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lunedì 30 marzo 2026

Sulla poesia di Mario Luzi


Sin dalla prima raccolta di Mario Luzi (1914-2005), La barca (1935), è possibile cogliere una forte tensione nei confronti del mistero della vita e del mondo, mediante uno sguardo unificante, desideroso di verità, una sorta di abbraccio visivo, come risulta dalla poesia Alla vita: «Amici dalla barca si vede il mondo / e in lui una verità che procede / intrepida, un sospiro profondo / dalle foci alle sorgenti». C’è qui un richiamo all’origine e al tempo stesso a un oltre, annunciato prima dal «viso d’Iddio caldo di speranza», poi da una trascendenza materna e pietosa, che si palesa nell’immagine della «Madonna dagli occhi trasparenti», la quale «scende adagio incontro ai morenti, / raccoglie il cumulo della vita, i dolori / le voglie segrete da anni sulla faccia inumidita». Nel testo inoltre è rinvenibile, un senso d’attesa, che è tutto terreno: quello delle ragazze «con lo sguardo verso i monti», mentre nelle stanze la voce materna «s’alterna / col silenzio della terra», una voce che pare essere proprio quella della stessa vita. Questa corrispondenza misteriosa tra cielo e terra è una costante tematica di particolare rilevanza in Luzi: essa esprime una ricerca inesausta di senso, tra tempo ed eterno, tra le tappe dell’esistenza e ciò che le contiene e le supera. 

Certo, dopo La barca la sua poesia ha avuto un grande sviluppo, come attestano le successive raccolte, ma si può riscontrare una coerenza di fondo, nonostante le differenze stilistiche rispetto agli esordi e le problematiche di volta in volta affrontate. Per esempio, la raccolta Avvento notturno (1940), che possiamo considerare opera di transizione, rivela non solo una maggiore riflessione sul linguaggio e la sua essenza (tanto che qualcuno volle accostare – a nostro avviso eccessivamente – la poesia di Luzi a quella di Mallarmé, quest’ultima in realtà più fredda e astratta), ma anche la coscienza della notte. L’abbraccio cosmico presente in La barca non scompare del tutto, ma viene qui attraversato dall’ombra, nonché dal sentimento della perdita e della morte. Si pensi a un testo come Cimitero delle fanciulle, in cui il tema (leopardiano) della scomparsa prematura delle ragazze – quelle ragazze-simbolo, quelle figure femminili spesso evocate dal poeta fiorentino – («un vento vuoto / s’alza e parla coi tetti di voi morte») è d’improvviso superato da un flusso vitale di consapevolezza e tremore insieme: «Ma io sono: ho natura e fede e il tempo / mio umano intercede / per me dalle sostanze eterne amore», per concludersi poi nei versi: «e io tremo innanzi a voi / di questa mia solenne irta esistenza». 

I due ultimi aggettivi, relativi all’esistenza del poeta, bene si adattano all’intera opera di Luzi, al suo carattere solenne e irto, cioè alto e complesso, percorso dalle continue tensioni di una parola interrogante, dentro e oltre il flusso del tempo. Se nel poemetto Un brindisi, contenuto nella raccolta omonima (scritta tra il 1940 e il 1944, pubblicata nel 1944, ma diffusa nel 1946) è protagonista la tragedia della guerra (dove poi una forma misteriosa di speranza verrà dalla voce dei morti), in Quaderno gotico (1947) particolarmente interessanti risultano i toni chiaroscuri («L’alta, la cupa fiamma ricade su di te») e il desiderio della luce come pienezza d’amore, rappresentata da una ricorrente figura femminile perduta o sfuggente, percepita nella sua misteriosa assenza-presenza, secondo un atteggiamento che può rimandare, in alcuni momenti, sia a Cavalcanti, sia a Dante. 

E nella notevole prova di Primizie del deserto (1952), la memoria si accompagna a un sentimento di solitudine e di morte, che però non risulta vuoto perché – come dicono i versi di Né tregua – «un vento a tratti ci esilia / là dove nel campo desolato / si fa strada il pensiero della vita», un vento che può recare una luce improvvisa, un movimento di senso: «E ne avevo cercato altrove il senso, / dovunque un volto ardeva visitato / dalla luce del vento, non da questa / ch’è materia sensibile alla mano». La coscienza del deserto è comunque abitata dal ricordo e dall’attesa di primizie: «attendo, guardo / questa vicissitudine sospesa» (Notizie a Giuseppina dopo tanti anni); «È il tempo / che soffia nelle ceneri, ravviva / le faville sopite, dalle antiche / ferite spiccia sangue. Tutt’intorno / gli alberi consueti mettono fiori strani» (Gemma). Interessante notare poi che la poesia Aprile-amore, la quale inizia con il pensiero della morte e del «tempo che soffre e fa soffrire, tempo / che in un turbine chiaro porta fiori / misti a crudeli apparizioni», prosegue poi con la rivelazione dell’amore: «L’amore aiuta a vivere, a durare, / l’amore annulla e dà principio», ed è un sentimento che può essere presente anche in chi soffre, perché «un soffio basta a suscitarlo». Una lezione fondamentale che appare nei versi come un lampo di verità «imparato e dimenticato mille volte», ammette Luzi, tanto che la conclusione è: «La mia pena è durare oltre quest’attimo».

