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mercoledì 1 settembre 2021

Concetta D'Angeli - Le rovinose

 

Concetta D’Angeli, Le rovinose, Il ramo e la foglia, 2021

In quest’ultimo romanzo di Concetta D’Angeli – ambientato in Italia tra il 1976 ed il 1988, cioè nel periodo che comprende in parte i cosiddetti anni di piombo – la violenza della storia e quella segreta e privata appaiono l’una lo specchio dell’altra. Ed è in questa rifrazione, spesso enigmatica e dolorosa, che trovano espressione le vicende dei personaggi principali, sempre in bilico tra i loro sogni e la realtà, tra i loro desideri più o meno consapevoli ed i condizionamenti di un tempo instabile e contraddittorio, segnato da una profonda volontà di cambiamento per una società migliore e più giusta, ma anche da pericolose derive estremistiche e violente.

Al fondo del libro si può percepire un senso tragico che c’interroga, qualcosa che è più di un disagio collettivo, qualcosa che a poco a poco sconfina nella follia: una follia che forse è un po’ di tutti. Così le figure di Silvana, Clara e Lorenzo, pur diverse tra loro, appaiono legate alle contraddizioni del periodo storico a cui appartengono. La prima insegue tenacemente, come una forma di riscatto, un successo professionale che si rivelerà irto di difficoltà in una società dominata dal maschilismo. Clara, dotata di una bellezza prorompente – alla quale non sarà insensibile Silvana, che scoprirà così la propria omosessualità – è una creatura fragile e indifesa, che incarna illusione e dolore, ingenuità e disperazione, costantemente in fuga da se stessa e dilaniata da pulsioni autodistruttive. Lorenzo, invece, è tormentato dalla ricerca di una forma d’assoluto impossibile da raggiungere: prima sarà tentato dal rifiuto della propria classe sociale d’appartenenza, l’alta borghesia, e dalla lotta armata, poi indirizzerà il proprio delirio di onnipotenza nella costruzione dell’Opera, che prevede la totale dipendenza fisica e psicologica di Clara.

Anime inquiete di un’epoca inquieta, questi personaggi acquisiscono sempre più spessore con l’avanzare della lettura, fino a delinearsi nettamente come emblemi esistenziali di un periodo tanto travagliato e  complesso della nostra storia. Soprattutto il personaggio di Clara vive nella pagina così com’è, cioè s’impone a noi lettori senza alcun artificio o retorica, con l’evidenza del suo destino e della sua misteriosa rovina, recando in sé l’impronta incancellabile dei personaggi veri che non si possono dimenticare: si veda, ad esempio, la terza parte del romanzo, che riporta brani del diario di Clara, in un crescendo drammatico fra detto e non detto. Ma anche Silvana e Lorenzo non hanno nulla di falso o di costruito. Essi ci appaiono nella loro tragica verità, che si configura come una sconfitta generazionale. Silvana è segnata da ricordi ingombranti e da un’insoddisfazione senza rimedio, la quale è anch’essa rovinosa, in qualche modo speculare a quella di Clara. Concetta D’Angeli ce la consegna efficacemente in una doppia dimensione narrativa, che percorre ed innerva quasi tutto il romanzo, alternando il racconto dalla terza persona alla prima, cioè passando dalla narrazione esterna a quella del monologo interiore. Lorenzo, invece, nella sua drammaticità appare privo di scampo, come posseduto da forze incontrollabili, prigioniero di se stesso, dei suoi sentimenti confusi e delle sue insanabili contraddizioni: una figura indubbiamente di forte impatto, in cui la debolezza che nasconde si maschera spesso di una folle ferocia. Personaggi destinati ad una deriva che ha travolto parecchie persone alla ricerca di un senso che non hanno trovato, legittime aspirazioni deviate o troncate troppo spesso dalla violenza, in un’Italia gremita di gravissimi crimini politici e mafiosi, come testimonia l’accurata (ed agghiacciante) cronologia posta in appendice al volume.

Ciò che emerge a lettura ultimata del romanzo – che risulta sempre scorrevole e sorretto da un sapiente impianto narrativo, a tratti quasi cinematografico – è una domanda che sembra ineludibile: come riflettere oggi, a distanza di anni, sul senso di sconfitta incarnato dai personaggi ? E ancora: che cosa ci dicono le loro esistenze? Ciascun lettore potrà tentare di rispondere, ma è più probabile – com’è forse giusto – che le eventuali risposte non siano mai del tutto esaustive e che addirittura da esse nascano nuove inquietanti domande.

