domenica 12 luglio 2020
LA CITAZIONE (n. 21) - Vincenzo Cardarelli
martedì 7 luglio 2020
Per Ennio Morricone
lunedì 8 giugno 2020
Marco Molinari - Il grande spettacolo di guardare in alto
Marco
Molinari, Il grande spettacolo di
guardare in alto, Ronzani Editore, 2020
Marco
Molinari guarda in alto, in questa
sua nuova raccolta poetica. Qui – più che nella produzione precedente – i versi
rivelano un desiderio di appartenenza e al tempo stesso di libertà, laddove il
cielo sembra riflettere la terra e la terra, la «grande pianura» (che cantò
Bellintani, poeta della provincia mantovana, attento alle voci arcane della
natura, ed oggi quasi dimenticato) guarda il cielo.
In
questa reciprocità, che per Molinari è anche scoperta di sé e conoscenza,
nonché memoria individuale e collettiva, si delinea una sorta di realismo, che
però è anche e sempre altro,
attraversato com’è da forze misteriose,
ovvero slittamenti di senso, ossimori o paradossi, che s’innervano nei testi con
naturalezza, senza alcuna artificiosità e senza alcun compiacimento. Il dettato
di Molinari delle ultime prove, infatti, sembra proprio aver raggiunto un
equilibrio originale (ed assai raro); una voce, cioè, che si fa di volta in
volta sempre più personale, ora modulandosi nella narrazione poematica, ora nel
ricordo-confessione, ora nella descrizione di personaggi marginali, o di scorci
paesaggistici. E con la volontà di compiere un percorso poetico autonomo,
appartato, autentico, nell’intento di cogliere l’esistenza ed il proprio
mistero nel vissuto, in ciò che è avvenuto nel tempo e che in quel tempo è
stato sognato.
Assai
rilevante, in proposito, risulta la prima sezione del libro, Tagliare per i campi, che racconta di
una deambulazione, che è insieme fuga e ritorno, desiderio di allontanamento ed
appropriazione di sé, prima che sia troppo tardi, in una pianura attraversata
come in una dimensione onirica, scossa da senso d’attesa, ansia e speranza,
fino a raggiungere i confini davanti al mare, e scoprire il margine tra sogno e
realtà.
La
sezione Le mie menti riguarda,
invece, i pensieri solitari, scissi, sconvolgenti, rivelatori di verità altre, ma anche di sofferenze. Menti multiple,
quindi, come assoluti esistenziali, che s’impongono nella solitudine, nelle
lacrime, nel sogno, tra il quotidiano e l’altrove, e che aprono scenari
imprevisti, destinati all’oblio, fino a che resta lo spazio per una mente «minuscola,
quasi / larva o feto o simulacro / […] che ristora, senza peso, / e nessuno la
incatena».
E
la tensione presente in Molinari tra realtà e sogno si trova anche nei
paesaggi, che appaiono nella loro mutevolezza, laddove attimi d’incanto si
alternano a momenti in cui «quel che manca / sopravanza quel che c’è», oppure
nasce il desiderio di un incontro con un amico, con il quale parlare
all’interno di un «quadro impressionista».
Vi
sono continui rimandi tra le varie sezioni del libro, fili sottili che
congiungono passato e presente, passo dopo passo, anni giovanili, esperienze
ormai lontane e consapevolezza attuale, tra disinganno e rinnovato stupore, tra malinconia e desiderio
di comprensione e chiarezza ulteriore.
Dai
ricordi dei vent’anni e alle loro speranze, quando era facile confondere la
vita con la poesia, fino ad oggi ed alle “schiere dei poeti” che «si sono
dissolte», ecco – nonostante tutto – le meraviglie improvvise, le «rinascite»
inaspettate (come quella di un castoro o di un uccello feriti), che
testimoniano il mistero dell’esistenza, piccoli miracoli dalla morte alla vita,
o il desiderio di una possibilità
dentro la natura stessa: «Voglio rinascere in una minuscola / erba sconosciuta
[…]». E qui c’è tutta la predilezione di Molinari per il piccolo, per ciò che
apparentemente non conta ed è considerato trascurabile.
