimo alla morte.
Tutto avviene tra le rovine del teatro, perché c’è stato un crollo che ha travolto ogni scena, «l’orgoglio e la rapinosa felicità» di un tempo, il potere d’incantare il pubblico con gli artifizi di un’arte consumata. Il protagonista è ora solo; «il teatro, le sue assi, il sipario, / le quinte, le luci», tutto ciò che fu per lui, la sua fatica e la sua gloria, la sua perdizione e la sua vanità, «s’è ridotto a questi muri scrostati, / a questo gocciolare d’acqua dentro le tubature, / a questo odor di muschio e di salnitro, /« a questa nebbia…». Pare una sconfitta senza rimedio, una disperazione che non lascia scampo. Eppure, è proprio in questa nudità assoluta che trova espressione una nuova consapevolezza, una verità dimenticata, un’urgenza di una parola diversa, antica e sacra, da pronunziare con umiltà.
E non a caso Testori volle leggere lui stesso il suo monologo, a partire dalla sera del 7 novembre 1978 al Teatro Pierlombardo di Milano, e poi in più di cento teatri e chiese di tutta Italia. Una scelta che evidenzia l’importanza del vissuto biografico dell’autore, che iniziò a scrivere il testo dopo la morte della madre, Lina Paracchi, avvenuta nel luglio del 1977, e che nel testo diviene tutt’uno con la morte della madre del protagonista.
Ed eccola, allora, la morte «che è il filo ancora della vita», ma «non adesso; non qui; / di là, / oltre le porte, oltre le quinte, / oltre i muri, oltre i prati…»; la morte prima cagna e ora capretta tenera, bestia ammansita; la morte che, dopo la scomparsa di lei, la madre («anzi, mamma; / così, mamma…»), dona il coraggio di proferire parole abbandonate e dimenticate da tempo: anima, carità, pietà, Dio. Parole che chiedono d’essere accolte con semplicità e rispetto. Parole che oggi quasi si fa fatica a dire e a fare proprie. Parole non astratte, che trovano la loro verità in un’esperienza di vita. E che cos'è esperienza profonda, se non una conversione totale, nella sua irrefrenabile urgenza, nella sua umiltà e, insieme, luminosa grandezza, nella sua richiesta di perdono, nella sua fame e sete di carità?
In Conversazione con la morte il groviglio linguistico di Testori, la sua straordinaria capacità inventiva di una lingua materica, arcaica, contaminata da un impasto policromo di dialetti, latinismi, influssi francesi e spagnoli – tipico della Trilogia degli Scarozzanti – si scioglie. Qui c’è l’esigenza di una dizione diversa, alta pur nella semplicità, che richiede un altro ascolto, la totale partecipazione interiore del cosiddetto spettatore. E proprio la presenza di Testori, con la sua voce «lenta, nebbiosa, e a tratti affaticata», come si legge nella nota di Luigi Brioschi in appendice al volume, si può intendere come una negazione della recitazione stessa, al di là di ciò che intendiamo per spettacolo, al fine di giungere a una comunicazione diversa, che cerca nella parola nuda, nella sua fragilità e nella sua misteriosa potenza, una nuova possibilità, un altro senso e un altro suono.
L’esperienza radicale della morte segna per Testori uno scarto profondo e, al tempo stesso, una continuazione, lo sviluppo di quella drammatica richiesta di senso che ha sempre contraddistinto la sua opera. La sua conversione non sarà mai pacificata, anzi, lo condurrà a prove estreme, come quelle appartenenti alla cosiddetta Branciatrilogia prima (Confiteor, In exitu, Verbò) e seconda (Sfaust, SdisOrè, Regredior) e ai Tre Lai (Cleopatras, Erodias, Mater Strangoscias). Non possono non venire in mente, al riguardo, le parole di un altro scrittore cristiano scomodo, Leon Bloy (1846-1917): «I cristiani devono essere continuamente chini sugli abissi». Questo è proprio ciò che ha fatto Testori, il quale ebbe poi modo di dichiarare: «Ogni volta che prendo a scrivere qualcosa, per me, è l’ultima e definitiva; poi mi trovo a dover continuare a vivere come un vecchio sacco smagrito, pieno solo d’orrore e di peccati, e allora si rimette in moto, senza che io lo meriti, la Carità» (in Testori, Traduzione della prima lettera ai Corinti, Longanesi, 1991).
