giovedì 29 giugno 2023

giovedì 15 giugno 2023

La mia Chiesa - Pensieri sparsi

 


La mia Chiesa è qui e altrove, ha porte sempre spalancate, è penombra e luce. 

La mia Chiesa contiene il mondo, ma non è di questo mondo.

La mia Chiesa è voce sussurrata e voce che s’innalza, preghiera e canto.

La mia Chiesa è il grido della terra, ma anche silenzio, cuore in ascolto, meraviglia che non ha parole.

La mia Chiesa è la gioia degli infelici, il pianto redento degli sconfitti, il tremore sacro degli ultimi.

La mia Chiesa ha figli ovunque, conosce il nome di tutti e di ognuno la storia, i desideri, gli affanni. 

La mia Chiesa non esclude nessuno, sa quanto è facile sbagliare, perdersi nel buio, abbandonare e sentirsi abbandonati.

La mia Chiesa aspetta sempre i non credenti per guardarli negli occhi e mostrare, se vogliono, il  posto riservato a loro, perché Dio è per tutti.

La mia Chiesa abbraccia i peccatori ma combatte il peccato, non confonde i desideri con i diritti.

La mia Chiesa chiede il sacrificio, la libertà d’inginocchiarsi e di pregare.

La mia Chiesa è pellegrina, non è immobile, è ogni volta antica e nuova. 

La mia Chiesa non ha partiti, non è di destra, né di centro, né di sinistra.

La mia Chiesa è indifesa e forte, è sempre contro la guerra e si adopera per la pace in ogni occasione. 

La mia Chiesa non accetta compromessi, sta sempre con chi è ultimo, con chi non ha voce.

La mia Chiesa è la grande mensa dei poveri, il pane e il vino benedetti, la cena sempre apparecchiata.

La mia Chiesa è l'infanzia che dimentichiamo, lo stupore e l'innocenza che abbiamo perduto.

La mia Chiesa compie miracoli grandi e invisibili dentro i confessionali, nel balbettio di chi chiede perdono.

La mia Chiesa è una mano santa che benedice e che non teme di sporcarsi nel fango del mondo.

La mia Chiesa è con tutti i sofferenti, gli assetati di giustizia, gli esclusi, i migranti, i dimenticati.

La mia Chiesa sa donare una carezza agli ammalati, è una madre che soffre e che conforta col suo sorriso.

La mia Chiesa prega con ogni moribondo, lo accompagna dove è atteso da sempre.

La mia Chiesa è la promessa della resurrezione che verrà. 

giovedì 18 maggio 2023

Recensione di Enza Conti a "Tra tempo e tempo"

Sulla rivista "Il Convivio", n. 93, Aprile-Giugno 2023, p. 89, recensione di Enza Conti (che ringrazio) al mio libro Tra tempo e tempo (Readaction 2022)





 

venerdì 21 aprile 2023

Nota di Luisa Riva a "Il velo e i segni" (da "Tra tempo e tempo")


Sulla rivista "IL GALLO" di Genova, fondata nel 1946 da Nando Fabro, nel numero di aprile 2023, una nota di Luisa Riva (che ringrazio), in margine al testo Il velo e i segni, tratto dal mio libro Tra tempo e tempo (Readaction 2022)




giovedì 16 marzo 2023

Giovanni Testori - Conversazione con la morte

PER RICORDARE GIOVANNI TESTORI (12 maggio 1923- 16 marzo 1993)

Giovanni Testori, Conversazione con la morte, Rizzoli 1978

Conversazione con la morte di Giovanni Testori è il teatro che si spoglia, diventa una voce, un’anima incarnata. È una confessione pubblica, un ultimo atto, un dono estremo, una «scandalosa conversione», come la definì Giovanni Raboni. È la testimonianza di una fine e di un principio, perché qualcosa di grande è accaduto e qualcosa continua ad accadere, lì, in quella penombra, in quel «triste, umido, eppure così tenero sottoscala», dove prende vita il monologo del protagonista, un vecchio autore-attore quasi cieco e prossimo alla morte. 

Tutto avviene tra le rovine del teatro, perché c’è stato un crollo che ha travolto ogni scena, «l’orgoglio e la rapinosa felicità» di un tempo, il potere d’incantare il pubblico con gli artifizi di un’arte consumata. Il protagonista è ora solo; «il teatro, le sue assi, il sipario, / le quinte, le luci», tutto ciò che fu per lui, la sua fatica e la sua gloria, la sua perdizione e la sua vanità, «s’è ridotto a questi muri scrostati, / a questo gocciolare d’acqua dentro le tubature, / a questo odor di muschio e di salnitro, /« a questa nebbia…». Pare una sconfitta senza rimedio, una disperazione che non lascia scampo. Eppure, è proprio in questa nudità assoluta che trova espressione una nuova consapevolezza, una verità dimenticata, un’urgenza di una parola diversa, antica e sacra, da pronunziare con umiltà. 