Nei libri successivi, soprattutto in Onore del vero (1957), Nel magma (1966) e Dal fondo delle campagne (edizione definitiva 1969), assistiamo, in modo progressivo, a un confronto, spesso drammatico, con la realtà, in cui risalta l’importanza di un vero nascosto nella fragilità quotidiana e nell’umiltà, ossia nell’autentico valore della vita, che pare socialmente sempre più a rischio. Occorre sottolineare poi che, con la raccolta Nel magma, il linguaggio di Luzi cambia, si riempie di una pluralità di segni, legati ai mutamenti della vita sociale degli anni Sessanta, con versi dalla lunga misura, generalmente più diretti, e con dialoghi emblematici e drammatici, simili a processi interiori, ma sempre in forme al di là del risaputo e della facile mimesi: purtuttavia, in altro modo, la voce del poeta, anche se più vicina alla prosa, è riconoscibile nella sua volontà d’interrogazione, tra l’ombra e la luce di figure mai completamente nitide, come fossero proiezioni dell’autore, e circondate da un alone di mistero e di inquietudine (si pensi, per esempio, alla nebbia di Presso il Bisenzio, al buio e alle lucciole di Tra le cliniche, o alla pioggia e al fumo di Nel caffè). 

Su fondamenti invisibili (1971) riprende queste voci, ma esse si configurano in modo più netto come interiori, cioè appartenenti all’anima che spesso si scontra con la mente, in una sorta di conflitto invisibile, in diatribe legate ai fondamenti dell’esistenza. Ciò che ne risulta è una sfida tra finito e infinito, tra chiusura e apertura, in un combattimento perenne, ma vitale, un gorgo di salute e malattia – come indica il titolo dell’ultimo poemetto, che si conclude proprio con la consapevolezza di una conoscenza imperfetta al cospetto del mondo, ma «pur sempre conoscenza», mentre l’anima fonde «in due bolle turchine luce e lacrime».

Dopo Al fuoco della controversia (1978), in cui tempo e oltre-tempo si confrontano o si scontrano nelle contraddizioni e nelle violenze della storia contemporanea, Mario Luzi, con Per il battesimo dei nostri frammenti (1985), rinnova ulteriormente il proprio linguaggio, mediante una versificazione dinamica e al tempo stesso aperta, costellata di spazi, nonché di domande che sottendono affermazioni e verità segrete. L’epigrafe, tratta dal Vangelo di Giovanni, «In lei [la parola] era la vita; e la vita era la luce degli uomini», introduce il vero tema della raccolta, cioè il rapporto tra la parola e la Parola, tra la parola e la vita vera, in una riflessione non tanto prettamente linguistica, quanto concernente la relazione tra creatura / mondo creato e creatore, alla luce del mistero dell’incarnazione, tema centrale in molti testi (si vedano specialmente quelli relativi a La Passione e a Sotto specie umana, che saranno pubblicati nel 1999).  Quello attuato qui da Luzi potrebbe essere definito un processo poetico ed esistenziale di purificazione e di liberazione dentro la realtà: «C’era, sì, c’era – ma come ritrovarlo / quello spirito nella lingua / quel fuoco nella materia. / Chi elimina la melma, chi cancella la contumelia?». E ancora, in altri versi: «Vola alta, parola, cresci in profondità, / tocca nadir e zenith della tua significazione, / giacché talvolta lo puoi»; un movimento incarnato, che il poeta auspica come luce e «non disabitata trasparenza»: un monito, neanche troppo velato, nei confronti di una poesia come esercizio fine a sé stesso e dunque innocuo. Emerge la preoccupazione di uno scarto sempre tutto umano tra le parole e la vita e  contemporaneamente la necessità di riconoscere un mistero imprescindibile, che è origine e orizzonte a cui tendere. 

