giovedì 29 ottobre 2020

LA CITAZIONE (n. 22) - Giovanni Testori


 […]

Un giorno qualcuno sarà profeta di vita;

a me non è stato possibile.

A me è stato possibile solo dirvi questo:

riunite la morte alla vita,

riunitele

o su voi scenderà solo e per sempre lei,

la morte fattasi oggetto,

la morte fattasi cosa…

Riunitele,

ve lo chiedo dalla mia fine

e dal mio inizio:

riunitele.

Allora il cerchio si ricomporrà

e con il cerchio il senso,

l’infinita pazienza dell’essere,

la sua giustizia, il suo significato.

Riunitele così, vita e morte,

com’è accaduto a lei,

come sta accadendo a me,

in un bacio,

nel bacio che vi do.

Pietà per la mia insipienza,

pietà per il mio povero, incapace amore.

Pietà, popolo che m’ascolti,

pietà di me, di voi,

e poi luce, infinita giustizia, carità,

perdono…

 

Giovanni Testori, Conversazione con la morte, Biblioteca Universale Rizzoli, 1978

sabato 17 ottobre 2020

Mauro Germani - Altri aforismi (2)


Mistero di Dio e mistero dell’uomo: che vengano strappati all’oblio e finalmente preservati e ricongiunti.

Ogni volto di un santo è illuminato dall’amore e dalla sofferenza.

Sentirsi sconfitti può avvicinarci a Dio, oppure allontanarci. È la nostra libertà.

In un grido disperato c’è sempre una speranza segreta, un’altra voce che chiama, un’invocazione che chiede misericordia e soccorso.

Che la Chiesa diventi davvero povera, al di là di ogni potere e più conforme allo spirito evangelico! Non cancelli, però, la solennità delle funzioni e dei riti: siano questi sempre segni di mistero e di bellezza per ogni anima.

Bisogna ammettere che sul piano della salvezza, l’arte e la poesia non esistono. Probabilmente una preghiera autentica, o un semplice balbettio durante una confessione, valgono di più di ogni capolavoro realizzato dall’uomo.

Forse non si muore mai soli, ma insieme a tutti i morti.

Imparare a pregare è anche prepararsi a morire, saper dire di sì, lasciarsi andare nel luogo in cui da sempre siamo attesi.

C’è sul volto un desiderio di verità che vince il mondo perché è l’ultimo. È il grido dell’anima, l’attesa del morente.

La contesa tra bene e male riguarda l’uomo. C’è in palio la sua anima. E la tremenda battaglia è nel mondo, è qui, passa attraverso il sangue e la carne.

Un’anima davvero libera dovrebbe essere sempre un’anima pura, uno sguardo di luce in mezzo alle tenebre.

Bernanos ha scritto che «il peccato contro la speranza è il più mortale di tutti, e forse quello accolto meglio», ma ha anche precisato che non bisogna confondere la speranza con l’ottimismo. Quest’ultimo, infatti, «è una falsa speranza di cui si servono i vigliacchi e gli imbecilli».

E se questa pandemia, che tanto ci spaventa, fosse in realtà la conseguenza di un morbo antico, più subdolo e silenzioso, che per anni e anni ha colpito le nostre anime, ed ora ha cominciato ad attaccare anche i nostri corpi, in un assedio completo, ricordandoci che la morte esiste? Chi fermerà questo male? Chi potrà ridarci il respiro e riunirci? Potrà bastare la scienza?

Oh, la sorpresa della Carità, la sua speranza viva, il suo fuoco portato dentro il dolore! Quell’affannarsi continuo di uomini e donne dove si grida e si soffre, cavalieri sporcati dall’amore che redime, così umili, così semplici, eppure così potenti nella loro grandezza!

La conversione a Cristo non è mai qualcosa di definitivo, perché la fede è una prova sempre esposta al rischio della caduta e del fallimento. Essa, infatti, deve essere continuamente rinnovata.

