venerdì 21 settembre 2018

Scipione (Gino Bonichi) - Le stelle cadono accese


Scipione (Gino Bonichi), Le stelle cadono accese, Raffaelli, 2017


Versi tra luce e buio, quelli di Scipione (Gino Bonichi, 1904-1933).
Parole che dicono epifanie misteriose, attese dentro la terra e colpite dal cielo, carni che cercano sorgenti e lievitano nel mondo. 
Dieci poesie che s’innalzano e che scendono, come in un’apocalisse quotidiana e segreta. Segreto che avvicina il segreto, il fiato dell’uomo e della notte, quando “le stelle cadono accese”.
Versi segreti, appunto, detti nella visione, nella meraviglia febbricitante, nella malattia che cerca redenzione.
Scipione: pittore della cosiddetta “Scuola Romana”, di quella luce che sa di terra rossa, di rivelazione sensuale e mistica, che sbava sulle cose e sui volti. Pittore estremo e poeta estremo, perché così dev’essere l’arte vera, quando tocca la terra e al tempo stesso cerca l’aldilà e lo chiama, in un’estasi ferita, nell’abbandono. “Tutto ci abbandona a nostra insaputa” – scrive Scipione, consapevole del miracolo e della perdita, dentro la carne ed oltre.
Vita brevissima, segnata prima dalla pleurite, poi dalla tubercolosi, ma soprattutto da un’urgenza irrefrenabile di avvicinare i confini, di darsi interamente all’arte e ai suoi agguati, come fosse sempre l’ultima volta. Ansia di assoluto e di riscatto, sull’orlo di un precipizio, mentre “la folgore scrive nel cielo / i caratteri di Dio”.
Senso religioso, o addirittura non senso religioso, a dire l’attesa, l’enigma, “la notte nera e perversa”, quando la terra è secca e ha sete, vuole bere, “ché vuol peccare / e farsi perdonare”.
Poeta inclassificabile, come scrisse Amelia Rosselli nell’introduzione al volume Carte segrete, edito da Einaudi nel 1982: e proprio inclassificabile è in fondo la poesia che non vuole essere da salotto, né tanto meno da esibizione (come spesso accade oggi), perché unicamente mossa dall’esistenza che la scuote.
Dieci poesie da leggere e rileggere trattenendo il respiro, in ascolto, in punto di – come per essere afferrati dai versi, e poi cambiare e sparire, in questa sobria ed elegante edizione contenente anche alcuni dipinti di Scipione ed una interessante ed incisiva prefazione di Davide Brullo, il quale avverte che  “si scrive sempre da un deserto fuori dal tempo […], un quartiere prima della morte”.
Mauro Germani

giovedì 6 settembre 2018

LA CITAZIONE (n. 14) - Giacomo Leopardi



Folletto. Voi gli aspettate invan: son tutti morti, diceva la chiusa di una tragedia dove morivano tutti i personaggi.
Gnomo. Che vuoi tu inferire?
Folletto. Voglio inferire che gli uomini son tutti morti, e la razza è perduta.
Gnomo. Oh cotesto è caso da gazzette. Ma pure fin qui non s’è veduto che ne ragionino.
Folletto. Sciocco, non pensi che, morti gli uomini, non si stampano più gazzette?
Gnomo. Tu dici il vero. Or come faremo a saper le nuove del mondo?
Folletto. Che nuove? che il sole si è levato o coricato, che fa caldo o freddo, che qua e là è piovuto o nevicato o ha tirato vento? Perché, mancati gli uomini, la fortuna si ha cavato la benda, e messosi gli occhiali e appiccato la ruota a un arpione, se ne sta colle braccia in croce a sedere, guardando le cose del mondo senza più mettervi le mani; non si trova più regni né imperi che vadano gonfiando e scoppiando come le bolle, perché sono tutti sfumati; non si fanno guerre, e tutti gli anni si assomigliano l’uno all’altro come uovo a uovo.
Gnomo, Né anche si potrà sapere a quanti siamo del mese, perché non si stamperanno più lunari.
Folletto. Non sarà gran male, che la luna per questo non fallirà la strada.
Gnomo. E i giorni della settimana non avranno più nome.
Folletto. Che, hai paura che se tu non li chiami per nome, che non vengano? o forse ti pensi, poiché sono passati, di farli tornare indietro se tu li chiami?
Gnomo. E non si potrà tenere il conto degli anni.
Folletto. Così ci spacceremo per giovani anche dopo il tempo; e non misurando l’età passata, ce ne daremo meno affanno, e quando saremo vecchissimi non istaremo aspettando la morte di giorno in giorno.
Gnomo. Ma come sono andati a mancare quei monelli?
Folletto. Parte guerreggiando tra loro, parte navigando, parte mangiandosi l’un l’altro, parte ammazzandosi non pochi di propria mano, parte infracidando nell’ozio, parte stillandosi il cervello sui libri, parte gozzovigliando, e disordinando in mille cose; in fine studiando tutte le vie di far contro la propria natura e di capitar male.

