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giovedì 9 novembre 2017

Jean-Paul Sartre - Il muro


Straordinario libro di Sartre, uscito in Francia nel 1939 e in Italia nel 1947, Il muro si compone di cinque racconti, cinque “piccole disfatte” nei confronti dell’esistenza, come li definì l’autore,
Dopo il diario filosofico di Antoine Roquentin , protagonista solitario de La nausea, afflitto dalla gratuità incomprensibile dell’esserci e da un profondo senso di non appartenenza, Sartre ci presenta con neutralità fenomenologica e con una cifra stilistica inconfondibile, contrassegnata dalla nudità della parola ma anche dalla sua improvvisa vertigine, cinque personaggi senza scampo, condannati allo scandalo dell’esistenza.
L’analisi feroce di Sartre scava all’interno dei protagonisti, rivelando le paure, le contraddizioni, gli artifici, le menzogne, i deliri che si nascondono in loro stessi, senza psicologismi, ma con una scrittura secca, essenziale, capace di penetrare l’abisso della natura umana esposta al rischio dell’ex-sistere. Tutto è possibile in questa visione radicale di Sartre, in quanto non c’è giustificazione dell’esistenza, non c’è alcun fondamento e numerose possono essere le risposte umane all’insensatezza, come casi clinici destinati a riempire il loro nulla. Ne sono un esempio i due racconti più riusciti della raccolta: La camera ed Erostrato.
Nel primo Sartre descrive con notevole efficacia e con rara intensità poetica la follia schizoide di Pietro, che a poco a poco contagia la moglie Eva, la quale a sua volta vorrebbe segretamente diventare come lui per allontanarsi definitivamente dal mondo e dalla vita reale rappresentata dalla “normalità” degli anziani genitori. Follia presente anche in Erostrato, straordinario racconto in cui il protagonista è un personaggio che disprezza gli uomini, che cerca di esistere alimentando l’odio nei confronti degli altri da cui è disgustato e che vede sicuri e arroganti nella loro continua recita sociale. Un personaggio al limite del mondo, che non capisce se stesso e la vita, che non ama nessuno e vuole distinguersi dal resto dell’umanità verso cui prova orrore, ansioso di compiere un gesto estremo contro tutti per essere finalmente qualcuno, ma che poi sviene davanti al sangue e non riconosce più le proprie azioni. (E cogliamo qui l’occasione per citare l’eccezionale riduzione teatrale in forma di breve monologo che di questo brano fecero Giorgio Gaber e Sandro Luporini all’interno dello spettacolo Anni affollati della stagione 1981/1982 con il titolo L’anarchico).
Sono spesso situazioni estreme quelle che Sartre ci presenta con questi racconti, esperienze che rivelano la miseria umana, l’incerto confine tra verità e menzogna, normalità e follia, oppure il conflitto tra ideologia ed esistenza. Storie che intendono mettere a nudo, spogliare l’uomo dalle maschere che si costruisce, fino ad arrivare al vuoto della presenza, quella libertà che confonde e sconvolge e che ci fa sentire di troppo, che ci chiama ad inventare un destino. Ecco allora la storia di Pablo, protagonista del racconto che dà il titolo al volume, un giovane condannato durante la Guerra di Spagna, che aspetta l’alba per essere fucilato insieme a due suoi compagni e durante l’attesa pensa alla morte che “disincanta ogni cosa” e rende tutto incompiuto ed incomprensibile. C’è poi la Lulù di Intimità, che mente a se stessa ed è incapace di cambiare la propria esistenza, rassegnata ad una vita senza soddisfazioni, prigioniera delle proprie abitudini e delle proprie finzioni. Infine Lucien, protagonista dell’ultimo racconto, Infanzia di un capo (quasi un romanzo breve), che sceglie di non scegliere, di conformarsi a ciò cui è destinato secondo la classe sociale di appartenenza, la borghesia industriale reazionaria e antisemita, nascondendo ipocritamente in essa le ombre inquietanti della propria personalità.
La disfatta incontra il muro dell’esistenza e non risparmia nessuno dei personaggi di questo bellissimo libro che – occorre ricordare – fece scandalo: venne messo all’Indice da parte della Santa Sede (come tutta la produzione di Sartre), subì l’accusa di pornografia in alcuni paesi e in Italia l’editore Einaudi (che vedeva tra i suoi collaboratori Pavese, Vittorini, Natalia Ginzburg e il giovane Calvino) subì un processo da cui per fortuna uscì assolto.
Mauro Germani


da Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, 2014

domenica 5 marzo 2017

Georg Trakl e la terra della sera


"Non ho altra scelta se non il dolore", scrisse Georg Trakl (1887-1914), nella cui opera è presente il segno lacerante della catastrofe epocale (la crisi  della vecchia Austria prossima allo sfacelo) e del proprio sradicamento, la consapevolezza di un mondo alla deriva e di una solitudine estrema, marchiata irrimediabilmente dall'infelicità e dalla colpa. E la parola poetica assume su di sé il negativo della perdita e della mancanza, il buio della sera ed il commiato del distacco, nella terra marginale di chi è sempre straniero, sempre errante e lentamente si allontana.
In Trakl - il più grande poeta di lingua tedesca del Novecento, come lo ha definito Claudio Magris - tutto questo avviene tra le ombre ed il baluginio dell'Abenland, ovvero la terra occidentale del tramonto, in cui regnano il lutto e la desolazione della rovina incessante. Tuttavia l'oscurità dominante sembra attendere un passo ulteriore dal viandante, un congedo ancor più definitivo: è il cammino del dipartito, di colui che - secondo Heidegger -  è alla ricerca di un luogo originario perduto, una terra in cui "abitare poeticamente".
Nella poesia di Trakl, però, non c'è un approdo definitivo, né una netta conversione del negativo in positivo, in quanto la meta attesa oltre la cosiddetta terra della sera non è mai raggiunta e tutto è frammentato e tende ad oscillare in una dimensione incerta, contraddistinta più che altro da momenti di dispersione e di privazione, che esprimono la nostalgia di un'unità perduta, di una totalità infranta. C'è dunque il segno inequivocabile della caduta, della lacerazione, dell'abbandono, la coscienza infelice di un'infanzia che tutto precede e fonda nel suo dissonante esserci, di un cammino tragico, di un peregrinare nell'ombra e nella solitudine, alla ricerca di ciò che è oltre la dissoluzione della parola e del mondo, al di là del frastuono del tempo, dell'insensatezza, dell'impossibilità di amare e di una vera comunicazione tra gli esseri umani. E in questo scenario cupo e dolente, il dramma di Trakl diviene - come ha scritto Roberto Carifi - "canto che dice la malattia dell'essere, che assume la sessualità come luogo simbolico e metaforico di una ferita insanabile, di un corpo appestato di malinconia".
Tutto è ferita e destino in Trakl, qualcosa di estremo e di lancinante ne segna la breve esistenza e l'opera poetica: il suo permanente dissidio interiore, l'esperienza fatale dell'infanzia (di cui sono espressione i fanciulli solitari dei suoi versi), il rapporto con la sorella Grete, la disperata solitudine, l'attrazione verso le prostitute più povere ed infelici, l'assuefazione alle droghe, lo scoppio della guerra e l'orrore della carneficina di Grodek, infine il manicomio. Se da un lato non si può non tener conto di tutto questo ed in particolare dell'amore incestuoso che il poeta ebbe per Grete e che segnò senza scampo l'esistenza di entrambi (lui morì per una dose eccessiva di cocaina nell'ospedale psichiatrico di Cracovia e lei si tolse la vita con un colpo di pistola tre anni dopo la morte del fratello), dall'altro la vicenda privata di questo "peccato di sangue" (Blutschuld) va oltre la dimensione privata e si trasfigura in un pensiero intorno all'essere e alla sua caducità, in cui la dolcezza dell'infanzia appare sovrastata dall'ombra della rovina e della colpa ed anche la parola sembra essere inferma, immersa in atmosfere di dissoluzione, all'interno di versi irrelati, frammenti di una scomparsa o forse di un nuovo indicibile linguaggio.
Mauro Germani

da Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice  2014

martedì 5 luglio 2016

Georges Bataille - Madame Edwarda



Georges Bataille, Madame Edwarda, ES 2004

Opera scandalosa ed estrema, come tutte quelle di Bataille, Madame Edwarda (1941) pone il lettore di fronte ad una realtà senza scampo, unica ed abissale, dove l'esperienza della carne e del desiderio è anche e soprattutto esperienza della vertigine e dell'annullamento di sé, epifania del vuoto e della morte.
In questo racconto, che Blanchot non esitò a definire il più bello tra quelli dell'autore, Bataille penetra nel cuore della contraddizione e della gratuità dell'esistenza, laddove l'infimo e il sublime si cercano in una tensione ai limiti dell'umano. L'indecenza e/o l'oscenità qui s'impongono nel segno di una scrittura che vuole andare oltre se stessa, divenendo la cifra concreta di una conoscenza che non è e non sarà mai parola ma gesto scavato nel vuoto.
La centralità dell'erotismo è in Bataille apertura verso l'impossibile, offerta verso il destino ultimo della carne, la precarietà del suo assoluto. Come ha scritto Roberto Carifi, la ricerca dell'ignoto avviene in Bataille "in un fuori che è dentro il reale e che in esso si svela attraverso un viaggio che osa tentare i confini del culmine". Ecco dunque l'incontro con Madame Edwarda, prostituta che, tenendo una gamba divaricata e tirando la pelle con le mani, mostra i suoi "stracci" affermando di essere Dio. E' la nudità sovrana, l'esperienza limite, lo sprofondamento nel non-sapere, l'eccesso che esige l'estasi negativa, l'esposizione al nulla, perché Bataille intende realizzare una sovranità del soggetto non asservita all'utile e dunque concepita come perdita, spossessamento di sé.
Madame Edwarda non mente, è Dio, carne e vuoto insieme, attrazione e "piovra ripugnante", allegria e angoscia, assenza e presenza. I suoi tacchi fanno rumore sul pavimento, ma nello stesso tempo procede tra le nuvole. I suoi passi sono gravi, la morte stessa sembra essere lì, "poiché la nudità del bordello evoca il coltello del macellaio". E così a poco a poco Madame Edwarda sembra assentarsi da sé, divenendo "totalmente nera, semplice, angosciante come un buco", tra lutto e follia, dolore e rabbia, sempre sull'orlo di sparire, alla ricerca di altro, un altro amplesso, un altro godimento, un piacere doloroso.
Bataille ci fa entrare nel sacrificio, nella "questione ultima", nel movimento che è perdita, offerta senza ritorno, senza impiego:"la mia vita ha senso solo a condizione che io ne sia privo, che io sia pazzo: intenda chi può, intenda chi muore...".

