mercoledì 18 dicembre 2024
Recensione di Filippo Ravizza a "Prima del sempre"
mercoledì 11 dicembre 2024
Giovanni Nuscis - Il tepore che resta
Giovanni
Nuscis, Il tepore che
resta,
Arcipelago Itaca, 2024
Giovanni Nuscis, con questa sua nuova raccolta, prosegue con coerenza la propria poetica, caratterizzata dalla nitidezza e dall’andamento piano e al tempo stesso vibrante dei versi: una scelta stilistica sorvegliata e rigorosa, sempre sobria, senza eccedenze. Attraverso le cinque sezioni presenti nel volume, è possibile cogliere una continuità tematica con il libro precedente, Il grande tempo è ora (Arcipelago Itaca, 2021): le riflessioni sull’esistenza si alternano o si intrecciano con quelle sulla società, sull’amore e sulla poesia, con uno sguardo attento al particolare, ai dettagli apparentemente trascurabili, che però assumono nel contesto poetico in cui sono inseriti grande rilevanza, divenendo segni rivelatori, tracce illuminanti nel tempo, spie di una realtà complessa, colta nei suoi contrasti, nelle sue contraddizioni, e in tutte quelle fragilità che spesso vengono ignorate per comodità o convenienza.
Quello di Nuscis è uno sguardo essenzialmente etico, improntato a un continuo discernimento che egli non indirizza solo alla nostra società, ma anche a sé stesso, mediante un esame delle proprie percezioni e del proprio intimo sentire: un atteggiamento che rivela un’onestà di fondo, una ricerca di equilibrio interiore nonché di una spiritualità che chiede di essere salvaguardata («Oh gravità / che anche il più basso dei voli interrompi / riportandoci a terra, / noi che solo volo siamo»), nonostante i momenti di malinconia dovuti al trascorrere del tempo, alle nuove fragilità, o all’indifferenza e agli egoismi che hanno il sopravvento nel nostro vivere quotidiano. Ecco dunque l’importanza dei varchi da scorgere e da attraversare come luci nel buio: «Se non fosse per voi / sottili varchi / nei muri rimbalzanti dei giorni; / se non fosse per le lotte /commoventi e solitarie / contro anomie e ingiustizie; / se non fosse per gli sguardi inarresi / le menti indocili, la fede / che spinge a cercare tra macerie / la piccola pepita del vero / che ci illumina e commuove, / cosa sarebbe la vita?». O, ancora, la speranza di una casa che da sempre ci aspetta:«Un mondo per te s’affaccia di nuovo / e tutto, tutto ogni volta / è un bacio di Dio sulla fronte».
È interessante notare poi l’uso frequente in vari testi della seconda persona singolare, ovvero un tu indefinito e multiplo, a indicare una sorta di interrogativo specchiarsi in altri, vale a dire una consapevolezza relazionale, che significa oltrepassare i confini incerti del proprio io per cercare un riconoscimento, una effettiva comunanza di intenti e di affetti, oppure – all’opposto – una netta e decisa presa di distanza da pratiche dominanti prive del minimo rispetto etico e sociale. Ed è in quest’ultimo caso che risuona l’allarme di Nuscis, un monito per non smarrire negli attuali tempi confusi e senza pace la nostra umanità e quei valori fondamentali di giustizia, di equità sociale, di condivisione e di convivenza civile senza i quali si spalanca il baratro dentro e fuori di noi («Non sarete voi a trattarla la pace / cari morti / ma i sopravvissuti, / compresi quelli / che la guerra hanno voluto / – statue con braccia conserte / in cima a dolorose macerie»).
C’è inoltre, in questa raccolta – come già evidenziato in precedenza – una componente più decisamente personale, più intima, rinvenibile nei testi riguardanti l’amore o le poesie dedicate ai figli, ai parenti o a chi non c’è più («Ecco, queste cose tenevo a dirti, / che lego con spago d’inchiostro / perché ti giungano, e da lì / magari possa sorriderne»), mentre nella quinta sezione è la stessa scrittura poetica a essere protagonista. E ancora una volta emerge la profonda sensibilità di Giovanni Nuscis: il mettere a fuoco immagini minute ma nitide da conservare nella memoria, sguardi, fotografie, scorci di paesaggio, semplici gesti, dettagli che improvvisamente spiccano nelle brevi descrizioni, insieme alla volontà di comprendere, di preservare una sorta di segreto da custodire nel cuore («Parole semplici coltivavamo / sogni leggeri /cuori aperti a confidenze / tradite qualche volta in allegria»).
E a tutto questo è da aggiungere il mistero della poesia, tra destino («Io non ti ho scelta / mi sei arrivata / perché potessi dare un nome / un suono, un senso alle cose») e imponderabilità della lingua, sempre in bilico tra espressione e sottrazione («Il nespolo mi guarda da oltre il vetro. / Sono attraversato da un verso / che non è quello che scrivo. / Stretto è questo rigo / per contenervi il tronco e la linfa»).
A ben vedere, anche in questo libro così variegato, ma non privo di rimandi interni e di inesausta ricerca, è – come nel precedente – il tempo a essere al centro della raccolta: un tempo da ricordare e da interrogare, affinché ciò che è stato una volta e ciò che è ora non sia vano, ma in qualche modo abbia valore di testimonianza per noi stessi e per chi verrà dopo di noi: un tepore che resta.