Con Conversazione con la morte Testori sente il bisogno, anzi l’urgenza, di testimoniare, di implorare addirittura, prima che sia troppo tardi, per bocca del protagonista, la sacralità dell’esistenza, la sua dimensione che non è «cosa», né «illuminata demenza della Ragione» (ricordiamo, a questo proposito, Interrogatorio a Maria del 1979 e Factum est del 1981, che completeranno la seconda trilogia testoriana, e che accompagneranno gli articoli che scrisse per “Il Corriere della Sera” e per “Il Sabato”, raccolti poi nel volume La maestà della vita, Rizzoli, 1982). Le ultime parole del testo sono un’esortazione oggi più che mai non solo opportuna ma necessaria: «riunite la morte alla vita, / riunitele / o su voi scenderà solo e per sempre lei, / la morte fattasi oggetto, / la morte fattasi cosa…/ Riunitele, / ve lo chiedo dalla mia fine / e dal mio inizio: / riunitele».
Mauro Germani
venerdì 10 marzo 2023
Andrea Leone - Ludwig
Ludwig
è l’atto inattuale, il sangue che converte.
Ludwig
non è la coscienza del tempo, il declinare del giorno.
Ludwig
è il delitto sacro, il compimento del verbo smisurato.
Ludwig
non è un singhiozzo, non è l’io moribondo del poeta.
Ludwig
è lo specchio che si specchia, il fulgore.
Ludwig
non è il quando, il prima, il dopo.
Ludwig
è il passato che non fu e l’incendio che è.
Ludwig
non è una mente, non è un corpo, non è chi.
Ludwig
è la lezione crudele, l’inno che sale,
la meraviglia implacabile.
Ludwig
non è il suo volto, il suo nome, il suo sogno.
Ludwig
è l’algebra, la scossa, il furore scarlatto.
Ludwig
non è il pensiero, il concetto, l’aborto.
Ludwig
è la poesia, il gemello senza nome e senza riposo.
Ludwig
non è carta, non è grammatura, non è
pagina.
Ludwig
è il compito che non sapremo, l’esatto comando, la fede che risplende.
Ludwig
non è canzone, non è voce, non è lettura.
Ludwig
è lo spavento apocalittico e divino, il salto, la coincidenza che deraglia.
Ludwig
non è parola- moneta, non è commercio, non è comunità.
Ludwig
è la catastrofe che illumina, il gesto grande e
immortale, il tonfo celeste.
Ludwig
non è il pianto, la pena, la denuncia.
Ludwig
è l’estasi matematica, l’ordigno, la gloria, la fine di ogni fine.
Ludwig
non è nessun libro, nessun autore, nessun poeta.
Ludwig
ha scritto Ludwig.
mercoledì 22 febbraio 2023
Luca Lanfredi - Ogni volta il bene è nuovo
C’è come un se sottinteso in questo ultimo libro di poesie di Luca Lanfredi, dove ciò che è ipotetico assume una dimensione ambigua, doppia, di realtà e di irrealtà insieme. Un se che irrompe nel quotidiano e nella parola, tra pensiero, volontà e immaginazione, per colmare una perdita e pronunciare una richiesta d’appello ai bordi dell’impossibile («Si può parlare adesso e non sei qui»). Un se che vive in un desiderio di tregua, di cammino nuovo insieme a chi non c’è più, nel movimento dell’esistenza, la quale è comunque altro e di più rispetto alla scrittura («da un lato chi scrive, dall’altro / la vita che, in ogni caso, è / un rigo nero nel tempo»). Un se che è un’ipotesi di vita ulteriore, un ritorno di frasi, di respiri, di atti in una prospettiva di memoria, che cerca una comprensione, un’appartenenza, una condivisione («Abbandonare qualcuno, / poi ritrovare qualcuno»).