Qual è, allora, il compito del poeta? In Frasi e incisi di un canto salutare (1990), che apre l’ultima grande stagione di Luzi, viene riconosciuto il debito sempre aperto con il mondo come l’infinita lettura di un libro, che «ha tritato la vita, / tormentato il canto» (Auctor). E tuttavia colpisce, in un’altra poesia, l’immagine della rondine solitaria, «assetata di chiarore», «che da sola spazia / nei cieli disertati / dopo i gridi e la battaglia / e sale a una anche più alta plaga», attratta dalla lontananza, desiderosa «di altra luce», «in quella estrema / luminosa caccia». La domanda, però, se la sua sia sofferenza o esaltazione è solo nostra: «Ma è nostra quella disanima, / sappiamo noi quel dilemma, / a lei detta qualcuno / quel silenzio della risposta. Quello. / E basta». Ecco allora la sospensione tipica di Luzi, che non è una resa, non è il disincanto leopardiano, né il negativo montaliano, ma un affidarsi naturale e insieme misterioso al creato, dentro e oltre il creato stesso.

Davvero mirabile si può considerare poi la raccolta Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini (1994), opera in cui confluiscono in modo straordinario temi come il richiamo dell’origine («Mondo in ansia di nascere… Ma stretta / è la porta dell’origine»); il viaggio come conoscenza ulteriore («alba, ti aspettiamo / sapendo e non sapendo / quel che porterai con te / nella tua ripetizione antica / e nel tuo immancabile / antico mutamento»); il mistero della creazione e dell’arte («Dove mi porti, mia arte? / in che remoto / deserto territorio / a un tratto mi sbalestri?»); la ricerca del divino («Ed eccolo – oh felicità – è visibile / l’altro cielo della spera / non toccato dalla creazione, / non abitato dal pensiero / ma dalla sua potenza. / Ed è paradiso»); l’enigma dell’essere («È, l’essere. È. / Intero, / Inconsumato, / pari a sé. / Come è / diviene. / Senza fine, / infinitamente è / e diviene»). Terra e cielo qui si chiamano, si cercano, si trovano, si rispecchiano, si capovolgono, si uniscono in un mosaico spirituale in cui ogni divisione, ogni angoscia, ogni tormento, ogni trauma, ogni ferita – pur restando tale – diviene cristianamente altro, configurandosi pertanto non come segno di chiusura o di condanna o di cecità, ma entrando a far parte di un mutamento sacro, di un flusso vitale e cosmico. 

L’ultima stagione poetica di Luzi pare seguire un moto ascensionale che, dopo barriere e conflitti, magmatici accumuli, accese controversie, frammenti dispersi, ritrova quell’abbraccio visivo, presente nella raccolta d’esordio La barca, che ritorna così, con voce rinnovata, nella figura e nel viaggio di Simone Martini. Il tutto all’insegna di un mistero che alla fine si rivela come particolare rivelazione gnoseologica, secondo quanto ebbe modo di dichiarare il poeta stesso: «Il mistero per me è una forma di conoscenza» (M. Luzi, Colloquio. Un dialogo con Mario Specchio, Garzanti, 1999).

