martedì 4 giugno 2024

Motivazione Premio Nazionale di Poesia "Tra Secchia e Panaro"


Sono molto grato alla giuria del Premio "Tra Secchia e Panaro" che mi ha assegnato il primo premio per il mio libro Prima del sempre (puntoacapo, 2024). Riporto qui la motivazione a firma di Antonella Jacoli.

Tra i tanti volti dai nomi dispersi, gli sguardi materni, i cortili segreti dell’infanzia livornese, gli sradicati poveri di oggi e i morti che assaltano la vita e che sono con noi (portatori, se non proprio di “luce ovunque” alla Cees Noteboom, almeno di un cono fosforescente di pietà e perdono), Mauro Germani, con accurata misura contemporanea e concentratissima sensibilità chimica e psichica, passa dalla prosa poetica delle prime sillogi agli a capo atemporali del secondo millennio, sempre e comunque “voce interrotta” che “scrive ciò che è segreto”. Si rivela così un cavaliere del silenzio sospeso nel vuoto, salvato dal bilanciere della propria arte fisica e metafisica, dalla parola che, filtrata in terra estrema, rilancia domande.  Nell’ultima fatica, “Prima del sempre”, approda all’accoglienza piena della propria identità cristiana, “la voce dentro la voce” alla quale ora, in splendida maturità, apre le braccia.

Antonella Jacoli

lunedì 3 giugno 2024

Recensione di Andrea Rompianesi a "Prima del sempre"

Ringrazio Andrea Rompianesi per questa sua recensione a "Prima del sempre", apparsa il 27 maggio 2024 su "Il blog di Enea Biumi. Scrittura nomade": QUI
 

giovedì 16 maggio 2024

XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024

Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, Postfazione di Giovanni Nuscis, puntoacapo editrice, 2024

PRIMO CLASSIFICATO AL XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024 - Modena

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martedì 13 febbraio 2024

Lorenzo Morandotti - I demoni della speranza

Lorenzo Morandotti, I demoni della speranza, puntoacapo, 2022


Che cos’è un aforisma se non un lampo del pensiero, un’intuizione folgorante, una visione improvvisa, o addirittura una veggenza dentro la notte, una verità che grida nel deserto? Come la punta di un iceberg, ogni aforisma nasconde un segreto sommerso, un mondo occulto, un humus profondo, un prima che è all’origine della scrittura vera e propria. Ed è questo sapere antecedente, questa premessa velata a rendere affascinante ciò che poi appare sulla pagina, nella forma lapidaria e abbagliante di un dire sentenzioso, che resta come un segno finale, un’ultima conclusione con cui il lettore deve fare i conti. Si comprende allora come la brevità aforistica non sia solo sinonimo di una concisione del pensiero, ma accurata selezione lessicale, perentorietà stilistica, associata sempre a un alone di mistero, di un non detto, di un’assenza che palpita all’ombra di ogni parola. Occorre, insomma, una notevole perizia per comporre aforismi degni di questo nome, capaci di scuotere l’intelletto e l’anima di chi legge. 

È quanto, con mirabile estro, ci consegna Lorenzo Morandotti con I demoni della speranza, dopo il volume di surrealistico umor nero, nonché di suppurazioni dell’anima e smarrimenti corporali Crani e topi (ES, 2014). In questa nuova raccolta rinveniamo capovolgimenti semantici che sono sconfinamenti irregolari della parola e del senso, paradossi esistenziali che diventano irriverenti arguzie, guizzi sorprendenti della mente oltre sé stessa, e soprattutto fulminanti intuizioni relative alla scrittura e ai libri: tutti requisiti per una lettura coinvolgente, che provoca non solo l’intelligenza («L’unico delitto è rinunciare all’intelligenza»), ma anche l’anima («Date ascolto all’anima. Prima che vi distrugga»). 

Ciò che Morandotti ci trasmette è una sorta di partecipazione ironica, di distacco critico eppure – a ben vedere –  appassionato nei confronti dell’esistenza, della sua ambiguità e dei suoi lati oscuri e nascosti. Ed è proprio qui che si colloca, nelle sue multiformi sfaccettature, l’enigma dello scrivere, tra caducità («I libri ingialliscono come le foglie. Ma cadono più in fretta») e severa dedizione («La parola si nutre senza mani. Va alla deriva in un semplice nome. Ha bisogno di veglie, di esatte cornici»), in una tensione che è quella della vita stessa nella consapevolezza che il pericolo odierno e infernale è quello di «una babele miserabile dove ogni parola si equivale». La scrittura, pertanto, non risulta essere una dimensione separata, ma qualcosa che agisce misteriosamente in noi e oltre noi, tanto che «un romanzo può essere la cronaca di un fallimento o il movente per un delitto»; oppure «È ordine della natura o esercizio della volontà, quando muore un essere umano. Ma se capita a un libro è un sacrilegio intollerabile». Da considerare, poi, l’aleggiante ombra della morte che affiora tra un aforisma e l’altro, ora in modo esplicito e ironico («La signora con la falce, dopo l’inchino: “Permette questo ballo?”. E, sventurata, la vita risponde»), ora in maniera più sottile («Anche se il corpo è una camera d’albergo, ne restituirai la chiave una volta sola»). 

