venerdì 23 settembre 2016

LE ULTIME PAROLE - UNA CONFESSIONE


All'amico Gabriele Gabbia

Io che in fondo ho sempre scritto per sparire, per allenarmi alla morte, per defungere. Io che ho sempre cercato l’ultimo sguardo, una terra estrema. Io che ho sempre scritto per finire di scrivere…
Chi ha mai capito tutto questo? Forse qualcuno, ma non è questo il punto. Il punto è che ora qualcosa finalmente è cambiato, ora tutto si è rivelato per quello che è, cioè nulla.
Ho davanti a me le mie tombe di carta, i libri di poesia che ho pubblicato. Un po’ in casa mia, altri  finiti in qualche deposito editoriale, oppure dentro librerie-loculi, o al macero. Fantasmi persi in luoghi stranieri. Fantasmi in perenne dissoluzione.  Li vedo, e sento ancora le loro parole, sento la loro agonia e il rantolo. Parole murate vive. La poesia è questa parola murata, le collezioni poetiche questi cimiteri parlanti. A nessuno gliene importa niente, nemmeno ai cosiddetti poeti, a cui interessano solo i propri versi… E c’è poi in molta gente un’idea ripugnante di poesia, che trabocca un sentimentalismo appiccicoso e nauseante, con la complicità dei media e della scuola. Se una poesia viene recitata alla tv, magari con sottofondo musicale, allora diventa inevitabilmente orribile, falsa e davvero insopportabile, oppure, se portata in un’aula scolastica, diviene subito risibile, una cosa assurda o ridicola da sbeffeggiare o da ignorare. Certi insegnanti di lettere sono assassini inconsapevoli, le loro lezioni ammazzano senza pietà. Invece di parlare  di questa parola murata, murano da vivi i loro studenti, spacciati per sempre…
Io guardo i miei libri di poesia, ne sento la voce  un po’ mia e un po’ straniera, quella che gli editori hanno confezionato e imbalsamato nelle loro tombe grafiche, nelle loro collane, nei loro cappi per impiccati, perché alla maggioranza degli editori non importa assolutamente niente della poesia pubblicata. I migliori spediscono alcune copie a qualche critico, ma ben presto abbandonano i libri al loro destino perché diventano dei pesi morti da seppellire e dimenticare da qualche parte. Gli autori, dal canto loro, i cosiddetti poeti, cercano di promuovere i loro versi, li leggerebbero ovunque, senza alcun ritegno…  Molti  si danno da fare come forsennati su facebook, pubblicano continuamente, in preda ad una smania irrefrenabile, la copertina della loro silloge, insieme a recensioni scritte dagli amici, foto, video, commenti, segnalazioni di premi vinti (ma in certi casi sarebbe meglio dire comprati), di letture a nessuno o quasi, di terribili antologie poetiche, in una squallida e rivoltante fiera delle vanità, che sovente è  per questi personaggi frustrati e narcisisti vera e propria patologia ormai incurabile, senza speranza alcuna. Si tratta di un teatrino dell’assurdo e del nulla, in cui non si salva nessuno e in cui tutti fingono di essere amici in nome della poesia, mentre in realtà molto spesso non c’è il minimo interesse per il lavoro altrui. E’ a ben vedere un carnevale putrescente, un balletto insulso di maschere idiote e intercambiabili, dove ognuno è vittima e carnefice al tempo stesso, un macabro bailamme di facce e di voci che si dibattono nella rete, in una tragica, prolungata e inconsapevole agonia. Un gioco perverso e ipocrita di editori e di autori che recitano il loro ruolo così bene tanto da arrivare a scambiare la finzione con la realtà, in un processo allucinatorio in cui qualcuno finisce per crederci davvero, credendo di essere proprio editore o poeta e di esistere, di lasciare un segno.
Io ho deciso che è  giunto il momento di dire basta. Basta con le presentazioni, con le letture, con le pubblicazioni, soprattutto di poesia.
Il mio esordio poetico ufficiale (ma per chi?) risale a circa trent’anni fa con L’attesa dell’ombra
Ne è passato del tempo e adesso le ombre ci sono, eccome, girano nella testa, si affollano… Tra poco si confonderanno e diventeranno tenebra, quella tenebra che è in ogni essere vivente, ma che viene ignorata…
L’origine di tutto è però più lontana, è più lontano il mio male.
1954, il respiro che manca, quel sibilo, quel rantolo alla nascita, quei polmoni non ancora pronti. Poi il resto, l’isolamento, i tre cortili dentro la fabbrica delle tende. E la Bovisa, Milano quasi deserta,  i miei genitori,  mia madre che suona il pianoforte. La voce di mio fratello, l’imperatore, che legge a me bambino i suoi versi ed io che ascolto incantato senza capire.
Ma anche questo inizio mi sembra una falsità. Come se qualcuno avesse giocato una partita chissà quando per godersi lo spettacolo. Un prima è stato interrotto e a quel prima si deve tornare. Come un destino senza destino.  