da Mauro Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, 2014

lunedì 5 ottobre 2015

"Margini della parola" - Recensione di Angelo Conforti




Margini della parola di Mauro Germani: 
dal blog al libro, dal virtuale al reale

L’ultima opera di Mauro Germani, la raccolta di recensioni Margini della parola (La vita felice, Milano, 2014), è un eloquente esempio dell’interazione virtuosa tra nuove tecnologie di comunicazione e tradizionali forme di scrittura, tra telematica e supporti cartacei.
In questo caso, «Margo», un blog letterario tra i più qualificati, intensamente attivo dall’ottobre del 2009 al dicembre 2013 (ma tuttora online), è diventato un pregevole volume di «note di lettura, relative ad autori classici e contemporanei»[1]. Peraltro, il blog era, a sua volta, «nato come ideale continuazione e sviluppo della rivista di scrittura, pensiero e poesia omonima fondata nel 1988 e proseguita fino al 1992»[2].
Ecco dunque un percorso perfettamente circolare in cui, lungi dall’essere antitetici, gli strumenti del comunicare, dell’argomentare e dell’interpretare, risultano complementari, tenendo insieme e potenziando i suddetti aspetti della comprensione umana che forse dovrebbero esser sempre tenute in reciproco equilibrio e non artificiosamente contrapposte.
Si illumina così la personalità poliedrica dello scrittore Mauro Germani, prestigioso poeta, notevole narratore, che mostra ora grande padronanza di una molteplicità di linguaggi e trasforma un genere letterario in qualche modo «minore» in una intensa creazione estetica.
Le sue recensioni costituiscono, infatti, una scoperta veramente sorprendente per l’approccio del tutto personale che Germani riserva a grandi classici, come Bataille, Beckett, Benn, Bernhard, Blanchot, Buzzati, Camus, Caproni, Celan, Céline, de Musset, de Sade, Kafka, Lautréamont, Melville, Morselli, Pascoli, Pasolini, Sartre, Tozzi, Trakl, Volponi, o ad autori contemporanei, magari sconosciuti ai più, ma trattati dall’autore con la stessa attenzione e cura riservata ai cosiddetti «grandi».
Germani nelle sue note di lettura privilegia un aspetto che ritiene cruciale per comprendere l’opera particolare o l’intera personalità poetica di un autore e lo mette in evidenza con il suo linguaggio evocativo e suggestivo, la sua sintassi incalzante e vibrante di una profonda musicalità, trasformandolo in una chiave di lettura spesso esaustiva per la sua potenza simbolica.
I suoi autori prediletti percorrono costantemente i bordi angosciosi e, nel contempo, intriganti, di un abisso che sporge sul nulla e, d’altra parte, altrettanto spesso, sono instancabili esploratori di una possibile dimensione altra dell’essere, sfuggente, talvolta perduta, oppure forse illusoria.
Germani riesce ad entrare in piena sintonia con i suoi autori, stabilisce con loro una corrente empatica, tutta letteraria, simbolica ed estetica, e riesce a far entrare, con le sue recensioni/interpretazioni, i lettori nell’immaginario poetico di ogni singolo poeta o narratore. Con la sua eccelsa capacità di far propri i mondi interiori degli scrittori, quasi fossero tutti suoi eteronimi, o di penetrare nell’essenza più intima di un testo, Germani non fa che rendere evidente il fatto che qualsiasi opera d’arte diviene possesso permanente di tutti e ciascuno, coloro almeno che affrontino l’atteggiamento della lettura con la meraviglia, di fronte all’infinita molteplicità delle esperienze e delle differenze, che sola apre la mente alla scoperta di nuove dimensioni dell’esistere.
Questa predisposizione alla meraviglia può essere il frutto felice còlto da chi si accosti alle note di lettura di Germani: non semplici recensioni, ma preziosi esercizi di ermeneutica testuale (interpretazione, che non deforma e non manipola, ma svela la più intima sostanza delle cose), da cui emergono con forza non soltanto il piacere della lettura e della ricerca, ma anche e soprattutto il bisogno profondo di indagare, senza chiusure e timori, il mistero dell’esistere, «il mistero che racchiude innumerevoli misteri, vite, sogni segreti, ansie, angosce e vizi inconfessabili»[3], o anche lo smarrimento del constatarne la precarietà, l’assurdità, l’assenza di senso.
Margini della parola nobilita il genere, conferendogli quella definitiva dignità letteraria ed estetica, che lo innalza al pari di tutti gli altri, e lo fa con un linguaggio che è, al contempo, di estrema modernità e di composta classica incisività.
                                                                                 Angelo Conforti 







[1] Nota editoriale.
[2] Ibidem.
[3] M. Germani, «La Milano di Buzzati», in Margini della parola, cit.

martedì 6 gennaio 2015

Rinaldo Caddeo su "Margini della parola"


Mauro Germani, Margini della parola, note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, Milano, 2014.

