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martedì 6 gennaio 2015

Rinaldo Caddeo su "Margini della parola"


Mauro Germani, Margini della parola, note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, Milano, 2014.

   Margine, margo, orlo, bordo, sponda, confine. Spazio di appostamenti insidiosi. Luogo d’arrivo ma anche di partenze. Area delle apparizioni e della sparizione. Sede incerta, precaria, rischiosa, no man land. A questo territorio appartengono sia il tipo di scrittori sia il tipo di lettura prediletti da Mauro Germani nella veste di critico, in questo caso, in altri volumi nella veste di autore di prose e di poesie.
   Questo volume non è un elenco eterogeneo o un’accozzaglia di interventi dispersi, raccolti e messi in fila.
   Solitudine, inappartenenza, assenze, ma anche epifanie del vuoto, vertigini dell’abisso, le forze oscure di un’origine ritrovata e smarrita, la parola indifesa ai bordi dell’inesprimibile, l’esitazione prima di un gesto, i silenzi tra una parola e l’altra, le zone d’ombra in cui la vita si accosta alla morte e la morte s’insinua e si confonde con la vita, il visibile con l’invisibile: questo esercizio dei margini cari a Germani, tra Heidegger e Jabès, innesca e coordina una selezione cogente, canonica e non, di autori e opere. Come nota Sebastiano Aglieco nella Postfazione, li fa risuonare tra di loro.
   Lo scandalo visionario e la scissione schizofrenica tra senso e immagini nei Canti di Maldoror di Lautréamont, gli scenari di una desolazione post-apocalittica di Beckett (Finale di partita), il nichilismo spettrale di Benn, la nudità vertiginosa della parola di Sartre, la frase incessante e lacerata di Thomas Bernhard, le parole che interrogano altre parole, tra silenzi, luoghi chiusi, gesti sospesi, di Blanchot, l’essere-nel-mondo estraniato e traslucido del Mersault ne Lo straniero di Camus, le narrazioni della catastrofe di Céline, l’estraneazione interminabile di Kafka, lo sradicamento dolce e lancinante di Trakl, i ghirigori di cenere di Celan, le circolarità spettrali e labirintiche di Cattafi, le cronache del mistero di Buzzati, il solipsismo radicale di Morselli, dove il suicida è vivo e i vivi sono i morti (Dissipatio H. G.), la coscienza sveviana dell’inettitudine a vivere in Tozzi, gli ossimori, le ellisi, le paronomasie degli appostamenti al nulla di Caproni… sono solo alcuni paradigmi. Questo e altro ci riserba Germani.
   Questi e altri che non intendono radere al suolo una panoramica del ‘900 né erigono muri inviolabili o compartimenti stagni. Semmai perlustrano territori di cui svolgono gli orizzonti inauditi e rintracciano gallerie scavate da parole inconfondibili, per le generazioni di lettori e di scrittori che si succedono, lungo una linea (certo non l’unica) frastagliata, ma non gratuita, che si attesta tra espressionismo, surrealismo, esistenzialismo, in modo libero e indipendente, transitando da retrovie recondite a casematte e avamposti isolati. Qui, in questi incroci sotterranei o su queste cime impervie, entrano in gioco una quinta e una sesta generazione di autori noti, poco noti o quasi del tutto sconosciuti, a cui un dispiegamento del secolo appena trascorso riserva finalmente lo spazio che meritano. Non faccio altri nomi. Ai lettori affido il diritto e il piacere di conoscerli o di ritrovarli.
   Germani mescola le voci primonovecentesche, nonché tardo-ottocentesche (si parla anche di Pascoli e di Melville), con le voci di alcuni contemporanei viventi e scriventi. Non le giustappone né le collega forzosamente, piegandole a un’ideologia o a una poetica. Le descrive e le propone con rispetto e semplicità. Piuttosto le intride ai paesaggi marginalistici a lui cari. È un’indagine condotta con lo sguardo limpido di un sermo brevis, vibrante e incisivo, che riesce a informare, cogliendo i nessi e gli snodi essenziali e a suscitare la curiosità e lo stupore necessari per ascoltare, capire e interpretare una gamma speciale di autori e di opere.

