Mauro Germani
lunedì 2 ottobre 2023
I libri
lunedì 18 settembre 2023
Gabriela Fantato - Terra magra
Gabriela Fantato, Terra magra, Il Convivio Editore, 2023
C’è un patto che custodiscono le poesie di quest’ultima raccolta di Gabriela Fantato: quello della voce (anzi, delle voci) e della memoria, della dedizione alla fragilità del nostro essere nel mondo e alla pietas nei confronti di ogni ferita e di ogni congedo. Con una scrittura limpida e mai ridondante, eppure ricca di risonanze, di palpiti interni, di folgorazioni del pensiero che fanno vibrare i testi nei loro preziosi corsivi come voci dentro la voce, Gabriela Fantato ci consegna un’opera che sa del nostro tempo «pieno di buchi», sospeso tra il mai e il sempre, e dove «la vita cerca / il confine e il centro». Ed è questa una ricerca ininterrotta, che si può cogliere di verso in verso, ora con affanno, ora con trepidazione, ora con la consapevolezza di un compito che non deve essere tradito. Se la terra è il nostro fondamento e appare magra o precipitata «sotto un cielo basso», è anche vero che invoca un’appartenenza, qualcosa di antico e sacro, un legame originario da tramandare per esserci davvero, qui, dove «tutto è partenza».
Il tema della perdita («siamo creature – in perdita»), che ricorre in molti testi, non è soltanto quello del lutto, ma anche dell’infanzia, del tempo lontano che non è più ma che ha lasciato la sua traccia misteriosa dentro di noi: si veda la poesia intitolata Seconda elementare, in cui «ancora qualcuno cerca / il nome, il suo nome», cioè la propria enigmatica identità, oppure un’antica preghiera magari dimenticata «senza neppure dire – addio», ma alla fine, come qualcosa di indelebile e magico, «resta il ricordo di quel / disegno intero, / un cerchio fatto con il gesso, in seconda elementare». Come a dire che la perdita non si esaurisce mai in sé stessa, perché «la memoria sale svelta, sale lassù / sino al soffitto. / Sale, corre veloce e inventa / un altro suono alle parole», come si afferma nella sezione Del sempre e del mai, dedicata al padre scomparso, nella quale troviamo altri bellissimi versi:« È questa l’onda, questo / – il respiro / che lega tutta una generazione, questa la nostra storia semplice, / scritta dentro le ossa», o ancora: «Eri la mia terra, / un ordine esatto dentro la natura». Qui la figura del padre è tutt’uno con il respiro della terra, «tra Goro e le tre foci del Po / dove il mare è farsi anguilla»», nella semplicità segnata «dalla devozione alla fatica» e dove restano le cose a lui appartenute: la matita, gli occhiali rigati, il sorriso fragile. È questo il legame con l’origine, la terra di un sempre che è stato nostro, «la casa dove / tornare ogni sera / e l’ultima che verrà».
C’è dunque, per Gabriela Fantato, una continuità da ricercare costantemente, pur nella solitudine e nei tanti congedi dell’esistenza, che sovente diventano ritorni, o rivelano improvvisamente i legami segreti del tempo e del sangue, come tagli in un calendario segnato dall’assenza e dall’addio, «una legge muta che unisce i figli e ci fa / – padri e madri / nel nostro gran passare». Ne sono testimonianza le poesie dedicate ai figli, tra cui Nascita II, nella quale, grazie alla «meticolosa cura alla vita» viene affermata la possibilità d’imparare i nomi da dare alle cose.
