Sono molto grato a Marco Molinari per questo suo articolo apparso sul quotidiano "La Voce di Mantova". (cliccare sull'articolo per ingrandire)
sabato 6 luglio 2019
venerdì 5 luglio 2019
Roberto Dall'Olio: recensione a "La parola e l'abbandono"
Sono molto grato a Roberto Dall'Olio per questa sua recensione a La parola e l'abbandono, pubblicata su "La costruzione del verso" Qui
sabato 22 giugno 2019
Gian Ruggero Manzoni - Nel profumo delle catacombe
Gian Ruggero Manzoni, Nel profumo delle catacombe, L’arcolaio, 2019
Quest’ultima
opera poetica di Gian Ruggero Manzoni si cala nel profondo, penetra quella
cavità dove inizio e fine sembrano ancora parlare, quel luogo abissale nel
quale si manifesta una sospensione
tra vita e morte, come una testimonianza estrema. Il legame tra il bianco e il
nero, tra luce e tenebra, qui non si estingue, perché si accende di sfumature
“attraverso il sentimento / e il fervore”, e ciò che resta del bianco si unisce
al nero, annunciando una verità altra,
aldilà di ogni scontata contrapposizione. È come se i corpi non smettessero di
essere, lasciando ai propri resti una voce, un grido, un lamento o un monito,
che il poeta interpreta e raccoglie, dentro e oltre il disfacimento.
Manzoni
suggella nei suoi versi il legame profondo tra la vita e la morte, con la
consapevolezza che quest’ultima risulta
essere necessaria alla vita, in quanto opera uno svelamento della vita stessa,
divenendo una sorta di negazione che
afferma. E in questo ossimoro risiede l’essenza di tutto il libro.
Che
cosa ci dicono dal loro buio e dalla loro fredda luce i teschi e le reliquie
che appaiono improvvisamente ai nostri occhi? Quale lingua muta si è congelata
in quelle ossa? Quali passioni, quali violenze o quali preghiere dietro quei
resti così inquietanti? E quali verità in quelle iscrizioni e in quelle
immagini che accompagnano il nostro sguardo?
La
testimonianza della morte unisce i testi in un viaggio catabasico che parla di
esistenza e di destino, di ciò che è stato e di ciò che è ultimo, che rimane e si rivela negli ambulacri percorsi dal poeta.
C’è
un sentimento religioso in questo
itinerario, unito a un’ansia di verità che trascende ogni sorta di comoda
pacificazione spirituale e che non esclude nel suo impeto l’invocazione o la
sfida a Dio. Le città sotterranee, che esistono nascoste, al di sotto della
superficie su cui si svolge la nostra vita consueta e distratta, con le loro
gallerie, le loro ombre, i loro graffiti, insieme a ciò che resta dei corpi e
agli oggetti circostanti, possono indurre alla fuga o alla riflessione. Manzoni
sceglie la seconda, consapevole che esiste una lezione della morte per tentare di avvicinare con la parola poetica
l’enigma e le contraddizioni dell’esistenza.
Come
afferma Gian Franco Fabbri nella prefazione, qui il poeta si assume “il compito
di registrare suoni e voci di una vita vissuta e parallela”, prendendo atto di
“un coacervo di scambi – l’uno che prega il santo o la santa affinché
intercedano presso Iddio per una contropartita di salvezza; l’altro che popola
un vero e proprio mercato che accende interessi e perdoni”.
Questo
a significare che il viaggio intrapreso è una meditazione sull’umano e non
vuole allontanarsi dal groviglio dell’esistenza, il quale può comprendere scelte
di vita estreme e moti dell’animo
diversi, che ci interrogano nel loro mistero, tra verità e leggenda, come il
martirio di Santa Caterina d’Alessandria “da cui sgorgarono gigli e margherite
dalla vagina, / latte e miele dal collo, /quando depose la testa sul ceppo
/ e la campana ne suonò la morte”, o la
piccola Rosalia Lombardo, morta di polmonite a due anni, che “a volte apre e
chiude gli occhi / e non manca molto che ti sorrida / o ti faccia un segno per
illudersi / di non essere dalla parte / di chi più non vive”.
Nei
testi di Gian Ruggero Manzoni la voce dei morti e quella della poesia
s’incontrano, ma senza alcun compiacimento macabro, anzi. Ciò che emerge da
questo libro anomalo e giustamente fuori dal coro, aldilà degli odierni ed
insopportabili esercizi di stile, è
la domanda circa l’esistenza, quell’interrogazione radicale che nasce dal
profondo, ovvero dalle nostre catacombe, dove inaspettatamente è
possibile coglierne il misterioso profumo.