Un foglio, una penna, una parola dopo l’altra.  Tutto può sembrare innocuo e invece… La scrittura, per me, non può che essere un fallimento, è il mio fallimento, attesta una mancanza rispetto alla vita. Che cosa sono i versi  che ho scritto rispetto al mio dramma, al male che è in me, nel mio corpo, nel mio essere-nel-mondo?  Sono  un’assenza che parla. Quando ho cominciato a scrivere, fin da bambino, mi sono accorto subito – sia pure in modo un po’ confuso - di tutto  questo, della mia esistenza mancata, e  sono stato come risucchiato dal vuoto…. Nei miei versi ci sono infiniti omicidi e suicidi incompiuti, amori a metà, parole agonizzanti prima della giusta fine. E so che niente resterà di ciò che ho scritto. Niente. La parola è comunque distanza, segna una via destinata al dissolvimento, sempre, anche quando sembra restare. Essa non può che essere spettrale, pur nella sua bellezza e necessità.
Io non ho scritto solo poesie, certo. Mi sono occupato anche di critica, ma in modo non accademico. La cosiddetta critica accademica, filologica, o quant’altro, è sovente di una noia mortale e risulta asfittica, opera in realtà una sorta di soffocamento del testo. Il mio intento, invece, è stato quello di trasmetterne la voce e il mondo, la sua  ferita originaria, perché un testo valido non può che essere malato e ferito come è l’esistenza, anzi in doppia misura, in quanto drammaticamente scisso nella sua maledetta incompiutezza. In questo ambito ho curato – lo dico per onore di cronaca -  una pubblicazione su Dino Buzzati e ho raccolto in volume tutte le note di lettura apparse in questa sede (e che ora non sono qui più presenti, tranne qualche eccezione). Libri diversi da quelli poetici, sicuramente, ma comunque sempre marginali, ai bordi del nulla, in quanto simili ad evocazioni di fantasmi, di voci perdute.
Un caso a parte è invece per me il mio libro su Giorgio Gaber, a cui sono molto legato. Un libro che vorrebbe restare vivo perché è anche un omaggio alla figura di un artista che mi ha accompagnato fin da quando avevo solo 17 anni. Non una biografia, ovviamente, e nemmeno il Gaber televisivo di un tempo o, peggio ancora, quello delle facili e superficiali, nonché insulse e fastidiose commemorazioni post-mortem del piccolo schermo, ma uno studio sul suo teatro. Che qualcuno si scandalizzi pure… E occorre precisare che Gaber non ha mai voluto essere un poeta, bensì un autore di teatro, un filosofo ignorante – come si definiva - ed ha saputo, a modo suo, rinnovare l’esistenzialismo. Egli è stato un grande maestro del dubbio e ha parlato -  dalla coscienza apocalittica dello smarrimento e del vuoto  -  del sogno grande e per me  impossibile dell’interezza, del sogno di esserci davvero qui, su questa terra, in modo autentico…  Un sogno che è stato mio, un’impossibilità che mi ha sempre segnato profondamente e che col tempo è diventata sempre più resa e silenzio, coscienza della fine, desiderio di sparire…  E su questo punto dovete tacere, per favore. Su questo punto e su questo mio libro dedicato all’opera di Gaber non avete proprio il diritto di obiettare niente.
Cari amici poeti e scrittori,  devo confessarvi che con quasi tutti voi mi sono sempre sentito a disagio, forse perché troppo innocui, troppo abili nei vostri esercizi di stile senza stile, senza l’impronta tragica dell’esistenza, senza il suo buio, così intenti a promuovervi e sovente storditi da un insopportabile delirio narcisistico. Sappiate che anche per tutti voi (o quasi) non resterà traccia, nonostante il vostro affanno.
Io vi ho parlato, vi ho scritto, ho fondato persino una rivista letteraria credendo di essere come voi. Invece no, da voi in fondo ero e sono lontanissimo. Finalmente adesso l’ho capito. Ci sono voluti anni per poterlo ammettere ed avere il coraggio di dirlo. C’è voluta questa fine. In realtà non ho mai avuto molta simpatia per le associazioni letterarie, le letture pubbliche, le presentazioni, anche se le ho frequentate. Quel ritrovarsi dicendo d’essere poeti o scrittori, quelle strette di mano spesso ipocrite, quelle condivisioni fasulle, quell’esibizionismo insopportabile da intellettuali o, peggio ancora, da poeti. Mi vedo parlare, presentare, discutere, ringraziare, e subito cerco di cancellarmi.
Adesso è rimasto questo blog, che porta il nome della rivista da me fondata nel 1988 perché devo ammettere che il concetto di margine mi è ancora molto caro. Non so per quanto tempo manterrò attivo questo spazio. Scriverò ancora qualcosa, probabilmente qualche nota di lettura, ma non credo per molto. La stanchezza è tanta. E le ombre si addensano sempre di più.
Mauro Germani