Nell’ultima sezione della raccolta, intitolata Qualunque cosa succeda, il senso di appartenenza più volte evocato e sentito come dedizione e compito, viene assediato dalla solitudine e dal tragico periodo del lockdown, dove tutto diventa «un perimetro minuscolo», «le strade adesso sono / una crepa tra oggi e la memoria» e «non si trova / la ferita aperta nella bocca, / il silenzio è intimato», mentre si aspetta «una carezza che ci salva». Emblematico il testo finale, dal quale emerge la forza della speranza e del sogno, capace di trasformare la vita in un volo che sconfigge la solitudine: «Vieni, sono qui, / nella fragilità dei giorni, / insieme saremo mille occhi, / un bosco dentro i passi / e i racconti / salvati dal crollo». È quell’esigenza di «un balzo», già evocato in precedenza, per affrontare la vita e dirla e sentirla in un altro modo, in una cantilena, in un linguaggio diverso, come una storia a cui credere ogni giorno, anche se siamo «frammenti che solo i santi / sanno vedere».
Dobbiamo essere grati a Gabriela Fantato
per questo suo libro: una raccolta destinata a restare, una prova alta e sobria al tempo
stesso, una testimonianza poetica (ed etica) di cui sentivamo il bisogno.
Mauro Germani
venerdì 15 settembre 2023
Manuel de Teffé - C'era una volta a Roma
Manuel de Teffé, C’era una volta a Roma, Readaction, 2023
Comincia così la straordinaria avventura del western all’italiana, che vedrà la produzione di oltre cinquecento film, naturalmente non tutti di qualità, anche se parecchi di essi, in anni recenti, sono stati giustamente rivalutati e apprezzati grazie al contributo di Quentin Tarantino. Certo è che dopo Per un pugno di dollari, la rivoluzione cinematografica di Sergio Leone diviene per molti registi e sceneggiatori romani un modello da seguire. Vengono adottate le modalità espressive più appariscenti del suo cinema: inquadrature ricche di dettagli, primissimi e primi piani, personaggi che lottano per la loro sopravvivenza e agiscono perlopiù motivati dalla vendetta o dalla sete di denaro, violenza esasperata, dialoghi brevi, sarcastici, a volte – nei casi migliori – addirittura aforistici. Artigiani del cinema si danno da fare, cercano nuove soluzioni per sorprendere il pubblico, elaborano situazioni e personaggi originali, agli antipodi del western americano tradizionale. Nascono i protagonisti di un filone popolare irripetibile, dominato dai vari Ringo, Django, Sartana, Sabata, con i loro abiti “vissuti” o stravaganti (poncho, mantelli neri, spolverini): essi spesso appaiono avvolti da un’aura mitica e quasi mistica, oppure sono eroi che vivono una solitudine estrema, cupa, ossessionati dal proprio tragico passato.
Manuel de Teffé, figlio di Antonio de Teffé, in arte Anthony Steffen, uno dei maggiori protagonisti del western all’italiana (ne interpretò ben ventisette), rievoca il periodo in cui suo padre, fino ad allora attore teatrale, decide di dedicarsi al cinema western emergente, grazie alle sollecitazioni della fidanzata che diverrà poi sua moglie, Antonella. Con una narrazione assai avvincente, che va aldilà della semplice biografia – la quale viene trasfigurata per comporre un vero e proprio romanzo – de Teffé ci consegna un’opera al tempo stesso godibile e stratificata. Elementi reali e d’invenzione si fondono in modo sorprendente e caratterizzano con efficacia il periodo storico della vicenda e i personaggi coinvolti.
Si possono rinvenire nel libro almeno quattro fattori o nuclei narrativi, che interagiscono tra loro e che concorrono alla struttura del libro.
Il primo, cioè quello centrale, è costituito dalle figure di Antonio de Teffé e della moglie. La loro è una storia d’amore appassionata e contraddistinta da un mix di intelligenza, ironia e cultura. I loro dialoghi e le loro lettere hanno un che di scoppiettante come nelle migliori commedie brillanti. Sarà proprio Antonella a convincere Antonio a dedicarsi al cinema western e a inventare lo pseudonimo di Anthony Steffen. Pur nelle loro differenze caratteriali, essi formano una coppia in qualche modo irresistibile, di rara e raffinata complicità.