Mauro  Germani

 

mercoledì 29 novembre 2017

Concetta D'Angeli - Tempo fermo



 Concetta D’Angeli, Tempo fermo, Pacini Editore, 2017

Con questo suo romanzo d’esordio, vincitore nel 2016 del premio letterario “Edizione straordinaria”, Concetta D’Angeli ci consegna un’opera che suscita non poche riflessioni sul rapporto - quanto mai ambiguo, ma fondamentale - tra arte e vita. Infatti, la vicenda della protagonista, la cantante lirica Maddalena Canevari, che negli anni Venti, al culmine del successo, decide improvvisamente di abbandonare le scene e di ritirarsi per il resto dei suoi anni nell’isola di Ponza, pone al lettore -  in modo non esplicito, ma attraverso una narrazione assai efficace - una serie di interrogativi non trascurabili circa le possibili relazioni tra il fenomeno artistico in genere e l’esistenza, tra la creatività ed il nostro essere nel mondo.
Maddalena interrompe bruscamente la sua carriera e sceglie la solitudine. Perché? Nel romanzo non c’è giustamente una risposta precisa a questa domanda (che resta viva nella mente del lettore per tutta la narrazione), ma si può affermare che la scelta della protagonista è dettata da una delusione profonda circa la capacità dell’arte di “salvare la vita”. Il disinganno per Maddalena è traumatico: l’arte non è taumaturgica, non può sostituirsi alla vita né guarirla, in quanto nessun miracolo può sconfiggere i drammi dell’esistenza. Sarà l’amore sfortunato per Tommaso (che ha una concezione “cosmica” dell’arte e del teatro, al di là della separazione tra arte e vita)  a segnarla profondamente e a far cadere ogni illusione, come rivela la profonda amarezza delle sue parole: “L’arte non è che la parodia della vita”. E poi: “A che serve l’arte? Per esibirsi? Per divertirsi? A che serve se non sa sconfiggere la morte?”.
Domande queste che possono sembrare ingenue, ma che in realtà sottendono una problematica sempre attuale, soprattutto oggi, in cui domina una cultura-spettacolo da esibizione, mercificata, narcisistica, che sembra proprio sostituirsi a quanto di profondo o di innominabile c’è nell’esistenza, in una sorta di incoscienza collettiva. Maddalena preferisce ritirarsi nella sua villa. Anche questa può essere una fuga dalla vita, come un po’ lo era stata la sua arte -  e per di più comoda, grazie alla ricchezza accumulata - ma fa pensare. Il personaggio di Maddalena incarna le contraddizioni o le problematiche con cui spesso un artista deve fare i conti, come il rapporto col proprio passato dedicato all’arte. Tra orgoglio e scontrosità, tra reticenze e confessioni, Maddalena, ormai vecchia, accetta di rivelarlo a Eugenio Dandoli, ricercatore presso la cattedra di Storia della Musica all’università di Napoli, che – insoddisfatto della propria esistenza -  la intervista nel tentativo di riscattare il proprio fallimento intellettuale.
Le domande e le relative risposte costruiscono così un mosaico narrativo che spazia dal presente al passato e viceversa e che costituisce la struttura portante del romanzo. La scrittura di Concetta D’Angeli, molto curata e plastica nel delineare i personaggi, rivela la propria duttilità stilistica nei dialoghi (è stata insegnante di Letteratura e Drammaturgia teatrale all’Università di Pisa), nei quali il lessico specifico di ognuno (si vedano, ad esempio, le espressioni gergali toscane di Agatina e quelle napoletane di Salvatore, il segretario e confidente di Maddalena) conferisce veridicità e vivacità al racconto. Da aggiungere, poi, l’attenzione agli ambienti e ai dettagli storici, nonché l’uso pertinente della terminologia relativa al mondo della musica e del melodramma, che Concetta D’Angeli ha studiato con passione per la costruzione della vicenda. Occorre poi dire che fa piacere constatare, in questo romanzo, l’interesse per lo stile, per la ricerca di una propria autonomia di scrittura e di espressività, cosa che purtroppo oggi manca in molte opere narrative.
A lettura ultimata, non si può non riflettere sui  personaggi principali.
A ben vedere, essi sono tutti chiusi nella loro solitudine e nel loro mondo, tutti in qualche modo delusi o sconfitti. Per ciascuno, il presente è senza particolari aspettative, un tempo fermo, che però non è quello dell’arte, piuttosto del ricordo, della malinconia o del silenzio. Maddalena ha scelto il proprio ritiro dal mondo; Salvatore convive in solitudine con la propria diversità, sembra vivere di riflesso, prendendosi cura di Maddalena e di Leonora, la figlia cerebrolesa di quest’ultima; Eugenio comprende il suo impossibile riscatto. C’è però il mistero di Leonora e del suo mondo “incontaminato” e soprattutto del suo canto solitario, che improvvisamente si rivela nelle ultime, bellissime pagine del libro, come un’arte che sembra davvero pura e che nasce dalla profondità della vita, senza artifici, finzioni o compromessi.

Mauro Germani