domenica 8 dicembre 2019

lunedì 2 dicembre 2019

Intervista su "Limina mundi"


Sul blog letterario "Limina mundi" è uscita una mia intervista relativa a La parola e l'abbandono. Ringrazio Deborah Mega, Maria Rita Orlando e Loredana Semantica per l'attenzione. QUI

sabato 9 novembre 2019

La parola e l'abbandono - Aforismi su "La poesia e lo spirito"



Segnalo la pubblicazione su La poesia e lo spirito di alcuni miei aforismi tratti da La parola e l'abbandono (L'arcolaio, 2019). Ringrazio di cuore Giovanni Nuscis per l'iniziativa e Fabrizio Centofanti per l'ospitalità.  QUI

martedì 5 novembre 2019

Thomas Bernhard - Antichi Maestri



Il rapporto tra arte e vita è al centro di questo romanzo di Thomas Bernhard, che è una sorta di doppio monologo, ovvero la testimonianza di due voci che si intrecciano tra loro: quella dominante di Reger, vecchio critico musicale, e di Atzbacher, scrittore e filosofo, il quale riporta i pensieri del primo, trascrivendo un verbale non solo senza destinatario, ma anche così fluido che la sua voce sembra divenire l’eco della prima.

lunedì 7 ottobre 2019

Perché questo libro è stato scritto?




Perché questo libro è stato scritto?
La domanda può sembrare banale, ma in realtà è importante, ed è giusto che il lettore se la ponga al termine della sua impresa. Un’opera, infatti, per essere davvero tale e autentica, deve avere una sua intima necessità, una sua ragion d’essere, se non addirittura un’urgenza impellente.
Purtroppo oggi capita sovente che, dopo aver letto una silloge poetica o un testo di narrativa di un autore contemporaneo, non vi sia alcuna risposta autentica e convincente al suddetto interrogativo. La domanda perché questo libro è stato scritto? resta dentro di noi senza esito e il libro rimane tra le nostre mani come qualcosa di inerme, vuoto, e soprattutto innocuo. Non si riesce a capire che cosa abbia mosso l’autore, quale sia stata la ragione profonda del suo scrivere, al di là naturalmente della propria ambizione personale, del suo voler essere scrittore o poeta
Spesso – soprattutto in ambito poetico – ci troviamo davanti a semplici esercizi di stile, oppure a fastidiose imitazioni, di cui non si riesce a comprendere la motivazione, se non quella di emulare presunti e affermati "maestri" per trarne vantaggi personali. Nel migliore dei casi assistiamo a elaborazioni costruite anche con una certa abilità, ma che non scalfiscono minimamente il nostro animo e il nostro pensiero, perché in tali esercizi, in tali compitini, in realtà non c’è niente
In essi manca ciò che non può mancare in un’opera letteraria: l’esistenza. Se quest’ultima è assente, che cosa resta? Un vacuo, noioso e spesso insopportabile gioco di parole, che rivela solo la propria insensatezza. Se in un libro non c’è l’esistenza, non c’è nemmeno la sua ragione d’essere. Perché scrivere se non siamo capaci o abbiamo paura di affrontare il pericolo stesso della scrittura, la quale non può essere svincolata dall’esistenza? Perché continuare a produrre opere inconsistenti, senza il mistero e/o il dramma di tutti noi, dell’esistere, del nostro essere qui, con tutte le contraddizioni, i dubbi, gli smarrimenti, gli errori, i tormenti, ma anche le speranze e le invocazioni che fanno parte della nostra condizione di esseri umani? Perché comporre in poesia esercizi ordinati e inoffensivi, oppure scrivere romanzi o racconti scaltri, ma privi di una scrittura autentica, originale, sofferta? Perché non assumere il rischio che la parola richiede, quel rischio che pure hanno conosciuto schiere di poeti e di scrittori, che hanno pagato fino alle conseguenze più estreme il loro rapporto con la scrittura? Non c’è alcuna missione salvifica nello scrivere, perché questo nasce dall’esistenza e l’esistenza è di per sé un mistero che è contesa tra bene e male fino alla fine. Ogni scrittore o poeta vero non può che sentire dentro di sé questa tensione continua, anche se la sua opera magari apre alla speranza o contiene una concezione religiosa dell’esistenza (si veda, ad esempio, il caso di Giovanni Testori). Non si può sfuggire a questo. L’autenticità non si compra, né si baratta, e proprio per questa ragione occorre prendere le distanze anche da un certo ambiguo maledettismo d’accatto o ragionato, dunque di maniera, qua e là presente in alcuni giovani poeti contemporanei, epigoni illusi o maldestri dei loro compiacenti maestri.
Ritornando alla domanda iniziale perché questo libro è stato scritto? la risposta dovrebbe allora essere sempre unica: perché l’ha dettato l’esistenza, in quanto è proprio dal conflitto  mai definitivamente compiuto, ed anzi drammatico, tra parola ed esistenza, che può nascere un’opera autentica, capace cioè di incarnare la suddetta tensione nella pagina e trasmetterla al lettore, coraggiosamente, con tutti i rischi e i pericoli (ancora una volta dell’esistenza stessa) che questo comporta per entrambi i soggetti coinvolti, vale a dire chi ha scritto e chi ha avuto la ventura di leggere.
Mauro Germani

