venerdì 25 agosto 2023

Louis-Ferdinand Céline - Guerra


 Louis-Ferdinand Céline, Guerra, Adelphi 2023

Non c’è come la guerra, nella sua atroce follia, a dire dell’esistenza offesa e priva di tutto, del suo continuo delirio nel fondo della notte. Céline lo ha sempre saputo e lo ha scritto, come conferma questo testo, abbandonato dallo scrittore al momento della Liberazione nel suo appartamento di rue Girardon a Montmartre e recentemente recuperato insieme ad altri inediti. Egli, infatti, con la sua prosa terremotata e sarcastica, con il suo tono volutamente basso, testimonia la condanna che vivono i suoi personaggi, a cominciare da Ferdinand, qui ventenne, ferito a un braccio e con una grave lesione all’orecchio a causa di un’esplosione («Mi sono beccato la guerra nella testa. Ce l’ho chiusa nella testa»). 

Come in Viaggio al termine della notte, tutto è fisico, anche ciò che non si direbbe. E questa fisicità insistita, che assume spesso toni grotteschi, raccapriccianti e visionari, rivela quella particolare attenzione che contraddistingue Céline: è la vita dal punto di vista della morte, vale a dire una forza che si dibatte in prossimità della fine e che spesso sorprende gli stessi personaggi. Si potrebbe definire una solitudine che è moltitudine, qualcosa che accomuna tutti, che s’attacca alla carne e non la lascia più. Anche la sessualità (presente in questo testo più che in altri, come un’ossessione) non fa che dibattersi tra la vita e la morte, ma è soprattutto quest’ultima a prevalere: è un piacere momentaneo, da disperati, perché segnato dalla fine incombente, e caratterizzato da aspetti ridicoli o mostruosi, a seconda dei casi, come fosse una malattia dentro la malattia della guerra (e leggendo ancora una volta Céline viene da pensare come la «sua» malattia sia lontana da quella intellettuale di Svevo o di Sartre, e come la «sua» carne viva, trovi in fondo maggiori consonanze con quella di Tozzi o di Testori…). 

Bisogna aggiungere che, rispetto a Viaggio al termine della notte, questo testo appare più grezzo e soprattutto più crudo. Non troviamo qui quella tenerezza improvvisa che sgorga dal celebre romanzo, quella nostalgia d’altro che s’impossessa inaspettatamente (ma sempre fisicamente) di Ferdinand e di altri personaggi. Qui il protagonista appare meno sfaccettato; Angèle, la moglie- prostituta di Bébert non è certo Molly, e lo stesso Bébert non è Robinson, anche se – come afferma nella nota il traduttore Ottavio Fatica – «ci troviamo davanti a un torso sgomentante per terribilità, a volte quasi inguardabile per violenza, per crudezza, che anche dietro al rictus più osceno serba un’ombra velata di pietà». Inoltre la scrittura, pur essendo indubbiamente riconoscibile e celiniana, non è così sincopata, sospesa, cadenzata, come in altre opere (Morte a credito, per esempio). 

Inequivocabile è, invece, la presenza costante della morte, a cui tutti i personaggi – consapevoli o no – corrono incontro, anche coloro che credono di scappare altrove. È un perdersi da qualche parte («Certo che è enorme la vita. Ti ci perdi dappertutto»), è vivere come si può, è essere artisti con quello che si ha a disposizione. Perché per Céline la vita è davvero enorme, ma si agita sempre al cospetto della morte.

Mauro Germani

giovedì 29 giugno 2023

giovedì 15 giugno 2023

La Chiesa che amo

 


La Chiesa che amo è qui e altrove, ha porte sempre spalancate, è penombra e luce. 

La Chiesa che amo contiene il mondo, ma non è di questo mondo.

La Chiesa che amo è voce sussurrata e voce che s’innalza, preghiera e canto.

La Chiesa che amo è il grido della terra, ma anche silenzio, cuore in ascolto, meraviglia che non ha parole.

La Chiesa che amo è la gioia degli infelici, il pianto redento degli sconfitti, il tremore sacro degli ultimi.

La Chiesa che amo ha figli ovunque, conosce il nome di tutti e di ognuno la storia, i desideri, gli affanni. 

La Chiesa che amo non esclude nessuno, sa quanto è facile sbagliare, perdersi nel buio, abbandonare e sentirsi abbandonati.

La Chiesa che amo aspetta sempre i non credenti per guardarli negli occhi e mostrare, se vogliono, il  posto riservato a loro, perché Dio è per tutti.

La Chiesa che amo abbraccia i peccatori ma combatte il peccato, non confonde i desideri con i diritti.

La Chiesa che amo chiede il sacrificio, la libertà d’inginocchiarsi e di pregare.

La Chiesa che amo è pellegrina, non è immobile, è ogni volta antica e nuova. 

La Chiesa che amo non ha partiti, non è di destra, né di centro, né di sinistra.