Come trema il buio, come confonde e si confonde! Occorre guardarlo, penetrarlo, per conoscerlo meglio, capirne il dramma, il segreto che lo inghiotte e lo fa palpitare nella lotta, davanti ai nostri occhi spalancati…

Le nostre parole che restano come rovine d’Altro, come frammenti di ciò che perdiamo giorno dopo giorno. Scintille, oppure ceneri di un fuoco lontano, che altrove divampa.

mercoledì 30 settembre 2020

Mauro Germani - Altri aforismi

 

 

Abbandonarsi all’abbandono e non sentirsi più abbandonati: rendere grazie all’abbandono. Nonostante.

Ognuno di noi è una domanda di sangue, un segno, una storia, un segreto, che chiede di essere rivelato.

Tutto ciò che ho scritto e che scrivo è il tentativo di dire l’indicibile.

Miracolosamente, l’abitudine al dubbio mi ha portato a dubitare anche di esso.

Questa libertà della caduta, dell’essere ciechi e sordi… Come ho potuto tradire quella volta che un amore mai provato mi abbracciò nel vuoto, potentissimo e dolce, e tremai, inginocchiato nella preghiera? Ma una sera di lacrime mi attendeva, davanti ai Santi Evangeli...

Un prodigio o un miracolo ci fanno scoprire l’esistenza di una realtà più grande e più vera, quell’impossibilità che diviene possibile, che c’è, e ci sconvolge.

Il silenzio di Dio ci parla continuamente. È sempre qui, nel buio della sua luce.

Da bambino lo intuivo, poi l’ho dimenticato. Solo adesso ho capito che non v’è alcuna relazione tra ragione e preghiera. Più un’orazione è per la mente assurda, più è autentica, perché proviene dall’anima.

Oh, grandezza della Chiesa invisibile, della comunione di anime mosse dalla preghiera, dalle lacrime e dall’attesa!

Il male che preme, che sale dall’anima fino alla carne. Il male che è sangue versato dalla disperazione. Una condanna. Un abisso, che solo una Grazia superiore può colmare.

Il corpo è come il mondo. Entrambi sono destinati a essere lasciati.

Li sento. Alcuni morti mi passano accanto. Invisibili e lievi, chiamano senza parole, forse cercano di dire il mistero della loro eterna fanciullezza.

Durante la notte, da sdraiati – cioè nella posizione dei morti – possiamo avere, ad occhi aperti, nel buio, visioni e sensazioni altrimenti improbabili. Poi, il mattino seguente, ricordiamo che dobbiamo dimenticare.

L’altro volto che siamo, l’altra anima che abbiamo, l’altra verità che sapremo: Videmus nunc per speculum in aenigmate: tunc autem facie ad faciem. Nunc cognosco ex parte: tunc autem cognoscam sicut et cognitus sum. (San Paolo, I Corinzi, XIII, 12)

Ecco, l’assenza s’è incarnata, è divenuta per noi corpo e sangue – l’unico corpo e l’unico sangue. È il morto e il risorto.

Tutto avviene tramite il dolore: nascita, vita e morte ne sono profondamente segnate. Senza di esso nessuna liberazione è possibile.

Da kronos a kairòs. Enigma del tempo. Cammino o salto verso quella spoliazione di sé, che è – paradossalmente – pienezza, promessa che attende e ci attende. Il passaggio è la nostra via crucis.

Ogni anima è macchiata dal sangue, è segnata dal tormento e dal dilemma: il nulla e il tutto di Dio, la fine e il futuro dell’origine.

giovedì 3 settembre 2020

Léon Bloy - La donna povera



Léon Bloy, La donna povera, Città Armoniosa, 1978

Questo romanzo di Léon Bloy (1846-1917), pubblicato nel 1897, è un grido e una preghiera. Con la straordinaria forza espressiva che lo contraddistingue, il grande scrittore cattolico ci consegna un’opera che fa trasalire, percorsa da fremiti violenti e soavi, ora di condanna e ora di profonda fede e spiritualità.

Ben oltre il naturalismo, che giudica fallimentare, Bloy rivendica «il diritto di narrare al di fuori dei limiti stabiliti dai teorici della finzione». E in effetti la sua scrittura si situa in uno spazio letterario altro, in cui i personaggi appaiono come incarnazioni di anime tout-court, senza psicologismi di sorta, e il narratore non risulta mai esterno, ma coinvolto nella storia con il furore e la passione di un profeta che non può tacere.