E non a caso Testori volle leggere lui stesso il suo monologo, a partire dalla sera del 7 novembre 1978 al Teatro Pierlombardo di Milano, e poi in più di cento teatri e chiese di tutta Italia. Una scelta che evidenzia l’importanza del vissuto biografico dell’autore, che iniziò a scrivere il testo dopo la morte della madre, Lina Paracchi, avvenuta nel luglio del 1977, e che nel testo diviene tutt’uno con la morte della madre del protagonista. 

Ed eccola, allora, la morte «che è il filo ancora della vita», ma «non adesso; non qui; / di là, / oltre le porte, oltre le quinte, / oltre i muri, oltre i prati…»; la morte prima cagna e ora capretta tenera, bestia ammansita; la morte che, dopo la scomparsa di lei, la madre («anzi, mamma; / così, mamma…»), dona il coraggio di proferire parole abbandonate e dimenticate da tempo: anima, carità, pietà, Dio. Parole che chiedono d’essere accolte con semplicità e rispetto. Parole che oggi quasi si fa fatica a dire e a fare proprie. Parole non astratte, che trovano la loro verità in un’esperienza di vita. E che cos'è esperienza profonda, se non una conversione totale, nella sua irrefrenabile urgenza, nella sua umiltà e, insieme, luminosa grandezza, nella sua richiesta di perdono, nella sua fame e sete di carità?

In Conversazione con la morte il groviglio linguistico di Testori, la sua straordinaria capacità inventiva di una lingua materica, arcaica, contaminata da un impasto policromo di dialetti, latinismi, influssi francesi e spagnoli – tipico della Trilogia degli Scarozzanti – si scioglie. Qui c’è l’esigenza di una dizione diversa, alta pur nella semplicità, che richiede un altro ascolto, la totale partecipazione interiore del cosiddetto spettatore. E proprio la presenza di Testori, con la sua voce «lenta, nebbiosa, e a tratti affaticata», come si legge nella nota di Luigi Brioschi in appendice al volume, si può intendere come una negazione della recitazione stessa, al di là di ciò che intendiamo per spettacolo, al fine di giungere a una comunicazione diversa, che cerca nella parola nuda, nella sua fragilità e nella sua misteriosa potenza, una nuova possibilità, un altro senso e un altro suono. 

L’esperienza radicale della morte segna per Testori uno scarto profondo e, al tempo stesso, una continuazione, lo sviluppo di quella drammatica richiesta di senso che ha sempre contraddistinto la sua opera. La sua conversione non sarà mai pacificata, anzi, lo condurrà a prove estreme, come quelle appartenenti alla cosiddetta Branciatrilogia prima (Confiteor, In exitu, Verbò) e seconda (Sfaust, SdisOrè, Regredior) e ai Tre Lai (Cleopatras, Erodias, Mater Strangoscias). Non possono non venire in mente, al riguardo, le parole di un altro scrittore cristiano scomodo, Leon Bloy (1846-1917): «I cristiani devono essere continuamente chini sugli abissi». Questo è proprio ciò che ha fatto Testori, il quale ebbe poi modo di dichiarare: «Ogni volta che prendo a scrivere qualcosa, per me, è l’ultima e definitiva; poi mi trovo a dover continuare a vivere come un vecchio sacco smagrito, pieno solo d’orrore e di peccati, e allora si rimette in moto, senza che io lo meriti, la Carità» (in Testori, Traduzione della prima lettera ai Corinti, Longanesi, 1991). 

Con Conversazione con la morte Testori sente il bisogno, anzi l’urgenza, di testimoniare, di implorare addirittura, prima che sia troppo tardi, per bocca del protagonista, la sacralità dell’esistenza, la sua dimensione che non è «cosa», né «illuminata demenza della Ragione» (ricordiamo, a questo proposito, Interrogatorio a Maria del 1979 e Factum est del 1981, che completeranno la seconda trilogia testoriana, e che accompagneranno gli articoli che scrisse per “Il Corriere della Sera” e per “Il Sabato”, raccolti poi nel volume La maestà della vita, Rizzoli, 1982). Le ultime parole del testo sono un’esortazione oggi più che mai non solo opportuna ma necessaria: «riunite la morte alla vita, / riunitele / o su voi scenderà solo e per sempre lei, / la morte fattasi oggetto, / la morte fattasi cosa…/ Riunitele, / ve lo chiedo dalla mia fine / e dal mio inizio: / riunitele».

Mauro Germani

 

venerdì 10 marzo 2023

Andrea Leone - Ludwig


 Questo mio testo, dopo la lettura di Ludwig di Andrea Leone (Fallone Editore, 2022)

Ludwig è l’atto inattuale, il sangue che converte.

Ludwig non è la coscienza del tempo, il declinare del giorno.

 

Ludwig è il delitto sacro, il compimento del verbo smisurato.

Ludwig non è un singhiozzo, non è l’io moribondo del poeta.

 

Ludwig è lo specchio che si specchia, il fulgore.

Ludwig non è il quando, il prima, il dopo.

 

Ludwig è il passato che non fu e l’incendio che è.

Ludwig non è una mente, non è un corpo, non è chi.

 

Ludwig è la lezione crudele,  l’inno che sale, la meraviglia implacabile.

