Qual è stato, allora, il suo autoritratto? Così scriveva nel 1960:
domenica 18 marzo 2018
Alberto Giacometti - Scritti
Qual è stato, allora, il suo autoritratto? Così scriveva nel 1960:
domenica 11 marzo 2018
LA CITAZIONE (n. 8) - Dino Buzzati
Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari (1940)
domenica 4 marzo 2018
"Polli d'allevamento" quarant'anni dopo. Una riflessione.
Riascoltare
oggi (2018), a quarant’anni di distanza, Polli d'allevamento (1978) significa avere la conferma ancora una volta della
straordinaria forza espressiva di quello spettacolo, nonché dell’analisi lucida
e impietosa contenuta nei testi, così drammaticamente veri nella
loro impronta esistenziale e sociale insieme.
Io allora avevo 24 anni, seguivo Gaber già da Il signor G, e rimasi profondamente colpito dalla sincerità, dal coraggio, dalla rabbia e dalla solitudine che emergevano dallo spettacolo. Non tutti, naturalmente, condivisero il pensiero di Gaber e sappiamo quanti lo attaccarono per la sua canzone Quando è moda è moda, nella quale dichiarava di essere «diverso e quasi certamente solo». Molti si sentirono feriti e abbandonati. Certo, Polli d'allevamento feriva e voleva ferire, e probabilmente il primo ferito era lo stesso Gaber. E questo perché lo spettacolo affrontava il male oscuro (il cancro – come poi venne chiamato in Libertà obbligatoria) che c’era in noi giovani di allora, ma che a breve avrebbe contagiato tutti, al di là delle barriere generazionali e persino sociali. Parecchi credettero di essere immuni e per questo preferirono difendersi aggredendo o fuggendo, senza porsi domande troppo scomode. Il pensiero critico – si sa – ha sempre fatto paura, e allora Gaber indubbiamente spaventò parecchi.
Al di là delle polemiche del tempo, questo spettacolo consente, più di altri, di puntualizzare alcuni questioni piuttosto importanti. La prima è sicuramente la diversità di Gaber, a vari livelli: il suo essere indipendente, al di fuori di ogni schematismo ideologico, ed anche non omologabile ai cosiddetti cantautori di allora. E oltre a ribadire l’autonomia di pensiero di Gaber, che proprio da questo spettacolo in poi sarà sempre più evidente, occorre sottolineare anche la sua autonomia - e dunque originalità – rispetto alla sua peculiare espressione artistica, in quanto quest’ultima non ha nulla in comune con la semplice canzone d’autore. Gaber faceva teatro, gli altri no: album o concerti. La seconda è la delusione di Gaber rispetto al movimento giovanile nato dal Sessantotto. Innanzitutto perché al principio c’era stata da parte sua un’adesione spontanea, una simpatia nei confronti di chi aveva avuto il coraggio di una protesta, di una ribellione nei confronti della società. Delusione – soprattutto – perché la spinta rivoluzionaria non aveva poi saputo essere vita, divenire corpo in movimento, ma si era da un lato offuscata e cristallizzata in ideologia separata dall’esistenza, in dogmatismo e in violenza, e dall’altro aveva mostrato un velleitarismo infantile, inutile, assuefatto alla moda. La terza – strettamente connessa alla seconda – è l’amara consapevolezza del confronto generazionale, così come emerge dalle canzoni I padri miei e I padri tuoi. Mentre i padri di un tempo «non ispiravano allegria / chiudevano le porte a tutto», ma «avevano una certa consistenza / e davano l’idea di persone /persone di un passato che se ne va da sé», i nuovi padri di allora sembravano (e sembrano tuttora) non avere alcuno spessore, «studenti un po’ invecchiati», quasi eterni adolescenti, dunque uomini incompiuti, senza autorevolezza, incapaci di coniugare un vero rigore con un uso saggio della libertà.