La vicenda di Clotilde, la donna povera del titolo, è esemplare. Creatura segnata dalla sventura e dalla grazia, luminosa anche e soprattutto nella sofferenza, non può non trasmettere al lettore una profonda commozione.

Già nella descrizione iniziale, è possibile percepire la natura eccezionale del personaggio: «i suoi magnifici capelli neri scintillanti, i grandi occhi di gitana prigioniera da cui sembrava si dilatassero le tenebre, ma dove si concentrava ogni rassegnazione, il pallore doloroso del suo volto infantile i cui lineamenti, modificati da un’angoscia vivissima, erano divenuti quasi severi e infine la morbida agilità dei suoi gesti e del suo camminare» conferiscono, fin da subito, alla figura di Clotilde «un’aria di grandezza», in opposizione a quanto di turpe la circonda, cioè alla forza travolgente e incessante del male.

A Clotilde è riservato un destino di dolore e di elezione, degno dell’eroica santità dei martiri, o degli ultimi, a cui è stato promesso il Regno Celeste.

Il tema della povertà – centrale in tutta l’opera di Léon Bloy  e che egli stesso dovette sperimentare drammaticamente sulla propria pelle – è qui fonte di lacrime e di preghiera, di solitudine e di abbandono a Dio, di umiltà e di coraggio. A proposito del suo mistero, Bloy scrive: «“Avrete sempre i poveri con voi”. Dal giorno in cui furono pronunciate queste parole abissali, nessuno è stato più in grado di dire che cos’è la povertà». E Clotilde, questa vittima sacrificale del mondo, questo agnello immolato e baciato dalla grazia, rifulge tra le tenebre di una società ipocrita e meschina, condannata al proprio nulla, alla propria tragica insensatezza.

Il feroce disprezzo di Bloy per la borghesia passa attraverso la denuncia della sua cupidigia, nonché della terribile falsità morale, ovvero quella maschera sociale che viene ostentata per coprire ogni segreta nefandezza. Così i ricchi – afferma Lèon Bloy – «questi miserabili intuiscono che la povertà è la faccia stessa di Cristo, la faccia oltraggiata che mette in fuga il principe di questo mondo e che dinanzi ad essa non è possibile straziare il cuore dei poveri al suono dei flauti o degli oboe. Sentono che la sua vicinanza è pericolosa, che le lampade fumigano al suo avvicinarsi, che le torce diventano ceri funebri e ogni gioia sparisce». Va detto poi che gli strali dello scrittore colpiscono anche quella parte del clero troppo comoda e amante del quieto vivere, quei ministri opachi o benestanti, che hanno ridotto in normale consuetudine, vale a dire in cenere, il fuoco della parola divina, e non sanno pertanto trasmettere alcunché a chi li incontra.

Attorno a Clotilde ruotano diversi personaggi, l’anima dei quali è sapientemente tratteggiata da Bloy. Oltre a coloro che sono la causa della sventura della donna, descritti con sarcasmo in tutta la loro miseria morale, vi sono quelli attratti dal suo misterioso fascino spirituale: personalità non comuni, artisti eccentrici e solitari, fuori da ogni conformismo ideologico e sociale, destinati anch’essi all’incomprensione e a una sorte avversa. Tra questi, vale la pena citarne due: Cain Marchenoir e Léopold: il primo, scrittore dilaniato dall’assoluto, innamorato del Medioevo («Il Medioevo era un’immensa chiesa come non se ne vedrà più fino a quando Dio non ritornerà sulla terra […] Era costantemente il Venerdì Santo e il sole non si mostrava»), segnato da una religiosità tragica e intransigente, tanto da essere chiamato il grande inquisitore di Francia; il secondo, praticante «l’arte dimenticata della miniatura» sposerà, invece, Clotilde, e condividerà con lei i patimenti e i dolori della loro drammatica vita.

L’impetuosità della scrittura di Bloy non risparmia – all’interno della narrazione – pagine di profonde riflessioni circa l’esistenza, i suoi abissi e i suoi enigmi, come isole sparse qua e là, circondate da un mare agitato che attende d’essere placato da una forza superiore. Perché alla fine questo romanzo dolce e violento, evangelico e visionario, incarna mirabilmente le ultime parole di lei, la donna povera: «Non c’è che una tristezza. È quella di non essere santi».