Durante la lettura non si può non cogliere l’influenza, più o meno evidente, di grandi autori di aforismi come Cioran e Ceronetti, dai quali Morandotti eredita, da par suo – cioè con una vena più eccentrica, sconfinante spesso nell’assurdo o nell’umorismo macabro – non solo la tagliente nitidezza dello stile dei suddetti, ma anche un problematico afflato metafisico, nell’ineludibile scarto tra anima e mondo, tra negazione della speranza e il suo ricorrente, luminoso (o diabolico) fantasma.

Mauro Germani

 

mercoledì 24 gennaio 2024

Antonin Artaud - Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale


Antonin Artaud, Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale. Saggio introduttivo, Lettera ad Artaud e traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, La Vita Felice, 2023

Questa pubblicazione del Pèse-Nerfs (1927) e dei Fragments d’un journal d’enfer di Antonin Artaud (1896-1948), a cura di Carmelo Claudio Pistilllo – che firma l’ampio saggio introduttivo, una lettera ad Artaud e la traduzione – è da non perdere per vari motivi. Innanzitutto perché di queste due opere giovanili di Artaud quasi nessuno si è mai finora occupato, e poi perché l’introduzione di Carmelo Claudio Pistillo risulta davvero illuminante per comprendere la vita e l’opera di Artaud, forse l’autore più estremo e tormentato del Novecento, la cui esistenza drammatica appare inscindibile dalla sua produzione multiforme e febbrile. Quest’ultima appare segnata da un desiderio incessante e insopprimibile di raggiungere un’espressività incarnata, una dimensione non cartacea o letteraria della parola, ma capace al contrario di dire la vita, di esserci, fino al sacrificio di sé, fino a divenire silenzio nella sua contesa con l’impossibile, con l’inafferrabile. E proprio la consapevolezza della frattura abissale tra pensiero e linguaggio spingerà Artaud a cercare risposte oltre il cosiddetto dicibile, al di là della scrittura comunemente intesa e del teatro occidentale, fondato sulla ripetizione inutile di una parola immobile. La sua sarà una lotta tremenda contro tutto ciò che non scuote il corpo e lo spirito, contro il risaputo, il già visto, il già sentito, e alla fine contro la letteratura e lo stile, verso cui non può che provare orrore. 
Dall’originario conflitto corpo-mente, passando attraverso la permanenza presso la tribù dei Tarahumara, indios dediti a strani riti e all’uso di peytol, pianta dagli effetti allucinogeni, al cosiddetto «teatro della crudeltà» del 1938 (il quale vuole essere «la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile», come scrisse Deridda), Artaud viene sempre più attratto e tentato dall’impossibile, da una ricerca che sfida il limite, la ragione e la stessa scrittura, in un annientamento totale del pensiero compiuto e del senso. Ed è interessante notare come già nel Pèse-Nerfs troviamo la seguente affermazione: «Tutta la scrittura è uno schifo. Tutte le persone che fuggono dal vago per definire quel che accade nel loro pensiero, sono schifose. Tutta la stirpe dei letterati è schifosa, specialmente nel nostro tempo». Sembra esserci un’anticipazione di ciò che avverrà negli ultimi anni di vita dell’autore, quando farà del corpo uno strumento di ribellione, mediante l’uso delle glossolalie, fino al delirio dell’indicibile e dei rumori corporali. 
Il Pèse-Nerfs – «una specie di stazione indecifrabile e completamente eretta in mezzo allo spirito», secondo la dichiarazione dell’autore – è un’opera frammentaria, spezzata, magmatica, percorsa da lampi in mezzo alle tenebre e al dolore («Sono un abisso totale»), che divengono paradossi, capovolgimenti di senso, pulsioni, confessioni, espropriazioni di sé, ma è anche, al tempo stesso, una testimonianza drammatica contenente i prodromi di ciò che sarà la vita e l’opera complessiva di Artaud. 
Anche i Fragments costituiscono una prova evidente dei conflitti di Artaud («È il confltto tra la mia abilità interiore e la difficoltà a esprimerla che crea il momento in cui muoio»), del suo spossessamento e della battaglia che combatte con ciò che potremmo definire la parola del suo sottosuolo
Le tappe della sua dolorosa vicenda esistenziale («questo dolore conficcato in me come un cuneo», scrive ancora nei Fragments),  che lo vedrà più volte ricoverato in istituti psichiatrici, tra cui quello di Rodez, nel quale subirà ben cinquantuno elettroshock, costellano, come una sorta di disperata via crucis, l’attività di Artaud, che rappresenta sicuramente un unicum artistico, sfuggente a qualsiasi definizione, come peraltro egli stesso desiderava. Forse, però, pare lecito azzardare che, nonostante tutto, cioè nonostante il nulla, Artaud sia stato un uomo divorato dall’assoluto e dalla vita, anche nella negazione, nel rifiuto e nella bestemmia. Certo è che la sua esistenza e la sua opera non possono alla fine non interrogarci sul misterioso rapporto arte-follia, a cui Karl Jaspers dedicò in Genio e follia un ampio studio. Senza entrare nello specifico, possiamo aggiungere semplicemente che talvolta le possibilità dell’arte in genere e le possibilità della follia si incontrano, restando indissolubilmente ed enigmaticamente legate tra loro, in quanto possibilità dell’esistenza stessa.