Rinaldo Caddeo


lunedì 12 dicembre 2011

Rinaldo Caddeo recensisce "Terra estrema"

08/04/2011






MAURO GERMANI - TERRA ESTREMA  (Interventi di Marco Ercolani e Fabio Botto) - EDITRICE L'ARCOLAIO 2011


Come scrive giustamente Marco Ercolani nella prefazione: «Mauro Germani, in Terra estrema, s’inoltra nell’abisso del dolore e affronta, in modo lirico ma impietoso, il tema “perturbante” del corpo.» (p.7). Basti leggere l’indice, che riporta i capoversi, per capire, non solo su di un piano statistico, l’insistenza straniante e straziante, con i suoi annessi e connessi (il sangue o la carne per esempio), del corpo: «Quale ignoto sangue», «Là dove il corpo appare», «Non sappiamo il corpo», «Dall’acqua e dal sangue», «Non so quale risorta carne», «L’avessi mai capito il corpo», «Forse due corpi, una luce», «Col corpo addosso vanno», «È qualcuno il mio corpo», «Amputato corpo», «Conosco tutti i miei corpi sepolti», «Ci sono macchie di sangue». Sono incipt che la dicono lunga e già portano in sé quella dolorosa elegia che si snoda nelle stazioni di una passione di cui parla Ercolani.
Vorrei soffermarmi su di una queste stazioni che, a mio parere, merita un’attenzione particolare. Mi riferisco alla breve ma densa sezione Voci dove l’icastica affabulazione di Germani assume un nuovo angolo visuale e vocale, perlustrando un diverso territorio. Qui sono gli elementi aristotelici a prendere la parola: la Terra, il Vento, il Fuoco, ma anche la Neve, la Notte, il Cielo. E parlano in prima persona: la tonalità oracolare, perplessa o confidenziale, si fonde e fa un tutt’uno con la souffrance di una condizione esistenziale che valica i limiti acuminati dell’io e delinea, con codeste stranite identificazioni, orizzonti più incalcolabili, scenari più dilatati. I significanti e persino gli etimi delle parole, con i paesaggi evocati dai loro sensi, riconvocano e riformulano le cose, ne seguono i confini e i movimenti, con la vastità romantica, a volte tragica, a volte quasi fiabesca, sempre intessute del dramma del loro mobile, metamorfico significato. Gli ingredienti dell’imagerie germaniana (ombremacchievenesognideliri, i temi dell’esilio o del destino) qui si dispongono intorno a una calamita che li circonda e se ne fa circondare con linee di forza che suggeriscono simbolizzazioni sorprendenti. La poetica della manque di Germani qui esperimenta un nuovo centro di gravità che emette, sasso gettato sulla calma superficie di un lago, una concatenazione di onde concentriche: «Sapessi dove inizio e dove finisco, dice il Cielo, qual è il mio corpo immenso, io che vivo solo le altezze, i disegni delle nuvole, il canto silenzioso delle stelle o quello infuocato del sole. Non so chi sono, come cambio, come sarò, non ho memoria, e ogni giorno dimentico la mia vita. Da sempre ignoro il destino che m’accompagna.Tutto avviene senza di me e senza di voi che credete alla mia patria inesistente, mia stessa illusione, mia potenza e mio nulla, come queste parole che ora vi confesso e che nessuno potrà sentire…» (p.74). È culmine questo ultra-romantico (oltre e oltre a Leopardi, a Novalis, a Buzzati…) di paradosso e di estraneazione, la voce senza voce che dice un corpo immenso senza corpo e senza limiti nei corporei limiti della parola, spiega l’indefinito con una sequela di definizioni, la memorabilità con l’oblio, l’appartenenza al massimo della potenza con una sconfinata inappartenenza.
Tematiche e forme che ritroviamo in tutta la sezione, modellate da empatica e struggente coerenza, modulate, ad esempio, con silente e luminosa delicatezza dal «racconto bianco» della Neve o con vibrato e vibrante accento dalla protesta contro l’uomo degli Animali. Grido di protestatio e commiseratio insieme: «Qual è, invece, la vostra ferita, il vostro continuo affanno?
Oh, uomini illusi d’esistenza, folli sovrani senza regno, di che cosa vi credete padroni?
Nessuna ragione, nessun potere, nessun dio vi ha mai salvati e vi salverà, poveri fratelli infelici, povere anime perse nel buio…» (p.77). E chi, se non gli Animali, avrebbe potuto rivolgerlo a noi con maggiore credibilità?