   Margine, margo, orlo, bordo, sponda, confine. Spazio di appostamenti insidiosi. Luogo d’arrivo ma anche di partenze. Area delle apparizioni e della sparizione. Sede incerta, precaria, rischiosa, no man land. A questo territorio appartengono sia il tipo di scrittori sia il tipo di lettura prediletti da Mauro Germani nella veste di critico, in questo caso, in altri volumi nella veste di autore di prose e di poesie.
   Questo volume non è un elenco eterogeneo o un’accozzaglia di interventi dispersi, raccolti e messi in fila.
   Solitudine, inappartenenza, assenze, ma anche epifanie del vuoto, vertigini dell’abisso, le forze oscure di un’origine ritrovata e smarrita, la parola indifesa ai bordi dell’inesprimibile, l’esitazione prima di un gesto, i silenzi tra una parola e l’altra, le zone d’ombra in cui la vita si accosta alla morte e la morte s’insinua e si confonde con la vita, il visibile con l’invisibile: questo esercizio dei margini cari a Germani, tra Heidegger e Jabès, innesca e coordina una selezione cogente, canonica e non, di autori e opere. Come nota Sebastiano Aglieco nella Postfazione, li fa risuonare tra di loro.
   Lo scandalo visionario e la scissione schizofrenica tra senso e immagini nei Canti di Maldoror di Lautréamont, gli scenari di una desolazione post-apocalittica di Beckett (Finale di partita), il nichilismo spettrale di Benn, la nudità vertiginosa della parola di Sartre, la frase incessante e lacerata di Thomas Bernhard, le parole che interrogano altre parole, tra silenzi, luoghi chiusi, gesti sospesi, di Blanchot, l’essere-nel-mondo estraniato e traslucido del Mersault ne Lo straniero di Camus, le narrazioni della catastrofe di Céline, l’estraneazione interminabile di Kafka, lo sradicamento dolce e lancinante di Trakl, i ghirigori di cenere di Celan, le circolarità spettrali e labirintiche di Cattafi, le cronache del mistero di Buzzati, il solipsismo radicale di Morselli, dove il suicida è vivo e i vivi sono i morti (Dissipatio H. G.), la coscienza sveviana dell’inettitudine a vivere in Tozzi, gli ossimori, le ellisi, le paronomasie degli appostamenti al nulla di Caproni… sono solo alcuni paradigmi. Questo e altro ci riserba Germani.
   Questi e altri che non intendono radere al suolo una panoramica del ‘900 né erigono muri inviolabili o compartimenti stagni. Semmai perlustrano territori di cui svolgono gli orizzonti inauditi e rintracciano gallerie scavate da parole inconfondibili, per le generazioni di lettori e di scrittori che si succedono, lungo una linea (certo non l’unica) frastagliata, ma non gratuita, che si attesta tra espressionismo, surrealismo, esistenzialismo, in modo libero e indipendente, transitando da retrovie recondite a casematte e avamposti isolati. Qui, in questi incroci sotterranei o su queste cime impervie, entrano in gioco una quinta e una sesta generazione di autori noti, poco noti o quasi del tutto sconosciuti, a cui un dispiegamento del secolo appena trascorso riserva finalmente lo spazio che meritano. Non faccio altri nomi. Ai lettori affido il diritto e il piacere di conoscerli o di ritrovarli.
   Germani mescola le voci primonovecentesche, nonché tardo-ottocentesche (si parla anche di Pascoli e di Melville), con le voci di alcuni contemporanei viventi e scriventi. Non le giustappone né le collega forzosamente, piegandole a un’ideologia o a una poetica. Le descrive e le propone con rispetto e semplicità. Piuttosto le intride ai paesaggi marginalistici a lui cari. È un’indagine condotta con lo sguardo limpido di un sermo brevis, vibrante e incisivo, che riesce a informare, cogliendo i nessi e gli snodi essenziali e a suscitare la curiosità e lo stupore necessari per ascoltare, capire e interpretare una gamma speciale di autori e di opere.