Mauro Germani
sabato 7 dicembre 2024
Filippo Ravizza - Pânzele orizontului - Le vele dell'orizzonte
Filippo Ravizza, Pănzele orizontului – Le vele dell’orizzonte, Cosmopoli, 2023
Leggendo Pânzele orizontului (Le vele dell’orizzonte) di Filippo Ravizza, che contiene quindici poesie tradotte in rumeno, con testo originale a fronte, selezionate da otto raccolte pubblicate dal 1987 al 2020, si ha la netta conferma della coerenza di un’opera poetica sviluppatasi nel corso di oltre un trentennio, vale a dire di un tenore della parola sempre alto, il quale si esplica nella dimensione fluida e avvolgente dei versi. È questa, infatti, la peculiarità che ha sempre contraddistinto, in modo assai originale, questa poesia di movimenti, di spezzature e di riprese repentine, di soprassalti improvvisi e di insistenti iterazioni, nell’elaborazione di una sonorità che conferisce alla parola un ritmo incalzante, emotivo e insieme materico.
C’è nei testi un impeto, una forza che rispecchia un’urgenza, un’oltranza dell’essere nel suo interrogarsi all’interno di una realtà concreta e mutevole, fragile e travagliata, dove il margine tra storia personale e/o collettiva appare al tempo stesso vibrante e assediato dal nulla, minacciato da un dissolvimento incombente. Così la coscienza del tempo – tema fondamentale in Ravizza, presente in tutte le raccolte, nelle sue diverse articolazioni, che spaziano dal contingente al filosofico e alla intuizione più propriamente poetica – getta inevitabilmente la propria ombra sul mondo che lo sguardo e la parola cercano di aprire in squarci come lampi, in ricordi fulminanti, in immagini rivelatrici di un futuro che sa già di passato, in slanci che nascondono tremori.
Già nella prima pubblicazione (Le porte, 1987), il titolo emblematico indica lo spazio nel tempo, ovvero quei transiti, quegli attraversamenti di città, di paesaggi, di ponti, di fiumi, che saranno gli elementi caratterizzanti il viaggio umano e poetico di Ravizza. Un viaggio che è apertura ontologica ed esistenziale («riconosciti al di/là, sopra i /cancelli, mentre/fuori piove e/si acclama lucido,/il biancore»), dove spesso la vista diviene progressivamente visione e la visione pensiero, meditazione sul mistero e la precarietà dell’essere, dei segni e dei sogni della storia, tra echi talvolta campaniani (le già citate iterazioni, ma anche la forza delle immagini come impatti frontali in grado di rivelare altro) e riflessioni che rimandano a Leopardi (la «ricordanza acerba» dopo le speranze vane della giovinezza, e l’«apparir del vero»), o al montaliano «terrore di ubriaco».
Ricorrono poi sovente, nei testi presenti in questa piccola ma preziosa antologia bilingue, figure di bambini («Fermi nel canto/passavano i bambini/queste file sottili/una forza come scaglie di fuoco/nel fondo del parco»), che con la spontanea vitalità che li contraddistingue suscitano, agli occhi del poeta, un misto di meraviglia e di malinconia: la loro naturale vivacità nel mondo si unisce all’amara consapevolezza della perdita nella corsa inarrestabile del tempo («e intanto scende, scende il sipario/anni che volate via lungo gli/scivoli, correndo alle altalene,/anni voi come attimi passate,/come onde bianche...anni/bambini che scappate»). Ecco allora che infanzia trascorsa, gioventù illusa o smarrita («in tutte le città Europa passano/di sera incerti poca luce negli occhi/i tuoi ragazzi, attori dei percorsi/trascinati di vetrina in vetrina») e sopraggiunta maturità («Così dicevo a me di me così/cantavo la perdita di me/con me chino sulla carta,/in mano la matita come una/vita giocata con la spada e/la nera ombra della mina») vengono assalite da un vortice che sconvolge l’esistenza, e al quale la parola della poesia cerca tenacemente di resistere, nonostante tutto.
E proprio dentro questa resistenza – che si sa in fondo vana ma in qualche modo necessaria – è possibile cogliere in Ravizza una pietas che emerge quasi con pudore, un senso di appartenenza e di memoria relativo agli affetti, alle esperienze condivise, alle speranze e alle fragilità segnate dagli anni, una tenerezza sommessa pervasa da un senso di smarrimento, di addio («In questo abito chiamato tempo/tornare come da bambino sul/triciclo ripensare la via dal nome/imperatore i grissini amato/padre amata madre/ora finiti per sempre nel nulla»). Una pietas verso il proprio sé e gli altri, senza illusioni, che rivela però un amore profondo per la vita, una sorta di commosso abbraccio del divenire in cui tutti siamo gettati, un tremore in prossimità dell’ultimo orizzonte e delle vele lontane.
