giovedì 16 maggio 2019

Mauro Germani - La parola e l'abbandono



Mauro Germani, La parola e l'abbandono, L'arcolaio 2019


Aforismi, ricordi, trascrizioni di sogni, appunti letterari: in questi "lampi del pensiero" di Mauro Germani, scritti nell'arco di quasi un trentennio, ritroviamo i temi presenti nella sua poesia: il senso di uno smarrimento originario, la precarietà dell'essere, la coscienza di una sconfitta esistenziale, l'enigma dell'amore e del corpo, il dramma non risolto della religione. Qui, però, si aggiungono anche alcune annotazioni di carattere sociale e di costume, accompagnate spesso da una profonda amarezza e da qualche accento polemico. E nella misura esatta della brevità si profila ovunque una parola che appare sospesa "tra la vita e la morte" e che attesta drammaticamente la propria solitudine ed il proprio abbandono nel mondo.

(dalla quarta di copertina)

martedì 30 aprile 2019

Sergio Leone: il sogno del cinema



I film si fanno ancora, ma per me il cinema è finito il 30 aprile 1989, quando è morto Sergio Leone. Se Borges ha scritto il sogno della letteratura, Leone ha filmato il sogno del cinema, ma con una differenza: l’operazione creativa di Borges è puramente intellettuale, quella di Leone è concreta, fisica, materica. In essa il linguaggio cinematografico è il corpo stesso del suo sogno, il suo sangue, la sua violenza, la sua epica. Perché i film di Leone non sono soltanto storie sapientemente costruite, ma incarnano il cinema stesso, cioè sono il cinema del cinema, il nostro occhio interiore, lo sguardo che incontra e vede il mito. E il mito non è astrattezza perché comprende, oltre al sogno, la realtà e la morte. Il mito è appartenenza, inconscio collettivo, individualità e comunità.

