martedì 4 giugno 2024

Luigi Cannillo - Dal Lazzaretto


Luigi Cannillo, Dal Lazzaretto, Prefazione di Davide Romagnoli, La Vita Felice, 2024

Non è una semplice raccolta di testi poetici quest’ultimo libro di Luigi Cannillo, ma una successione di cinquanta componimenti che si dispiegano con un intento unitario, pur se internamente variegato, in cui memoria personale e storia collettiva si cercano o s’intersecano in una sorta di viaggio che è relazione incessante di attesa, visione e ricordo.

Si tratta di un movimento che parte da un luogo preciso, il Lazzaretto di Milano, costruito fuori da Porta Orientale tra il XV e l’inizio del XVI secolo come ricovero per i malati e poi abbattuto alla fine dell’Ottocento, nel quartiere dove Cannillo è nato e vissuto fino a quando è rimasto in famiglia. Movimento – si diceva – che consente allo sguardo poetico dell’autore di espandersi, oppure restringersi a seconda delle circostanze, vale a dire delle forze centrifughe e centripete dell’esistenza: sogni, desideri, solitudini, aspettative più o meno deluse. Perché è proprio da qui, da questa zona storica e mutevole, nella quale sono avvenute grandi trasformazioni, che è passato per il poeta il destino, ed è ancora qui che egli convoca i fantasmi del passato proprio e altrui, come in una pellicola da custodire. È in questo spazio, reale e simbolico a un tempo («sembrava sconfinato l’ospedale») che ogni immagine diventa passaggio, momento di un ritorno e di un addio, come le «figure in posa sulla spianata», perché la posa nasce indubbiamente dal desiderio di restare nel tempo, di lasciare una traccia, un segno della propria vita, «dove le ombre si fissano perenni»,  ma tutto ciò implica in fondo proprio la coscienza segreta della perdita, dell’andarsene. Il nostro presente è la malinconia dei «salvati» che cercano le impronte di chi non è più, pur sapendo che ciò che resta non può che essere affidato «a futura memoria».

Nei testi che si susseguono, è possibile cogliere un alternarsi  frequente di interni (aule, corridoi) ed esterni (piazze, strade, cortili, facciate di abitazioni, pianure) delimitati da finestre o vetrate, a segnare un confine non solo materiale ma esistenziale, dove il desiderio e il sogno si contrappongono alla realtà e alla solitudine in un conflitto nitido eppure mai eccessivo (s’intuiscono, nella distanza del tempo, i turbamenti dell’adolescenza, le incomprensioni, i dissidi, gli amori silenziosi, le delusioni), riferito quasi sommessamente, con un pudore che è pulizia di scrittura, attenzione ai dettagli e a una parola calibrata e al tempo stesso incisiva: «spiare da casa / la polvere di neve e latte / che ci ruota in una sfera / di vetro capovolti / Il velo di vapore alla finestra ci ripara / dalla minaccia che ci aspetta fuori, / non dalla pena che si sconta al chiuso»; «La sagoma sul vetro smerigliato / mi sta aspettando o sono io riflesso?»; «La luce appariva come torcia / dietro la fila di finestre a palpitare / il corpo scolpito in una sagoma / in moto nella sua cornice»; «La mia casa con la finestra aperta / e il vento che mi cerca / mentre io sono altrove».  Ecco allora che nel rapporto vita-mondo, s’incardina la vita del poeta («Quando tra desiderio e mondo / si spalancano le labbra / una lama di fuoco si fa strada»), dalle aule scolastiche («Resto nel nodo, il fiocco azzurro / mosso da una corrente sconosciuta / nel vuoto che risplende tra le porte») alle pareti domestiche («Questa è la casa, un nido di spine / ma nessun altro a cantarla / qui l’origine e l’esilio»), fino alla città («La città nelle sue vene / la esplori slogandone le ossa / un corpo che si estende / anche restando fermo»), alla periferia («Finché a una curva della notte / appare l’aureola della periferia»), alle stazioni («Vado ancora a un binario fantasma / ad aspettare chi non ritorna»), attorno a ciò che è scomparso e che viene chiamato e in qualche modo riappare; un’autobiografia non gridata, in un succedersi di quadri mobili che si compongono nella costruzione di un montaggio quasi cinematografico, in un intrecciarsi di passato e presente, nel quale l’io sa a volte ritirarsi per dare spazio a una visione più ampia: l’antico che è qui tra aperture e dissolvenze, come uno sguardo ossimorico perché attratto dalla concretezza dell’invisibile. Quell’invisibile che è «il popolo del nulla», il quale «spinge / le sue figure in palcoscenico / prima di scomparire tra le quinte / Fotografie  come ambasciatori / a chiedere insistenti la parola». E allora è la poesia, nella sua tensione, a cercare di dire l’esistenza, a volte «oscillando in alto / come una mongolfiera / oppure formula sommersa nelle grotte / irraggiungibile corallo»; è la poesia a condensare il tempo in pochi versi («Come in un film  mio padre / entra ancora reduce nel bar / ne esce da emigrato e subito / vecchio appoggia la bicicletta all’angolo»), a rianimare gli scomparsi («Per questo rianimiamo gli scomparsi / che appaiano almeno come bagliori»), o ancora a comprenderne le assenze, come nella poesia dedicata alla madre che non ritorna e lascia a chi resta una straziante libertà: «Meglio lasciare a noi ricostruire / gli eventi, salendo i gradini / due alla volta, bussare senza fiato / noi alla vostra porta».