Mauro Germani
martedì 3 dicembre 2024
PRESENTAZIONE ALLA LIBRERIA POPOLARE DI VIA TADINO 18 MILANO
venerdì 29 novembre 2024
Paolo Polvani recensisce "Reticenze"
Ringrazio Paolo Polvani per questa sua recensione a "Reticenze" (Fallone, 2024), uscita su "Cartesensibili".
giovedì 14 novembre 2024
Recensione di Marco Molinari a "Reticenze"
Ringrazio di cuore Marco Molinari per questa sua bella recensione uscita sul quotidiano LA VOCE DI MANTOVA al mio libro di racconti "Reticenze" (Fallone editore, 2024). Per la lettura cliccare sull'articolo.
martedì 12 novembre 2024
"Reticenze": nota di lettura di Federico Migliorati
Su "Odissea" Federico Migliorati, che ringrazio molto, scrive di Reticenze (Fallone editore, 2024). Per leggere l'articolo cliccare QUI
sabato 9 novembre 2024
Recensione di Francesca Rita Rombolà a "Reticenze"
Ringrazio Francesca Rita Rombolà per questa recensione al mio libro Reticenze (Fallone editore, 2024) pubblicata sul sito "Poesia e Letteratura" il 6 novembre 2024. Per leggere cliccare QUI
lunedì 28 ottobre 2024
Le ultime parole - Racconto tratto da "Reticenze"
Grazie di cuore a Lorenzo Pieri e a Fallone editore
domenica 27 ottobre 2024
La verità - Racconto tratto da "Reticenze"
lunedì 21 ottobre 2024
Recensione di Rinaldo Caddeo a "Reticenze"
Intervista su "L'Estroverso"
mercoledì 16 ottobre 2024
Nota di lettura di Giovanni Nuscis a "Reticenze"
venerdì 27 settembre 2024
Nota di lettura di Marco Ercolani a "Reticenze"
Ringrazio Marco Ercolani per la sua nota di lettura a Reticenze (Fallone editore, 2024), pubblicata su Art-blog/Scritture: QUI
sabato 14 settembre 2024
Mauro Germani - Reticenze
sabato 31 agosto 2024
venerdì 30 agosto 2024
Recensione di Maurizio Soldini a "Prima del sempre"
lunedì 12 agosto 2024
Piero Lotito - Di freccia e di gelo
Piero
Lotito, Di freccia e di gelo,
Mondadori, 2024
Di freccia e di gelo, l’ultimo romanzo di Piero Lotito, narra la storia di Ötzi, risalente a cinque millenni fa. L’idea, assai originale, è quella di far parlare un passato lontanissimo: che cosa ci può comunicare oggi l’esistenza di un uomo vissuto in un mondo così distante e diverso dal nostro?
La narrazione, in prima persona, prende lo spunto da un fatto storico ben preciso: il ritrovamento, nel 1991, tra i ghiacciai delle Alpi altoatesine, dell’uomo del Similaun, comunemente conosciuto come Ötzi. Lotito non solo gli dà la parola, ma anche e soprattutto l’anima. Perché ciò che emerge e coinvolge il lettore in modo davvero sorprendente in questo romanzo sono gli eventi della vicenda narrata uniti ai pensieri e ai sentimenti del protagonista: la sua storia non ci risulta estranea, perché parla del nostro destino, di vita, di amore, di morte. Come si afferma nel risvolto di copertina, «un essere umano non è soltanto usi e abitudini. Gli è propria una sostanza immateriale più profonda», che è alla base di ogni azione.
Così il racconto di Ötzi è un po’ quello di ciascuno di noi, e ciò che gli accade non è in fondo così diverso da quanto ci appartiene. La sua figura non si dimentica facilmente, perché conserva i tratti originari del nostro essere e sta a fondamento della nostra natura umana. E bisogna subito dire che in questa impresa letteraria assai rischiosa, Piero Lotito è riuscito a sventare abilmente il pericolo di costruire una storia artificiosa o poco credibile, anzi, il romanzo conquista la nostra attenzione e si fa apprezzare proprio per l’impianto narrativo e per la nitidezza e l’efficacia della scrittura. Ne sono prova le descrizioni vivide e dettagliate, che rendono la pagina estremamente ricca, realistica, priva di enfasi, con una mirabile coerenza stilistica. La vita di Ötzi, dalla sua giovinezza con i genitori alla sua formazione da cacciatore, si snoda attraverso episodi decisivi che seguiamo con curiosità e partecipazione: gli imprevisti, i pericoli, le relazioni con gli altri esseri umani, i desideri e i sogni s’intrecciano in modo indissolubile con il procedere della storia e si configurano come sfide continue a cui egli è chiamato a rispondere.
C’è, in definitiva, qualcosa di epico e insieme di quotidiano in questa narrazione. C’è l’eroismo di Ötzi nell’affrontare le paure e i pericoli di ogni giorno, ma ci sono anche i dubbi, le perplessità, i dolori (la morte del padre e poi quella della madre), la solitudine, l’amore lacerante per Alesh, il senso di appartenenza alla propria famiglia (gli insegnamenti del padre cacciatore, uomo taciturno e violento, ma con un proprio codice “morale”, a cui si contrappone la dolcezza della madre, con la sua umiltà e le sue premure), infine le leggi della comunità del villaggio.Come non partecipare anche noi al destino del protagonista, alla sua tenacia, ai suoi affetti, alle scelte talvolta dolorose che è costretto a compiere? Come non vedere nel suo volto, nei suoi gesti, nella sua lotta per la sopravvivenza l’ombra stessa di noi, ciò che fa parte del nostro essere?