martedì 16 aprile 2019

Giovanni Testori - In exitu



Giovanni Testori, In exitu, Garzanti 1988

In exitu è l’opera più estrema di Giovanni Testori, nella quale la scrittura è continuamente spezzata, lacerata, attraversata da uno spasimo atroce. C’è un balbettio, un singhiozzo che non ha requie nella voce di Gino Riboldi, il giovane drogato che si prostituisce ed è ormai arrivato alla fine della propria travagliata esistenza. Una voce di pena e di condanna, una voce di nessuno, ai margini della grande metropoli. Una voce che esce dal buio della carne crivellata dalle siringhe, dai visceri, dai ricordi improvvisi, dalle visioni che sconvolgono la mente ed il cuore.
Testori scrive in una lingua deformata, un  impasto di dialetto, di latino e di italiano – una lingua martellante, reiterata, sempre incompiuta, che vuole essere tutt’uno col dramma del protagonista. Qui il respiro s’interrompe e riprende, diventa un rantolo, perché la contesa tra vita e morte prosegue fino allo strazio ultimo, fino alla fine. Scrittore e lettore sono chiamati, perciò, ad uno sforzo estremo, che potremmo definire sacrificale, in quanto avviene dentro il corpo della scrittura, passa attraverso i suoi nervi, i suoi borborigmi, le sue afasie. Per questo Testori chiama ad un sacrificio, di cui egli stesso è officiante e vittima, in uno sdoppiamento drammatico: si vedano, infatti, le parti in cui il protagonista si rivolge direttamente allo scrittore.
Leggendo In exitu, non si può non riflettere sulle questioni fondamentali – e più inquietanti – concernenti il rapporto tra parola ed esistenza, che ha segnato indubbiamente  tutta l’opera di Testori, in una tensione febbrile, cioè a dire mai squisitamente letteraria, ma ustionata dall’essere-nel-mondo, dalle passioni, dalle offese  che ci assediano e ci assalgono fin dalla nascita.
Non voleva certo essere neutrale, Giovanni Testori. Sia prima che dopo lo scandalo della conversione – suggellato dal monologo Conversazione con la morte, letto da lui stesso la sera della prima al Salone Pier Lombardo di Milano il 7 novembre 1978 e successivamente portato in diverse chiese – possiamo ravvisare un’urgenza esistenziale, un bisogno d’interrogare la vita, di scavare dentro la ferocia del venire al mondo per cercare o invocarne un senso, una significanza, tra bestemmia e preghiera. Mai nessuna difesa, dunque, nessuna distanza tra la vita e l’opera.
Ed anche In exitu – quest’opera ultima, terribile e al tempo stesso tenera nella sua crudeltà – vide la presenza, il 13 dicembre 1988, dello stesso Testori nel ruolo del lettore, accanto ad una impressionante interpretazione di Franco Branciaroli, quando andò in scena alla Stazione Centrale di Milano (con il pubblico sulla scalinata ovest), luogo dove termina la via crucis di sofferenza, di sesso e di degradazione del protagonista. Una via crucis, le cui dolorose tappe avvengono “nella notte (marcia)”, nella città “coperta di nebbia (marcia) sulla groppa della città-cavalla. Viola. Nella notte. Marcia”, nella città “contristata”, “umiliata”, “derelitta”, “assediata”, dove “Lì, è. Lui (nessuno). Lì fu (nessuno). Lì era. Lui (nessuno). Lì sarà. Lui (nessuno)”.
Nulla viene risparmiato da Testori: perversioni, oscenità, violenze fisiche e verbali si alternano a momenti d’abbandono, di slanci di un amore offeso, dilaniato, ma che pure a tratti emerge da ogni nefandezza.
Perché tutto, in fondo, è un grido – un urlo impastato di disperazione, di rabbia ma anche d’invocazione, di richiesta di soccorso. Come se davvero la scrittura non fosse più in grado di tollerare l’esistenza ed il suo abisso: troppa carne ferita, troppo dolore impronunciabile, troppo inferno, troppi marciapiedi, troppi cessi di dannazione, in cui nascondersi e sprofondare. Fino all’agonia, alle ultime visioni, alla vertigine. Come in un ritorno, una nuova nascita, finalmente, tra il vomito e il sangue: “Per l’eterno. Nella Goccia. Serrato su. Imbracciato. 'Me in una cuna. Pussè ammò. 'Me in una cà. La sua. La sua de lu. La sua de lu. La sua de lu. La sua de lu, mamma. La sua de lu, papà…”.
E alla fine, dopo la morte del protagonista, la scrittura si ricompone, nell’ultima splendida sequenza del libro:
“Quanti l’indomani, s’affrettaron per primi ai treni, lo videro. Coperta d’un lenzuol bianco, la barella, su cui era stato deposto, attraversò, infatti, l’intera stazione. Alcuni chiesero e seppero. Altri andarono oltre. Tutti, però, al passaggio, scorsero una sorta di luce che, lentissimamente, andava formandosi sopra il cadavere e pareva vincere il grigior delle volte e il buio di ciò che, di là da esse, risultava improprio definir alba, benché neppur possibile fosse ritener notte”.
Mauro Germani


giovedì 7 marzo 2019

Gabriele Gabbia - L'arresto



Prefazione di Giancarlo Pontiggia
Postfazione di Flavio Ermini


«Muraglie di somme / – resti»

Basterebbero le tre epigrafi convogliate in esergo a definire lo stato di perdita e di lutto – irredimibile – dal quale ha origine il libro: se la poesia si dà come un messaggio «nella bottiglia del nostro naufragio», se dentro l’atto dello scrivere è già segnato un destino, che è quello di un inevitabile «andare via», L’arresto – titolo anch’esso emblematico – non può che essere un canto, si badi, non della fine, ma «per la fine». 