mercoledì 7 settembre 2016

UN'ANTICIPAZIONE DA "L'ARRESTO" – NUOVA SILLOGE DI VERSI DI GABRIELE GABBIA (CON UNA NOTA DI MILO DE ANGELIS)


Courtesy ©2015RINO BIANCHI All right reserved.

C’è un antefatto silenzioso che percorre questi versi di Gabriele Gabbia, una scena terribile e taciuta che scuote queste parole, le carica di una tensione spasmodica, una tensione elettrica dove non trovano pace, una lesione originaria. Non sapremo mai cosa è avvenuto. Ma sentiamo che ha la forza di un nubifragio. Qui tutto è all’insegna del più inquieto e attonito sgomento di fronte all’incompiuto. In-compiuto, incerto, inquieto, insolito, incurante, inatteso: sembra che Gabbia sia assediato da tutti i gradi della negazione e li voglia scrutare uno per uno, con lo sguardo verticale e trafitto di queste poesie. Le quali hanno grande densità di pensiero e insieme potente scissione, hanno il tono tassativo di chi non ammette repliche e insieme quello brancolante e improtetto di chi parla con il nulla dentro agli occhi: parola asciugata fino al suo filo di ferro, quella di Gabriele Gabbia, parola affilata che lascia in noi la sua incisione, parola stretta e stringente che giunge fino alla nervatura della foglia.

Milo De Angelis



A FONDO INFISSA

Muri scontrosi in Contrada Santa Croce avanzano
– adornano diafano un viso – fra scaglie residue
d’un tempo rimasto e ciò che del tempo tuo
ti rimane e l’immensa corona di spine
ogni giorno più a fondo infissa
nel cranio d’avorio e aria
che t’è toccato in vita.



ELISE PRESENZE
I.
Trovammo gesti fra foglie
improvvise spirali inattese
cose appartate, audaci
nel loro essere inconsuete
insolute, mordaci paure, parole
portate lì, muraglie di somme
– resti – di ciò che sappiamo
e non siamo: orme.
II.

Bisogna non dirsi, non
pronunciarsi, esimersi
per riceversi; eludere
il proprio enunciato, il
proprio interno
dettato: per
cospargersi e
congiungersi
occorre
disconoscersi.
III.

È tardi: è l’ora
della cenere. Origini
e miserie disciolgono
il bersaglio; assembrano
– elise – presenze: è 
tempo di subire tempo.



ESSI...
                                                                                           
                                                                                        “[…] vengono
                                                                                        come da storia antica ad un presente
                                                                                        a riscuotere il senso della vita […].”
                                                                                                                         Michele Ranchetti

L’eternità aggressiva dei morti
in cui sfolgori; la luce su di essi,
a illuminare il nulla incandescente
posantesi sulle cose – sulle case
ove tutto non è più; le figure da
sempre verso questi occhi in cui
tutto è stato; la lacerazione del
percepito – sì –: l’incompiuto.