Mauro Germani
Mario Bonanno: recensione a "La parola e l'abbandono"
Sono molto grato a Mario Bonanno per questa sua recensione a La parola e l'abbandono, pubblicata su SoloLibri.net Qui
lunedì 17 giugno 2019
Luca Lanfredi - Il coraggio necessario
Luca Lanfredi, Il coraggio necessario, Lamantica Edizioni, 2019
In
continuità con la raccolta precedente, Il
tempo che si forma (L’arcolaio, 2015), Luca Lanfredi ci consegna una poesia
sommessa, incrinata dal vuoto, e al
tempo stesso segnata dall’esistenza, dove la parola appare senza enfasi alcuna,
tra luce ed ombra, in momenti appena accennati, in “scatti brevi”, in movenze
incerte tra passato e presente, “da una crepa di voce”. La pagina sorprende
istanti e pensieri che attendono o
che sono attesi, come se il loro
manifestarsi fosse l’approssimarsi di qualcosa di ineluttabile o la conseguenza
d’altro, un affiorare lento alla
coscienza di una condizione esistenziale, di un disincanto: “la luce che ancora si frappone tra la distanza / e il
guado che l’annienta”.
C’è
spesso un prima e un dopo nei versi di Lanfredi: qualcosa che
è accaduto una volta per sempre e che segna una sorta di confine più o meno
sottile o marcato tra ciò che è lontano ed ormai sembra indicibile, in cui “ci
si era solamente esercitati / a essere giovani, a dissetarsi, a / assolversi”,
e ciò che si constata nel presente, perché “si entra nel tempo dei vuoti,
adesso”. Un tempo prima del tempo,
dunque, e un tempo vero, qui ed ora, sospeso ed esitante, dilaniato,
o quasi cancellato da una fine - ma
che comunque chiama: “Scorro le immagini al contrario, / iniziando da quelle
più scure. / Dovrei darmi da fare, mi dici”: è lo stallo di chi non sa trovare
un “vivere assoluto”, iniziare il suo
giorno. O come chi cerca altrove se stesso e dice a tutti e a nessuno: “Né qui
né lì”, perché la vita è cambiata, “è vita d’altra cosa”, e la propria
inettitudine, la propria mancanza diventano una fuga impossibile, una fuga da fermo.
È
inoltre possibile cogliere nei versi un tu
ed un noi: presenze sfumate, appena
accennate nelle loro scarne espressioni e nei loro semplici gesti, in un pudore
che è scrittura sottratta eppure incisiva nella sua frammentarietà, ad indicare
uno spazio da colmare nei tentativi della vita, negli affetti che vogliono
esistere, a dispetto di un destino sradicato e nella segreta speranza di “aprire
alla terra le parole”, come dice il titolo di una sezione del libro.
Lanfredi,
con la sua poesia, accosta ed allontana, mette a fuoco e dissolve.
La
sua è una voce che risuona da una distanza ed arriva fin dove qualcosa è
successo, ma nella pronuncia si frange, declina, s’inabissa. In movimenti
lenti, quasi impercettibili, i versi si aprono e si chiudono, lasciando tracce
che sono, di volta in volta, rivelazioni d’esistenza, trasalimenti, ipotesi di
realtà, domande o misteriose verità capovolte, come in una pellicola in cui i
soggetti escono improvvisamente fuori campo, eppure qualcosa resta della loro
presenza: un’ombra, una voce, un gesto. Ed è proprio attorno a ciò che resta
che ruotano i versi di Luca Lanfredi: essi sono le conseguenze di una sparizione, e la parola – per il
poeta, ma in fondo per tutti noi – diventa un fantasma inafferrabile.
La
sezione intitolata La città vecchia è
attraversata da domande e da un’assenza percepita come distanza fra sé e sé:
“Non ho mai detto di me: ho solo scritto”, in uno sdoppiamento tra vita e
scrittura, o in un ritardo tra parola e tempo: “Come mai? Come mai / è sempre
tanto tardi?”. La città, che “dicono” vecchia, conserva il passato ed è simile
ad un linguaggio murato nel presente, ad una contraddizione insolubile di
salvezza e di perdizione: “Chi vive non è mai salvo. / Chi vive non è perduto”.