venerdì 1 marzo 2019

Giovanni Testori - La Monaca di Monza



Dramma di straordinaria forza espressiva, pubblicato nel 1967, La Monaca di Monza di Giovanni Testori, dove i morti si fanno carne e parlano, gridano, soffrono su un palcoscenico che non vuole essere per lo spettacolo, ma luogo di rivelazione, di tragedia, di lotta contro sé stessi ed il destino. Dramma di buio e di sangue, di passioni invincibili, di lacrime e di solitudini. Dramma di vita che si agita ancora nella morte e di morte con ancora addosso la vita. Dramma di rantoli, di amori terribili, di ipocrisie, di infamità, di gelosie senza requie. Dramma di religione spezzata, incompresa, sfidata, bestemmiata, ma anche invocata. Dramma di violenza contro Dio, ma non senza Dio.
La tragica storia di Marianna de Leyva - poi Suor Virginia contro la sua volontà – grida nella notte da sempre, nel cortile del convento di S. Margherita, e convoca i suoi spettri, “mucchi di polvere e stracci”, dentro Monza, dove “il Lambro continua a andare e andare…”.
Ed ecco nel buio, appena rischiarato dal lume di una lampada, lei vede Don Martino, suo padre, poi le suore e le converse, Maria Virginia, sua madre, Gian Paolo Osio, l’amante, e Caterina, Don Arrigone, il Vicario Criminale, e i soldati, i sicari, i monatti… Tutti lì, nell’ombra, come in un processo condannato all’eterno, in uno spazio che è e non è, in un tempo che è e non è. Marianna attrae ed allontana, e con la sua voce e la sua coscienza, supplica e maledice. Dietro ogni sudario c’è una vita che è pulsata ed ha incontrato altre vite, una vita contaminata e che ha contaminato. Dietro ogni morte, o meglio dentro ogni morte, c’è  un grumo di vita espulso, un corpo che è stato, una luce, uno sguardo, un abisso di carne vorace che inghiotte, oppure che è stata inghiottita. Per la terra e nella terra. Tra i vermi. Nell’ultimo grembo.
Perché la nascita di Marianna, allora? Perché quel destino prigioniero, quella disperazione fatale, quell’amore crudele ed assassino?
Il buio circonda tutti, viene da loro che sono morti senza morire e viene dai vivi, dal mondo. Ma non viene forse anche da Dio, che promette e poi abbandona? E dov’è mai Dio in questo spazio liminare, in questo confine desolato, in mezzo a questi fantasmi di carne offesi e lacerati? Dov’è colato e per chi, per dove il sangue di Cristo? “L’amore è veramente questo vento, è veramente questa tempesta?” si chiede Marianna. E poi: “Dov’è la giustizia? Dov’è la pace?”.
L’amore di Marianna è il desiderio della sua felicità, è il suo sogno maledetto, è il suo impulso vitale che ha gli occhi e la bocca di Gian Paolo, è la dolcezza e la crudeltà della carne, ma è anche la sfida a Dio, alla costrizione sofferta, alla menzogna, fino a diventare poi resa alla gelosia, al possesso esclusivo, al male e al delitto. Intorno a lei una catena perversa di ipocrisie e di atrocità. Una condanna che crea condanne.
E loro, i personaggi, cioè gli evocati ed i convocati, sono tutt’uno con la tragedia di lei, generata senza amore, che inveisce contro il padre, colpevole di non avere amato Maria Virginia, morta di peste, sconciata da Dio, “lasciata morire sui gradini del palazzo, sola, in mezzo al ronzio delle mosche e ai vomiti dei cani”. Lei, Marianna, non voluta, allontanata e chiusa nel convento, precipitata nello scandalo, nell’amore più violento, nel male, per lo sguardo e i baci di Gian Paolo, per la sua bestemmia – come egli stesso confessa: “È da sempre che non dico altro che questo: volevo Virginia; la volevo per lei così com’era; la volevo per la sua carne; la volevo per la sua veste; ma soprattutto la volevo per la bestemmia”.
La rivolta di Gian Paolo è però diversa da quella di Marianna: è contro le regole, le leggi e tutto ciò che “nella vita appare logico e necessario”. Lei, invece, sente il male, ne avverte l’origine e l’inevitabilità, ciò che fa divenire l’uomo vittima di Dio. Non è forse Lui, “quel qualcuno o qualcosa che non toccheremo mai e che ci insegue come se volesse riprenderci sempre e costringerci a diventare sue prede”?
Marianna è ancora prigioniera: del suo corpo, del suo amore, di una malvagità originaria, di un Dio lontano e indifferente. Fino a quando? Potrà esserci finalmente un’alleanza? Potrà esserci pietà per la nostra condizione umana, per i nostri corpi dilaniati e offesi, per il nostro sangue violento e malato?
Sono queste le domande e le ossessioni di Testori, l’ultimo grande drammaturgo che abbiamo avuto, un autore che non si è mai risparmiato, che si è esposto con assoluta sincerità e che ha interrogato l’esistenza fino alla parola gridata o balbettata, al rantolo, nel buio del dolore e della sofferenza indicibile (si veda la sua opera teatrale più estrema, In exitu), alla ricerca – tra rabbia, solitudine e preghiera  - di un senso ulteriore, di una luce altra, di una pace.
Il dramma si chiude con un’invocazione che è insieme grido disperato e terribile preghiera: “Punta i tuoi occhi su questi stracci che ti bestemmiano, su questo niente che ti reclama. Te lo chiediamo con lo strazio delle nostre ossa e delle nostre carni finite. Liberaci dalla nostra carne; liberaci dal nostro sangue: liberaci dalla nostra morte. O distruggiti anche tu nella nostra carne, nel nostro sangue, nella nostra morte”.
Qui non possiamo che rabbrividire, in preda ad una commozione profonda.
Mauro Germani





sabato 23 febbraio 2019

Ricordo di Angelo Conforti



Angelo Conforti (1949-2018)