Ma
è soprattutto nella sezione Il grande
spettacolo di guardare in alto, che sembra risiedere la novità del libro.
Lo sguardo di Molinari si solleva verso il cielo e scopre, oltre l’assurdità
dell’infinito, «solo un centimetro di nuvola / ridente» che saluta come «un
vecchio amico», oppure la promessa del vento sotto «poche stelle che illuminano
l’oscura / valle, l’oscura città, l’oscura vita», o ancora la tempesta mancata,
e “tutto riposa / lassù per lo scampato pericolo / i visi si appendono al velo
della sera / e raspano nel muschio innocente / che nasconde gli anni
d’infanzia». Pare proprio che lassù, dove «non ci sono strade né vicoli», dove
non esiste il tempo, ma il sempre, e
dove tutto muore e tutto nasce, si possa indovinare una corrispondenza segreta, persino un volto sfumato, non compatto, che
suggerisce mille interpretazioni.
Infine
i ritratti di personaggi minori,
umili e quotidiani (tra gli altri, le parrucchiere che «trattano i figli come i
capelli»; il barbiere come «un re buono un nobile elegante»; il giocatore di
dama che «possedeva una scienza semplice / nel silenzio della pianura»; il
pescatore di legna che dal Po tirava su «i pezzi di legno che la corrente / portava
a foce), una sorta di teatro interiore,
colmo di pietas, a cui Molinari ci ha
già abituato nelle precedenti raccolte, e che si unisce qui a luoghi e momenti
che prendono forma nel ricordo e nell’innocenza di un tempo, suscitando un
senso di malinconica nostalgia se confrontati alla desolazione odierna, alla
natura violata e all’indifferenza spesso associata all’arroganza. Ecco, ad
esempio, la poesia intitolata La messa
delle dieci e trenta, in cui Molinari ricorda il senso di festa e la
sicurezza dei chierichetti come lui di essere «dalla parte del Signore, Lui era
con noi / e allora lì non temevamo niente / per un’ora eravamo gli angeli, gli
apostoli / i profeti, era davvero una festa». O, ancora, il ricordo di quando
passava la processione ed «ogni casa / aveva il medesimo sorriso / di luci».
Come
afferma Pasquale Di Palmo nella prefazione, il «recupero memoriale» appare, in
questa raccolta, «sferzante come un giudizio senza appello nei confronti degli
ultimi avvilenti decenni».
Il
guardare in alto, allora, non
significa nascondere il presente, ma cercare un « grande spettacolo», qualcosa
che ci faccia aspirare ad una bellezza dimenticata e ci faccia comprendere
meglio chi siamo e che cosa facciamo quaggiù.
«Ma
quando non ci sono strade / perché si sono cancellate / non rimane che salire»,
dicono infatti i versi di Molinari.
Mauro Germani
sabato 23 maggio 2020
Giorgio Pressburger - La legge degli spazi bianchi
sabato 9 maggio 2020
Léon Bloy - Pensieri
I
cristiani devono essere continuamente chini sugli abissi.
Lettres à sa fiancée, 11
décembre 1889
Sono l’incudine in fondo all’abisso, l’incudine di Dio, che mi fa soffrire così perché mi ama, lo so. L’incudine di Dio, in fondo all’abisso!... E sia. È un buon posto per fargli da eco. La coppa dei tormenti è troppo piena ancora, e chi m’aiuterà a berla?
Le mendiant ingrat, 12
novembre 1895
Non riesco a provare la gioia della Resurrezione, perché la Resurrezione per me non arriva mai. Io vedo sempre Gesù in agonia, Gesù in croce, e non posso vederlo altrimenti.