Questo a significare l’enigma dell’esistenza, dove il prima, il dopo e l’ancora sfumano nei versi i contorni del
reale, del tempo e della stessa città, che forse è anche uno spazio letterario, al pari della poesia che
“parla dei morti / come di quelli che non lo sono / più”, perché chiamati o addirittura divenuti essi
stessi parola sfuggente e misteriosa.
E
a questo punto – per meglio comprendere l’approccio alla poesia di Lanfredi –
possono risultare illuminanti le parole di Maurice Blanchot, quando afferma che
la scrittura poetica “non è data al poeta come una verità e una certezza a cui
accostarsi; egli non sa se è poeta, ma non sa neanche che cosa è la poesia, e
neppure se è; essa dipende da lui, dalla sua ricerca, dipendenza che tuttavia
non lo rende padrone di ciò che egli cerca, ma lo rende incerto di se stesso e
come inesistente”.
La
riflessione di Blanchot bene si accosta al modo d’essere e al sentimento poetico di Luca Lanfredi,
alla sua poesia solitaria, così lontana – per nostra fortuna – da quella
spettacolarizzata e vanamente e narcisisticamente promossa sui social network
da tanti, troppi autori
contemporanei. Perché Lanfredi sa che la poesia ha bisogno di silenzio, di lavoro
lungo e paziente: essa è misteriosa, c’è e non c’è, va chiamata ed ascoltata e
non le si addicono i clamori, ed i poeti veri – poi – che sono pochissimi, non devono che assecondarla con la loro
esistenza marginale, proprio come fantasmi
d’Altro.
Così
questa mancanza, questa dimensione di non appartenenza o di sostanziale
ambiguità tra l’atto dello scrivere ed il poeta stesso, ha il corrispettivo in
Lanfredi in una più vasta condizione esistenziale, vale a dire in quella terra di mezzo abitata dai suoi versi,
nei quali chi parla, chi appare e scompare è nel tempo, è caduto nel tempo,
tra un passato in parte ignoto ed un presente assediato dal nulla.
Non
si sa se in questo scenario di privazione potrà succedere davvero qualcosa,
magari una “vita nuova” o un’infanzia fondante, rigeneratrice. Ciò che resta,
ora, è “l’essere ultimo di un durevole vuoto”, la volontà di capire ciò che
manca o che svanisce allo sguardo interrogante: “Che si abbia / il coraggio
necessario per vivere o morire / in quest’assenza”.
Mauro Germani
giovedì 16 maggio 2019
Mauro Germani - La parola e l'abbandono
Mauro Germani, La parola e l'abbandono, L'arcolaio 2019
Aforismi, ricordi, trascrizioni di sogni, appunti letterari: in questi "lampi del pensiero" di Mauro Germani, scritti nell'arco di quasi un trentennio, ritroviamo i temi presenti nella sua poesia: il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell'essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l'enigma dell'amore e del corpo, il dramma non risolto della religione. Qui, però, si aggiungono anche alcune annotazioni di carattere sociale e di costume, accompagnate spesso da una profonda amarezza e da qualche accento polemico. E nella misura esatta della brevità si profila ovunque una parola che appare sospesa "tra la vita e la morte" e che attesta drammaticamente la propria solitudine ed il proprio abbandono nel mondo.
(dalla quarta di copertina)
martedì 30 aprile 2019
Sergio Leone: il sogno del cinema
Se Borges ha
scritto il sogno della letteratura, Sergio Leone (3 gennaio 1929 - 30 aprile 1989) ha filmato il sogno
del cinema, ma con una differenza: l’operazione creativa di Borges è
puramente intellettuale, quella di Leone è concreta, fisica, materica. In essa
il linguaggio cinematografico è il corpo stesso del suo sogno, il
suo sangue, la sua violenza, la sua epica. Perché i film di Leone
non sono soltanto storie sapientemente costruite, ma incarnano il cinema
stesso, cioè sono il cinema del cinema, il nostro occhio interiore,
lo sguardo che incontra e vede il mito. E il mito non è astrattezza
perché comprende, oltre al sogno, la realtà e la morte. Il mito è appartenenza,
inconscio collettivo, individualità e comunità.
Il protagonista della trilogia
del dollaro, interpretato da Clint Eastwood, non ha in fondo un’identità
precisa: chi è? da dove viene? dove andrà? Egli, di volta in volta, è
l’avventuriero astuto, l’infallibile bounty killer, il giustiziere, il destino.
