sabato 30 luglio 2022

Mauro Germani - Tra tempo e tempo




Mauro Germani, Tra tempo e tempo, Re[a]daction, 2022

Pagine di un diario spirituale e intellettuale nelle quali l'autore, in una prosa coinvolgente ed evocativa, a tratti visionaria, ci offre un bilancio della propria esistenza mediante memorie personali, confessioni, moti dell'anima e riflessioni sul senso della letteratura, della morte, del sacro e del mistero. Ciò che emerge è l'urgenza di una svolta, di una profonda conversione in grado di superare, o almeno colmare, la tragica contesa tra la parola e la vita.

(dalla quarta di copertina)


lunedì 25 luglio 2022

Nicola Lisi - Diario di un parroco di campagna

 



Che effetto leggere oggi il Diario di un parroco di campagna di Nicola Lisi (1893-1975), autore ingiustamente dimenticato del nostro Novecento! Si entra in un mondo scomparso, in quella grazia citata alla fine dal curato di Ambricourt nel ben più noto romanzo di Bernanos dallo stesso titolo. Se però in quest’ultimo (scritto nel 1936, ma pubblicato in Italia nel 1945) prevale spesso il tormento, e l’assedio del male non dà tregua, nel libro di Lisi (uscito da Vallecchi nel 1942) è possibile cogliere il candore di una meraviglia continua, lo sguardo umile della creatura verso il mistero della creazione di cui fa parte, nella consapevolezza di vivere un dono che è compito dell’anima custodire. 
Don Antonio, l’anziano parroco di campagna, annota nel proprio diario la sua particolare attenzione nei confronti del mondo naturale, che gli si presenta come manifestazione di un disegno ben più vasto, di una volontà che insieme lo comprende e lo trascende. C’è in lui una sapienza religiosa e popolare che non viene mai meno: non solo accettazione di una volontà superiore ma anche fiducia nella preghiera e nella Provvidenza. Egli è un’anima semplice, non superficiale, una sorta di fanciullo invecchiato, ricco della propria esperienza interiore e di vita e, al tempo stesso, aperto al mistero e allo stupore. Il suo diario, suddiviso in tre parti, corrispondenti a tre anni denominati Anno del freddo, Anno dei pellegrini, Anno dei fiori, è per noi una testimonianza di una cura e di un’umiltà che non possono non sorprenderci, in quanto espressioni di una saggezza e di una forza che oggi sembrano irrimediabilmente perdute. 
Del resto, il parroco di Lisi rispecchia proprio il mondo amato dall’autore toscano (era nato a Scarperia, nel Mugello), presente in tutti i suoi libri in svariate forme, dal dialogo teatrale (L’acqua, 1928; La via della Croce, 1953), alla favola (Favole, 1933; Il seme della saggezza, 1967), al racconto (I racconti, 1961), alla prosa autobiografica (Parlata dalla finestra di casa, 1973). Nella sua opera la realtà contadina non è mai chiusa in sé stessa, ma è sempre specchio del cielo, delle stagioni che scandiscono i tempi della vita, in una specie di calendario terrestre e spirituale. Non a caso, Nicola Lisi, già nel 1923, insieme a Piero Bargellini e Carlo Betocchi (autori cattolici come lui, con i quali condivise l’avventura della rivista mensile “Il Frontespizio”) diede alle stampe il Calendario dei pensieri e delle pratiche solari, un almanacco di racconti, aforismi e apologhi con l’intento di un’adesione alla vita naturale non separata dalla verità della Provvidenza. 
Sarebbe tuttavia sbagliato sostenere che in Lisi il male sia completamente assente: esso è tentazione e peccato, separazione, allontanamento dal divino, ma non incombe in modo drammatico e lacerante come in Bernanos. Carlo Bo, giustamente, ebbe modo di sottolineare che «Lisi è passato indenne fra disastri e disperazioni e non già perché non ne avvertisse la presenza, ma perché si teneva ben fermo a quella geometria dell’anima con cui ha costruito la stessa lettura del mondo». 
Nel Diario di un parroco di campagna il vento, le nuvole, gli animali, le piante, il passaggio delle stagioni sono tutt’uno con le speranze o le disgrazie degli uomini, le loro paure o le loro infermità, in un andamento corale e insieme sommesso, che viene registrato sulla pagina con rispetto e partecipazione, delineando così un vero e proprio paese dell'anima, come s'intitola un'altra sua opera del 1934. Non solo. Affiora sovente un mistero buono, una grazia, appunto, che soccorre l’anziano parroco nei momenti di difficoltà e lo prepara ad accettare serenamente il destino che lo attende. Una lezione per lui e per noi, oggi.
Mauro Germani