 Rinaldo Caddeo  


sabato 10 dicembre 2011

Rinaldo Caddeo recensisce "Livorno"


 

     


MAURO GERMANI - LIVORNO - EDITRICE L'ARCOLAIO 2008

Il vento, la cenere, le ombre, le nuvole, i sogni, i volti, il vuoto, il pianto… e le altre consuete presenze fantasmatiche, care al canzoniere di Mauro Germani, trovano in questa ultima prova, nei rigori di una nuova stringatezza, un ritmo, un’intonazione, quindi una vibrazione, nuovi. Forse perché ritornano da una loro matrice natale, un’origine cronica, radicata e inguaribile: Livorno.
Una musica più incrinata, timbri più infossati, nati a una reticenza più arrotata, calibrata dall’anafora e dagli enjambement, subito: “Restavano in silenzio gli anni/ le cupole alte della notte/ e le ceneri, gli avvisi/ del tempo.// Restava così/ la novella del mare/ Livorno ed ogni voce/ il mio pianto/ in fondo al tuo nome.” (p.13). I lemmi: in silenzio, alte, ceneri, avvisi, pianto, in fondo, ricevono una sonorità, risuonano dentro se stessi e si insinuano nella metafora finale come tanti granelli di polvere che rimbalzano in fondo alla clessidra.
Così scendono, una dopo l’altra, le parole di questo volume che riempiono, scavando del loro suono, pavimenti, soffitto, pareti, come un’eco continua, di una stanza vuota.
Come nota giustamente Sebastiano Aglieco nella Prefazione, è la parola Livorno a tracciare un “perimetro che contiene e discosta”, i pieni e i vuoti di una “mancanza fondativa”. 
Poesia, quindi, di una manque non solo come estraneità radicale, assenza e inappartenenza, ma anche come impossibilità nel presente dell’esistenza stessa: “Noi che siamo impossibili, che saremo domani. Le parole sulla strada e il vento come una domenica. Le automobili. Le luci rubate. Nessun pensiero.” (p.30). Viene in mente la conclusione zen che non conclude di Uno, nessuno, centomila di Pirandello. Lo sguardo che, dopo la rinuncia al senso normale della vita e delle parole, restituisce un senso nuovo delle cose alle cose. Lo sguardo di Germani, però, coglie soprattutto apparizioni/sparizioni (asparizioni, le chiamava Caproni), tra il nulla e il qualcosa: la luce di un volto, l’alito di una domanda, il barlume di un’ombra.
A partire dalla sezione Nel cerchio, inoltre, le anafore dell’invocazione tendono a divenire anfore dell’evocazione: “È nel cerchio la voce/ nel cerchio il tuo passo.” (p.43). Si spalancano nuovi orizzonti, tracciati dal soffio dei ricordi, nitide ma evanescenti promesse, come alito che appare e sparisce sul vetro: “la piazza rapita dal vento./ E intanto brillavano i tuoi occhi/ dicevano l’alleanza del cielo, un’alba,/ un battito puro alle labbra,/ quel respiro e quel canto,/ quella promessa, quel ricordo/ che siamo.” (p.45). “Chi rapiva il tuo volto bianco,/ le tue mani solitarie,/ la tua anima senza mondo?// La musica feriva la casa,/ le pareti aperte sopra la piazza,/ quell’abisso inghiottito dal tempo” (p.46). Versi arcani, struggenti.
Rinaldo Caddeo
recensione del 2 aprile 2010