Compare come un fantasma e come un fantasma se ne va, ma ovunque lascia un
segno di sé – un segno enigmatico, tra la vita e la morte. Il suo poncho non
nasconde soltanto la corazza come alla fine di Per un pugno di dollari (1964),
ma qualcosa di più: il segreto inaccessibile di sé stesso, che poi risulta
essere il segreto del cinema.
I film di Sergio Leone consentono sempre
una lettura stratificata, a più livelli. Come ogni mito sono onnicomprensivi.
In essi la leggenda non è disgiunta dalla dimensione storica e quest’ultima è a
sua volta attraversata dal sogno, che è quello dell’uomo e del cinema. Un
cerchio perfetto. Un sogno dentro un sogno. Come le arene circolari delle
grandi sfide, dove le vicende dei personaggi diventano altro,
assumono una dimensione ulteriore, arcana e liturgica – complice la
straordinaria musica di Ennio Morricone – e i pistoleri si rivelano figure
archetipiche, senza tempo. Non si può non citare, a questo proposito, il
colonnello Douglas Mortimer, in Per qualche dollaro in più (1965),
interpretato magnificamente da Lee Van Cleef, che
conferisce al personaggio la freddezza del pistolero esperto, con un passato
militarmente glorioso, insieme a un dolore intimo, a una profonda lacerazione
interiore, che si rivela solo alla fine, a vendetta consumata, quando se ne va
solo, verso il tramonto.
Leone ha saputo raccontare il mito senza
trascurare la realtà storica in esso contenuta, con grande attenzione al minimo
dettaglio: precisione, frutto di ricerca documentata, al servizio del sogno che
è il cinema.
Si pensi alle sequenze riguardanti la
guerra di Secessione nel film Il buono, il brutto, il cattivo (1966):
esse si possono considerare tra le più significative, in ambito
cinematografico, non solo di quel conflitto, ma dell’atrocità della guerra in
generale: il terribile campo di concentramento nordista di Betterville,
l’interno della Missione di Sant’Antonio dove i frati francescani curano i
feriti, lo scontro tra i due eserciti nemici per la conquista del ponte di
Langstone non si possono dimenticare. Leggenda e realtà si fondono e ci
trasmettono un senso di desolazione, di orrore e di pietà che resta dentro di
noi.
In C’era una volta il West (1968),
poi – grande affresco epico e lirico di formidabile efficacia – questo
particolare processo linguistico risulta ancora più evidente. Qui il vecchio West,
quello del nostro immaginario, sta ormai per finire. Il sogno di un’epoca e di
un cinema deve lasciare spazio a una civiltà contrassegnata dal capitale e
dagli affari, come simboleggia l’avanzata della ferrovia verso l’Oceano
Pacifico. I vecchi eroi sono destinati a sparire. Il mito incontra la morte di
sé stesso e può sopravvivere solo in un sogno nostalgico, ossia nel c’era
una volta.
Armonica, il protagonista, se ne va dopo
la sua vendetta, ma – come dice Cheyenne, il bandito romantico, che morirà poco
dopo – “la gente come lui ha dentro qualcosa, qualcosa che sa di
morte”, mentre al centro del film c’è la figura di Jill, donna forte e dolce al
tempo stesso, che fa da tramite tra passato e futuro, unico personaggio
destinato ad entrare nella nuova epoca che sta avanzando: incarna la vita che
non si arrende e prosegue, nonostante la delusione ed il lutto che reca in sé.
Essa si colloca tra il Mito e la Storia, quella che inizia proprio
quando finisce il film. Solo in Jill i segni della morte sono
uniti a quella della vita futura, che certo non sarà facile, ma che lei
probabilmente saprà affrontare. Giustamente è stato osservato che tutti gli
altri personaggi attendono di scomparire, sono una razza che non esisterà più,
e il film dilata i tempi come in una lunga e solenne agonia: un sogno (quello
di Leone e nostro) che vuole ritardare la propria fine incombente e ineluttabile.