sabato 9 luglio 2022

Lia Maselli - Il lungo contagio


 Lia Maselli, Il lungo contagio, Calibano, 2022

In questo secondo romanzo di Lia Maselli (il primo è stato Le case dei venti contrari, edito da Formebrevi nel 2016), la narrazione, nell’alternanza di piani temporali diversi, è volutamente instabile e frammentaria, perché specchio dell’io narrante, una donna che si cerca negli altri, soprattutto nel rapporto con la madre lontana e il suo passato.

La scrittura assume spesso valenze poetiche, specialmente laddove lo sguardo si fa obliquo, come in certe descrizioni di ambienti, personaggi e situazioni attente ai dettagli marginali, eppure capaci, tra una dissolvenza e l’altra, di cogliere il reale nella sua intima essenza. La sensazione che si prova è quella di assistere a un film continuamente spezzato nella sua continuità, grazie a un montaggio da nouvelle vague, allusivo ed evocativo.

La ricerca di identità e di appartenenza di chi narra confligge sovente con un’ambiguità di fondo, nella quale i fotogrammi perduti e ritrovati del passato e della memoria sono invasi da ombre e segnati da reticenze. Le storie cercate e raccontate, in uno scavo di domande e di indagini ora sommesse, ora trepidanti, ora ossessive, pesano come colpe antiche, come mali mai del tutto sopiti, come segreti mantenuti negli anni. È un lungo contagio con cui non è facile fare i conti perché sempre in bilico tra la realtà e il suo fantasma, tra la volontà di sapere e di conoscere e i dilemmi e le paure che, in modo più o meno conscio, agitano il presente.

Sulla figura della madre e sulla sua storia si proietta inevitabilmente il non-detto dell’esperienza vissuta dell’io narrante, in un continuo approssimarsi che spesso pare rivelarsi solo apparente. La madre è la vita incarnata, l’enigma del passato e del presente, ma anche la tenacia di un quotidiano rituale che resiste, come un mondo dentro il mondo.

Quanto durerà l’onda lunga del contagio?

La conclusione del romanzo coincide con una morte, quella del padre della donna, fino a quel momento amorevolmente accudito nella malattia dalla madre. L’ultima immagine è un mare calmo dopo la burrasca: una fine che è anche una liberazione al termine della sofferenza. È questa un’altra tappa importante nei sentimenti e nella memoria. E certamente, per chi narra (e per il lettore), un’altra ineludibile domanda.

Mauro Germani

giovedì 7 luglio 2022

Michele Caccamo - La muffa e le castagne


 Michele Caccamo, La muffa e le castagne. Biografia di Anjezë Gonxhe Bojaxhiu, detta Madre Teresa di Calcutta, Elliot, 2022

Che cosa c’è in una vita oltre la semplice biografia? Quale mistero nascosto raggiunge il nostro stesso mistero, lo fa vibrare, o addirittura lo scuote, lo ferisce, lo squarcia come un vento impetuoso? 

La muffa e le castagne di Michele Caccamo è un’opera che si pone in una dimensione che cerca, nella parola, la vita oltre la parola stessa, un altro fiato, un respiro che attraversa il tempo fino a diventare nostro. Perché la storia, come ogni storia,  è sempre qualcos’altro, è una verità sfuggente, che però chiama, ci interpella, ci reclama, ed è qui, invisibile. Come l’anima di Madre Teresa nelle pagine di questo libro più vero di ogni biografia ufficiale e dettagliata. 

Michele Caccamo ci sorprende e ci attanaglia con la sua prosa poetica immaginifica e concreta al tempo stesso, capace di farci vivere l’infanzia, la vocazione, le fatiche, i tormenti, le lotte interiori di Madre Teresa, non al passato, ma ancora presenti, come fuochi accesi nella notte del mondo, pronti a divampare, a fare terra bruciata di noi, delle nostre certezze e magari a illuminare una via, un cammino. 