Ed è proprio il desiderio di ritrovare, di rivivere per
vivere, che affiora dai versi di Luca Lanfredi. Perché la coscienza di ciò che è perduto risale dai giorni, dai
gesti, dagli incontri, come un rimpianto, o un rimorso mai sopito («Provare un
senso di colpa / verso i morti. Come una carta / da pacco che si lacera, / come
uno scoppio, o un istante / che implora»), o come un’esigenza di rinnovamento
(«Lambirsi, conoscere, trovare un / nuovo volto al breve movimento / che segue
la partenza»).
In
questa oscillazione temporale, in questa discrasia dell’esistenza troviamo
allora la vibrante essenza della poesia di Lanfredi, con il suo trascolorare di
piccoli eventi, di frasi appena sussurrate, di indizi che raccontano un
ossimoro, un’assenza sempre presente, oppure una presenza sempre assente. La
realtà accaduta trasforma la realtà che accade, e viceversa, ma non per un gioco poetico, per un illusionismo di
carta, ma per un impulso esistenziale, «oltre la gentilezza della pena».
Rispetto
alle prove poetiche precedenti, si ravvisa qui la volontà, da parte
dell’autore, di cercare una via, oltre la solitudine o lo smarrimento, nella
consapevolezza che – come afferma una voce –
«“Passo dopo passo avremo allora / un luogo che ci insegue / e ognuno
uno sguardo capiente / per includere il proprio destino”». E c’è soprattutto il
riconoscimento sommesso di un debito nei confronti di chi è scomparso (il libro
è dedicato al padre), insieme alla comprensione del valore del silenzio
(«Tacere è come l’arte del sorriso») e alla convinzione che la vera poesia non
è mai esibita, ma è nascosta nel segreto dell’ esistenza («E vorrei poterti
dire: chi non scrive / è un poeta»).
L’andamento
dei testi è dato da una serie di dissolvenze incrociate, di rapide sequenze di
ambienti, di paesaggi, di voci, come in un film il cui montaggio ribalta continuamente
i piani temporali e i punti di vista. Ecco allora piccoli ma improvvisi
movimenti, lacerti di dialoghi, congedi che paiono ritorni, domande che
sembrano risposte, intenzioni immaginate o ritrovate, ricordi come promesse
(«Dovresti avere nel sogno un cammino / come un cuore di vento che
moltiplica»), fino alla poesia che conclude la raccolta in modo nitido e
sorprendente, con la memoria che riporta la figura del padre che, affacciato
alla finestra, dona «il pane /
sorridente / verso la buona fame degli uccelli».
E
forse questa gratuità che vuole saziare un bisogno innocente può gettare una
luce, a ritroso, su tutti i testi precedenti. Il se sottinteso a cui si
accennava all’inizio si può allora comprendere come l’ipotesi di una
disciplina, un’eredità da custodire e da rigenerare, pur nella «realtà del
vuoto», perché ogni volta il bene è nuovo.
Mauro Germani
giovedì 16 febbraio 2023
lunedì 6 febbraio 2023
Domenico Notari - 9, la rabbia del rivale
Domenico
Notari, 9, La rabbia del rivale, Castelvecchi 2018
C’è una doppia narrazione nel romanzo di Domenico Notari 9, La rabbia del rivale: quella della seconda metà del Settecento e quella degli anni Settanta del Novecento, che – come in un gioco di specchi – si riflettono fino a confluire magicamente una nell’altra, aldilà di ogni barriera temporale. Grazie alla mirabile fluidità della scrittura e alla sapiente struttura del romanzo, i personaggi sono destinati a incontrarsi, in un confronto che per il lettore vuol dire curiosità e partecipazione, pagina dopo pagina.