C’è poi il secondo elemento, quello collettivo, cioè propriamente storico, in cui agiscono i personaggi: è l’ambiente degli anni Sessanta, con gli entusiasmi e le contraddizioni di quel periodo: da una parte le proteste contro la guerra in Vietnam, le paure della guerra fredda e delle minacce nucleari, dall’altra le speranze dei giovani hippy e l’eccitazione dei cineasti romani per le produzioni western e il sogno del successo. È un piano che fa da sfondo a tutta la vicenda, ma che non deve essere considerato secondario, anzi: esso determina il clima particolare che le pagine del libro trasmettono al lettore.
Vi sono inoltre i personaggi che ruotano attorno ai due protagonisti: un guru di recitazione russa, che si basa sul metodo Stanislavskij, un regista ebreo di documentari, affetto da narcolessia, e un anziano imprenditore di grissini che vuole realizzare un film tratto dal suo manoscritto segreto: Niente dollari per Django. Sono personaggi ben calati nel loro ambiente e ben delineati: muovono la storia, con il loro linguaggio, le loro gag, il loro modo di essere, che si confronta con il mondo diverso e aristocratico del protagonista, il futuro Anthony Steffen del cinema western.
Infine, a ben vedere, si può cogliere tra le pieghe del libro una dimensione più nascosta, misteriosa. Abbastanza frequenti sono, qua e là, i riferimenti a Dio, soprattutto nella relazione tra Antonio, che si dichiara non credente, e Antonella, che invece è assai devota. Non c’è, però, tra i due una contrapposizione schematica, e lo stesso ateismo di Antonio sembra talvolta cedere alla richiesta di un aiuto superiore, a una domanda spirituale. E leggendo attentamente il romanzo non si può non avvertire una sorta di soffio magico, che permea l'intera storia narrata. Ciò non riguarda solo l’avventura cinematografica del western all’italiana, con quanto di ingegno e di creatività ha saputo concentrare tra gli anni Sessanta e Settanta (condizionando, tra l’altro, la stessa cinematografia western americana, che si è trovata inaspettatamente debitrice dei nostri film), ma anche i personaggi principali del romanzo: eroi, in qualche modo, predestinati, colti dall’autore agli inizi della loro eccezionale impresa. Un’avventura davvero senza precedenti, in cui Anthony Steffen sarà uno dei volti più popolari del nostro cinema western. Questo romanzo è indubbiamente anche un’occasione per ricordarlo e riscoprirlo come merita.
Mauro Germani
giovedì 31 agosto 2023
Antonio Fiori - Vita di un altro
C’è sempre la vita di un altro nella nostra vita. Un altro che è la nostra ombra, il nostro doppio sconosciuto. O addirittura siamo noi, che viviamo dentro uno specchio, non essendo che immagini riflesse?
Chi ha letto I poeti del sogno (Inschibboleth, 2020) di Antonio Fiori troverà in questa sua nuova pubblicazione interrogativi o sollecitazioni ulteriori, giacché Vita di un altro, in cui s’intersecano prosa e poesia, appare un’opera ancor più stratificata e sfaccettata rispetto al libro precedente. Con una perizia linguistica che incanta per leggerezza e profondità insieme, ci viene incontro una scrittura sorprendente nel suo abisso segreto, sapientemente sospesa tra finzione e candore, tra sottile ironia e mistero. Vengono alla mente, durante la lettura, grandi autori come Rimbaud («io è un altro»), Pirandello, con l’ambigua dialettica e scambio di ruoli tra persona e personaggio, e Borges, in cui il sogno della scrittura si specchia nella scrittura del sogno. Tuttavia Fiori va aldilà delle mere esibizioni letterarie, sceglie una distanza, se non addirittura un’assenza, in cui esercitare la propria sotterranea malia, come uno spettatore dei propri atti misteriosi, oppure un lettore che si stupisce di quanto egli stesso è chiamato a scrivere.