LA PERDITA DI TUTTO

                                                                                             A mio padre

I.

La prima solitudine
nell’auto – vettura vuota
– corpo – vascello abbandonato.
Seduto, risucchiato
nel sedile senza fondo, a fianco
dell’assenza di tuo padre. Fuori
la perdita della luce delle mani degli anni…
… La perdita di tutto. Anche –
anche di questo,
ricordo.

II.

La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua
di tuo padre come sgorgo
divino plasmato, che implode
ferito; sangue
che chiede e non dona
– non sana –: affonda.



L’ARRESTO
                                                        
                                                          “[…] Si serra
                                                                                        a me e a te la fine […].”
                                                                                                         Ernst Meister

                                                         a S.

Due sguardi conniventi
– convergenti –, sul
vuoto accumulato,
e nessuna parola più
da pronunciare; solo
un rintocco languido,
lento, fino all’arresto: «Tu
sei libera».



MANCANTE FIGURA

                                  “[…] Ambedue poi – e la presenza e l’assenza – sono cause motrici. […]”
                                                                                                                                               Aristotele
                                                                                                                                             
I.

Si manifesta tardiva
l’assenza, rispetto alla
madre – presente – che
ne attesta l’arsura; «La
resa la incanaglisce».

II.

Di quel che non è
potuto essere
non può dire; può
dire dell’afflato
– del tormento –
del soprassalto
angusto l’andirivieni:
l’eloquenza indòmita
d’un calco.

III.

Dal suo tentativo, l’equilibrio
non perde l’abisso
cui è attratto; rattratto
eccede – aggetta, si muove
alla luce dell’ombra, ove
precipuamente si centra: librato.



IO SARÒ VOI

Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.



LA MORTE DELLA MENTE

I.

Da quella lente sgorga ancora quella sera
(odo il vento che diviso ha vie)
– ricordi? Dicesti: “il vento è importante” –
un riverbero di riso che occhi ha chiuso
l’incerto passo, sulle orme di case…

II.

Vedo spalle nei tuoi passi
e la morte della mente
avvicinarsi – questa
cesura da te non consola
semmai ricama, dispiega
occulta, l’ordìre dei giorni…

…L’amore: quel boia
che ciascuno reca in sé.

III.

Ti è morta nella testa la testa
dell’amore, giace, esangue
nel suo stillato stillicidio.
Il tempo s’annuncia deserto.
La porta d’inizio è ciò
da cui fuga ogni fine.



AVVENTO

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza d’ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato d’un calco.



DAL NULLA DA CUI VEDO

I.

Tu fughi ogni inizio –
non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambita,
intuìta, dell’ordine cieco,
deciso, dell’occhio.

II.

Mente, l’occhio
nella sua cocchia;
solo empie vuota
sciacqua – e rabbercia
il suo cavo: nulla.

III.

Ho sempre guardato
– guardato – dal nulla
da cui vedo i corpi
della soglia, laddove
sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta
d’un nulla.



L’ISTANZA

Un primo temporale: t’intercetta
il suo testamento. Tu
solo vi fai approdo. Ora
l’ora ti riguarda – assembra –
l’istanza capitola a terra. Alfine
lo spazio circuente t’affranca:
ora – anche tu –, sei aria, assolta.



UNA VOLTA SOLA

                                               per Milo De Angelis

Talvolta t’atterra il corpo addosso
ed è il cupo gorgoglio d’un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti – per storni. Il corpo
un ceppo – s’allontana dallo sguardo
– suo epicentro, suo traguardo – nel
candore stridulo delle cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la
voce s’ascolta una volta sola, mentre
tutto non torna – è diverso –: ricomincia.



Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia e ivi vive.
Nel 2011 ha editata nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice in exaequo con Clery Celeste della seconda edizione del Premio di Poesia per Opera Prima “Solstizio” 2015 e premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita»). Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).
Sue poesie e | o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites.
Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Maurizio Cucchi, Diego Conticello, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Luca Minola, Jonata Sabbioni, Maria Zanolli.







giovedì 1 settembre 2016

Incontro con l'autore: Christian Tito

7 DOMANDE A...
CHRISTIAN TITO


Foto di Donatella D’Angelo  

Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

Tutto ciò che ho letto, se portato a termine con curiosità e piacere, credo mi abbia influenzato. Dovrei dunque fare una lista enorme, ma se mi chiedi di ridurla all'osso allora dico: I Vangeli in particolar modo quello di Giovanni, il Tao Te Ching di Lao Tzu, l’Hagakure di Yamamoto, Ungaretti, Caproni, Di Ruscio, Carver, McCarthy.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Lavoro costantemente e da sempre nel tentativo di spoliazione retorica e di abbattimento della tentazione seduttiva. La cosa che più mi dà dispiacere è ammettere, in primo luogo a me stesso che, rispetto a questi obbiettivi, qualche volta ho sbagliato. 
David Foster Wallace scriveva:
"Devi disciplinarti e imparare a dar voce solo alla parte di te che ama le cose che scrivi, che ama il testo a cui stai lavorando. Che ama e basta, forse."

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

La scrittura per me è una pratica esplorativa e conoscitiva solo conseguente al vivere. Il vivere offre una complessità e un' immensità di ricchezze esperienziali il cui succo, a volte, vale la pena tradurre in scrittura, immaginando questa come un dono, una traccia da lasciare agli altri componenti della tua specie per dire - anch'io ho fatto parte dell'umanità; ho tentato di contribuire un pochino a capire che animale sono.-
Va da sé che scrivo pochissimo.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Penosamente asservito al potere lo stato della cultura,  penosamente asservita al narcisismo lo stato della poesia. Ovviamente  sono cose legate tra loro. Il potere, questo potere, è contemporaneamente padrone e schiavo del mercato; ha generato per suo interesse e per la sua autoalimentazione un sistema di schiavi del consumo, dell'edonismo, dell'individualismo più bieco. Questo "stato" delle cose è capace di esercitare un'influenza mostruosa su tutti,  anche sugli aspiranti poeti che, finché vivranno sotto questo malefico incantesimo, resteranno aspiranti.
I poeti veri sono quelli che hanno e avranno la forza di rappresentare una rottura netta con tutto ciò. Ci vuole una forza enorme. Dunque è fisiologico constatare che sono stati, sono e saranno pochissimi, come è normale e giusto che sia.

Oltre alla scrittura, quali forme d'arte ti attraggono particolarmente?

L'arte l'amo tutta senza nessuna esclusione.
In particolare adoro il cinema che mette insieme musica (che è stata e forse resta il mio primo amore), immagini, parole e senso.

Un autore da riscoprire?

Luigi Di Ruscio, ma in questo caso forse si tratta di scoprire più che riscoprire. Nel mio piccolo ho cercato di fare qualcosa per questo autore eroico, straordinario, fuori da qualsiasi possibilità di incasellamento dentro una scuola o una tendenza di scrittura.  Era semplicemente una furia della natura precipitata sulla carta in modo unico e inimitabile.

Un libro da leggere assolutamente?

Se questo è un uomo di Primo Levi. Un libro che in fondo, nelle sue molteplici varianti,  accade ogni giorno.


UNA POESIA DI CHRISTIAN TITO

Ti daranno infinite occasioni per piegarti
 e tu non ti piegare,
 basterà uno sguardo a certe facce
 per sentire minacciata la tua fede,
 ma tu credi, credi sempre figlio mio,
 e non credere che ogni credo poi non muti,
 ma dentro quel mutare qualcosa si conserva:
 quel passarci dentro agli occhi un po' di luce,
 quel dirti a bassa voce solamente che ci siamo,
 che per te volevamo solo esserci
 e, miracolosamente,
 nel miracolo della tua vita,
 per un po'
 ci siamo stati.