L’epica quotidiana di Ötzi, qui
narrata senza alcuna retorica e senza stereotipi, ci colpisce allora come una
parabola esistenziale: è il cerchio misterioso del destino che ci attende, il
segreto che siamo e che portiamo dentro
di noi. Così la bellissima conclusione della storia rimanda al passato del
protagonista, al suo legame con il padre, alla sua stessa origine, come un
ritorno imperscrutabile a ciò che Ötzi stesso ha vissuto da ragazzo, in mezzo
al gelo e alla neve, nella quale affonda per l’ultima volta il viso. In modo
discreto e sobrio, ma quanto mai incisivo, Piero Lotito chiude il cerchio
dell’esistenza del protagonista con un’immagine realistica e misteriosa
insieme: proprio quando la salvezza pare raggiunta, la freccia del destino
arriva a trafiggere nel nulla, dove c’è solo vento e gelo. E tanta neve, che
però per Ötzi è buona.
Mauro Germani
domenica 4 agosto 2024
Antonio Prete, Carla Saracino - Dal tempo qui raccolto. Una conversazione
Nel
«primo tempo» viene sottolineata da Antonio Prete la natura dialogica di ogni
ermeneutica, fondata sul domandare e sulla reciprocità, tanto che il testo
diviene «vivente e interrogante». Da qui l’importanza del dialogo tra poesia e
filosofia, nucleo del pensiero poetante di cui Prete si è fatto interprete, a
partire dai suoi studi su Leopardi. Di particolare interesse risultano poi le riflessioni
sugli intrecci tra critica e narrazione, al di là di ogni rigida classificazione
in categorie, perché in realtà ciò che è decisiva e centrale è l’esperienza
della scrittura nelle sue intrinseche possibilità.
Il
«secondo tempo» della conversazione unisce riflessioni e ricordi,
considerazioni su temi fondanti della scrittura e notazioni biografiche, in una
dimensione che non risulta mai puramente teorica, ma legata all’esistenza. Così
mentori e amici vengono nominati da Antonio Prete con stima e gratitudine:
Mario Apollonio, con il suo insegnamento secondo cui «il testo diventa vita in
colui che legge», poi, tra gli altri, Edmond Jabès, Mario Luzi, Yves Bonnefoy,
frequentati assiduamente a partire dai primi anni Ottanta, all’insegna dello
scambio culturale e del dialogo fecondo «con i modi e le forme e le invenzioni
che animano le loro opere».
Di
grande rilievo e spessore sono inoltre le osservazioni sul legame del silenzio
con la lingua: «un silenzio che è movimento verso il dire, attesa della
parola», presenza di un «tempo altro», che è ritmo proprio della poesia, «vento
segreto che trascorre nella frase poetica».
Impossibile
qui riassumere tutte le considerazioni presenti nel libro, ma vale la pena evidenziarne
ancora alcune di notevole importanza: la poesia intesa come «un pensare contro
l’oblio», secondo l’intuizione di Jabès, oppure come «sfida sul crinale tra
presenza e assenza, tra verità e finzione, tra visibile e invisibile». Non
mancano, poi, i riferimenti di Prete alla sue raccolte poetiche, nelle quali è
particolarmente sentito il tema della soglia del visibile e del dicibile, in
una tensione che coinvolge la parola nel
suo scarto «tra il dolore e la lingua, tra il respiro della terra e il dire
dell’uomo». Come afferma Carla Saracino, il lavoro poetico di Antonio Prete
pare contraddistinto da «un doppio passo», che è «vocazione interrogante» e, al
tempo stesso, volontà di «non tradire né scoprire»: è quanto emerge soprattutto
da Se la pietra fiorisce, che rimanda
al verso di Celan «È tempo che la pietra accetti di fiorire» e rappresenta
«l’ostinazione della vita, che rompe l’aridità, sfiora l’impossibile, si
afferma là dove è negata».
La
lettura di questa conversazione risulta illuminante per conoscere e
approfondire l’opera complessiva di Antonio Prete, docente universitario,
critico, narratore, poeta e traduttore; un’opera complessa e variegata, che si
pone «nel tragico mostrando l’al di là del tragico», interrogando «l’inferno di
un’epoca con lo sguardo verso uno spicchio di cielo» e con« il compito di chi
si trova ad aver rapporto con la scrittura e con le sue forme».
Dal tempo qui raccolto è
un libro raro, da custodire come un
dono prezioso, uno scrigno di domande, di temi e di riflessioni, frutto non
solo di un’incessante ricerca intorno alla scrittura, al pensiero e
all’esistenza, ma anche di una testimonianza intellettuale che si configura
come ascolto, accoglienza e incontro.
Mauro Germani
martedì 30 luglio 2024
sabato 27 luglio 2024
Corrado Passi - Il sogno assassino
Corrado
Passi, Il sogno assassino,
Castelvecchi, 2024
Quest’ultimo romanzo di Corrado Passi è caratterizzato da una scrittura asciutta, essenziale e nitida. La vicenda narrata si sviluppa in capitoli brevi, in cui colpisce un’attenzione ai dettagli e all’ambiente, apparentemente insignificanti, ma importanti per delineare la figura del protagonista. Essi, infatti, sono il suo sguardo, e rivelano, pagina dopo pagina, un mondo interiore dissociato, tra maniacale precisione nel lavoro e ricerca di una possibile evasione dalla realtà.
