lunedì 16 ottobre 2023

Piero Lotito - Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin

 

Piero Lotito, Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin, Edizioni Ares, 2022

Che cosa sono i ricordi se non un altro tempo che misteriosamente ritorna con quei volti, quelle voci, quei gesti, quelle emozioni e quei sentimenti che sono stati parte di noi? Che cosa sono, se non vita dentro la vita, luci e ombre dell’anima nostra e tracce di una storia passata eppure ancora in qualche modo presente? 

Leggendo Lo zio Aronne somigliava a Jean Gabin di Piero Lotito, incontriamo un mosaico di ricordi nitidissimi relativi all’Italia degli anni Cinquanta, quando l’autore era un bambino e viveva con la sua famiglia a Sant’Agata di Puglia. I 468 frammenti narrativi, che compongono il libro – ciascuno scandito da un «mi ricordo» – risultano straordinariamente vividi, grazie a una scrittura puntuale e insieme scorrevole, attraversata talvolta da nostalgia o da una sottile ironia. Lotito rievoca non solo il proprio passato, ma ci consegna anche la descrizione di un mondo rurale ormai perduto, «inconsapevole specchio di tutto un costume e una cultura», come si legge in quarta di copertina. I ricordi, infatti, si intrecciano di pagina in pagina, fino a comporre un quadro assai vivace e concreto, in cui le vicende personali dell’autore sono strettamente legate all’Italia del tempo, uscita da poco dal secondo conflitto mondiale, e costituiscono pertanto una preziosa testimonianza di una memoria privata e collettiva insieme. 

Molte sono le figure che emergono dai ricordi personali di Lotito: i genitori e i fratelli, il maestro della scuola elementare, i parenti, gli amici. Ecco allora le mani svelte della madre «nel rigirare la pala per dar vento al grano o alle fave, nel dar da mangiare agli animali, nel preparare il pranzo al ritorno dei campi, nel raccogliere le spighe perdute tra le stoppie, nel distinguere le olive e le mandorle buone dalle marce, nell’infornare il pane…»; o il modo di raccontare del padre, «la sua capacità di dare struttura alla storia e di creare attesa e profondità», tanto che i suoi racconti furono per l’autore «le prime lezioni di letteratura». Ecco il maestro Raffaele, con i baffi neri, alto, sempre con la cravatta, dall’aspetto severo, ma non avaro di sorrisi: si percepisce quanto sia stato importante per i suoi preziosi insegnamenti di vita (tra tutti: «Al mondo esiste una sola razza: la razza umana»; e ancora: «Il culto dei defunti è sacro, è un segno di civiltà dei popoli»). Ecco lo  zio Aronne del titolo, o la zia Gerardina, che «lasciava sempre qualcosa nel piatto perché diceva che è buona creanza». Ed ecco i compagni e gli amici con i quali l’autore condivideva giochi poveri ma creativi, spesso offerti dalla stessa natura e arricchiti da un pizzico d’ingegno. O le ingenue fantasie a cui abbandonarsi: «Mi ricordo che Mario voleva seminare monetine per far nascere alberi carichi di monete. Io meditavo invece di mettere sotto terra alcuni pesciolini fritti per ottenere alberi con tanti pesci fritti appesi ai rami». O ancora le avventure degli eroi dei fumetti, come ad esempio Tex Willer e il suo amico Kit Carson. Non mancano, poi, i racconti drammatici della guerra recente, narrati dai protagonisti, o le tracce del passato scoperti dall’autore stesso, come quando a dieci anni trova per caso nella terra arata di fresco un cippo sepolcrale con il nome inglese del caduto, «una tomba in piena campagna», e poco tempo dopo non resta più niente, a causa della prima meccanizzazione, perché «alberi e viottoli, muri a secco, oggetti e manufatti che un tempo erano rispettati dall’azione leggera della trazione animale, avevano cominciato a soccombere e a sparire».  

C’è ovunque il mondo della campagna con i suoi tempi e i suoi riti, gli animali (in particolare i cavalli), le feste popolari e religiose, vissuto da Lotito prima dell’avvento degli anni Sessanta e dei cambiamenti che segneranno il nostro Paese. Il tutto restituito con grande efficacia a noi lettori, pur nella consapevolezza che c’è sempre qualcosa che va oltre la parola e che risulta indicibile e importante, qualcosa di preciso e indefinito «come il sogno stesso».

Mauro Germani