L’anima di Madre Teresa è stata lacerata, è stata trafitta dalla povertà, ha avuto momenti di estrema solitudine, ha tremato nel vuoto del mondo, ha gridato e pregato, ma non è mai morta. Ha dovuto lottare contro l’indifferenza, l’ipocrisia, la ferocia dei benpensanti e gli abbagli dei falsi idoli come un’altra lebbra, peggiore di quella del corpo. Noi possiamo cogliere la sua sofferenza soprattutto nelle strazianti invocazioni che nel libro si alternano agli episodi narrati. Sono povertà che gridano. Sono intrecci di disperazione e di speranza, di abbandono e di attesa. Sono parole al silenzio e alla sua voce possibile. 

Com’è vicina e insieme lontana, Madre Teresa! La sentiamo prossima a noi per i suoi dubbi, i suoi smarrimenti, le sue cadute; più lontana, invece, per la sua tenacia, il suo coraggio, le sue scelte esemplari. Chi pensa che i santi siano privi di tribolazioni e di angosce, sbaglia. La loro è una luce che ha dovuto conoscere le tenebre, prima dell'obbedienza, come Gesù stesso nella sua agonia.

Dobbiamo ringraziare Michele Caccamo che ha incontrato Madre Teresa nella poesia per farcela poi incontrare negli Slum della nostra desolazione e nella carità che fa paura. 

La bellissima frase conclusiva del libro, dopo la sua morte, risuona in noi come una profetica verità: «Qualcuno diceva che avrebbero fatto fatica a seppellirla».

Mauro Germani

giovedì 12 maggio 2022

Rinaldo Caddeo - L'incendio


 Rinaldo Caddeo, L'incendio, puntoacapo, 2021

L’Altrove che è in noi

Non c’è niente di innocuo o di rassicurante in questi racconti brevi, fulminei e fulminanti, di Rinaldo Caddeo. Con la sua scrittura di sorprese e di agguati, di enigmi e di incubi, ma al tempo stesso lieve e rapida, in linea con le Lezioni americane di Italo Calvino, egli ci consegna una narrazione che disorienta, mina ogni previsione, allarma, apre precipizi, capovolge le aspettative, si arresta in una sospensione enigmatica oltre la quale sembra profilarsi un inizio indicibile. 

Proprio il contrasto tra la leggerezza del come ed il turbamento provocato dal che cosa, nonché la brevità del racconto, creano in chi legge uno stato continuo di allerta, una tensione che non viene mai meno e che alimenta la curiosità e l’impulso a non interrompere la lettura,  semmai a tornare indietro, a rileggere per cogliere meglio quelle causalità fantastiche che agiscono nei testi e li rendono sorprendenti. Perché è chiaro che Caddeo si muove all’interno di uno spazio letterario, oggi così poco praticato in Italia, in cui il cosiddetto “fantastico” –  coi suoi correlati, quali il paradosso, l’insolito, l’incubo, il perturbante – irrompe improvvisamente nell’esistenza dei personaggi  per attestare la propria realtà dimenticata, il suo esserci, la sua presenza dentro di noi. E quando si manifesta, tutto cambia, tutto vacilla. I confini tra ciò che è e ciò che appare si confondono. I luoghi assumono sembianze nuove, possono diventare labirinti o mete misteriose ed irraggiungibili. L’io non si sente più padrone di sé. Lo spazio ed il tempo vengono sconvolti. Nulla è come sembra e talvolta ciò che è sembra o diventa nulla. 

Nei racconti di Caddeo i protagonisti hanno nomi bizzarri, non vengono descritti fisicamente, potrebbero essere tutti e nessuno, ma vengono colti in momenti particolari, decisivi. Come se provenissero da altre storie rimaste a metà – forse  perché impersonali e senza rilievo –  essi sono ora chiamati a vivere ciò che mai si sarebbero aspettati. Ed eccoli, allora, smarriti, in balìa di eventi improvvisi, fuori da ogni logica normale e quotidiana, senza più riparo, assaliti da forze incontrollabili, che forse derivano proprio da loro stessi, dopo essere rimaste sopite per molto tempo. Qualcosa li muta, qualcosa li invade, come l’incendio del Preludio: «un incendio senza fiamma, che prende forma senza un motivo, scoppia senza un innesco o un carburante», proviene dal buio della terra, «arriva e svanisce ma non si spegne», non risparmiando nulla, cancellando la memoria e lasciando solo paura e dolore, come un virus che brucia il corpo e l’anima. 