L’esistenza di Luigi, impiegato all’anagrafe in un paese dell’Abruzzo durante i tormentati anni Settanta (nel libro si fa riferimento all’omicidio Calabresi e alla strage di Brescia), appare drammaticamente scissa: da un lato la soffocante monotonia della vita quotidiana e familiare (la moglie e i figli), dall’altro il progressivo sviluppo di un’ossessione travolgente e segreta nei confronti della giovane collega Rita. Ecco, allora, l’attenzione morbosa di Luigi verso ogni gesto della giovane, le sue improvvise supposizioni, le sue mute gelosie, i suoi indizi immaginari, in una specie di cortocircuito mentale che lo rende prigioniero. Egli, più che vivere la propria vita, da cui si sente sempre più estraneo, spia quella altrui e del piccolo mondo intorno a sé: a poco a poco, ma inesorabilmente, è come se abdicasse alla propria identità, che trova ormai irriconoscibile, e si lascia vincere da un sogno malato e impossibile.
La sua figura può ricordare quella di alcuni personaggi solitari di Simenon, chiusi nel loro mondo inaccessibile, ai margini della vita reale, perdenti e ostinati al tempo stesso nel continuare a credere alle loro illusioni. Si potrebbe anche aggiungere che il protagonista ha qualcosa di dostoevskiano: ha i tratti di un uomo del sottosuolo, dall’aspetto innocuo e comune, ma che è in realtà cosciente della propria diversità ed estraneità nei confronti degli altri esseri umani. Nel corso della narrazione, al sogno malato per la giovane collega segue quello di un riscatto sociale, da eroe civile, che rivela il desiderio del riconoscimento della propria intelligenza e delle proprie capacità, un modo di elevarsi al di sopra della massa.
Corrado Passi costruisce sapientemente la storia con qualche venatura gialla, ma ciò che veramente conta in questo romanzo è il ritratto inquietante del protagonista, assediato e vinto dalla forza di un sogno insopprimibile e che sconfina nella follia. Al centro vi è il dissidio interiore di Luigi, di cui sono spia tre elementi che si ripetono costantemente: scrupolosità nel lavoro, inettitudine esistenziale e immaginazione ossessiva, che Passi ci consegna con mirabile maturità stilistica.
Indubbiamente il protagonista del romanzo è una di quelle figure
destinate a rimanere nella memoria del lettore, con la sua vita silenziosa e
anonima, marginale, che sogna un impossibile «altro». Una figura d’ombra,
solitaria, sopraffatta da un’assenza che divora e che si trasforma in una forza
ingovernabile.
Mauro Germani
martedì 16 luglio 2024
Marco Molinari recensisce "Prima del sempre"
Grazie infinite a Marco Molinari per questa sua splendida recensione al mio "Prima del sempre" (Puntoacapo Editrice, 2024), pubblicata sul Quotidiano "LA VOCE DI MANTOVA" il 10 luglio 2024.
venerdì 12 luglio 2024
Recensione di Mauro Ferrari a "Prima del sempre"
Sul blog "Scritture" di Marco Ercolani è uscita una recensione di Mauro Ferrari al mio libro "Prima del sempre" (puntoacapo, 2024). Ringrazio di cuore Mauro Ferrari per la sua nota e Marco Ercolani per l'ospitalità. Lettura: QUI
venerdì 5 luglio 2024
Antonio Fiori - La stessa persona
Antonio Fiori, La stessa persona, PeQuod, collana Portosepolto diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti, 2024
In quest’ultima raccolta poetica di Antonio Fiori è possibile cogliere la presenza di una dimensione temporale che, pur nella precarietà del nostro essere nel mondo, non appare chiusa in sé stessa, ma aperta ad altro, a un soffio d’eterno, a una riconciliazione superiore, come un’attesa o una promessa in grado di gettare una luce su di noi, sulle fragilità e sugli enigmi della nostra esistenza.
I versi limpidi e al tempo stesso profondi di Fiori vibrano di ricordi e domande che oltrepassano la sfera puramente privata, in quanto si rifrangono come in uno specchio nel destino che misteriosamente ci accomuna. C’è infatti sempre in Antonio Fiori il pulsare di una vita che è anche altre vite, che si esplica in un particolare pudore dell’Io, tra silenzio e sogno, attesa e incontro. Se il tempo trascorre inesorabile («Anche il tempo s’è fatto altro»); se pesano sulla coscienza errori e omissioni («Pesa più del mondo sulle spalle di Atlante / quanto non ho mai detto né scritto»); se a volte in sogno si tenta una fuga disperata per scappare da colpe ignote e/o inconfessabili (« Che colpa avrò mai addosso, mi chiedo dopo anni /– se il sogno si ripete non può essere un caso»); se oggi i maestri sono scomparsi, anche se di essi può restare il silenzio e la voce (il riferimento è al poeta sassarese Angelo Mundula), è pur vero che «tutto ci chiama» e che «Se non sento e non vedo / se ritorno e rimango / […] se ti aspetto da tanto / è perché io Ti credo». Ecco allora, in questo apparente paradosso, rivelarsi un sentimento religioso che non è solo o semplicemente intellettuale ansia metafisica, ma umile richiesta di perdono e salvezza (Perdonati e salvi è il titolo della seconda sezione del libro):
Si ritornasse a discutere degli angeli
agli
amanuensi che copiano instancabili
alle
giaculatorie senza vanti
alla
vera attesa della fine,
si
ritornasse ai lunghi viaggi in carovana
ai
voti per salvare i moribondi
alle
povere vite di trent’anni…
forse
saremmo perdonati e salvi.