Le mendiant ingrat, 14
avril 1895
Siamo tutti un popolo di prigionieri seduti nelle tenebre e conosciamo l’amore solo quando vediamo soffrire quelli che amiamo.
Lettres à sa fiancée, 18
janvier 1890
La mia anima è in contatto con il nulla.
Le mendiant ingrat, 9
juin 1892
Ho raramente ottenuto l’approvazione dei cattolici e soprattutto dei preti, che vogliono vedere in me uno spirito molto pericoloso, perché penso nell’Assoluto, e mi dichiaro indifferente. Essi hanno bisogno di gruppi e truppe, e i solitari sono sospetti.
Le pèlerin de l’Absolu, 25
juillet 1911
Bisogna mangiare per vivere. Ho sentito dire che una volta c’era una Carne per i poveri e che i morti di fame avevano come risorsa di poter mangiare Dio per vivere eternamente […] Oggi il borghese ha preso il posto di Gesù […].
Exégèse des lieux communs, I
série, IX
Io non ho il vostro temperamento, la pietà non può spegnere in me la collera, perché la mia collera è figlia d’un presentimento infinito. Sono divorato dal bisogno della giustizia, come un drago affamato dopo il diluvio, la mia collera è l’effervescenza della mia pietà.
Le mendiant ingrat, 3
septembre 1893
Il sangue del povero è il denaro. Di esso si vive e si muore da secoli. È la sintesi efficace di ogni sofferenza. È la gloria, è la potenza. È la giustizia e l’ingiustizia. È la tortura e la voluttà.
Le sang du pauvre, 23
janvier 1900
Una santa può cadere nel fango e una prostituta può salire alla luce.
Lettres à sa fiancée, 27
novembre 1889
Gesù fa passare la sua croce dalle sue spalle alle nostre e dalle nostre alle sue, così che piangiamo sempre o di dolore o di compassione.
Quatre ans de captivité à
Cochons-sur-Marne, 1° mars 1903
Quando si muore, una sola cosa si porta con sé: le lacrime versate e le lacrime che si son fatte versare, capitale di beatitudine o di spavento. È su queste lacrime che si verrà giudicati, perché lo Spirito di Dio viene sempre «sulle acque».
L’invendable, 2
octobre 1904
Sono solo. Ho, sì, una moglie e due figli che mi amano e che io amo […]. Eppure, sono solo nel mio genere, sono solo nell’anticamera di Dio. Quando verrà il mio turno di comparire, dove saranno quelli che io ho amato e che mi hanno amato? […] Più ci si avvicina a Dio, più si è soli. È l’infinito della solitudine.
Méditations
d’un solitaire en 1916, I
L’idolatria
consiste nel preferire il visibile all’invisibile.
Le mendiant ingrat, 9
juillet 1893
Parliamo dell’orrore di vivere, in questo mondo, e della somiglianza con i demoni che la mancanza di cristianesimo conferisce senza dubbio alla maggior parte dei contemporanei, ricchi o poveri. Parliamo dell’Invisibile. Io dico che tutto ciò che vediamo, tutto ciò che accade all’esterno, è soltanto un’apparenza – un riflesso enigmatico, per speculum – di ciò che accade, sostanzialmente, nell’Invisibile. Cosa c’è di più apparente, di più esteriore della mia vita?
Le mendiant ingrat, 3 et
4 juillet 1893
Sulla terra noi vediamo l’Invisibile attraverso il visibile. Dopo la morte, vediamo il visibile attraverso l’Invisibile.
Quatre ans de captivité à
Cochons-sur-Marne, 30 mars 1903
Una lacrima di Maria è qualcosa davvero! Una lacrima della Purissima per me, pover’uomo sommerso nel diluvio della collera e del pentimento divini! Una lacrima della rosa mistica per me, tutto solo, nel fetore di questa fossa in cui imputridisco, nell’attesa di una morte che forse sarà orribile! Perché, alla fine, lei ha pianto esattamente come suo figlio ha versato il suo sangue, cioè per ciascun uomo in particolare, giudicato da lei e da lui prezioso come tutti i mondi.