Per questo C’era una volta il
West è l’ultimo western di Leone (il successivo film Giù
la testa non si può considerare tale), con il quale il regista
conclude – dopo la cosiddetta trilogia del dollaro – la
sua riscrittura del genere, ossia la rivisitazione in chiave
personale e mitica insieme delle figure, dei luoghi e delle situazioni-tipo del
cinema western. L’eroe solitario, le armi, la legge, la banca, il cimitero e la
morte, il duello assumono nel cinema di Leone caratteristiche proprie, diverse
rispetto ai western classici americani, all’interno di un linguaggio
cinematografico nuovo, in cui vengono privilegiati i primi e primissimi piani,
i dettagli e una particolare attenzione viene dedicata ai dialoghi, alla
colonna sonora (non solo musica, ma anche rumori), ai costumi, alla
scenografia, persino ai titoli di testa, con effetti sorprendenti. C’era
una volta il West comprende tutto questo, ma al tempo stesso conserva
la memoria del western classico: è un omaggio e un addio melanconico
ad un genere, a un mondo e a un sogno.
Un discorso a parte meriterebbe Giù
la testa (1971), film che originariamente non avrebbe dovuto essere
diretto da Sergio Leone (Rod Steiger e James Coburn pretesero che fosse lui il
regista). Si tratta di un’opera complessa che – pur con qualche scompenso di
sceneggiatura – segna anch’essa una fine: quella
delle illusioni. Celebri sono le parole del peone messicano Juan
Miranda rivolte al terrorista irlandese John Mallory: “Rivoluzione?
Rivoluzione? Per favore, non parlarmi tu di rivoluzione! Io so benissimo cosa
sono e come cominciano: c’è qualcuno che sa leggere i libri che va da quelli
che non sanno leggere i libri, che poi sono i poveracci, e gli dice: – Oh, oh,
è venuto il momento di cambiare tutto – […] Io so quello che dico, ci son
cresciuto in mezzo, alle rivoluzioni. Quelli che leggono i libri vanno da
quelli che non leggono i libri, i poveracci, e gli dicono: – Qui ci vuole un
cambiamento – e la povera gente fa il cambiamento. E poi i più furbi
di quelli che leggono i libri si siedono intorno a un tavolo, e parlano,
parlano, e mangiano. Parlano e mangiano! E intanto che fine ha fatto la povera
gente? Tutti morti! Ecco la tua rivoluzione! Per favore, non parlarmi più di
rivoluzione… E porca troia, lo sai che succede dopo? Niente! Tutto torna come
prima”.
È il film più politico di
Leone, nel quale i temi dell’amicizia, del tradimento e del
rapporto tra la Storia e il destino si
intrecciano con le vicende private dei due protagonisti – un film sul
fallimento degli ideali (John afferma: “Quando ho cominciato a usare la
dinamite, allora credevo anch’io in tante cose…in tutte, e ho finito per
credere solo nella dinamite”) e sulla solitudine e l’impotenza di fronte alla
realtà (“E adesso io?”, si chiede Juan dopo la morte di John). Qui il Mito si
è già disgregato, ci sono solo illusioni destinate a finire, e la
Storia si annuncia come un immenso campo di battaglia notturno con il quale si
conclude il film.
Il percorso artistico di Leone termina
con C’era una volta in America (1984), che è ritenuto il suo
capolavoro. Un film sul tempo e sul cinema, un’opera circolare, anzi concentrica ed ellittica,
dentro la quale non solo c’è l’America degli anni Trenta con le sue
contraddizioni, ma anche la memoria drogata di quel sogno che
si forma all’interno della fumeria d’oppio dove si rifugia il protagonista
Noodles e dove il pubblico assiste al teatro cinese, ossia alle ombre del Bene
e del Male che si combattono su uno schermo bianco. Inizio e fine del film si
sovrappongono al sogno del cinema e al sogno stesso di Noodles.
Realistico, violento, e al tempo stesso
onirico, sfuggente, è il film che – più ancora di altri – racchiude magicamente
il sentimento leoniano del cinema come visione mitica che non supera
la realtà del mondo, ma meglio la interpreta e la vive. Anche qui sono presenti
i temi dell’amicizia e del tradimento, legati entrambi all’ossessione del
tempo, dei ricordi e dell’amore mancato. Nessuno è vincitore in questo film,
perché ciascuno perde qualcosa di sé o del proprio sogno
adolescenziale. Non vince Max, non vince Deborah e non vince nemmeno Noodles. A
quest’ultimo (e a noi spettatori) resta soltanto il suo enigmatico sorriso
nella fumeria d’oppio. Un sorriso per dimenticare, o forse ricominciare a
ricordare nelle luci e nelle ombre del cinema e del suo sogno.
Mauro Germani
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