La prima sezione del volume, Quaderno del sogno, riporta nuove poesie oniriche, che – come nel libro precedente – sono nate tutte dall’irrompere in sogno di una lingua sconosciuta: testi in cui appaiono malinconica meraviglia, coscienza del tempo, senso del peccato, pena di vivere, e desiderio d’amore, contraddistinti da un’ammirevole limpidezza di stile e da un’urgenza calibrata.
Assai singolare risulta, poi, la seconda sezione intitolata Ritratti, nella quale sono presenti poesie attribuite a poeti viventi: un omaggio affettuoso e di stima di Fiori, in cui egli stesso si fa specchio dei versi altrui, con un’operazione che potrebbe definirsi medianica, ma certo non passiva.
La parte centrale e più corposa è quella che dà il titolo al volume. Essa è formata da prose brevi e nitidissime che narrano, per contrasto, paradossi, imprevisti, folgorazioni improvvise, colpi di scena, enigmi e reticenze dentro le pieghe del quotidiano, nell’esistenza di un altro. E l’ambiguità, ancora una volta, fa da padrona, s’innerva in un particolare, oppure in situazioni che paiono marginali o trascurabili. Si ha sempre la sensazione di un gioco di specchi, di qualcosa che sfugge pur essendo di grande importanza, cosicché i brani (godibilissimi, nell'attenzione che riservano al sottinteso o alle stranezze dell'esistenza) possono essere letti sia come descrizioni di accadimenti e di pensieri altrui, sia come confessioni traslate: chi narra, infatti, non può che condividere una complicità sognata con il potenziale lettore. Si veda, a tal proposito, l’Epilogo che chiude il libro in modo inaspettato.
Con Vita di un altro Antonio Fiori ci consegna un’opera multipla, in cui s’avverte una sorta di scrittura dell’infinito, un desiderio di andare oltre gli spazi consueti della letteratura, e soprattutto delle apparenze tra reale e immaginario. Perché il sogno e l’esistenza – che ad esso è strettamente unita – hanno sempre altre parole. E sono proprio queste ultime, nel loro mistero, che la poesia insegue.
Mauro Germani
venerdì 25 agosto 2023
Louis-Ferdinand Céline - Guerra
Non c’è come la guerra, nella sua atroce follia, a dire dell’esistenza offesa e priva di tutto, del suo continuo delirio nel fondo della notte. Céline lo ha sempre saputo e lo ha scritto, come conferma questo testo, abbandonato dallo scrittore al momento della Liberazione nel suo appartamento di rue Girardon a Montmartre e recentemente recuperato insieme ad altri inediti. Egli, infatti, con la sua prosa terremotata e sarcastica, con il suo tono volutamente basso, testimonia la condanna che vivono i suoi personaggi, a cominciare da Ferdinand, qui ventenne, ferito a un braccio e con una grave lesione all’orecchio a causa di un’esplosione («Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa»).
Come in Viaggio al termine della notte, tutto è fisico, anche ciò che non si direbbe. E questa fisicità insistita, che assume spesso toni grotteschi, raccapriccianti e visionari, rivela quella particolare attenzione che contraddistingue Céline: è la vita dal punto di vista della morte, vale a dire una forza che si dibatte in prossimità della fine e che spesso sorprende gli stessi personaggi. Si potrebbe definire una solitudine che è moltitudine, qualcosa che accomuna tutti, che s’attacca alla carne e non la lascia più. Anche la sessualità (presente in questo testo più che in altri, come un’ossessione) non fa che dibattersi tra la vita e la morte, ma è soprattutto quest’ultima a prevalere: è un piacere momentaneo, da disperati, perché segnato dalla fine incombente, e caratterizzato da aspetti ridicoli o mostruosi, a seconda dei casi, come fosse una malattia dentro la malattia della guerra (e leggendo ancora una volta Céline viene da pensare come la «sua» malattia sia lontana da quella intellettuale di Svevo o di Sartre, e come la «sua» carne viva, trovi in fondo maggiori consonanze con quella di Tozzi o di Testori…).