Questo «ritorno» non è da intendersi come mero sentimento nostalgico, tanto che l’angelo si rivela altrove presenza concreta («Ho un padre salvato da un angelo / quando sotto le bombe scappava / senza riuscire a nascondersi»). È presente nei vari testi, in modo più o meno esplicito, un auspicio di salvezza totale, capace di abbattere il tempo e di farsi eterno verbo: «Sogno sempre l’omelia perfetta / […] – una parola che infine dica / cosa lasciare e cosa prendere». Poi la domanda circa la salvezza non può certo eludere la scrittura, ma Fiori è ben consapevole che «La poesia ti sveglia scuotendoti, certe mattine / vuole vederti lottare col verso come la sera prima», inoltre: «Che la poesia consòli / non lo posso provare», ma resta l’illusione che un verso altrui possa essere una risposta alla domanda che assale il poeta.
La vera partita, in fin dei conti, sembra più radicale e risiedere nel cuore pulsante della raccolta, ovvero in ciò che attraversa come una scia luminosa i versi essenziali e sobri di Antonio Fiori: un’escatologia misteriosa di misericordia e giustizia, il «miracolo del giudizio», che unisce «i poli della calamita». La morte, che ci fa «uguali finalmente / gli uni agli altri», e che fa scrivere al poeta un eloquente Epitaffio in attesa di lapide, richiede allora un mistero ulteriore: quello di una fraternità nella speranza, confermata da un amore non provvisorio, più grande, una comunione alta e giusta, che supera i limiti della ragione perché al di là dei nostri imperfetti strumenti umani.
Mauro Germani
martedì 18 giugno 2024
Isabella Bignozzi recensisce "Prima del sempre"
Ringrazio di cuore Isabella Bignozzi per questa sua splendida recensione al mio libro "Prima del sempre", pubblicata sul sito "L'Astero Rosso" : QUI
sabato 15 giugno 2024
Nota di lettura di Sergio Daniele Donati a "Prima del sempre"
lunedì 10 giugno 2024
PRESENTAZIONE "PRIMA DEL SEMPRE"
giovedì 6 giugno 2024
Recensione di Giansalvo Pio Fortunato a "Prima del sempre"
Recensione di Federico Migliorati a "Prima del sempre"
Ringrazio di cuore Federico Migliorati per questa sua bella e puntuale recensione al mio libro "Prima del sempre", puntoacapo editrice, 2024
martedì 4 giugno 2024
Luigi Cannillo - Dal Lazzaretto
Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto, Prefazione di Davide Romagnoli, La Vita Felice, 2024
Non
è una semplice raccolta di testi poetici quest’ultimo libro di Luigi Cannillo,
ma una successione di cinquanta componimenti che si dispiegano con un intento
unitario, pur se internamente variegato, in cui memoria personale e storia
collettiva si cercano o s’intersecano in una sorta di viaggio che è relazione
incessante di attesa, visione e ricordo.
Si
tratta di un movimento che parte da un luogo preciso, il Lazzaretto di Milano,
costruito fuori da Porta Orientale tra il XV e l’inizio del XVI secolo come
ricovero per i malati e poi abbattuto alla fine dell’Ottocento, nel quartiere
dove Cannillo è nato e vissuto fino a quando è rimasto in famiglia. Movimento –
si diceva – che consente allo sguardo poetico dell’autore di espandersi, oppure
restringersi a seconda delle circostanze, vale a dire delle forze centrifughe e
centripete dell’esistenza: sogni, desideri, solitudini, aspettative più o meno
deluse. Perché è proprio da qui, da questa zona storica e mutevole, nella quale
sono avvenute grandi trasformazioni, che è passato per il poeta il destino, ed
è ancora qui che egli convoca i fantasmi del passato proprio e altrui, come in
una pellicola da custodire. È in questo spazio, reale e simbolico a un tempo
(«sembrava sconfinato l’ospedale») che ogni immagine diventa passaggio, momento di un ritorno e di un
addio, come le «figure in posa sulla spianata», perché la posa nasce indubbiamente dal desiderio di restare nel tempo, di
lasciare una traccia, un segno della propria vita, «dove le ombre si fissano
perenni», ma tutto ciò implica in fondo proprio
la coscienza segreta della perdita, dell’andarsene. Il nostro presente è la
malinconia dei «salvati» che cercano le impronte di chi non è più, pur sapendo
che ciò che resta non può che essere affidato «a futura memoria».