Mauro Germani


A proposito di Léon Bloy, su questo blog:

domenica 12 luglio 2020

LA CITAZIONE (n. 21) - Vincenzo Cardarelli

PASSATO

I ricordi, queste ombre troppo lunghe
del nostro breve corpo,
questo strascico di morte
che noi lasciamo vivendo,
i lugubri e durevoli ricordi,
eccoli già apparire:
melanconici e muti
fantasmi agitati da un vento funebre.
E tu non sei più che un ricordo.
Sei trapassata nella mia memoria.
Ora sì posso dire
che m’appartieni
e qualche cosa fra di noi è accaduto
irrevocabilmente.
Tutto finì, così rapido!
Precipitoso e lieve
il tempo ci raggiunse.
Di fuggevoli istanti ordì una storia
ben chiusa e triste.
Dovevamo saperlo che l’amore
brucia la vita e fa volare il tempo.

Vincenzo Cardarelli

martedì 7 luglio 2020

Per Ennio Morricone


Un’unica sinfonia dentro di noi, insieme ai fantasmi di luce del cinema. Una composizione di note e di suoni, che entra nel mondo e poi si innalza per divenire eterna. Un mito che chiama a sé altri miti. Un’avventura d’altro che sentiamo nostra, capace di accostarci agli estremi segreti dell’esistenza. 
Concreta e angelica sempre, dagli schiocchi minacciosi di una frusta, ai rintocchi fatali di una campana, alla creazione di suoni mai uditi, fino alle sublimi voci femminili, che ci rapiscono improvvise come indicibili estasi. 
Grazie a Ennio Morricone. La sua musica mi ha accompagnato da quando ero bambino e ancora la porterò con me.

lunedì 8 giugno 2020

Marco Molinari - Il grande spettacolo di guardare in alto


Marco Molinari, Il grande spettacolo di guardare in alto, Ronzani Editore, 2020

Marco Molinari guarda in alto, in questa sua nuova raccolta poetica. Qui – più che nella produzione precedente – i versi rivelano un desiderio di appartenenza e al tempo stesso di libertà, laddove il cielo sembra riflettere la terra e la terra, la «grande pianura» (che cantò Bellintani, poeta della provincia mantovana, attento alle voci arcane della natura, ed oggi quasi dimenticato) guarda il cielo.

In questa reciprocità, che per Molinari è anche scoperta di sé e conoscenza, nonché memoria individuale e collettiva, si delinea una sorta di realismo, che però è anche e sempre altro, attraversato com’è da forze misteriose, ovvero slittamenti di senso, ossimori o paradossi, che s’innervano nei testi con naturalezza, senza alcuna artificiosità e senza alcun compiacimento. Il dettato di Molinari delle ultime prove, infatti, sembra proprio aver raggiunto un equilibrio originale (ed assai raro); una voce, cioè, che si fa di volta in volta sempre più personale, ora modulandosi nella narrazione poematica, ora nel ricordo-confessione, ora nella descrizione di personaggi marginali, o di scorci paesaggistici. E con la volontà di compiere un percorso poetico autonomo, appartato, autentico, nell’intento di cogliere l’esistenza ed il proprio mistero nel vissuto, in ciò che è avvenuto nel tempo e che in quel tempo è stato sognato.

Assai rilevante, in proposito, risulta la prima sezione del libro, Tagliare per i campi, che racconta di una deambulazione, che è insieme fuga e ritorno, desiderio di allontanamento ed appropriazione di sé, prima che sia troppo tardi, in una pianura attraversata come in una dimensione onirica, scossa da senso d’attesa, ansia e speranza, fino a raggiungere i confini davanti al mare, e scoprire il margine tra sogno e realtà.

La sezione Le mie menti riguarda, invece, i pensieri solitari, scissi, sconvolgenti, rivelatori di verità altre, ma anche di sofferenze. Menti multiple, quindi, come assoluti esistenziali, che s’impongono nella solitudine, nelle lacrime, nel sogno, tra il quotidiano e l’altrove, e che aprono scenari imprevisti, destinati all’oblio, fino a che resta lo spazio per una mente «minuscola, quasi / larva o feto o simulacro / […] che ristora, senza peso, / e nessuno la incatena».