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Christian Tito, nato a Taranto nel 1975, vive a Milano dove lavora come farmacista. Poeta e Film-maker, ha pubblicato le raccolte di poesia: Dellessere umani, Manni, Lecce, 2005; Tutti questi ossicini nel piatto, Zona, Arezzo, 2010 e, di recente, la Plaquette Ai nuovi nati nella collana Fiori di Torchio pubblicati dal circolo culturale Seregn de la memoria. In prosa Lettere dal mondo offeso, Arcolaio, Forlimpopoli, 2014, un volume che raccoglie il carteggio con Luigi Di Ruscio. È tra i fondatori e redattori del blog di poesia e arte contemporanea “Perigeion”.





martedì 23 agosto 2016

Mario Bonanno: nota di lettura su "Voce interrotta"



Segnalo con piacere questa nota di lettura di Mario Bonanno relativa al mio libro Voce interrotta, apparsa sul sito "Classifica Libri"  qui

lunedì 11 luglio 2016

Giovanni Ramella Bagneri - Armageddon e dintorni






Giovanni Ramella Bagneri, Armageddon e dintorni. Poesie edite e inedite (a cura di Gilberto Isella e Tiziano Salari), Insula 2011


Giovanni Ramella Bagneri (1929-2008) è stato un autore troppo anomalo per la nostra poesia contemporanea. Ne è la prova l'insolito destino editoriale delle sue opere. Dopo la pubblicazione di un volume da Guanda (Muro della notte, 1978), l'inserimento nell'Antologia Poesia degli anni Settanta a cura di Antonio Porta (Feltrinelli, 1979) e l'uscita presso Mondadori di Autoritratto con gallo (1981), solo piccoli editori (tra cui soprattutto  la Forum del compianto Giampalo Piccari, della quale prima o poi bisognerebbe parlare, ricordando il catalogo ricco di nomi considerevoli, nonché la capillare ricognizione poetica effettuata dai volumi regionali) si sono interessati alla sua poesia. Senza contare che dal 1988 fino alla sua scomparsa non sono apparse pubblicazioni, anche se Ramella Bagneri ha continuato a scrivere, nella sua solitudine. E occorre ricordare anche l'intensa attività di critico di poesia sulle pagine della rivista "Uomini e libri" diretta da Mario Miccinesi tra gli anni Settanta e Ottanta.
Risulta quindi particolarmente degna di attenzione l'uscita di questo volume, Armageddon e dintorni. Poesie edite e inedite, a cura di Gilberto Isella e Tiziano Salari, che firmano due eccellenti saggi sull'opera di Giovanni Ramella Bagneri. Un'opera - si diceva - anomala, ma anche magmatica, ciclica, visionaria, ultima. Ciò che colpisce è l'inesauribile potenza immaginativa dei versi, la loro valenza allegorica in uno scenario in cui l'irreparabile è ormai avvenuto e non può esserci più alcuna redenzione. Come afferma Salari "l'uomo è già finito. La rappresentazione ha inizio nel lutto della sua scomparsa" e la modernità è da intendersi come "epica finale". La conseguenza è la maschera, la perdita di ogni realtà autentica, lo sdoppiamento tra il linguaggio e le cose:" Io non so dove esistano le cose / [...] io non so dove esistano eppure le chiamo, le chiamo" (Bambina nel cortile). La Parola non c'è, ci sono solo fantasmi di parole, "Anche il Libro, l'universo / del Libro, il suo formidabile enigma, / come noi, come tutto / qui si sgretola, frana". Giovanni Ramella Bagneri non teme di usare  un lessico semplice, molto diretto, tuttavia l'urgenza visionaria ed apocalittica riesce spesso ad incidere in modo assai efficace nella costruzione e nel ritmo dei testi. Tutto sa di ultima voce, una voce orfana, che ritorna, che non si spegne mai del tutto, che è costretta a ripetere il proprio lutto, la propria deriva da un'origine ormai perduta.
La storia è avvolta dalle tenebre, il suo sviluppo non è lineare e restano soltanto macerie che sono parvenze, come in un teatrino crudele che prolunga incessantemente il proprio non senso e la propria agonia: ciò che Salari chiama efficacemente la "carnevalizzazione della Modernità", nella quale l'orrore trova espressione nel suo capovolgimento estremo. E Gilberto Isella sottolinea come nella rappresentazione di Ramella Bagneri "tempo, spazio e racconto investono le grandi narrazioni mitiche classiche e cristiane, dalla cacciata dell'Eden in avanti, per poi riversarsi sulle brutali devastazioni del mondo contemporaneo". Tra l'altro, Isella rileva alcune interessanti affinità col grande poeta bosniaco Nikola Sop, autore di Mentre i cosmi appassiscono. Tali affinità - precisa - non riguardano "l'afflato mistico 'esplicito' " di Sop, ma "la presenza di un poeta-testimone catapultato nell'enigma cosmico e impotente a decifrarlo". Ecco dunque il carattere spettrale dell'opera di Ramella Bagneri, in cui l'io poetante sparisce, diviene invisibile ed ascolta  - come afferma ancora Gilberto Isella - "voci che fuoriescono da un'eterna notte, da un coro di morti, come succede nel celebre dialogo leopardiano Federico Ruysch e le sue mummie".