Bisogna aggiungere che, rispetto a Viaggio al termine della notte, questo testo appare più grezzo e soprattutto più crudo. Non troviamo qui quella tenerezza improvvisa che sgorga dal celebre romanzo, quella nostalgia d’altro che s’impossessa inaspettatamente (ma sempre fisicamente) di Ferdinand e di altri personaggi. Qui il protagonista appare meno sfaccettato; Angèle, la moglie- prostituta di Bébert non è certo Molly, e lo stesso Bébert non è Robinson, anche se – come afferma nella nota il traduttore Ottavio Fatica – «ci troviamo davanti a un torso sgomentante per terribilità, a volte quasi inguardabile per violenza, per crudezza, che anche dietro al rictus più osceno serba un’ombra velata di pietà». Inoltre la scrittura, pur essendo indubbiamente riconoscibile e celiniana, non è così sincopata, sospesa, cadenzata, come in altre opere (Morte a credito, per esempio).
Inequivocabile è, invece, la presenza costante della morte, a cui tutti i personaggi – consapevoli o no – corrono incontro, anche coloro che credono di scappare altrove. È un perdersi da qualche parte («Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto»), è vivere come si può, è essere artisti con quello che si ha a disposizione. Perché per Céline la vita è davvero enorme, ma si agita sempre nella morte.
Mauro Germani
giovedì 29 giugno 2023
Recensione di Andrea Micalone a "Tra tempo e tempo"
Su "Mangialibri", recensione di Andrea Micalone, che ringrazio molto, al mio libro "Tra tempo e tempo": QUI
giovedì 15 giugno 2023
La mia Chiesa - Pensieri sparsi
La mia Chiesa contiene il mondo, ma non è di questo mondo.
La
mia Chiesa è voce sussurrata e voce che s’innalza, preghiera e canto.
La
mia Chiesa è il grido della terra, ma anche silenzio, cuore in ascolto, meraviglia
che non ha parole.
La
mia Chiesa è la gioia degli infelici, il pianto redento degli sconfitti, il tremore sacro degli ultimi.
La mia Chiesa ha figli ovunque, conosce il nome di tutti e di ognuno la storia, i desideri, gli affanni.
La mia Chiesa non esclude nessuno, sa quanto è facile sbagliare, perdersi nel buio, abbandonare e sentirsi abbandonati.
La mia Chiesa aspetta sempre i non credenti per guardarli negli occhi e mostrare, se vogliono, il posto riservato a loro, perché Dio è per tutti.
La mia Chiesa abbraccia i peccatori ma combatte il peccato, non confonde i desideri con i diritti.
La
mia Chiesa chiede il sacrificio, la libertà d’inginocchiarsi e di pregare.
La mia Chiesa è pellegrina, non è immobile, è ogni volta antica e nuova.
La
mia Chiesa non ha partiti, non è di destra, né di centro, né di
sinistra.
La mia Chiesa è indifesa e forte, è sempre contro la guerra e si adopera per la pace in ogni occasione.
La
mia Chiesa non accetta compromessi, sta sempre con chi è ultimo, con chi non ha voce.
La
mia Chiesa è la grande mensa dei poveri, il pane e il vino benedetti, la cena
sempre apparecchiata.
La mia Chiesa è l'infanzia che dimentichiamo, lo stupore e l'innocenza che abbiamo perduto.
La
mia Chiesa compie miracoli grandi e invisibili dentro i confessionali, nel
balbettio di chi chiede perdono.
La
mia Chiesa è una mano santa che benedice e che non teme di sporcarsi nel fango
del mondo.
La
mia Chiesa è con tutti i sofferenti, gli assetati di giustizia, gli esclusi, i migranti, i
dimenticati.
La
mia Chiesa sa donare una carezza agli ammalati, è una madre che soffre e che
conforta col suo sorriso.
La
mia Chiesa prega con ogni moribondo, lo accompagna dove è atteso da sempre.
La
mia Chiesa è la promessa della resurrezione che verrà.






