lunedì 14 ottobre 2019

Gabriele Gabbia: recensione a "La parola e l'abbandono"




«Una volta per sempre» - nota su La parola e l’abbandono di Mauro Germani (L’arcolaio, Forlimpopoli, 2019).

Riflettendo intorno a La parola e l’abbandono, ultima, aforistica silloge di Mauro Germani, recentemente edita da L’arcolaio di Gian Franco Fabbri, si può perentoriamente asserir che l’autore ha scelto di non risparmiar di sé, a sé e agli altri alcunché

lunedì 7 ottobre 2019

Perché questo libro è stato scritto?




Perché questo libro è stato scritto?
La domanda può sembrare banale, ma in realtà è importante, ed è giusto che il lettore se la ponga al termine della sua impresa. Un’opera, infatti, per essere davvero tale ed autentica, deve avere una sua intima necessità, una sua ragion d’essere, se non addirittura un’urgenza impellente.
Purtroppo oggi capita sovente che, dopo aver letto una silloge poetica o un testo di narrativa di un autore contemporaneo, non vi sia alcuna risposta autentica e convincente al suddetto interrogativo. La domanda perché questo libro è stato scritto? resta dentro di noi senza esito ed il libro rimane tra le nostre mani come qualcosa di inerme, vuoto, e soprattutto innocuo. Non si riesce a capire che cosa abbia mosso l’autore, quale sia stata la ragione profonda del suo scrivere, aldilà naturalmente della propria ambizione personale, del suo voler essere scrittore o poeta
Spesso – soprattutto in ambito poetico – ci troviamo davanti a semplici esercizi di stile, oppure a fastidiose imitazioni, di cui non si riesce a comprendere la motivazione, se non quella di emulare presunti ed affermati "maestri" per trarne vantaggi personali. Nel migliore dei casi assistiamo ad elaborazioni costruite anche con una certa abilità, ma che non scalfiscono minimamente il nostro animo ed il nostro pensiero, perché in tali esercizi, in tali compitini, in realtà non c’è niente
In essi manca ciò che non può mancare in un’opera letteraria: l’esistenza. Se quest’ultima è assente, che cosa resta? Un vacuo, noioso e spesso insopportabile gioco di parole, che rivela solo la propria insensatezza. Se in un libro non c’è l’esistenza, non c’è nemmeno la sua ragione d’essere. Perché scrivere se non siamo capaci o abbiamo paura di affrontare il pericolo stesso della scrittura, la quale non può essere svincolata dall’esistenza? Perché continuare a produrre opere inconsistenti, senza il mistero e/o il dramma di tutti noi, dell’esistere, del nostro essere qui, con tutte le contraddizioni, i dubbi, gli smarrimenti, gli errori, i tormenti, che fanno parte della nostra condizione di esseri umani? Perché comporre in poesia esercizi ordinati ed inoffensivi, oppure scrivere romanzi o racconti scaltri, ma privi di una scrittura autentica, originale, sofferta? Perché non assumere il rischio che la parola richiede, quel rischio che pure hanno conosciuto schiere di poeti e di scrittori, che hanno pagato fino alle conseguenze più estreme la malattia, anzi la maledizione, della scrittura? Non c’è alcuna missione salvifica nello scrivere, perché questo nasce dall’esistenza e l’esistenza è di per sé maledetta, è contagiata dal male. Ogni scrittore o poeta vero è in fondo un maledetto, un segnato dal male, anche se la sua opera magari apre alla speranza o contiene una concezione religiosa dell’esistenza. Non si può sfuggire a questo. L’autenticità non si compra, né si baratta, e proprio per questa ragione occorre prendere le distanze anche da un certo ambiguo maledettismo d’accatto o ragionato, dunque di maniera, qua e là presente in alcuni giovani poeti contemporanei, epigoni illusi o maldestri dei loro compiacenti maestri.
Ritornando alla domanda iniziale perché questo libro è stato scritto? la risposta dovrebbe allora essere sempre unica: perché l’ha dettato l’esistenza, in quanto è proprio dalla tensione continua e mai definitivamente compiuta, ed anzi drammatica, tra parola ed esistenza, che può nascere un’opera autentica, capace cioè di incarnare la suddetta tensione nella pagina e trasmetterla al lettore, coraggiosamente, con tutti i rischi ed i pericoli (ancora una volta dell’esistenza stessa) che questo comporta per entrambi i soggetti coinvolti, vale a dire chi ha scritto e chi ha avuto la ventura di leggere.
Mauro Germani

giovedì 26 settembre 2019

Ennio Flaiano - Tempo di uccidere



Un’Africa quasi astratta, ma che il lettore si sente addosso con il suo caldo opprimente, il cielo incolore, il suo lento respiro. Un’Africa che è quella della guerra d’Etiopia, sospesa per il protagonista – un ufficiale italiano – tra allucinazione, vergogna ed istinto di sopravvivenza. Un luogo che ben presto diviene quasi metafisico, emblema di smarrimento esistenziale e di improvvisa violenza, come una condanna da scontare. Un luogo – ancora – che mette a nudo la meschinità dell’essere umano, le sue profonde contraddizioni. E soprattutto l’assoluta mancanza di certezze. Perché il sospetto e la colpa tormentano fino alla fine l’animo del protagonista, in uno sdoppiamento continuo della propria personalità, incredulo egli stesso delle proprie azioni e della propria natura nascosta. 

sabato 7 settembre 2019

Giovanni Testori - Trilogia degli Scarozzanti





Giovanni Testori, Trilogia degli Scarozzanti, in Giovanni Testori, Opere (1965-1971), Classici Bompiani, 1997