Il film narra la storia di un uomo ossessionato dallo sporco. Era il 1977 e lo girammo principalmente a Milano e dintorni. Angelo aveva qualche anno più di me e lo avevo conosciuto poco tempo prima alla Scuola del Cinema del Comune di Milano. Tra noi ci fu subito intesa e in breve amicizia. Condividevamo non solo la passione per il cinema (volevamo fare i registi), ma anche per la letteratura e la filosofia. Ci piacevano gli stessi autori, avevamo gli stessi gusti. Forse perché eravamo giovani, mi sembra ci fosse in Italia, negli anni Settanta – pur tra mille contraddizioni ed ingenuità -  un grande fermento culturale, una voglia di discutere, di partecipare, di creare, che poi non ho più ritrovato.
Fu naturale che Angelo ed io, ad un certo punto, decidessimo di collaborare.
Lui scriveva già come critico sulla rivista “Cineforum” ed  insieme elaborammo il soggetto e la sceneggiatura di Non più oltre, il film sopracitato (della durata di più di un’ora), che poi realizzammo con impegno e passione, divertendoci molto.
Quella di Non più oltre è stata per me un’esperienza unica, che ricordo -  oggi più che mai - con profonda nostalgia, anche perché ha segnato l’inizio della collaborazione fra  me ed Angelo. Per vari motivi il film è rimasto poi incompiuto: integralmente girato, ma privo del sonoro.
La passione per il cinema ci spinse poi a scrivere insieme altri quattro soggetti, mai realizzati in pellicola, che conservo ancora, fortunatamente,  in un cassetto, i cui  titoli provvisori (e rimasti tali) sono: Il bibliotecario, Morte di un musicista, Il seguace, Durango (quest’ultimo un western).
Devo dire che la nostra amicizia e la nostra stima reciproca non sono mai venute meno, nonostante ci siano stati alcuni momenti di lontananza.
Mi piace ricordare che Angelo è stato collaboratore di questo blog, recensendo in modo acuto ed intelligente diversi film nella rubrica “Cinema e pensiero” e che ha collaborato al volume da me curato, L’attesa e l’ignoto. L’opera multiforme di Dino Buzzati (L’arcolaio, 2001), con un ampio intervento dal titolo Romanzi e racconti di Buzzati al cinema. 
Gli sono inoltre riconoscente per le sue note critiche ai miei libri Margini della parola Giorgio Gaber. Il teatro del pensiero: letture puntuali, chiare, attente, non superficiali.
Angelo è stato un uomo di profonda cultura e di grande sensibilità artistica, membro dell’Associazione Europea di Psicoanalisi, docente della Lunipsi, Libera Univesistas Psicoanalitica, e promotore di molte iniziative culturali, tra cui lo Psicofestival di Fidenza, giunto alla XIV edizione, al quale su suo invito ho partecipato più volte. Inoltre è stato fondatore e presidente del circolo cinematografico di Fidenza “La notte americana”. Come insegnante e studioso di filosofia, ha scritto – sulla base della sua esperienza didattica -  un manuale e-book per gli studenti liceali: Percorsi di filosofia.
Da non dimenticare, poi, due sue pubblicazioni: Scuola e televisione: il declino dell’Italia (CSA, 2010) e Facebook è inutile? (CSA, 2015), libri di notevole interesse, scritti con grande lucidità e con l’urgenza intellettuale di chi non è indifferente al proprio tempo e alle sorti del proprio Paese.
Quando un amico scompare, ci si sente più soli.  Così infatti è per me oggi.
Mi restano i ricordi dei bei momenti trascorsi insieme, i nostri progetti condivisi, i sogni della giovinezza negli anni Settanta, i suoi scritti, i suoi libri.
Ma lui, con la sua straordinaria intelligenza, col suo eccezionale intuito, con la sua capacità di leggere ed interpretare la realtà, mi mancherà.
Mauro Germani