Nell’ultimo bellissimo testo troviamo di nuovo il Lazzaretto che diviene luogo viaggiante, treno che trasporta e conduce a un destino, spazio-labirinto nel movimento dell’esistenza, ma anche della poesia che lo pronuncia come in un sogno, una sorta di buio luminoso, dove «scorrono le stazioni / in passaggi come lampi», verso «destinazione ignota». Da sottolineare, poi, la presenza nei testi delle sole virgole e non del punto fermo, scelta stilistica atta a scandire un ritmo poetico sommesso, senza forti cesure, ma aperto a un flusso memoriale, a una continuità che è quella del vissuto, dello sguardo interiore.

Questo di Luigi Cannillo è un libro complesso, stratificato eppure compatto, contraddistinto da una levità malinconica ed esemplare, non privo di una pietas profonda e non esibita («L’origine appartiene al sapere / mentre il distacco  lotta col mistero / Pietà per il destino che ci aspetta / nel ritratto che si va compiendo»), a cui fanno da cornice le due splendide citazioni manzoniane poste all’inizio e alla fine del volume. E a conclusione di questa nota, credo risulti quanto mai appropriato ciò che scrisse Franco Loi in un suo libretto dedicato alla Milano di Delio Tessa: «Rimane sempre qualcosa attaccata alle cose, anche quando scompaiono e con esse gli uomini che le hanno vissute. Si chiama memoria e si chiama storia».

Mauro Germani

Motivazione Premio Nazionale di Poesia "Tra Secchia e Panaro"


Sono molto grato alla giuria del Premio "Tra Secchia e Panaro" che mi ha assegnato il primo premio per il mio libro Prima del sempre (puntoacapo, 2024). Riporto qui la motivazione a firma di Antonella Jacoli.

Tra i tanti volti dai nomi dispersi, gli sguardi materni, i cortili segreti dell’infanzia livornese, gli sradicati poveri di oggi e i morti che assaltano la vita e che sono con noi (portatori, se non proprio di “luce ovunque” alla Cees Noteboom, almeno di un cono fosforescente di pietà e perdono), Mauro Germani, con accurata misura contemporanea e concentratissima sensibilità chimica e psichica, passa dalla prosa poetica delle prime sillogi agli a capo atemporali del secondo millennio, sempre e comunque “voce interrotta” che “scrive ciò che è segreto”. Si rivela così un cavaliere del silenzio sospeso nel vuoto, salvato dal bilanciere della propria arte fisica e metafisica, dalla parola che, filtrata in terra estrema, rilancia domande.  Nell’ultima fatica, “Prima del sempre”, approda all’accoglienza piena della propria identità cristiana, “la voce dentro la voce” alla quale ora, in splendida maturità, apre le braccia.