Con la Trilogia degli Scarozzanti, comprendente L'Ambleto (1972), Macbetto (1974), Edipus (1977), Giovanni Testori crea un percorso drammaturgico di estrema originalità, contraddistinto da una scrittura che nasce dentro la carne, perché il linguaggio – secondo le parole dello stesso Testori – “deve essere fisiologico, creare tensione tra chi parla e chi legge o ascolta”. Da questo motivo scaturisce la necessità di una scrittura non solo materica, ma anche libera da un sistema espressivo codificato ed istituzionalizzato, una scrittura ancestrale, quindi, la quale – per citare quanto Testori dichiarò a proposito del Macbetto – vuole “mettere l’apocalisse nelle parole: distorcerle, squartarle, scuoterle”, fino al risucchio, dentro “la grande fenditura di cui la donna è l’emblema, da cui tutto è uscito e in cui tutto rientra”. E questa affermazione è da collegare anche all’ossessione – presente sempre in Testori – della nascita, del venire al mondo contro la propria volontà, dell’espulsione dal ventre materno nel sangue, in una condanna terrena tutta da scontare, nella battaglia continua tra senso e non senso. Non a caso nell’Ambleto il fantasma del re emerge dal suo stesso sperma, perché è proprio da lì che per il protagonista inizia la tragedia.

sabato 6 luglio 2019

Marco Molinari: recensione a "La parola e l'abbandono"


Sono molto grato a Marco Molinari per questo suo articolo apparso sul quotidiano "La Voce di Mantova". (cliccare sull'articolo per ingrandire)

venerdì 5 luglio 2019

sabato 22 giugno 2019

Gian Ruggero Manzoni - Nel profumo delle catacombe



Gian Ruggero Manzoni, Nel profumo delle catacombe, L’arcolaio, 2019

Quest’ultima opera poetica di Gian Ruggero Manzoni si cala nel profondo, penetra quella cavità dove inizio e fine sembrano ancora parlare, quel luogo abissale nel quale si manifesta una sospensione tra vita e morte, come una testimonianza estrema. Il legame tra il bianco e il nero, tra luce e tenebra, qui non si estingue, perché si accende di sfumature “attraverso il sentimento / e il fervore”, e ciò che resta del bianco si unisce al nero, annunciando un verità altra, aldilà di ogni scontata contrapposizione. È come se i corpi non smettessero di essere, lasciando ai propri resti una voce, un grido, un lamento o un monito, che il poeta interpreta e raccoglie, dentro ed oltre il disfacimento.
Manzoni suggella nei suoi versi il legame profondo tra la vita e la morte, con la consapevolezza  che quest’ultima risulta essere necessaria alla vita, in quanto opera uno svelamento della vita stessa, divenendo una sorta di negazione che afferma. Ed in questo ossimoro risiede l’essenza di tutto il libro.
Che cosa ci dicono dal loro buio e dalla loro fredda luce i teschi e le reliquie che appaiono improvvisamente ai nostri occhi? Quale lingua muta si è congelata in quelle ossa? Quali passioni, quali violenze o quali preghiere dietro quei resti così inquietanti? E quali verità in quelle iscrizioni e in quelle immagini che accompagnano il nostro sguardo?
La testimonianza della morte unisce i testi in un viaggio catabasico che parla di esistenza e di destino, di ciò che è stato e di ciò che è ultimo, che rimane e si rivela negli ambulacri percorsi dal poeta.
C’è un sentimento religioso in questo itinerario, unito ad un’ansia di verità che trascende ogni sorta di comoda pacificazione spirituale e che non esclude nel suo impeto l’invocazione o la sfida a Dio. Le città sotterranee, che esistono nascoste, al di sotto della superficie su cui si svolge la nostra vita consueta e distratta, con le loro gallerie, le loro ombre, i loro graffiti, insieme a ciò che resta dei corpi e agli oggetti circostanti, possono indurre alla fuga o alla riflessione. Manzoni sceglie la seconda, consapevole che esiste una lezione della morte per tentare di avvicinare con la parola poetica l’enigma e le contraddizioni dell’esistenza.
Come afferma Gian Franco Fabbri nella prefazione, qui il poeta si assume “il compito di registrare suoni e voci di una vita vissuta e parallela”, prendendo atto di “un coacervo di scambi – l’uno che prega il santo o la santa affinché intercedano presso Iddio per una contropartita di salvezza; l’altro che popola un vero e proprio mercato che accende interessi e perdoni”.
Questo a significare che il viaggio intrapreso è una meditazione sull’umano e non vuole allontanarsi dal groviglio dell’esistenza, il quale può comprendere scelte di vita estreme e moti dell’animo diversi, che ci interrogano nel loro mistero, tra verità e leggenda, come il martirio di Santa Caterina d’Alessandria “da cui sgorgarono gigli e margherite dalla vagina, / latte e miele dal collo, /quando depose la testa sul ceppo /  e la campana ne suonò la morte”, o la piccola Rosalia Lombardo, morta di polmonite a due anni, che “a volte apre e chiude gli occhi / e non manca molto che ti sorrida / o ti faccia un segno per illudersi / di non essere dalla parte / di chi più non vive”.
Nei testi di Gian Ruggero Manzoni la voce dei morti e quella della poesia s’incontrano, ma senza alcun compiacimento macabro, anzi. Ciò che emerge da questo libro anomalo e giustamente fuori dal coro, aldilà degli odierni ed insopportabili esercizi di stile, è la domanda circa l’esistenza, quell’interrogazione radicale che nasce dal profondo, ovvero dalle nostre catacombe, dove inaspettatamente è possibile coglierne il misterioso profumo.
Mauro Germani