Nei
testi che si susseguono, è possibile cogliere un alternarsi frequente di interni (aule, corridoi) ed
esterni (piazze, strade, cortili, facciate di abitazioni, pianure) delimitati da
finestre o vetrate, a segnare un confine non solo materiale ma esistenziale,
dove il desiderio e il sogno si contrappongono alla realtà e alla solitudine in
un conflitto nitido eppure mai eccessivo (s’intuiscono, nella distanza del
tempo, i turbamenti dell’adolescenza, le incomprensioni, i dissidi, gli amori
silenziosi, le delusioni), riferito quasi sommessamente, con un pudore che è
pulizia di scrittura, attenzione ai dettagli e a una parola calibrata e al
tempo stesso incisiva: «spiare da casa / la polvere di neve e latte / che ci
ruota in una sfera / di vetro capovolti / Il velo di vapore alla finestra ci
ripara / dalla minaccia che ci aspetta fuori, / non dalla pena che si sconta al
chiuso»; «La sagoma sul vetro smerigliato / mi sta aspettando o sono io
riflesso?»; «La luce appariva come torcia / dietro la fila di finestre a
palpitare / il corpo scolpito in una sagoma / in moto nella sua cornice»; «La
mia casa con la finestra aperta / e il vento che mi cerca / mentre io sono
altrove». Ecco allora che nel rapporto
vita-mondo, s’incardina la vita del poeta («Quando tra desiderio e mondo / si
spalancano le labbra / una lama di fuoco si fa strada»), dalle aule scolastiche
(«Resto nel nodo, il fiocco azzurro / mosso da una corrente sconosciuta / nel
vuoto che risplende tra le porte») alle pareti domestiche («Questa è la casa,
un nido di spine / ma nessun altro a cantarla / qui l’origine e l’esilio»), fino
alla città («La città nelle sue vene / la esplori slogandone le ossa / un corpo
che si estende / anche restando fermo»), alla periferia («Finché a una curva
della notte / appare l’aureola della periferia»), alle stazioni («Vado ancora a
un binario fantasma / ad aspettare chi non ritorna»), attorno a ciò che è
scomparso e che viene chiamato e in qualche modo riappare; un’autobiografia non
gridata, in un succedersi di quadri
mobili che si compongono nella costruzione di un montaggio quasi cinematografico,
in un intrecciarsi di passato e presente, nel quale l’io sa a volte ritirarsi
per dare spazio a una visione più ampia: l’antico
che è qui tra aperture e dissolvenze,
come uno sguardo ossimorico perché attratto dalla concretezza dell’invisibile. Quell’invisibile che è «il popolo del
nulla», il quale «spinge / le sue figure in palcoscenico / prima di scomparire
tra le quinte / Fotografie come
ambasciatori / a chiedere insistenti la parola». E allora è la poesia, nella
sua tensione, a cercare di dire l’esistenza, a volte «oscillando in alto / come
una mongolfiera / oppure formula sommersa nelle grotte / irraggiungibile
corallo»; è la poesia a condensare il tempo in pochi versi («Come in un
film mio padre / entra ancora reduce nel
bar / ne esce da emigrato e subito / vecchio appoggia la bicicletta
all’angolo»), a rianimare gli scomparsi («Per questo rianimiamo gli scomparsi /
che appaiano almeno come bagliori»), o ancora a comprenderne le assenze, come
nella poesia dedicata alla madre che non ritorna e lascia a chi resta una
straziante libertà: «Meglio lasciare a noi ricostruire / gli eventi, salendo i
gradini / due alla volta, bussare senza fiato / noi alla vostra porta».
Nell’ultimo
bellissimo testo troviamo di nuovo il Lazzaretto che diviene luogo viaggiante, treno che trasporta e
conduce a un destino, spazio-labirinto nel movimento dell’esistenza, ma anche
della poesia che lo pronuncia come in un sogno, una sorta di buio luminoso, dove «scorrono le
stazioni / in passaggi come lampi», verso «destinazione ignota». Da
sottolineare, poi, la presenza nei testi delle sole virgole e non del punto
fermo, scelta stilistica atta a scandire un ritmo poetico sommesso, senza forti
cesure, ma aperto a un flusso memoriale, a una continuità che è quella del vissuto,
dello sguardo interiore.
Questo
di Luigi Cannillo è un libro complesso, stratificato eppure compatto, contraddistinto
da una levità malinconica ed esemplare, non privo di una pietas profonda e non esibita («L’origine appartiene al sapere /
mentre il distacco lotta col mistero /
Pietà per il destino che ci aspetta / nel ritratto che si va compiendo»), a cui
fanno da cornice le due splendide citazioni manzoniane poste all’inizio e alla
fine del volume. E a conclusione di questa nota, credo risulti quanto mai
appropriato ciò che scrisse Franco Loi in un suo libretto dedicato alla Milano
di Delio Tessa: «Rimane sempre qualcosa attaccata alle cose, anche quando
scompaiono e con esse gli uomini che le hanno vissute. Si chiama memoria e si
chiama storia».
Mauro Germani
Motivazione Premio Nazionale di Poesia "Tra Secchia e Panaro"
Sono molto grato alla giuria del Premio "Tra Secchia e Panaro" che mi ha assegnato il primo premio per il mio libro Prima del sempre (puntoacapo, 2024). Riporto qui la motivazione a firma di Antonella Jacoli.