Nella sezione intitolata La minaccia, i personaggi appaiono vittime di un che di innominabile, il quale però, a ben vedere, sembra essere la trasfigurazione delle nostre angosce collettive. Come non riconoscersi, ad esempio, nelle paure di cataclismi e disastri incombenti, nell’assalto di corpi osceni e nudi che ci travolgono, nella scoperta che la realtà è altra da ciò che pensiamo, nella fuoriuscita dalle acque di esseri affamati e disperati, a cui non diamo da mangiare per il timore che possano avere il sopravvento e sostituirsi a noi? 

Così, nelle sezioni successive, troviamo in situazioni a volte paradossali, o allegoriche od oniriche, la narrazione di vicende percepite con l’occhio disincantato (e talvolta anche un poco divertito) di chi pare conoscerne i segreti, ma non intende svelarli completamente,  perché sa in questo modo – e a ragione – di centrare il bersaglio. In altri termini, il non detto risulta essere qui parte integrante della fabula e dell’intreccio, proprio come l’oscuro o il rimosso sono dentro di noi. È, in un certo senso, un gioco crudele, che prende forma dalle aspettative, dalle ansie, dalle fobie, dai disagi, dalle mancanze, dai sogni, dai desideri nascosti che affollano la nostra esistenza. E queste molteplici sfaccettature le troviamo, in modo più o meno sotterraneo, nei vari racconti che compongono la raccolta: esse sono presenti in specifici luoghi, muovono ricerche e fughe, abitano la scuola, occupano la storia e il mito, s’impossessano di creature, si manifestano in circostanze diffuse – come indicato dai titoli delle parti in cui il libro è suddiviso. 

Tra i luoghi più emblematici la montagna e il laggiù, entrambi situati ai limiti dell’ignoto, sospesi in una dimensione che affascina e spaventa, tra sogno e realtà, tra dicibile e indicibile, tanto che il primo viene negato da tutti ed il secondo pare sfuggire ad ogni definizione, essere oltre, aldilà: il desiderio di ciò che è ulteriore e segreto inevitabilmente si manifesta, ma sembra scontrarsi qui con un’impossibilità, o perché viene represso, o perché travalica ogni parola ed ogni pensiero. 

Se da un lato l’incubo è ricorrente nei racconti di Caddeo, insieme ad una realtà metamorfica e sovente minacciosa, dall’altro si assiste anche in alcuni testi alla liberazione dal peso dell’esistenza.  È il caso, ad esempio, di Un soffio leggero, nel quale un ascensore molto particolare, che il protagonista scopre pieno di oggetti della propria vita, continua a salire, fino ad arrivare al cielo dove tutto svanisce e resta «soltanto il vento, un soffio leggero». 

Altri racconti che vale la pena di citare, per la loro freschezza inventiva e la capacità di catturare chi legge, sono: Eco, in cui la morte è la scoperta della propria inconsistenza in un mondo identico al nostro; Un calcio, che è la descrizione di una catastrofe progressiva provocata da un gesto apparentemente innocuo; Vestiti, cioè la perdita della volontà causata dagli abiti indossati; Rumore, ovvero la percezione di un insopportabile frastuono che è tutto interiore; Una bambina, moderna fiaba sul trascorrere degli anni e sul recupero dei sogni perduti, nonché della propria anima; Scavi, la rivelazione di un tempo senza barriere, che è insieme rinascita e morte. 

Rinaldo Caddeo conferma, con questi nuovi racconti, la facoltà di farci comprendere l’inevitabilità delle sue storie e delle sue invenzioni, come fossero le conseguenze della nostra esistenza. Esse sono ammonimenti, presagi, pericoli, paure, sogni segreti, che ci abitano inconsapevolmente e di cui dovremmo tener conto. Leggendole, proviamo sconcerto, rimaniamo spiazzati,  ma al tempo stesso scopriamo che sono anche nostre, che i loro enigmi non sono semplicemente “fantastici”, ma risiedono nella nostra anima e non smettono di interrogarci. Perché provengono misteriosamente dall’Altrove che è in noi.

Mauro Germani

(postfazione al volume)