giovedì 26 settembre 2019

Ennio Flaiano - Tempo di uccidere

Un’Africa quasi astratta, ma che il lettore si sente addosso con il suo caldo opprimente, il cielo incolore, il suo lento respiro. Un’Africa che è quella della guerra d’Etiopia, sospesa per il protagonista – un ufficiale italiano – tra allucinazione, vergogna e istinto di sopravvivenza. Un luogo che ben presto diviene quasi metafisico, emblema di smarrimento esistenziale e di improvvisa violenza, come una condanna da scontare. Un luogo – ancora – che mette a nudo la meschinità dell’essere umano, le sue profonde contraddizioni. E soprattutto l’assoluta mancanza di certezze. Perché il sospetto e la colpa tormentano fino alla fine l’animo del protagonista, in uno sdoppiamento continuo della propria personalità, incredulo egli stesso delle proprie azioni e della propria natura nascosta.
La vicenda narrata prende l’avvio dall’omicidio commesso dal protagonista nei confronti di Mariam, una ragazza etiope con cui ha trascorso una notte d’amore. La giovane, prima ferita involontariamente da un colpo di pistola esploso contro un animale dal tenente, viene poi uccisa di proposito da quest’ultimo. Dopo questo evento drammatico, per metà casuale e per metà voluto, il protagonista si trova in una condizione di confusione, di incertezza e di paura, alimentata poi anche dal sospetto di avere contratto la lebbra dalla ragazza, a causa di una pustola che compare poi sulla sua mano. Un malessere mentale e fisico s’impadronisce a poco a poco di lui, fino a condurlo quasi alla diserzione e a imprigionarlo in una sorta di delirio, tra ipotesi di fuga, esplosioni di violenza incontrollata, dubbi continui, viltà e pentimenti.
Niente è sicuro in questo romanzo, se non la tragedia di quest’uomo comune, in balia di se stesso e di una verità sfuggente. Egli non è un eroe, né un antieroe, piuttosto è chi non pensava di essere, un individuo che scivola tra indifferenza e orrore per ciò che sta vivendo, ma che prova anche profonda nostalgia per la moglie lontana, di cui gli restano ricordi struggenti e le lettere nello zaino. Un uomo solo, che non sa che fare, in preda a pensieri di morte che lo assalgono senza dargli tregua. Ipotesi, sospetti, indizi si succedono a improbabili progetti di salvezza, tra illusioni, disperazioni, vani tentavi di fuga. Il delitto commesso e la paura del contagio divengono il centro di un’ossessione, che dilaga all’ambiente, agli altri personaggi, alle cose. Che cosa è successo e sta succedendo veramente?
C’è indubbiamente, in questo straordinario romanzo di Ennio Flaiano (Premio Strega 1947), un’inquietudine che rimanda, per certe atmosfere e tematiche, a Dostoevskij (l'uomo del sottosuolo, intimamente contraddittorio e malato, dall'io diviso, posseduto da forze e ossessioni che sfuggono al proprio dominio), e a Kafka (il senso di colpa e di possibile condanna all'interno di un contesto che  pare spesso  incomprensibile), tuttavia con un’impronta personale di abbandono, di trasporto lirico, con uno sguardo che in certi momenti rivela una pietas non di maniera, uno scatto dell’anima, sia pur fragilissimo, esposto ai rischi costanti dell’annientamento.
Flaiano è abilissimo nel narrare, in prima persona, una storia che mette in gioco non solo la natura del protagonista, compromettendone la sua moralità e la sua lucidità, ma anche l’identità degli altri personaggi, tra tutti il vecchio Johannes e il bambino Elias, parenti della vittima, con i quali l’ufficiale, sempre più smarrito, instaurerà un rapporto contraddittorio, di dipendenza e di rifiuto insieme. Anch’essi, chi sono in realtà? Quali motivazioni nascondono i loro comportamenti?
Poi c’è la guerra di conquista, ormai giunta quasi al termine, e presente nelle pagine come una specie di sogno malato, un morbo dell’anima, che ha generato e continua a generare violenza e assurdità, stordimento della coscienza, sopraffazione e miseria. Il tutto senza discorsi ideologici, ma mettendo in evidenza quella tragica normalità, quel male dolciastro, che tutti accomuna, vincitori e vinti.
La conclusione del romanzo è spiazzante e insieme coerente, perché apparentemente tutto sembra risolversi e l’incubo del protagonista finire, in quanto “il prossimo è troppo occupato coi propri delitti per accorgersi dei nostri”, come afferma un personaggio nelle ultime pagine. E occorre ricordare quanto dichiarò lo stesso Flaiano circa l’epilogo non certo rassicurante della storia: “Il protagonista, alla fine, ha di nuovo il sospetto di non essere guarito. Forse non si tratta più della lebbra, si tratta di un male più sottile e invincibile ancora, quello che ci procuriamo quando l’esperienza ci porta a scoprire quello che noi siamo veramente. Io credo che questo non sia soltanto drammatico, ma addirittura tragico”.
Tempo di uccidere è sicuramente uno dei più importanti romanzi del Novecento italiano.
Mauro Germani