Rinaldo Caddeo


sabato 29 novembre 2014

"La voce di Mantova" - Marco Molinari su "Margini della parola"



Sul quotidiano "La voce di Mantova" è uscita una bellissima recensione di Marco Molinari relativa al mio libro MARGINI DELLA PAROLA (La Vita Felice, 2014)
Ringrazio di cuore Marco per la sua attenta e generosa lettura.

"MARGINI DELLA PAROLA", UN LIBRO DI MAURO GERMANI, POETA, CRITICO, NARRATORE 

Ormai non è soltanto il libro il mezzo al quale i poeti affidano le loro imprese solitarie, le nuove tecnologie incalzano e non sono pochi quelli che utilizzano il web come corrente libera in cui poter immergere le proprie opere e dialogare con i lettori. L'apertura di un blog è uno di questi modi: così ha fatto Mauro Germani, poeta, critico, narratore, che vive a Bresso nell'hinterland milanese. L'ha chiamato "Margo", che era il titolo della rivista letteraria da lui fondata nel 1988. Sul suo blog Germani, oltre a offrire un saggio dei suoi libri, commenta e propone il suo sguardo competente e affilato su innumerevoli libri di autori contemporanei e grandi scrittori classici. Il libro che proponiamo "Margini della parola", edito da "La Vita Felice", raccoglie le note di lettura apparse su "Margo" dal 2009 al 2013, dal web si ritorna dunque alla carta stampata.
Leggendo in sequenza queste riflessioni acutissime, in ordine alfabetico dal cognome degli autori, emerge limpido un percorso di lettura, una visione del mondo quasi unitaria, pur nell'eterogeneità  degli scrittori affrontati, come si è detto classici stranieri come Artaud, Beckett, Celan, Céline, Camus; e italiani come Buzzati, Cattafi, Pascoli, Pasolini; e inoltre tanti poeti contemporanei legati però anche loro a un filo conduttore. La bussola che guida Germani è allora quella della crisi, dell'inquietudine, della mancanza di punti di riferimento dell'uomo novecentesco, E' quello il secolo dove l'incapacità di reggere il peso della società, dei costumi, delle convenienze, è deflagrata in letteratura in opere che hanno assunto su di sé il compito di rappresentare il mutismo, l'incapacità di raccontare in modo lineare la malattia e il disagio dello stare al mondo. 
Germani attraversa veloce questi cataclismi esistenziali filtrati in sublime letteratura, non dimenticando di apporre il proprio sigillo, con uno scavo impeccabile dal punto di vista culturale e sempre originale nei contenuti, mai scontati. Emerge perciò la traccia di un percorso interiore dell'uomo moderno, che si inerpica a volte per cime impervie, altre costeggiando lande paludose, ma con una mappa ben chiara in mente, come lui stesso ci illustra nella nota a uno scrittore contemporaneo: "Ben vengano libri anomali e scomodi come questo. Libri lu cui parole secche e taglienti penetrano dentro l'anima e la feriscono. Libri in fondo non appartenenti ad alcun genere specifico, che sfuggono a una classificazione, ma che - pur avendo nella scrittura il loro punto di forza - hanno lo scopo di interrogarci sul presente e, più in generale, sul nostro essere nel mondo". Anche questo libro, vera miniera di spunti di lettura, appartiene a questa categoria.
Marco Molinari
La Voce di Mantova, 28-11-2014, pagina 14.

venerdì 30 maggio 2014

Recensione di Mario Bonanno a "Margini della parola"

Ringrazio Mario Bonanno per la sua nota critica su "Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei" (La Vita Felice, 2014)
 http://www.sololibri.net/Margini-della-parola-Mauro-Germani.html.