Antonella Jacoli

lunedì 3 giugno 2024

Recensione di Andrea Rompianesi a "Prima del sempre"

Ringrazio Andrea Rompianesi per questa sua recensione a "Prima del sempre", apparsa il 27 maggio 2024 su "Il blog di Enea Biumi. Scrittura nomade": QUI
 

giovedì 16 maggio 2024

XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024

Prima del sempre. Antologia poetica 1995-2022, Postfazione di Giovanni Nuscis, puntoacapo editrice, 2024

PRIMO CLASSIFICATO AL XXX PREMIO NAZIONALE DI POESIA "TRA SECCHIA E PANARO" 2024 - Modena

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martedì 13 febbraio 2024

Lorenzo Morandotti - I demoni della speranza

Lorenzo Morandotti, I demoni della speranza, puntoacapo, 2022


Che cos’è un aforisma se non un lampo del pensiero, un’intuizione folgorante, una visione improvvisa, o addirittura una veggenza dentro la notte, una verità che grida nel deserto? Come la punta di un iceberg, ogni aforisma nasconde un segreto sommerso, un mondo occulto, un humus profondo, un prima che è all’origine della scrittura vera e propria. Ed è questo sapere antecedente, questa premessa velata a rendere affascinante ciò che poi appare sulla pagina, nella forma lapidaria e abbagliante di un dire sentenzioso, che resta come un segno finale, un’ultima conclusione con cui il lettore deve fare i conti. Si comprende allora come la brevità aforistica non sia solo sinonimo di una concisione del pensiero, ma accurata selezione lessicale, perentorietà stilistica, associata sempre a un alone di mistero, di un non detto, di un’assenza che palpita all’ombra di ogni parola. Occorre, insomma, una notevole perizia per comporre aforismi degni di questo nome, capaci di scuotere l’intelletto e l’anima di chi legge. 

È quanto, con mirabile estro, ci consegna Lorenzo Morandotti con I demoni della speranza, dopo il volume di surrealistico umor nero, nonché di suppurazioni dell’anima e smarrimenti corporali Crani e topi (ES, 2014). In questa nuova raccolta rinveniamo capovolgimenti semantici che sono sconfinamenti irregolari della parola e del senso, paradossi esistenziali che diventano irriverenti arguzie, guizzi sorprendenti della mente oltre sé stessa, e soprattutto fulminanti intuizioni relative alla scrittura e ai libri: tutti requisiti per una lettura coinvolgente, che provoca non solo l’intelligenza («L’unico delitto è rinunciare all’intelligenza»), ma anche l’anima («Date ascolto all’anima. Prima che vi distrugga»). 

Ciò che Morandotti ci trasmette è una sorta di partecipazione ironica, di distacco critico eppure – a ben vedere –  appassionato nei confronti dell’esistenza, della sua ambiguità e dei suoi lati oscuri e nascosti. Ed è proprio qui che si colloca, nelle sue multiformi sfaccettature, l’enigma dello scrivere, tra caducità («I libri ingialliscono come le foglie. Ma cadono più in fretta») e severa dedizione («La parola si nutre senza mani. Va alla deriva in un semplice nome. Ha bisogno di veglie, di esatte cornici»), in una tensione che è quella della vita stessa nella consapevolezza che il pericolo odierno e infernale è quello di «una babele miserabile dove ogni parola si equivale». La scrittura, pertanto, non risulta essere una dimensione separata, ma qualcosa che agisce misteriosamente in noi e oltre noi, tanto che «un romanzo può essere la cronaca di un fallimento o il movente per un delitto»; oppure «È ordine della natura o esercizio della volontà, quando muore un essere umano. Ma se capita a un libro è un sacrilegio intollerabile». Da considerare, poi, l’aleggiante ombra della morte che affiora tra un aforisma e l’altro, ora in modo esplicito e ironico («La signora con la falce, dopo l’inchino: “Permette questo ballo?”. E, sventurata, la vita risponde»), ora in maniera più sottile («Anche se il corpo è una camera d’albergo, ne restituirai la chiave una volta sola»). 

Durante la lettura non si può non cogliere l’influenza, più o meno evidente, di grandi autori di aforismi come Cioran e Ceronetti, dai quali Morandotti eredita, da par suo – cioè con una vena più eccentrica, sconfinante spesso nell’assurdo o nell’umorismo macabro – non solo la tagliente nitidezza dello stile dei suddetti, ma anche un problematico afflato metafisico, nell’ineludibile scarto tra anima e mondo, tra negazione della speranza e il suo ricorrente, luminoso (o diabolico) fantasma.