La storia dell’architetto settecentesco Mario Gioffredo e del suo nemico Luigi Vanvitelli, a cui è ingiustamente attribuito il progetto della reggia di Caserta, si unisce a quella del giovane Silvestro Donnarumma, assistente universitario nella Napoli del 1976. Quest’ultimo, infatti, decide di partecipare al concorso per assistente ordinario presso la Facoltà di Architettura, ma i suoi studi e le sue ricerche intorno alla misteriosa sparizione dei disegni del «perdente» Gioffredo – di cui intende rivalutare l’opera, ricordando le parole di Elio Vittorini, secondo cui «gli uomini restano inappagati e invendicati, se qualcuno non li trasforma in memoria» – suscitano le ire del professor Scarpati, accademico santoficcóne (con «la sua giacca di tweed, un paio di pantaloni di velluto e un paio di polacchine accordati ai colori dell’autunno»), tipico esponente di un periodo fortemente ideologizzato e infestato dagli atteggiamenti alla moda e opportunisti di certi intellettuali. Così le falsità, le ambizioni e le rivalità dell’ambiente universitario (si veda la figura del fàuzo Egidio Di Salvo, collega di Donnarumma, con il suo «sguardo borioso e pavone, i baffetti distesi e priàti» e la sua Montblanc Boheme che sprigiona «lampi preziosi»), si sovrappongono, nel clima di violenza estremista del tempo, alle passioni, alla sete di gloria, alla corruzione e alla slealtà dei tempi di Carlo di Borbone e di Ferdinando IV.
Notari è molto bravo nel delineare con efficacia, e spesso con ironia, i caratteri dei personaggi, e nel descrivere i vari ambienti della vicenda. Con taglio che si potrebbe definire cinematografico (perché, infatti, non trarre un film, da questo romanzo?), i vari scenari ci vengono incontro con la naturalezza delle luci, dei colori e delle situazioni che li animano: piazze, vie o viuzze, case popolari o palazzi, porti trafficati o marine solitarie, volti o corpi, cibi esposti o cucinati risaltano sulla pagina con grande vividezza, e sempre a sottendere l’anima dei personaggi, la loro ansia o la loro malinconia, la loro rabbia o la loro ipocrisia, la loro solitudine o il loro desiderio d’amore (come la tenera Teresella, moglie di Gioffredo, «esperta di piccole e domestiche magie»). Ecco allora la Napoli che palpita, che freme, che sogna, ma anche quella della corruzione, dei troppi padroni stranieri, la Napoli che per Gioffredo è simile a «una donna formosa e seducente pronta ad andare con tutti». È la città che Donnarumma scopre con le sue ricerche e i suoi studi, ma che in fondo sente ancora attuale. E come non pensare, anche noi, alle invidie, alle gelosie, alla smania del successo, ai favoritismi e alle consorterie di ogni genere, che ancora oggi imperversano in vari ambiti? O alle mode culturali, di cui sono espressione sedicenti artisti o intellettuali?
Il romanzo di Domenico Notari si rivela un’opera dinamica e vivace, ma al tempo stesso composita e stratificata, caratterizzata da una suspense crescente, che deriva dall’astuto piano di vendetta che il giovane Donnarumma, cane sciolto non intrappolato in schematismi ideologici, elabora nei confronti del professor Scarpati e del suo collega Egidio Di Salvo: sono pagine che si leggono con il fiato sospeso e che riservano non poche sorprese. Inoltre le espressioni gergali e dialettali, disseminate nel testo, non appesantiscono mai la narrazione, anzi la rendono mobile, realistica, ricca di sfumature, all’interno di una cornice storica ben curata e precisa, che certamente deve aver richiesto all’autore lo studio scrupoloso e attento di un’ampia documentazione.
Mauro Germani