La Chiesa che amo è indifesa e forte, è sempre contro la guerra e si adopera per la pace in ogni occasione. 

La Chiesa che amo non accetta compromessi, sta sempre con chi è ultimo, con chi non ha voce.

La Chiesa che amo è la grande mensa dei poveri, il pane e il vino benedetti, la cena sempre apparecchiata.

La Chiesa che amo è l'infanzia che dimentichiamo, lo stupore e l'innocenza che abbiamo perduto.

La Chiesa che amo compie miracoli grandi e invisibili dentro i confessionali, nel balbettio di chi chiede perdono.

La Chiesa che amo è una mano santa che benedice e che non teme di sporcarsi nel fango del mondo.

La Chiesa che amo è con tutti i sofferenti, gli assetati di giustizia, gli esclusi, i migranti, i dimenticati.

La Chiesa che amo sa donare una carezza agli ammalati, è una madre che soffre e che conforta col suo sorriso.

La Chiesa che amo prega con ogni moribondo, lo accompagna dove è atteso da sempre.

La  Chiesa che amo è la promessa della resurrezione che verrà. 

giovedì 18 maggio 2023

Recensione di Enza Conti a "Tra tempo e tempo"

Sulla rivista "Il Convivio", n. 93, Aprile-Giugno 2023, p. 89, recensione di Enza Conti (che ringrazio) al mio libro Tra tempo e tempo (Readaction 2022)





 

venerdì 21 aprile 2023

Nota di Luisa Riva a "Il velo e i segni" (da "Tra tempo e tempo")


Sulla rivista "IL GALLO" di Genova, fondata nel 1946 da Nando Fabro, nel numero di aprile 2023, una nota di Luisa Riva (che ringrazio), in margine al testo Il velo e i segni, tratto dal mio libro Tra tempo e tempo (Readaction 2022)




giovedì 16 marzo 2023

Giovanni Testori - Conversazione con la morte

PER RICORDARE GIOVANNI TESTORI (12 maggio 1923- 16 marzo 1993)

Giovanni Testori, Conversazione con la morte, Rizzoli 1978

Conversazione con la morte di Giovanni Testori è il teatro che si spoglia, diventa una voce, un’anima incarnata. È una confessione pubblica, un ultimo atto, un dono estremo, una «scandalosa conversione», come la definì Giovanni Raboni. È la testimonianza di una fine e di un principio, perché qualcosa di grande è accaduto e qualcosa continua ad accadere, lì, in quella penombra, in quel «triste, umido, eppure così tenero sottoscala», dove prende vita il monologo del protagonista, un vecchio autore-attore quasi cieco e prossimo alla morte. 

Tutto avviene tra le rovine del teatro, perché c’è stato un crollo che ha travolto ogni scena, «l’orgoglio e la rapinosa felicità» di un tempo, il potere d’incantare il pubblico con gli artifizi di un’arte consumata. Il protagonista è ora solo; «il teatro, le sue assi, il sipario, / le quinte, le luci», tutto ciò che fu per lui, la sua fatica e la sua gloria, la sua perdizione e la sua vanità, «s’è ridotto a questi muri scrostati, / a questo gocciolare d’acqua dentro le tubature, / a questo odor di muschio e di salnitro, /« a questa nebbia…». Pare una sconfitta senza rimedio, una disperazione che non lascia scampo. Eppure, è proprio in questa nudità assoluta che trova espressione una nuova consapevolezza, una verità dimenticata, un’urgenza di una parola diversa, antica e sacra, da pronunziare con umiltà. 

E non a caso Testori volle leggere lui stesso il suo monologo, a partire dalla sera del 7 novembre 1978 al Teatro Pierlombardo di Milano, e poi in più di cento teatri e chiese di tutta Italia. Una scelta che evidenzia l’importanza del vissuto biografico dell’autore, che iniziò a scrivere il testo dopo la morte della madre, Lina Paracchi, avvenuta nel luglio del 1977, e che nel testo diviene tutt’uno con la morte della madre del protagonista. 

Ed eccola, allora, la morte «che è il filo ancora della vita», ma «non adesso; non qui; / di là, / oltre le porte, oltre le quinte, / oltre i muri, oltre i prati…»; la morte prima cagna e ora capretta tenera, bestia ammansita; la morte che, dopo la scomparsa di lei, la madre («anzi, mamma; / così, mamma…»), dona il coraggio di proferire parole abbandonate e dimenticate da tempo: anima, carità, pietà, Dio. Parole che chiedono d’essere accolte con semplicità e rispetto. Parole che oggi quasi si fa fatica a dire e a fare proprie. Parole non astratte, che trovano la loro verità in un’esperienza di vita. E che cos'è esperienza profonda, se non una conversione totale, nella sua irrefrenabile urgenza, nella sua umiltà e, insieme, luminosa grandezza, nella sua richiesta di perdono, nella sua fame e sete di carità?