Ecco dunque quell’approccio esistenziale, sempre presente in Gaber, alla realtà sociale, la sua attenzione alle facce, ai gesti, agli atteggiamenti, ai gusti, ai corpi, capaci di rivelare più di tante analisi sociologiche. Ed ecco anche la drammatica separazione delle idee dall’esistenza concreta, come già aveva denunciato nella canzone Un’idea, all’interno dello spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so. La tragica omologazione antropologica e culturale di cui aveva parlato Pasolini è sicuramente ben rappresentata in Polli di allevamento (il titolo riprende un’espressione che usò proprio Pasolini nei suoi Scritti corsari). Il sistema (come si diceva allora) stava inglobando tutto, neutralizzando così ogni forma di ribellione. E i polli d'allevamento, «nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni» avevano sul viso «un’espressione equivoca e sempre più stravolta», patetici o pericolosi nel loro comportamento dissociato e inautentico. Una dolorosa constatazione da parte di chi li aveva avvicinati ed era stato per un tratto una specie di compagno di strada. Perché comunque non bisogna dimenticare ciò che Gaber canterà ne La razza in estinzione (2001), quando ricorda «le strade, le piazze gremite / di gente appassionata / sicura di ridare un senso alla propria vita». La violenta e provocatoria Quando è moda è moda suggella senza mezzi termini una sconfitta, ed i giovani (come ero io allora) vengono definiti «non tanto diversi dai piccolo borghesi che offrono champagne e fanno i generosi». Non importa se è diverso il loro grado di coscienza perché sono comunque il prodotto di una moda che li rende fasulli, prigionieri di atteggiamenti che ormai non hanno nulla di alternativo. Ed è proprio questo venir meno di sostanziali diversità, questo moderno appiattimento che rende drammatica la situazione della società. Gaber afferma nel Finale che bisognerebbe rompere «il meccanismo regolato della scena», fare qualcosa, «dire una parola. Una parola qualunque che non sia scritta nel copione».
E oggi? Oggi sembra non esserci più
niente. Il copione è disarmante. Nuove mode,
peggiori delle precedenti, dominano la scena. Tutto è più difficile e incerto
e la demagogia del momento pare trionfare, senza alcuna
elaborazione teorica. Morte le idee, certo, ma l’esistenza sempre più precaria,
più fragile, più inautentica, abbandonata a impulsi condizionati,
a finte libertà. Slogan e tecnologia sostituiscono il pensiero e
forse anche ciò che di nobile un tempo poteva includere la democrazia, quella
vera. Se la televisione ci ha rincoglioniti, i si può e i social network ci hanno devastati. E Gaber, intanto, ci
manca.
Mauro
Germani
venerdì 26 gennaio 2018
LA CITAZIONE (n.7) - Eugene Ionesco
lunedì 15 gennaio 2018
Léon Bloy - Storie sgradevoli
Léon Bloy (1846-1917) – ovvero lo scorticato, o il pellegrino dell’assoluto, come venne chiamato – è stato uno scrittore estremo, tormentato da un cattolicesimo apocalittico, nonché da un furore antiborghese e da una inusitata violenza verbale e visionaria. La sua vita, contrassegnata dall’indigenza e dall’emarginazione, fu quella di un disperato (Le Désespéré si intitola il suo primo romanzo, pubblicato nel 1887) trafitto da una fede lacerante, la quale voleva dire per lui prova continua e dolore, solitudine, eccesso, scandalo e mai pacificazione. Basti pensare alla sua relazione – criticata e disprezzata dai più – con Anne-Marie Roulé, una prostituta che riuscirà a convertire e con cui vivrà per diversi anni nella più atroce miseria, fino al ricovero in manicomio di lei, ormai sconvolta da esaltazione mistica.
