martedì 28 maggio 2013
mercoledì 24 aprile 2013
Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero
MAURO GERMANI - GIORGIO GABER. IL TEATRO DEL PENSIERO (Prefazione di Mauro Gaffuri) ZONA 2013 - Euro 15,00
http://www.lafeltrinelli.it/products/9788864383293/Giorgio_Gaber_Il_teatro_del_pensiero/Mauro_Ger mani.html
http://www.ibs.it/code/9788864383293/germani-mauro/giorgio-gaber-teatro.html
http://www.amazon.it/Giorgio-Gaber-teatro-del-pensiero/dp/8864383298/ref=sr_1_4?s=books&ie=UTF8&qid=1366966617&sr=1-4
Gaber e il teatro
Un nuovo percorso artistico
Il Teatro Canzone
Il Teatro d'Evocazione
Gaber e la musica
Le parole nella musica, la musica nelle parole
La canzone teatrale
Gaber e il pensiero
Pensiero e ideologia
I riferimenti culturali e le citazioni
Louis- Ferdinand Cèline
Jean-Paul Sartre
Pier Paolo Pasolini
Gaber e il corpo
La mente e il corpo
Il corpo e la società
L'ambivalenza e le contraddizioni del corpo
Il corpo a teatro
Gaber e l'amore
Una storia fondamentale e ricorrente
Il dilemma e l'amore-cosa
Un altro reparto dell'amore
Gaber e la società
L'uomo inserito
Dalla parte di chi
Maria, l'esistenza, la realtà
La malattia della libertà
Una società capovolta: la crisi del soggetto e l'indignazione
Il volo mancato e i nuovi barbari
Gaber e il potere
Tutte le facce del potere
Il sistema dell'assuefazione e la grande sfida
Gaber e la morte
L'indicibilità della morte
La mancanza d'essere
Al termine del mondo
Gaber e Dio
Senza altari né vangeli
Tra sradicamento e mistero
Gaber e l'uomo
Quale uomo?
Al centro della vita
Gaber si definiva "un filosofo ignorante". Questa espressione - che rimanda al sapere di non sapere di Socrate - rivela non solo la continua volontà di ricerca intorno all'uomo ma anche il proposito di non arrendersi mai di fronte a presunte verità confezionate. Il pensiero a cui tende tutta l'opera di Gaber non è l'affermazione di un sapere organicamente costituito, né tantomeno di una specifica ideologia, quanto uno slancio, una tensione ideale che vuole essere tutt'uno con l'esistenza, con l'esserci, qui e ora, dell'uomo. Una spinta utopica che cerca di dare senso concreto al nostro essere nel mondo, una riflessione che indaga incessantemente la vita, rivelandone anche gli aspetti più drammatici e contraddittori, un impegno etico cui l'uomo autentico non può e non deve sottrarsi.
"Fare oggi il punto su una figura così importante come Giorgio Gaber è veramente necessario. La trattazione di Mauro Germani ci aiuta parecchio in questo intento. La disamina distingue col dovuto scrupolo tra Teatro Canzone (scene con dialoghi e monologhi e musica) e Teatro d'Evocazione (solo dialoghi e scene non musicate): due facce di una stessa medaglia, "generi" scaturiti entrambi dalla medesima tensione esistenziale, votati a interpretare il mondo mediante stilemi drammaturgici innovativi. Medesime le istanze, identiche le intenzioni, coincidenti poetica programmatica e poetica in atto: cambiare il mondo in cui viviamo, mutare l'uomo che lo abita, descrivendolo, e a volte attaccandolo, nella sua sfaccettata identità comportamentale".
dalla prefazione di Mauro Gaffuri
mercoledì 16 gennaio 2013
domenica 9 dicembre 2012
L'attesa e l'ignoto. L'opera multiforme di Dino Buzzati
Mauro Germani (a cura di), L'attesa e l'ignoto. L'opera multiforme di Dino Buzzati, con un'intervista di Mauro Gaffuri ad Almerina Buzzati, L'arcolaio 2012 - 15 euro
Questo volume presenta contributi inediti di critici, poeti e scrittori contemporanei sull'opera multiforme di Dino Buzzati e ripropone alcuni saggi pubblicati nel dicembre 1991 sulla rivista "Margo". Le riflessioni riguardano non solo il Buzzati più noto, ma anche quello meno conosciuto, cioè il poeta, il drammaturgo ed il librettista d'opera. A rendere ancora più prezioso il volume, una lunga ed interessante intervista ad Almerina, la vedova dello scrittore.
venerdì 18 maggio 2012
Sulla poesia
La poesia non ha protezioni, è senza difesa: non può e non deve averne.