In Conversazione con la morte il groviglio linguistico di Testori, la sua straordinaria capacità inventiva di una lingua materica, arcaica, contaminata da un impasto policromo di dialetti, latinismi, influssi francesi e spagnoli – tipico della Trilogia degli Scarozzanti – si scioglie. Qui c’è l’esigenza di una dizione diversa, alta pur nella semplicità, che richiede un altro ascolto, la totale partecipazione interiore del cosiddetto spettatore. E proprio la presenza di Testori, con la sua voce «lenta, nebbiosa, e a tratti affaticata», come si legge nella nota di Luigi Brioschi in appendice al volume, si può intendere come una negazione della recitazione stessa, al di là di ciò che intendiamo per spettacolo, al fine di giungere a una comunicazione diversa, che cerca nella parola nuda, nella sua fragilità e nella sua misteriosa potenza, una nuova possibilità, un altro senso e un altro suono. 

L’esperienza radicale della morte segna per Testori uno scarto profondo e, al tempo stesso, una continuazione, lo sviluppo di quella drammatica richiesta di senso che ha sempre contraddistinto la sua opera. La sua conversione non sarà mai pacificata, anzi, lo condurrà a prove estreme, come quelle appartenenti alla cosiddetta Branciatrilogia prima (Confiteor, In exitu, Verbò) e seconda (Sfaust, SdisOrè, Regredior) e ai Tre Lai (Cleopatras, Erodias, Mater Strangoscias). Non possono non venire in mente, al riguardo, le parole di un altro scrittore cristiano scomodo, Leon Bloy (1846-1917): «I cristiani devono essere continuamente chini sugli abissi». Questo è proprio ciò che ha fatto Testori, il quale ebbe poi modo di dichiarare: «Ogni volta che prendo a scrivere qualcosa, per me, è l’ultima e definitiva; poi mi trovo a dover continuare a vivere come un vecchio sacco smagrito, pieno solo d’orrore e di peccati, e allora si rimette in moto, senza che io lo meriti, la Carità» (in Testori, Traduzione della prima lettera ai Corinti, Longanesi, 1991). 

Con Conversazione con la morte Testori sente il bisogno, anzi l’urgenza, di testimoniare, di implorare addirittura, prima che sia troppo tardi, per bocca del protagonista, la sacralità dell’esistenza, la sua dimensione che non è «cosa», né «illuminata demenza della Ragione» (ricordiamo, a questo proposito, Interrogatorio a Maria del 1979 e Factum est del 1981, che completeranno la seconda trilogia testoriana, e che accompagneranno gli articoli che scrisse per “Il Corriere della Sera” e per “Il Sabato”, raccolti poi nel volume La maestà della vita, Rizzoli, 1982). Le ultime parole del testo sono un’esortazione oggi più che mai non solo opportuna ma necessaria: «riunite la morte alla vita, / riunitele / o su voi scenderà solo e per sempre lei, / la morte fattasi oggetto, / la morte fattasi cosa…/ Riunitele, / ve lo chiedo dalla mia fine / e dal mio inizio: / riunitele».

Mauro Germani

 

venerdì 10 marzo 2023

Andrea Leone - Ludwig


 Questo mio testo, dopo la lettura di Ludwig di Andrea Leone (Fallone Editore, 2022)

Ludwig è l’atto inattuale, il sangue che converte.

Ludwig non è la coscienza del tempo, il declinare del giorno.

 

Ludwig è il delitto sacro, il compimento del verbo smisurato.

Ludwig non è un singhiozzo, non è l’io moribondo del poeta.

 

Ludwig è lo specchio che si specchia, il fulgore.

Ludwig non è il quando, il prima, il dopo.

 

Ludwig è il passato che non fu e l’incendio che è.

Ludwig non è una mente, non è un corpo, non è chi.

 

Ludwig è la lezione crudele,  l’inno che sale, la meraviglia implacabile.

Ludwig non è il suo volto, il suo nome, il suo sogno.

 

Ludwig è l’algebra, la scossa, il furore scarlatto.

Ludwig non è il pensiero, il concetto, l’aborto.

 

Ludwig è la poesia, il gemello senza nome e senza riposo.

Ludwig non è carta,  non è grammatura, non è pagina.

 

Ludwig è il compito che non sapremo, l’esatto comando, la fede che risplende.

Ludwig non è canzone, non è voce, non è lettura.

 

Ludwig è lo spavento apocalittico e divino, il salto, la coincidenza che deraglia.

Ludwig non è parola- moneta, non è commercio, non è comunità.

 

Ludwig è la catastrofe che illumina, il gesto grande e  immortale, il tonfo celeste.

Ludwig non è il pianto, la pena, la denuncia.

 

Ludwig è l’estasi matematica, l’ordigno, la gloria, la fine di ogni fine.

Ludwig non è nessun libro, nessun autore, nessun poeta.

 

Ludwig ha scritto Ludwig.