sabato 7 settembre 2019

Giovanni Testori - Trilogia degli Scarozzanti





Giovanni Testori, Trilogia degli Scarozzanti, in Giovanni Testori, Opere (1965-1977), Classici Bompiani, 1997

Con la Trilogia degli Scarozzanti, comprendente L'Ambleto (1972), Macbetto (1974), Edipus (1977), Giovanni Testori crea un percorso drammaturgico di estrema originalità, contraddistinto da una scrittura che nasce dentro la carne, perché il linguaggio – secondo le parole dello stesso Testori – “deve essere fisiologico, creare tensione tra chi parla e chi legge o ascolta”. Da questo motivo scaturisce la necessità di una scrittura non solo materica, ma anche libera da un sistema espressivo codificato ed istituzionalizzato, una scrittura ancestrale, quindi, la quale – per citare quanto Testori dichiarò a proposito del Macbetto – vuole “mettere l’apocalisse nelle parole: distorcerle, squartarle, scuoterle”, fino al risucchio, dentro “la grande fenditura di cui la donna è l’emblema, da cui tutto è uscito e in cui tutto rientra”. E questa affermazione è da collegare anche all’ossessione – presente sempre in Testori – della nascita, del venire al mondo contro la propria volontà, dell’espulsione dal ventre materno nel sangue, in una condanna terrena tutta da scontare, nella battaglia continua tra senso e non senso. Non a caso nell’Ambleto il fantasma del re emerge dal suo stesso sperma, perché è proprio da lì che per il protagonista inizia la tragedia.