da Mauro Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice 2014

domenica 10 luglio 2016

Incontro con l'autore: Lorenzo Mari

7 DOMANDE A...
LORENZO MARI


"credits: Daniele Ferroni 2012"



Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

Si fa riferimento alla tradizione poetica italiana? In quel caso: Pasolini, Fortini, Giudici, Sanguineti, Porta, Rosselli, Vicinelli, Mesa, e molti altri ancora.
Snocciolando questi nomi, però, si rischia di perpetuare una condizione – una sorta di “angoscia dell’influenza” bloomiana – che tende a rinserrare la produzione poetica italiana entro i suoi confini più o meno canonici e a una prospettiva che è talvolta provinciale, o quantomeno asfittica.
Sarebbe giusto affiancare a questi nomi, almeno per me, la lettura della poesia in lingua spagnola e inglese (ma come lettura formativa, il primo libro che citerei sarebbe quasi sicuramente un testo in lingua tedesca: “La fine del Titanic” di Hans Magnus Enzensberger) e molta narrativa.
Leggo molta più narrativa che poesia, infatti, e, tornando a momenti decisivi della mia formazione, direi: Flaubert, Céline e Kafka, insieme anche a Beckett, Joseph Roth e García Márquez.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Non lo so: ho sempre pensato che non stesse a me parlarne in questi termini. Dovessi incrociare alcune risultanze comuni ad alcuni che me ne hanno parlato, invece, direi che sono d’accordo con questo elenco un po’ spontaneo e dunque probabilmente parziale: gusto per il paradosso, pratica (narcisista) dell’understatement, tensione verso una qualche forma di allegorismo, ipocondria, zoofilia, moralismo, velleitarismo.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Ne sono uscito vivo parecchie volte, quindi c’è qualcosa che non va.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Non sono d’accordo con chi, parlando dello stato della poesia, sostiene che la sua marginalità editoriale, culturale, politica dia al tempo stesso grandi margini di libertà. Mi limiterei, piuttosto, a dire che, da qualche tempo a questa parte, e non necessariamente dalla caduta del Muro di Berlino, si sta diffondendo un’adesione del tutto ideologica alla cosiddetta “fine delle ideologie” che sta impoverendo e mistificando a macchia d’olio la produzione culturale che ha luogo in Italia.

Oltre alla scrittura, quali forme d'arte ti attraggono particolarmente?

Cinema e musica. In subordine, danza e fotografia.

Un autore da riscoprire?

Cristina Annino.

Un libro da leggere assolutamente?

Narrativa: Stati di grazia di Davide Orecchio. Poesia: Venti sonetti di Massimo Sannelli (riscritti e recentemente ripubblicati sul suo sito “Lotte di Classico”).


UNA POESIA DI LORENZO MARI


Delle api

Non so delle api, non so dire, ché api,
in fondo, sono sciami lunghi e lenti
che dicono, vasti, contro la fine e sono
ebeti – traducono, tramandano,
cancellano – e come sforzino
il polline, di nuovo, non so dire.

                                   (da AA. VV., Centrale di transito, Giulio Perrone, 2016)


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) ha pubblicato alcune raccolte di poesia, tra le quali le più recenti sono Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013) e Ornitorinco in cinque passi (Edizioni Prufrock Spa, 2016). Traduce dall’inglese (Afric McGlinchey, La buona stella delle cose nascoste, L’Arcolaio, 2015) e dallo spagnolo (Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza, Edizioni Carteggi Letterari, 2016). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario In Realtà, La Poesia.