Méditations d’un solitaire en
1916,
XVIII
Quando mi sveglio al mattino, ho spesso, già da molti anni, l’impressione di essere uno di quegli infelici condannati a una morte lenta che, ancora sfiniti per le torture del giorno prima, sono tirati via da un orribile sonno per sopportare nuovi tormenti.
Le mendiant ingrat, 15
juillet 1892
Ciò che un uomo è esattamente, nessuno può dirlo […]. So che sono nato in una data epoca, in un dato luogo, e che ho un nome tra gli uomini. Ho avuto un padre e una madre, fratelli, amici e nemici. Questo è fuori di dubbio; eppure ignoro il nome della mia anima, da dove sia venuta e, di conseguenza, non so assolutamente chi sono.
Méditations d’un solitaire en
1916,
VI
Ho la netta sensazione che tutti si sbaglino, che tutti siano ingannati, che lo spirito umano sia caduto nelle più fitte tenebre.
Le mendiant ingrat, 29
juin 1892
Siamo dei dormienti pieni d’immagini semicancellate dell’eden perduto, mendicanti ciechi davanti a un palazzo sublime che ha la porta chiusa. Non solo non riusciamo a vederci l’un l’altro, ma ci è impossibile distinguere, dal suono della voce, perfino chi ci è più vicino.
Dans les ténèbres, II
Di fronte alla morte d’un bambino, l’arte e la poesia sembrano davvero delle inezie molto grandi […]. Ma i gemiti delle madri e, ancora di più, la silenziosa angoscia dei padri hanno ben altra potenza delle parole o dei colori, tanto la pena dell’uomo appartiene al mondo invisibile.
La femme pauvre,
deuxième partie, X
C’è forse, per un essere umano, qualcosa di più importante dell’esser morto? Esiste una condizione più piacevole, più invidiabile, più desiderabile, più squisita, più spirituale, più divina, più terribile, della condizione di un morto, di un morto vero che si mette sotto terra e che è già comparso davanti a Dio per esser giudicato?
Mon journal, 9
janvier 1900
La letteratura, per la quale non vivo e che non è il mio scopo, mi appare da molto tempo uno strumento insignificante del mio supplizio, nell’attesa che venga il mio giorno, ma la forma speciale, l’aspetto voluto, la specie essenziale della mia tribolazione è la miseria.
Le mendiant ingrat, 16
janvier 1895
Non vi accorgete che il silenzio è la conversazione dei morti e che bisogna parlare ai vivi, soprattutto quando sono in agonia e tutti li abbandonano?
Le
mendiant ingrat, 29 juin 1892
Se
vi piacciono le espressioni bibliche, io sono, non lo sapete?, uno di quegli uomini della sera, « la cui mano è
alzata contro tutti e contro il quale si alza la mano di tutti ». Ho vissuto
senza vergognarmene in un’estrema solitudine, popolata di risentimenti e
desideri feroci partoriti dalla mia esecrazione dei contemporanei, scrivendo o
gridando quello che mi sembrava giusto, anche a costo di crepare, e senza mai
reclamare, per le mie aggressioni o per la mia difesa, l’aiuto d’una qualsiasi
altra penna secolare.
Le mendiant ingrat, 14
août 1892
Io sono triste per natura, come si è piccoli o come si è biondi. Sono nato triste, profondamente, orribilmente triste, e se sono posseduto dal più violento desiderio della gioia, è perché così vuole la legge misteriosa che attira i contrari.
Lettres à sa fiancée, 21
novembre 1889
martedì 28 aprile 2020
LA CITAZIONE (n. 20) - Lev Isaakovič Ŝestov
«Ciò che è più importante è al di là dei limiti del comprensibile e dello spiegabile, cioè al di là dei limiti di ciò che può essere comunicato con la parola.»





