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mercoledì 1 gennaio 2020

venerdì 25 gennaio 2019

Per ricordare Giorgio Gaber

Oggi Giorgio Gaber (25 gennaio 1939 - 1 gennaio 2003) 
avrebbe compiuto 80 anni




Mauro Germani, Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero, Zona 2013

Gaber e il teatro
Un nuovo percorso artistico
Il Teatro Canzone
Il Teatro d'Evocazione
Gaber e la musica
Le parole nella musica, la musica nelle parole
La canzone teatrale
Gaber e il pensiero
Pensiero e ideologia
I riferimenti culturali e le citazioni
Louis- Ferdinand Cèline
Jean-Paul Sartre
Pier Paolo Pasolini
Gaber e il corpo
La mente e il corpo
Il corpo e la società
L'ambivalenza e le contraddizioni del corpo
Il corpo a teatro
Gaber e l'amore
Una storia fondamentale e ricorrente
Il dilemma e l'amore-cosa
Un altro reparto dell'amore
Gaber e la società
L'uomo inserito
Dalla parte di chi
Maria, l'esistenza, la realtà
La malattia della libertà
Una società capovolta: la crisi del soggetto e l'indignazione
Il volo mancato e i nuovi barbari
Gaber e il potere
Tutte le facce del potere
Il sistema dell'assuefazione e la grande sfida
Gaber e la morte
L'indicibilità della morte
La mancanza d'essere
Al termine del mondo
Gaber e Dio
Senza altari né vangeli
Tra sradicamento e mistero
Gaber e l'uomo
Quale uomo?
Al centro della vita

domenica 4 marzo 2018

"Polli d'allevamento" quarant'anni dopo. Una riflessione.




Riascoltare oggi (2018), a quarant’anni di distanza, Polli d'allevamento (1978) significa avere la conferma ancora una volta della straordinaria forza espressiva di quello spettacolo, nonché dell’analisi lucida e impietosa contenuta nei testi, così drammaticamente veri nella loro impronta esistenziale e sociale insieme. 

Io allora avevo 24 anni, seguivo Gaber già da Il signor G, e rimasi profondamente colpito dalla sincerità, dal coraggio, dalla rabbia e dalla solitudine che emergevano dallo spettacolo. Non tutti, naturalmente, condivisero il pensiero di Gaber e sappiamo quanti lo attaccarono per la sua canzone Quando è moda è moda, nella quale dichiarava di essere «diverso e quasi certamente solo». Molti si sentirono feriti e abbandonati. Certo, Polli d'allevamento feriva e voleva ferire, e probabilmente il primo ferito era lo stesso Gaber. E questo perché lo spettacolo affrontava il male oscuro (il cancro – come poi venne chiamato in Libertà obbligatoria) che c’era in noi giovani di allora, ma che a breve avrebbe contagiato tutti, al di là delle barriere generazionali e persino sociali. Parecchi credettero di essere immuni e per questo preferirono difendersi aggredendo o fuggendo, senza porsi domande troppo scomode. Il pensiero critico – si sa – ha  sempre fatto paura, e allora Gaber indubbiamente spaventò parecchi. 

Al di là delle polemiche del tempo, questo spettacolo consente, più di altri, di puntualizzare alcuni questioni piuttosto importanti. La prima è sicuramente la diversità di Gaber, a vari livelli: il suo essere indipendente, al di fuori di ogni schematismo ideologico, ed anche non omologabile ai cosiddetti cantautori di allora. E oltre a  ribadire l’autonomia di pensiero di Gaber, che proprio da questo spettacolo in poi sarà sempre più evidente, occorre sottolineare anche la sua autonomia -  e dunque originalità – rispetto alla sua peculiare espressione artistica, in quanto quest’ultima non ha nulla in comune con la semplice canzone d’autore. Gaber faceva teatro, gli altri no: album o concerti. La seconda è la delusione di Gaber rispetto al movimento giovanile nato dal Sessantotto. Innanzitutto perché al principio c’era stata da parte sua un’adesione spontanea, una simpatia nei confronti di chi aveva avuto il coraggio di una protesta, di una ribellione nei confronti della società. Delusione – soprattutto – perché la spinta rivoluzionaria non aveva poi saputo essere vita, divenire corpo in movimento, ma si era da un lato offuscata e cristallizzata in ideologia separata dall’esistenza, in dogmatismo e in violenza, e dall’altro aveva mostrato un velleitarismo infantile, inutile, assuefatto alla moda. La terza – strettamente connessa alla seconda –  è l’amara consapevolezza del confronto generazionale, così come emerge dalle canzoni I padri miei e  I padri tuoi. Mentre i padri di un tempo «non ispiravano allegria / chiudevano le porte a tutto»,  ma «avevano una certa consistenza / e davano l’idea di persone /persone di un passato che se ne va da sé», i nuovi padri  di allora sembravano (e sembrano tuttora) non avere alcuno spessore, «studenti un po’ invecchiati», quasi eterni adolescenti, dunque uomini incompiuti, senza autorevolezza, incapaci di coniugare un vero rigore con un uso saggio della libertà. 