Mauro Germani

sabato 30 dicembre 2023

Domenico Notari - I borghi invisibili

 


Domenico Notari, I borghi invisibili, Officine Pindariche, 2023

Originalità e invidiabile freschezza narrativa contraddistinguono quest’ultimo libro di Domenico Notari: quattro leggende inventate dall’autore e poi drammatizzate nei paesi campani in cui sono ambientate: Palomonte, Serre, Roscigno Vecchia e San Cipriano Picentino. Località poco conosciute in provincia di Salerno (e una di queste, Roscigno Vecchia, ormai abbandonata) che, grazie a questi racconti, diventano protagoniste di sorprendenti e particolari vicende gotiche. Infatti, come afferma Giulio Leoni nella prefazione, quello di Notari  è «un gotico italiano, contaminato con alcune caratteristiche dei nostri popoli», cioè legato alla cultura e alla storia del nostro Paese. 

Ed è proprio per questo che non si può non appassionarsi alle storie dei vari protagonisti. A cominciare da quella di ‘O signurino, esperto nell’arte dell’orologeria e «vero genio della meccanica», artefice di un automa che, con uno sberleffo, dà vita a una rivolta popolare. Segue poi il racconto tenero e misterioso dell’eroica e fedele cagnolona Diana, «un vecchio molosso dal manto fulvo», del re Ferdinando IV di Borbone. La terza leggenda vede invece protagonista il cavalier Mazzeo, «un giovane alto, bruno, la corporatura robusta, il giustacuore sgualcito e impolverato», che viene attratto da un ammaliante canto femminile proveniente dalle acque di un lago profondissimo e senza nome. Conclude la raccolta la vicenda del “fanciullin cortese” che, proveniente da un passato lontano, assiste e protegge, in nome della poesia e della cultura, nonché di un’umana fratellanza, un giovane destinato  a diventare poi un illustre filosofo.  

Domenico Notari ci restituisce l’antica  memoria di questi borghi invisibili in modo vivace e accattivante, mediante un gioco sapientemente orchestrato tra storia e immaginazione, dove la fantasia diviene reale e il reale svela il suo lato nascosto e magico. Le descrizioni degli ambienti e dei personaggi creano atmosfere al tempo stesso concrete e misteriose, che ben preparano nel racconto il susseguirsi di sorprese e di colpi di scena. Ciò che risulta ammirevole è la capacità dell’autore di rendere naturale la narrazione, ossia senza alcuna forzatura, in modo che il fantastico e l’imprevedibile, il misterioso e il gotico, siano tutt’uno con gli eventi reali e storici, rappresentando così la loro verità segreta. E non è forse questa la peculiarità di ogni leggenda? Non è forse questo il fascino antico delle nostre storie popolari, dei nostri borghi in via di estinzione, eppure così ricchi di tradizioni e di misteri che chiedono di essere riscoperti, prima che sia troppo tardi? 

Grazie, dunque, a Domenico Notari che con creatività e intelligenza ci consegna queste «quattro leggende per quattro tradizioni ormai mute», come recita il sottotitolo, impreziosite, tra l’altro, dalle belle illustrazioni di Enzo Lauria. Queste ultime riproducono, infatti, i momenti salienti dei vari racconti, componendo così – come in un libro nel libro – un suggestivo graphic novel. Per tutti i motivi suddetti, I borghi invisibili è una pubblicazione che non solo ci regala, in questi tempi bui e confusi, il piacere della lettura, ma può anche essere definita “da collezione”, cioè da collocare in un posto speciale della nostra biblioteca.

Mauro Germani