La
sua forza sta nella nuda parola, nella sua necessità e nella sua verità.
Occorre
accoglierla e preservarla dal mondo inautentico della chiacchiera, dove tutto è
commercio e consumo immediato. “Dove
non c’è rischio, non c’è scrittura” ha affermato Edmond Jabès e tale affermazione vale per sostenere un
senso forte della poesia, un legame stretto tra scrittura poetica e destino, nella
consapevolezza che scrivere non è un gioco.
Si
scrive sempre da un esilio, come sospesi tra due abissi: un fondo oscuro e
segreto che si spalanca alle nostre spalle e qualcosa che da sempre ci attende
come un destino.
Ciò
che resta è la traccia di una scomparsa, il segno di una voce perduta e di un
desiderio, la risposta ad una chiamata antica.
La
poesia è gettata nel mondo, è delicata e potente al tempo stesso. Nasce ai
bordi dell’inesprimibile, tra salvezza e perdizione, tra memoria ed oblio.
Il
poeta è colui che vive in sé la frontiera, il margine, l’inquietudine di
un’alterità inafferrabile che sente nell’ombra. Sperimenta l’assenza dell’Altro
e nel contempo ne ricerca la voce, una voce che da sempre tace nel suo dire,
che si sottrae nel suo essere qui, nella carne e nel dolore dell’esistenza.
Che
cosa costruisce allora il poeta? Difficile dirlo. Nel
testo c’è un altro testo perduto, tutta
l’incompiutezza della scrittura, ma anche una smisurata volontà senza nome, un
assoluto che cerca d’incarnarsi sulla pagina. Per sempre. O mai.
Ancora
Edmond Jabès: “Per lo scrittore ogni parola scritta nasconde un’altra parola
del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più
essenziale. Verso questa parola egli tende”. E
proprio questa tensione mai placata definisce a poco a poco lo spazio della
scrittura, una zona che è per noi lontananza ed intimità, spaesamento e
familiarità, costruzione e maceria.
Mauro Germani
giovedì 22 marzo 2012
Mauro Germani - Terra estrema
Mauro Germani - Terra estrema (Interventi di Marco Ercolani e Fabio Botto) - L'arcolaio 2011
I
Nella stanza cresceva l’ombra, il sonno come un addio. Lui ripeteva il dolore di quelle scale come fosse per sempre, come un gesto scampato al disastro di fuori. Lei aveva pochi minuti, oppure una vita intera, lo guardava e lo ricordava senza trattenerlo, con calma, nella vertigine chiusa di quello spazio segreto.C’era stato un giuramento lì, un attimo assoluto.
C’era stato un amore incurabile, la luce tremante dei volti, la strada lontana. Un abbraccio senza mondo, vicino alla carie dei muri, dove era più facile perdere, non avere giorni, non avere nomi.
III
Lei vendeva il suo corpo per essere infelice e poter dormire. Trovava sempre un sorriso, anche nella fame disperata, negli appuntamenti veloci. Chiedeva aiuto da quei cassetti aperti e confusi, da una foto ingiallita, da una borsetta dimenticata. Per sé aveva qualche stagione, un albero che sorrideva, un po’ di neve, una rosa gialla, un piccolo ramo spezzato.
Per sé piangeva in silenzio.
Lui era un poeta e le sue parole, le sue domande non uscivano da quella stanza.
A volte la notte gli rispondeva dicendo: “Verrà l’ora onnipotente, verrà come una ladra e sarà una bambina dai capelli bianchi. Ti riconoscerà e ti porterà con sé per sempre. Andrete lontano, andrete dove non c’è ritorno e la vostra solitudine sarà immensa e gloriosa …”.
“Ti mentirò sempre il male, l’urto delle moltitudini”, le diceva quando era bello non essere lì, sognare una casa lontana, un destino senza destino, una fiamma e un vento solo per loro.