Tra i tanti volti dai
nomi dispersi, gli sguardi materni, i cortili segreti dell’infanzia livornese,
gli sradicati poveri di oggi e i morti che assaltano la vita e che sono con noi
(portatori, se non proprio di “luce ovunque” alla Cees Noteboom, almeno di un
cono fosforescente di pietà e perdono), Mauro Germani, con accurata misura
contemporanea e concentratissima sensibilità chimica e psichica, passa dalla
prosa poetica delle prime sillogi agli a capo atemporali del secondo millennio,
sempre e comunque “voce interrotta” che “scrive ciò che è segreto”. Si rivela
così un cavaliere del silenzio sospeso nel vuoto, salvato dal bilanciere della
propria arte fisica e metafisica, dalla parola che, filtrata in terra estrema,
rilancia domande. Nell’ultima fatica, “Prima
del sempre”, approda all’accoglienza piena della propria identità cristiana,
“la voce dentro la voce” alla quale ora, in splendida maturità, apre le
braccia.
Antonella
Jacoli
lunedì 3 giugno 2024
Recensione di Andrea Rompianesi a "Prima del sempre"
giovedì 16 maggio 2024
XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024
Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, Postfazione di Giovanni Nuscis, puntoacapo editrice, 2024
PRIMO CLASSIFICATO AL XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024 - Modena
domenica 14 aprile 2024
Mauro Germani - Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022
martedì 13 febbraio 2024
Lorenzo Morandotti - I demoni della speranza
Lorenzo
Morandotti, I demoni della speranza,
puntoacapo, 2022
Che cos’è un aforisma se non un lampo del pensiero, un’intuizione folgorante, una visione improvvisa, o addirittura una veggenza dentro la notte, una verità che grida nel deserto? Come la punta di un iceberg, ogni aforisma nasconde un segreto sommerso, un mondo occulto, un humus profondo, un prima che è all’origine della scrittura vera e propria. Ed è questo sapere antecedente, questa premessa velata a rendere affascinante ciò che poi appare sulla pagina, nella forma lapidaria e abbagliante di un dire sentenzioso, che resta come un segno finale, un’ultima conclusione con cui il lettore deve fare i conti. Si comprende allora come la brevità aforistica non sia solo sinonimo di una concisione del pensiero, ma accurata selezione lessicale, perentorietà stilistica, associata sempre a un alone di mistero, di un non detto, di un’assenza che palpita all’ombra di ogni parola. Occorre, insomma, una notevole perizia per comporre aforismi degni di questo nome, capaci di scuotere l’intelletto e l’anima di chi legge.
È quanto, con mirabile estro, ci consegna Lorenzo Morandotti con I demoni della speranza, dopo il volume di surrealistico umor nero, nonché di suppurazioni dell’anima e smarrimenti corporali Crani e topi (ES, 2014). In questa nuova raccolta rinveniamo capovolgimenti semantici che sono sconfinamenti irregolari della parola e del senso, paradossi esistenziali che diventano irriverenti arguzie, guizzi sorprendenti della mente oltre sé stessa, e soprattutto fulminanti intuizioni relative alla scrittura e ai libri: tutti requisiti per una lettura coinvolgente, che provoca non solo l’intelligenza («L’unico delitto è rinunciare all’intelligenza»), ma anche l’anima («Date ascolto all’anima. Prima che vi distrugga»).
Ciò che Morandotti ci trasmette è una sorta di partecipazione ironica, di distacco critico eppure – a ben vedere – appassionato nei confronti dell’esistenza, della sua ambiguità e dei suoi lati oscuri e nascosti. Ed è proprio qui che si colloca, nelle sue multiformi sfaccettature, l’enigma dello scrivere, tra caducità («I libri ingialliscono come le foglie. Ma cadono più in fretta») e severa dedizione («La parola si nutre senza mani. Va alla deriva in un semplice nome. Ha bisogno di veglie, di esatte cornici»), in una tensione che è quella della vita stessa nella consapevolezza che il pericolo odierno e infernale è quello di «una babele miserabile dove ogni parola si equivale». La scrittura, pertanto, non risulta essere una dimensione separata, ma qualcosa che agisce misteriosamente in noi e oltre noi, tanto che «un romanzo può essere la cronaca di un fallimento o il movente per un delitto»; oppure «È ordine della natura o esercizio della volontà, quando muore un essere umano. Ma se capita a un libro è un sacrilegio intollerabile». Da considerare, poi, l’aleggiante ombra della morte che affiora tra un aforisma e l’altro, ora in modo esplicito e ironico («La signora con la falce, dopo l’inchino: “Permette questo ballo?”. E, sventurata, la vita risponde»), ora in maniera più sottile («Anche se il corpo è una camera d’albergo, ne restituirai la chiave una volta sola»).
Durante la lettura non si può non cogliere l’influenza, più o meno evidente, di grandi autori di aforismi come Cioran e Ceronetti, dai quali Morandotti eredita, da par suo – cioè con una vena più eccentrica, sconfinante spesso nell’assurdo o nell’umorismo macabro – non solo la tagliente nitidezza dello stile dei suddetti, ma anche un problematico afflato metafisico, nell’ineludibile scarto tra anima e mondo, tra negazione della speranza e il suo ricorrente, luminoso (o diabolico) fantasma.
Mauro Germani