Ecco dunque quell’approccio esistenziale, sempre presente in Gaber,  alla realtà sociale, la sua attenzione alle facce, ai gesti, agli atteggiamenti, ai gusti, ai corpi, capaci di rivelare più di tante analisi sociologiche. Ed ecco anche la drammatica separazione delle idee dall’esistenza concreta, come già aveva denunciato nella canzone Un’idea, all’interno dello spettacolo Dialogo tra un impegnato e un non so. La tragica omologazione antropologica e culturale di cui aveva parlato Pasolini è sicuramente ben rappresentata in Polli di allevamento (il titolo riprende un’espressione che usò proprio Pasolini nei suoi Scritti corsari). Il sistema (come si diceva allora) stava inglobando tutto, neutralizzando così ogni forma di ribellione. E i polli d'allevamento, «nutriti a colpi di musica e di rivoluzioni» avevano sul viso «un’espressione equivoca e sempre più stravolta», patetici o pericolosi nel loro comportamento dissociato e inautentico. Una dolorosa constatazione da parte di chi li aveva avvicinati ed era stato per un tratto una specie di compagno di strada. Perché comunque non  bisogna dimenticare ciò che Gaber canterà ne  La razza in estinzione (2001), quando ricorda «le strade, le piazze gremite / di gente appassionata / sicura di ridare un senso alla propria vita». La violenta e provocatoria Quando è moda è moda suggella senza mezzi termini una sconfitta, ed i giovani (come ero io allora)  vengono definiti «non tanto diversi dai piccolo borghesi che offrono champagne e fanno i generosi». Non importa se è diverso il loro grado di coscienza perché sono comunque il prodotto di una moda che li rende fasulli, prigionieri di atteggiamenti che ormai non hanno nulla di alternativo. Ed è proprio questo venir meno di sostanziali diversità, questo moderno appiattimento che rende drammatica la situazione della società. Gaber afferma nel Finale che bisognerebbe rompere «il meccanismo regolato della scena», fare qualcosa, «dire una parola. Una parola qualunque che non sia scritta nel copione». 

E oggi? Oggi sembra non esserci più niente. Il copione è disarmante. Nuove mode, peggiori delle precedenti, dominano la scena. Tutto è più difficile e incerto e la demagogia del momento pare trionfare, senza alcuna elaborazione teorica. Morte le idee, certo, ma l’esistenza sempre più precaria, più fragile, più inautentica, abbandonata a impulsi condizionati, a finte libertà.  Slogan e tecnologia sostituiscono il pensiero e forse anche ciò che di nobile un tempo poteva includere la democrazia, quella vera. Se la televisione ci ha rincoglioniti, i si può e i social network ci hanno devastati. E Gaber, intanto, ci manca.

Mauro Germani


martedì 1 ottobre 2013

Nota di Nadia Agustoni su "Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero

 
Un libro per temi e un libro per Giorgio Gaber, questo di Mauro Germani. I temi sono quelli del percorso artistico di Gaber, e ci portano a quel suo essere stato uomo e artista, filosofo che non sa e voce su un palcoscenico. Dalla TV al teatro canzone, dal teatro d'evocazione all'anti-ideologia, che non è disimpegno, fino ai suoi riferimenti letterari dove spiccano i nomi di Sartre, Pasolini, Louis-Ferdinand Céline, seguiamo Gaber nel suo ragionare su corpo e amore, sentimenti e società e sul potere, la morte e Dio.
Mauro Germani scrive dell'artista, che ha conosciuto dall'inizio della sua svolta al Piccolo di Milano nella stagione 1970-71, con una partecipazione che è quella di chi condivide un percorso e riconosce una ricerca che ha la concretezza delle cose vere e il fiato di chi vuole il cambiamento senza facili giochi e finte idee o peggio finti ideali. Un Gaber non facile e nello stesso tempo facilissimo da comprendere, esistenzialmente, ma solo per chi ama quel pensiero che è pensarsi in relazione agli altri e insieme capace di dire le cose meno accettate.
La singolarità di Gaber rispetto agli altri cantautori è ben evidenziata. Nessuna poeticità in Gaber piuttosto un cercare forme linguistiche che sono proprie della prosa e in particolare del teatro. L'autore che sente più vicino è infatti quel Céline dalla scrittura febbrile che nulla lascia intatto.
Nel parlare della morte e di un Dio "senza altari" c'è l'uomo che si interroga fino in fondo, senza arrendersi, se non al silenzio di un ascolto diverso. Lasciando perdere l'irrealtà, propinata con i soliti mezzi da potere e da chi fa baccano, c'è un sentire che travalica ormai l'etica e si fa visione di una possibilità nuova. Una possibilità intuita, infine, anche dal fondo di tanta amarezza per ciò che poteva essere, ma non è stato che breve o meno breve per alcuni, rivolta.
Tutti temi che hanno travolto una generazione e più di una generazione, spesso in modo tragico, sono in questo libro, agile e insieme con un peso che induce di nuovo, da capo, alla volontà di capire e quindi aprire domande.
Nadia Agustoni
Nota pubblicata su Rai- News Poesia, a cura di Luigia Sorrentino, il 28/02/2014