Lei si perdeva e si ritrovava come in un’infanzia di terra e di nuvole, una meraviglia buona e solitaria, un patto raccontato dal cielo.
Tutta la stanza era ferita, una domanda imperfetta che non pretendeva più nulla, una grazia sfiorita negli occhi.
Non poteva esserci salvezza nelle loro parole dilaniate, in quelle promesse informi e capovolte, in quella curva feroce del tempo.
Qualcosa si preparava per finirli. Qualcosa come un urlo soffocato nelle pareti, una sentenza incisa nella carne, un allarme scappato da tutte le vie.
Così scendevano nell’imperdonabile resa, nel gorgo vuoto e maledetto, nella gola bruciata e senza parole. Così si allontanavano nel comando finale.
Il loro corpo fu l’ombra, la luce, il sogno, la ferita.
Furono gli anni dietro le finestre, il pane secco nella credenza, i millimetri di ogni febbre e di ogni bacio, la patria segreta delle lenzuola, ma anche le impronte senza riparo, l’alleanza sconfitta del mondo, un addio incessante.
giovedì 15 marzo 2012
L'arrivo di Wang
CINEMA E PENSIERO
a cura di
ANGELO CONFORTI
a cura di
ANGELO CONFORTI
L’arrivo di Wang (2011) dei Manetti Bros.: i problemi del relativismo e dell’ermeneutica in chiave fantascientifica ed ironica
Sentinella (Sentry) di Fredric Brown è un racconto di fantascienza del 1954 che, in una sola pagina, con la straordinaria efficacia della grande letteratura, squarcia il velo dell’inguaribile antropocentrismo degli umani e ci guida nel territorio esplorato, sulla scorta del prospettivismo di Nietzsche, soprattutto da Heidegger e Gadamer: la precomprensione ontologica, il pregiudizio, il radicale relativismo di tutto ciò che esiste come terapia per il dogmatismo, l’ermeneutica invece dell’ostinata certezza di possedere una qualche verità definitiva, il pluriverso al posto dell’universo ormai troppo piccolo. Il protagonista, soldato di una guerra galattica, ormai da troppo tempo lontano da casa, nascosto nella sua trincea che è incaricato di proteggere e difendere, si lascia andare alla malinconia e alla nostalgia causate da un conflitto interminabile contro una specie aliena, pericolosa e aggressiva. Mentre è assorto nei suoi tristi pensieri, che chi legge tende a far propri, un nemico si avvicina, ma la sentinella lo sente e lo uccide. Poi, come gli è successo altre volte, si fa prendere dal disgusto per quel cadavere mostruoso, con due braccia e due gambe, con la pelle di un bianco ributtante e senza squame.
Prendono spunto da una situazione analoga, anche se in parte rovesciata e più articolata per le esigenze del racconto filmico, i fratelli Manetti, con il loro L’arrivo di Wang (2011), che si divertono, all’insegna della leggerezza e dell’ironia, a giocare con gli stereotipi del genere e a problematizzare in modo radicale il tema dell’altro come necessariamente diverso, alieno e mostruoso, portandosi oltre il mirabile capovolgimento prospettico del racconto di Brown.
Non è certo un film per “poeti laureati”, o per chi va in cerca dell’opera d’arte, o almeno dell’impegno sociale e civile. È divertimento intelligente, che sta decisamente lontano dalla seriosità di certo cinema volutamente e a volte artificiosamente d’autore, ma è un film che con tutti i suoi limiti allarga gli orizzonti mentali, moltiplica le prospettive e fa pensare (e non è forse questo lo scopo dell’arte, anche se minore, e di chi manifesta comunque una propria creatività e autorialità?).
Costruito sui collaudati meccanismi della suspense e della sorpresa (che sconsigliano di rivelarne, anche soltanto in parte, la trama), il film si spinge sul confine tra postmodernità e incipiente nuovo realismo e ci insegna, come già aveva fatto Gadamer, che è bene non voler essere illuministi in eccesso e che è prudente non sbarazzarci troppo in fretta dei nostri inevitabili pregiudizi, in cerca di un’emancipazione altrettanto acritica del cieco e passivo adeguarsi al pensiero dominante.
Angelo Conforti
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