E la tensione presente in Molinari tra realtà e sogno si trova anche nei paesaggi, che appaiono nella loro mutevolezza, laddove attimi d’incanto si alternano a momenti in cui «quel che manca / sopravanza quel che c’è», oppure nasce il desiderio di un incontro con un amico, con il quale parlare all’interno di un «quadro impressionista».

Vi sono continui rimandi tra le varie sezioni del libro, fili sottili che congiungono passato e presente, passo dopo passo, anni giovanili, esperienze ormai lontane e consapevolezza attuale, tra disinganno e  rinnovato stupore, tra malinconia e desiderio di comprensione e chiarezza ulteriore.

Dai ricordi dei vent’anni e alle loro speranze, quando era facile confondere la vita con la poesia, fino ad oggi ed alle “schiere dei poeti” che «si sono dissolte», ecco – nonostante tutto – le meraviglie improvvise, le «rinascite» inaspettate (come quella di un castoro o di un uccello feriti), che testimoniano il mistero dell’esistenza, piccoli miracoli dalla morte alla vita, o il desiderio di una possibilità dentro la natura stessa: «Voglio rinascere in una minuscola / erba sconosciuta […]». E qui c’è tutta la predilezione di Molinari per il piccolo, per ciò che apparentemente non conta ed è considerato trascurabile.

Ma è soprattutto nella sezione Il grande spettacolo di guardare in alto, che sembra risiedere la novità del libro. Lo sguardo di Molinari si solleva verso il cielo e scopre, oltre l’assurdità dell’infinito, «solo un centimetro di nuvola / ridente» che saluta come «un vecchio amico», oppure la promessa del vento sotto «poche stelle che illuminano l’oscura / valle, l’oscura città, l’oscura vita», o ancora la tempesta mancata, e “tutto riposa / lassù per lo scampato pericolo / i visi si appendono al velo della sera / e raspano nel muschio innocente / che nasconde gli anni d’infanzia». Pare proprio che lassù, dove «non ci sono strade né vicoli», dove non esiste il tempo, ma il sempre, e dove tutto muore e tutto nasce, si possa indovinare una corrispondenza segreta, persino un volto sfumato, non compatto, che suggerisce mille interpretazioni.

Infine i ritratti di personaggi minori, umili e quotidiani (tra gli altri, le parrucchiere che «trattano i figli come i capelli»; il barbiere come «un re buono un nobile elegante»; il giocatore di dama che «possedeva una scienza semplice / nel silenzio della pianura»; il pescatore di legna che dal Po tirava su «i pezzi di legno che la corrente / portava a foce), una sorta di teatro interiore, colmo di pietas, a cui Molinari ci ha già abituato nelle precedenti raccolte, e che si unisce qui a luoghi e momenti che prendono forma nel ricordo e nell’innocenza di un tempo, suscitando un senso di malinconica nostalgia se confrontati alla desolazione odierna, alla natura violata e all’indifferenza spesso associata all’arroganza. Ecco, ad esempio, la poesia intitolata La messa delle dieci e trenta, in cui Molinari ricorda il senso di festa e la sicurezza dei chierichetti come lui di essere «dalla parte del Signore, Lui era con noi / e allora lì non temevamo niente / per un’ora eravamo gli angeli, gli apostoli / i profeti, era davvero una festa». O, ancora, il ricordo di quando passava la processione ed «ogni casa / aveva il medesimo sorriso / di luci».

Come afferma Pasquale Di Palmo nella prefazione, il «recupero memoriale» appare, in questa raccolta, «sferzante come un giudizio senza appello nei confronti degli ultimi avvilenti decenni».

Il guardare in alto, allora, non significa nascondere il presente, ma cercare un « grande spettacolo», qualcosa che ci faccia aspirare ad una bellezza dimenticata e ci faccia comprendere meglio chi siamo e che cosa facciamo quaggiù.

«Ma quando non ci sono strade / perché si sono cancellate / non rimane che salire», dicono infatti i versi di Molinari.

Mauro Germani