Ossessionato dai paradossi del peccato e della santità, che sovente nelle loro manifestazioni più radicali sembrano confondersi allo sguardo fallace degli uomini (come accade talvolta nelle opere di un altro grande scrittore, Georges Bernanos), Bloy non smise mai di intraprendere una lotta all’ultimo sangue con le tenebre, simile ad un titano solitario alle prese con un mondo devastato e devastante. Apostolo della povertà («Maledizione a chi non ha mai mendicato!», scrisse) e del dolore da accettare come espiazione e maturazione spirituale, non risparmiò insulti, aggressioni verbali verso i potenti del suo tempo, i giornalisti alla moda, i romanzieri di successo. A proposito della sua opera, Borges scrisse che «forgiò uno stile inconfondibile che, secondo il nostro stato d’animo, può essere insopportabile o splendido». E ancora: «Negò lo spazio cosmico; affermò che i suoi abissi e luminarie non sono altro che una proiezione della coscienza umana. Opinò qualche volta che siamo già all’inferno, e che ogni persona è un demonio incaricato di torturare il suo compagno». Quest’ultima concezione dell’esistenza è certamente rinvenibile nelle sue Histoires désobligeantes (1894): una raccolta di racconti brevi in cui domina la presenza terribile del male che governa il mondo e il cuore degli uomini. Con il suo stupefacente linguaggio, che non risparmia espressioni di sarcastica ferocia nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia borghese, della sua miserabile ottusità e della sua idiozia contagiosa, Bloy costruisce storie diaboliche (ed il riferimento qui va a Les Diaboliques di Barbey d’Aurevilly), in cui quasi sempre la dannazione trionfa, dietro la maschera del perbenismo oppure all’interno di inconsueti ed imprevedibili rapporti tra bene e male.
E veniamo ai racconti. Tra i migliori vi è sicuramente Les captifs de Longjiumeau, in cui è narrata la storia di due coniugi benestanti che sembrano l’immagine della felicità, ma che da quindici anni non riescono a partire, nonostante abbiano la passione dei viaggi, perché ogni volta qualcosa impedisce il loro proposito, tanto che la coppia pare «vittima d’una oscura macchinazione del Nemico dell’uomo» e la loro abitazione accerchiata da «truppe invisibili, selezionate con cura per fronteggiarli, e contro le quali nessuna forza avrebbe potuto spuntarla». L’epilogo sarà tragico.
In Une idée médiocre assistiamo all’assurdo giuramento tra quattro uomini di vivere sempre insieme e di non lasciarsi mai e che avrà come testimone il Demonio: «Un solo animo e un solo intelletto suddivisi in quattro corpi in definitiva significava rinunciare alla propria personalità, diventar numero, quantità, ammasso, frazione d’un essere collettivo». E ancora: «La brava gente s’inteneriva vedendo passare quel malinconico quartetto, quegli schiavi della Sciocchezza, che camminavano con lo stesso passo, con delle facce da funerale, vestiti tutti uguali». L’irreparabile, naturalmente, non tarderà a manifestarsi.
In altri racconti vi sono non solo omicidi premeditati, vendette atroci, professioni criminali mascherate da un’etica pubblica, ma anche paradossi in bilico tra peccato e redenzione come in Tout ce que tu voudras!, nel quale la prostituzione sfiora l’incesto in un clima allucinato ed ambiguo tra morte e rinascita («Il Peccato è la porta del cielo», scrisse in una pagina del suo diario).
E a proposito del pensiero di Bloy, occorre aggiungere
che fu assillato dal problema dell’identità e della nostra
incompiutezza causata dalla Caduta, che ci ha fatto precipitare nel Caos, come
testimoniano queste sue parole: «Non c’è sulla terra essere umano capace di
dichiarare chi egli sia. Nessuno sa che cosa è venuto a fare in questo mondo,
di che cosa fan parte i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue idee, né qual è il
suo nome vero, il suo imperituro Nome nel registro della Luce». Apprezzato da
Kafka (nei Diari di quest’ultimo leggiamo «Bloy ha un fuoco
che rammenta l’ardore dei profeti. Ma che dico! Bloy impreca molto meglio. E si
spiega, perché il suo fuoco è alimentato da tutto il letame dell’epoca moderna»),
Léon Bloy – autore di saggi e di due romanzi sconvolgenti, il già citato Le
Désespéré e La Femme pauvre (1897) – è stato
certo uno scrittore anomalo, sempre contro il proprio tempo,
incapace di mediazioni e compromessi, nemico acerrimo di un cattolicesimo
accomodante. Secondo Quinzio, egli vedeva «la decomposizione
della cristianità e […] l’unico rimedio, l’ unica salvezza alla quale pensava
era l’evento escatologico, invano atteso da due millenni». Per la sua
intransigenza non risparmiò duri colpi contro il clero e le alte gerarchie
ecclesiastiche troppo compromesse con la società. Nella sua opera troviamo
soprattutto la sofferenza della carne, l’attesa straziante di una liberazione
assoluta e l’aspirazione alla santità.
Mauro Germani