Ludwig non è il suo volto, il suo nome, il suo sogno.

 

Ludwig è l’algebra, la scossa, il furore scarlatto.

Ludwig non è il pensiero, il concetto, l’aborto.

 

Ludwig è la poesia, il gemello senza nome e senza riposo.

Ludwig non è carta,  non è grammatura, non è pagina.

 

Ludwig è il compito che non sapremo, l’esatto comando, la fede che risplende.

Ludwig non è canzone, non è voce, non è lettura.

 

Ludwig è lo spavento apocalittico e divino, il salto, la coincidenza che deraglia.

Ludwig non è parola- moneta, non è commercio, non è comunità.

 

Ludwig è la catastrofe che illumina, il gesto grande e  immortale, il tonfo celeste.

Ludwig non è il pianto, la pena, la denuncia.

 

Ludwig è l’estasi matematica, l’ordigno, la gloria, la fine di ogni fine.

Ludwig non è nessun libro, nessun autore, nessun poeta.

 

Ludwig ha scritto Ludwig.

mercoledì 22 febbraio 2023

Luca Lanfredi - Ogni volta il bene è nuovo

 


Luca Lanfredi, Ogni volta il bene è nuovo, Lamantica Edizioni 2022

C’è come un se sottinteso in questo ultimo libro di  poesie di Luca Lanfredi, dove ciò che è ipotetico assume una dimensione ambigua, doppia, di realtà e di irrealtà insieme. Un se che irrompe nel quotidiano e nella parola, tra pensiero, volontà e immaginazione, per colmare una perdita e pronunciare una richiesta d’appello ai bordi dell’impossibile («Si può parlare adesso e non sei qui»). Un se che vive in un desiderio di tregua, di cammino nuovo insieme a chi non c’è più, nel movimento dell’esistenza, la quale è comunque altro e di più rispetto alla scrittura («da un lato chi scrive, dall’altro / la vita che, in ogni caso, è / un rigo nero nel tempo»). Un se che è un’ipotesi di vita ulteriore, un ritorno di frasi, di respiri, di atti in una prospettiva di memoria, che cerca una comprensione, un’appartenenza, una condivisione («Abbandonare qualcuno, / poi ritrovare qualcuno»). 

Ed è proprio il desiderio di ritrovare, di rivivere per vivere, che affiora dai versi di Luca Lanfredi. Perché la coscienza  di ciò che è perduto risale dai giorni, dai gesti, dagli incontri, come un rimpianto, o un rimorso mai sopito («Provare un senso di colpa / verso i morti. Come una carta / da pacco che si lacera, / come uno scoppio, o un istante / che implora»), o come un’esigenza di rinnovamento («Lambirsi, conoscere, trovare un / nuovo volto al breve movimento / che segue la partenza»).

In questa oscillazione temporale, in questa discrasia dell’esistenza troviamo allora la vibrante essenza della poesia di Lanfredi, con il suo trascolorare di piccoli eventi, di frasi appena sussurrate, di indizi che raccontano un ossimoro, un’assenza sempre presente, oppure una presenza sempre assente. La realtà accaduta trasforma la realtà che accade, e viceversa, ma non per un gioco poetico, per un illusionismo di carta, ma per un impulso esistenziale, «oltre la gentilezza della pena».

Rispetto alle prove poetiche precedenti, si ravvisa qui la volontà, da parte dell’autore, di cercare una via, oltre la solitudine o lo smarrimento, nella consapevolezza che – come afferma una voce –  «“Passo dopo passo avremo allora / un luogo che ci insegue / e ognuno uno sguardo capiente / per includere il proprio destino”». E c’è soprattutto il riconoscimento sommesso di un debito nei confronti di chi è scomparso (il libro è dedicato al padre), insieme alla comprensione del valore del silenzio («Tacere è come l’arte del sorriso») e alla convinzione che la vera poesia non è mai esibita, ma è nascosta nel segreto dell’ esistenza («E vorrei poterti dire: chi non scrive / è un poeta»).

L’andamento dei testi è dato da una serie di dissolvenze incrociate, di rapide sequenze di ambienti, di paesaggi, di voci, come in un film il cui montaggio ribalta continuamente i piani temporali e i punti di vista. Ecco allora piccoli ma improvvisi movimenti, lacerti di dialoghi, congedi che paiono ritorni, domande che sembrano risposte, intenzioni immaginate o ritrovate, ricordi come promesse («Dovresti avere nel sogno un cammino / come un cuore di vento che moltiplica»), fino alla poesia che conclude la raccolta in modo nitido e sorprendente, con la memoria che riporta la figura del padre che, affacciato alla finestra,  dona «il pane / sorridente / verso la buona fame degli uccelli».

E forse questa gratuità che vuole saziare un bisogno innocente può gettare una luce, a ritroso, su tutti i testi precedenti. Il se sottinteso a cui si accennava all’inizio si può allora comprendere come l’ipotesi di una disciplina, un’eredità da custodire e da rigenerare, pur nella «realtà del vuoto», perché ogni volta il bene è nuovo.

Mauro Germani