Mauro Germani

 

mercoledì 24 gennaio 2024

Antonin Artaud - Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale


Antonin Artaud, Il Pesa-Nervi. Frammenti di un diario infernale. Saggio introduttivo, Lettera ad Artaud e traduzione di Carmelo Claudio Pistillo, La Vita Felice, 2023

Questa pubblicazione del Pèse-Nerfs (1927) e dei Fragments d’un journal d’enfer di Antonin Artaud (1896-1948), a cura di Carmelo Claudio Pistilllo – che firma l’ampio saggio introduttivo, una lettera ad Artaud e la traduzione – è da non perdere per vari motivi. Innanzitutto perché di queste due opere giovanili di Artaud quasi nessuno si è mai finora occupato, e poi perché l’introduzione di Carmelo Claudio Pistillo risulta davvero illuminante per comprendere la vita e l’opera di Artaud, forse l’autore più estremo e tormentato del Novecento, la cui esistenza drammatica appare inscindibile dalla sua produzione multiforme e febbrile. Quest’ultima appare segnata da un desiderio incessante e insopprimibile di raggiungere un’espressività incarnata, una dimensione non cartacea o letteraria della parola, ma capace al contrario di dire la vita, di esserci, fino al sacrificio di sé, fino a divenire silenzio nella sua contesa con l’impossibile, con l’inafferrabile. E proprio la consapevolezza della frattura abissale tra pensiero e linguaggio spingerà Artaud a cercare risposte oltre il cosiddetto dicibile, al di là della scrittura comunemente intesa e del teatro occidentale, fondato sulla ripetizione inutile di una parola immobile. La sua sarà una lotta tremenda contro tutto ciò che non scuote il corpo e lo spirito, contro il risaputo, il già visto, il già sentito, e alla fine contro la letteratura e lo stile, verso cui non può che provare orrore. 
Dall’originario conflitto corpo-mente, passando attraverso la permanenza presso la tribù dei Tarahumara, indios dediti a strani riti e all’uso di peytol, pianta dagli effetti allucinogeni, al cosiddetto «teatro della crudeltà» del 1938 (il quale vuole essere «la vita stessa in ciò che ha di irrappresentabile», come scrisse Deridda), Artaud viene sempre più attratto e tentato dall’impossibile, da una ricerca che sfida il limite, la ragione e la stessa scrittura, in un annientamento totale del pensiero compiuto e del senso. Ed è interessante notare come già nel Pèse-Nerfs troviamo la seguente affermazione: «Tutta la scrittura è uno schifo. Tutte le persone che fuggono dal vago per definire quel che accade nel loro pensiero, sono schifose. Tutta la stirpe dei letterati è schifosa, specialmente nel nostro tempo». Sembra esserci un’anticipazione di ciò che avverrà negli ultimi anni di vita dell’autore, quando farà del corpo uno strumento di ribellione, mediante l’uso delle glossolalie, fino al delirio dell’indicibile e dei rumori corporali. 
Il Pèse-Nerfs – «una specie di stazione indecifrabile e completamente eretta in mezzo allo spirito», secondo la dichiarazione dell’autore – è un’opera frammentaria, spezzata, magmatica, percorsa da lampi in mezzo alle tenebre e al dolore («Sono un abisso totale»), che divengono paradossi, capovolgimenti di senso, pulsioni, confessioni, espropriazioni di sé, ma è anche, al tempo stesso, una testimonianza drammatica contenente i prodromi di ciò che sarà la vita e l’opera complessiva di Artaud. 
Anche i Fragments costituiscono una prova evidente dei conflitti di Artaud («È il confltto tra la mia abilità interiore e la difficoltà a esprimerla che crea il momento in cui muoio»), del suo spossessamento e della battaglia che combatte con ciò che potremmo definire la parola del suo sottosuolo
Le tappe della sua dolorosa vicenda esistenziale («questo dolore conficcato in me come un cuneo», scrive ancora nei Fragments),  che lo vedrà più volte ricoverato in istituti psichiatrici, tra cui quello di Rodez, nel quale subirà ben cinquantuno elettroshock, costellano, come una sorta di disperata via crucis, l’attività di Artaud, che rappresenta sicuramente un unicum artistico, sfuggente a qualsiasi definizione, come peraltro egli stesso desiderava. Forse, però, pare lecito azzardare che, nonostante tutto, cioè nonostante il nulla, Artaud sia stato un uomo divorato dall’assoluto e dalla vita, anche nella negazione, nel rifiuto e nella bestemmia. Certo è che la sua esistenza e la sua opera non possono alla fine non interrogarci sul misterioso rapporto arte-follia, a cui Karl Jaspers dedicò in Genio e follia un ampio studio. Senza entrare nello specifico, possiamo aggiungere semplicemente che talvolta le possibilità dell’arte in genere e le possibilità della follia si incontrano, restando indissolubilmente ed enigmaticamente legate tra loro, in quanto possibilità dell’esistenza stessa.

Mauro Germani