venerdì 8 febbraio 2019

André Pieyre de Mandiargues - Il margine


André Pieyre de Mandiargues, Il margine, Feltrinelli 1968

Con Il margine André Pieyre de Mandiargues vinse il premio Goncourt nel 1967.
Si tratta di un romanzo (tradotto da Antonio Porta) di dettagli, di astrazioni e di morte, caratterizzato da una particolare scrittura fenomenologica, che si apre a squarci onirici, ad abissi improvvisi. Le descrizioni minute della realtà, infatti, sottendono sempre un vuoto pronto a spalancarsi da un momento all’altro, come se il mondo intero fosse in procinto di sprofondare.
Questo perché Sigismond, il protagonista, un francese di mezza età, che per alcuni affari trascorre tre giorni a Barcellona, più precisamente nel Barrio Chino, il quartiere della prostituzione, decide  in modo sorprendente di vivere ai margini della realtà, dopo aver ricevuto una lettera – di cui si limita a leggere solo un paio di righe – che gli annuncia  la morte della moglie. La sua è una fuga dal mondo attraverso il mondo, un andare incontro ai fatti casualmente, senza alcuna meta, come una specie di clochard dello spirito, senza nulla da perdere o da conquistare.
Sigismond vive così in questa bolla, nel vuoto delle sue giornate, in un estraniamento prolungato, che Mandiargues descrive minuziosamente, con l’intento (riuscito) di trasmettere al lettore un’inquietudine crescente, un senso di angosciante precarietà. Lo sguardo del protagonista risulta pertanto obliquo, fuori asse, fuori norma. Egli si lascia andare per le strade di Barcellona, sovrapponendo alla realtà immagini del proprio passato, ossessioni, ricordi, pensieri in cui compare improvvisamente la moglie, come se fosse lì e gli suggerisse i propri stati d’animo. Il tutto senza alcun dolore apparente e senza alcun riferimento all’evento tragico comunicato dalla lettera. E in questa sorta di sospensione dell’esistenza, di messa tra parentesi della coscienza, ciò che accade a Sigismond è simile ad un sogno, in cui tutto sfuma ma al tempo stesso misteriosamente rivela.
Ecco dunque l’aspetto onirico, sotterraneo ai gesti e alle azioni del protagonista, che la scrittura di Mandiargues abilmente nasconde e lascia affiorare di tanto in tanto. Descrivere nei particolari le giornate di Sigismond equivale non solo a descrivere il loro vuoto, ma anche a destabilizzare il lettore, a renderlo insicuro di ciò che sta leggendo. La domanda che ci si pone di pagina in pagine è: che cosa sta accadendo veramente? La sensazione che si prova è quella di leggere altro rispetto a ciò che veramente conta e che potrebbe rivelarsi all’improvviso. Si legge, dunque, già dopo le prime pagine e cioè dopo la lettera, col fiato sospeso, e si attende.
Qui lo stile di Mandiargues non è sontuoso e barocco come nei racconti del Museo nero, ma apparentemente più neutro e moderno, quasi protocollare. E l’insidia sta proprio in questa semplicità di superficie, che cattura il lettore, rendendolo sempre più inquieto e sospettoso.
Le passeggiate a vuoto di Sigismond, i suoi incontri fortuiti, gli avvenimenti minimi ed intimi, a poco a poco diventano il piccolo universo nel quale vorrebbe imprigionarsi, ma ciò non sarà possibile. L’ossessione erotica che domina le pagine del libro - motivo ricorrente nelle opere di Mandiargues, come preludio di conoscenza misteriosa e di morte -  è qui incarnata dalla figura di Juanita, giovane prostituta silenziosa, di cui il protagonista subisce il fascino tenero ed oscuro e a cui si accompagna più volte, cercando di trattenere un po’ di vita in quel suo vagabondare tra disperazione ed indifferenza. Ma la ragazza è sfuggente come i sogni ed in realtà annuncia la morte. Il margine vacilla, quel margine in cui Sigismond ha deciso di vivere tra camere d’albergo, locali notturni, vie e piazze popolate da corpi in cammino come fantasmi senza nome, si sta assottigliando.  E ciò che è penetrato inaspettatamente e violentemente nella sua coscienza è destinato a prorompere, fino al compimento del gesto ultimo, estremo.
Come la scrittura, anche la carne è sempre altro per Mandiargues, ed inevitabilmente incontra la morte.
Mauro Germani