Mauro Germani



domenica 18 marzo 2018

Alberto Giacometti - Scritti

Alberto Giacometti, Scritti, Abscondita, 2001

Alberto Giacometti in lotta con la realtà. Sempre. Con il disegno. Con la scultura. Anche con la scrittura. Per catturare l’esistenza e l’esistente. Non solo volti, corpi, ma anche oggetti. Spinto da un desiderio incessante, anzi una vera e propria ossessione. Tra il vuoto e le forme. Tra il buio e i bagliori improvvisi. Dentro il suo atelier, la sua bottega-caos, la sua stanza da condannato. Nella furia, nella distruzione, nel dubbio, nel tormento. Iniziando, cancellando, ricominciando. Lottando. Anche con la matita o la penna, sui taccuini, sui fogli sparsi scritti ovunque, tovaglie di carta, giornali, libri, muri.
La scrittura di Giacometti procede a piccoli balzi, s’interroga, s’interrompe, si riprende. Ha il respiro e l’affanno dell’esistenza. E’ timida e violenta. E’ fragile e potente. Dice di sé, del suo smarrimento, ma anche della sua urgenza, della sua sfida all’impossibile. Giacometti non usciva mai senza un taccuino in tasca. Doveva osservare, interpretare, scomporre, ricomporre, tracciare linee, segni, parole. La realtà circostante l’assaliva. La sua stessa esistenza l’assaliva, con il mistero dei volti incontrati, la moglie Annette, il legame tenero e disperato con Caroline, i bordelli, gli amici, la malattia.  E le sue teste scavate. I corpi lacerati. Quelle figure sottili. Quelle materie del vuoto. Quelle macerie sospese e parlanti. Quelle essenze di vite rapprese. Quegli acuti alzati nel nulla.
Giacometti consumava e si consumava. Una dépense continua e febbrile, vitale – a modo suo. Un corpo a corpo con l’esistenza ed il suo abisso. Nei confronti della parola provava insoddisfazione, sapeva che non bastava, che ciò che essa traduceva era poca cosa rispetto a quel groviglio che è l’essere umano, a quell’enigma che è il mondo. Eppure scrivere era necessario ed urgente, con le sue sbavature, le sue mancanze, i suoi tradimenti. Anche la sua arte era così. Una pena desiderata ed una meraviglia che stordiva improvvisa. Un tremore che scuoteva. E a volte una violenza tremenda. Un attacco scomposto di crani, di orbite, di arterie, di tronchi umani. E di aggressioni, di pulsioni nascoste, di omicidi incompiuti.
Giacometti viveva nel suo laboratorio, anche quando era fuori, anche quando si incontrava con Caroline. Il suo atelier era dappertutto, la sua infelicità lo seguiva ovunque, insieme al suo darsi, alla sua voglia di esistere per conoscere e per conoscersi. Senza teorie. Senza filosofie. L’uomo Giacometti e l’artista Giacometti non si pensavano, non si parlavano, ma indubbiamente si cercavano e a volte giocavano a nascondersi, a volte si scambiavano le parti, a volte sembravano un essere solo. Chi può dire di più?
Nella bellissima introduzione agli Scritti - volume comprendente testi già pubblicati, taccuini, fogli sparsi e conversazioni - Jacques Dupin afferma che “negli scritti, nell’opera dipinta, scolpita, disegnata, la coscienza della riuscita e della conquista è indissociabile dal sentimento dello scacco. Le avanzate e le ritirate sono insieme i fuochi e i controfuochi, i punti fondamentali dell’erranza e dell’apertura”. Giacometti era un combattente, come in fondo dovrebbero essere tutti gli artisti. Nessuna patria da difendere, forse nemmeno quei segni di lotta, quelle ferite sulla carta e sui materiali da lui usati, ma la battaglia stessa, l’agone che chiama e sfinisce, che fa sperare e disperare, che è la vita e la morte. Perché l’arte non può essere astratta, non può essere incontaminata, non può levarsi al di sopra di tutto, ma  nasce sempre dalla materia, dal sangue, da un atelier sporco di macerie, di esperimenti interrotti, di sconfitte e di momentanee vittorie. Nulla sembra stabile, immutabile in Giacometti. Osservando le sue opere, ci aspettiamo che esse improvvisamente possano cambiare, cercare altre linee, muoversi, cancellarsi e ricomporsi. Ci dicono la mano dell’uomo, il suo movimento e la sua tribolazione.
E sempre Dupin sostiene che gli scritti di Giacometti mettono in evidenza le tre pulsioni fondamentali che governano  l’opera e la vita dell’artista: l’infanzia, la donna e la morte. La prima con i suoi sogni e la sua crudeltà, i rifugi nelle rocce, il sole nascosto dalle montagne, l’atelier del padre, l’attaccamento alla madre. La seconda con il suo fascino strano, che provoca paura ed eccitazione, con il suo corpo ignoto, sgozzata in sogno, sempre lontana o doppia. E poi la morte che “è il fondo, tranne l’ombra che la luce ritaglia, dilania, tranne la luce che bagna i profili del vivente, o della vivente, e la chiarezza che traspare attraverso le carni”, perché Giacometti ha affermato “la presenza attiva del vuoto, l’ha nominata, l’ha ripetuta parola per parola e linea per linea”. 
Qual è stato, allora, il suo autoritratto? Così scriveva nel 1960:
Non so più chi sono, dove sono, non mi vedo più, sono convinto che il mio viso debba apparire come una vaga massa biancastra, esangue, che si tiene assieme sostenuta da vecchi stracci informi che cadono sino a terra. […]
Le teste, le persone non sono che movimento incessante, da dentro, da fuori, si rifanno di continuo, non hanno una vera consistenza, il loro lato trasparente. Non sono né cubi, né cilindri, né sfere, né triangoli. Sono una massa in movimento, un’andatura, una forma cangiante e mai del tutto afferrabile. E inoltre sono come vincolate a un punto situato all’interno che ci guarda attraverso gli occhi e che sembra costituire la loro realtà, una realtà non misurabile, in uno spazio illimitato e che sembra esser altro da quello in cui sta la tazza di fronte a me o che è creato dalla tazza stessa.
Esse non hanno – non più – un colore che sia definibile.
Ritornare su tutto questo.

Mauro Germani