Giacomo Leopardi, Dialogo di un folletto e di uno gnomo, in Operette morali.

giovedì 30 agosto 2018

Gottfried Benn - Morgue


Gottfried Benn, Morgue, Einaudi, 1971

Le prime poesie di Gottfried Benn sono contraddistinte da un livido espressionismo, qua e là punteggiato da note sardoniche. Il poeta descrive la condizione umana segnata dalla fine, quando la decomposizione è ormai in atto, oppure è prossima a manifestarsi. L’irreparabile incombe in tutti i testi di Morgue come una condanna fisiologica che disintegra i corpi mediante una esecuzione incessante, a cui il poeta assiste con la freddezza di un anatomopatologo. E leggendo questi versi si comprende che per Benn la malattia è in realtà l’esistenza stessa, che risulta minata ab origine: l’infezione nasce nella carne, nella materia e non l’abbandona più, così come si evince dalla terribile e paradossale Requiem, nella quale ciò che resta della pulsione di vita nei tronconi dei corpi all’obitorio viene cooptato dalla morte in una sorta di infernale capovolgimento: “Due su ogni tavolo. Di traverso / tra loro uomini e donne. Vicini, nudi, / eppur senza strazio. Il cranio aperto. / Il petto squarciato. Ora figliano / i corpi un’ultima volta”.
Il Benn di questi testi non è ancora quello della cosiddetta staticità poetica. Qui – come afferma Ferruccio Masini nella prefazione – “si svellano e si amputano i nervi e i tendini che assicurano l’uomo al mondo; qui si fa del mondo un immenso cadavere”.
Questo annichilamento progressivo dell’esistenza opera in Benn una riduzione totale di ogni atto umano, che appare inutile ed assurdo, perché cerca di nascondere la propria verità profonda, cioè la putrescenza della carne. 
L’uomo è smembrato, è un cervello, o un insieme di organi destinati a perdersi, a ritornare alla terra, ma senza alcuna rinascita possibile: “Carne si livella al suolo. Fiamma si dà via. / Umore si appresta a colare. Terra chiama”. 
Non c’è nulla di sentimentale in Benn. Gli esseri umani s’incontrano e si accoppiano spinti da una forza naturale a cui non possono sottrarsi, ma che un giorno rivelerà il loro niente, nello spietato raffronto tra il prima e il dopo, tra l’incoscienza vitale di ogni amore o passione e la rigidità del cadavere.
Accanto a questa tematica centrale, si può rilevare, tra le altre, la nostalgia per gli antenati primevi (“l’uomo della selva primeva / che tutto dal suo ventre genera”), in contrapposizione alla ferita della propria nascita, presente nella poesia Madre: “Come una ferita porto te / sulla fronte, che non si rimargina”.
La lettura di questo primo Benn ci inserisce così in una dimensione esistenziale ultima, frantumata, tra la verità terribile della scienza e la consapevolezza che l'uomo è fatalmente condannato non solo dalla propria nascita, ma anche dal proprio tempo.
Mauro Germani



martedì 3 luglio 2018

LA CITAZIONE (n. 13) - Luigi Pirandello



Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: - “Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso”. E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro.

da Luigi Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca (atto unico; I rappresentazione al Teatro degli Indipendenti di Roma, 21 febbraio 1923)

mercoledì 27 giugno 2018

Thomas Bernhard - Il loden



Thomas Bernhard, Il loden,  Edizioni Theoria, 1988

Ripropongo una mia nota critica a Il loden di Thomas Bernhardapparsa sul primo numero della rivista “margo” nell’ottobre del 1988 e successivamente pubblicata nel volume Margini della parola (La Vita Felice, 2014).

Anche questo racconto di Bernhard, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1971, costituisce, come le altre opere dello scrittore austriaco, un vortice del perturbamento, dove la scrittura è una specie di frase ossessiva, continuamente lacerata, eppure interminabile.
Ed è proprio all’interno di una fissazione, simile a tratti ad un vuoto delirio, che Bernhard (questo “recensore del caos”, come l’ha definito Claudio Magris) ha ideato la semplice ma inquietante storia di Humer, anziano proprietario di un negozio di rivestimenti interni per bare del Tirolo, uomo alla deriva, vittima di se stesso e del mondo ormai incomprensibile, a cui non resta che la ripetizione continua di parole sconnesse e malate da pronunciare come se fosse sempre l’ultima volta.
In preda all’angoscia della perdita (l’appartamento nel quale viveva da decenni e che il figlio e la nuora hanno indotto a lasciare fino ad obbligarlo a vivere in soffitta, lontano dal proprio negozio) si rivolge all’avvocato  Enderer, ma il dialogo è solo apparente. Humer sviluppa piuttosto uno dei tanti soliloqui bernhardiani (quello del principe Saurau di Perturbamento e del pittore Strauch di Gelo, per citarne alcuni) ancora una volta “sugli orli del vuoto lasciato dalla colonna che reggeva il mondo” – per usare un’espressione di Giorgio Cusatelli.
Questo tipo di angoscia – intesa come perdita di un’abitudine ad un mondo e più in generale come lutto davvero universale – è spesso presente nelle pagine di Bernhard , in cui “l’individuo pensante si ritrova sempre più in un immenso orfanotrofio”, come afferma nel suo lucido delirio il principe Saurau in Perturbamento ed il linguaggio percorre l’estrema periferia di un centro smarrito. Qui infatti la narrazione ha origine da una voce impersonale che presenta e contiene due diverse articolazioni linguistiche che volutamente si intersecano disgregandosi a vicenda: quella di Humer e di Enderer in prima persona.
Tutto, allora, non è che la citazione di una citazione, in quanto tutto è già stato detto. Ciò che sconvolge l’incontro tra i due personaggi è proprio il loden indossato da Humer, nel quale Enderer riconosce quello di suo zio, suicidatosi anni prima nel fiume Sill. Il protocollo che l’avvocato redige smarrisce sempre più la propria funzione di obiettiva verbalizzazione (un metodo come un altro di controllo inutile del caos) ed è continuamente interrotto e stravolto dal fantasma del loden, vero protagonista del libro, oscuro significante di un destino-necessità ormai senza più significato, che provoca  il progressivo e lacerante passaggio dal panico del senso al senso del panico e del fallimento. Humer se ne va improvvisamente senza neppure firmare la procura generale e si suicida qualche giorno dopo; Enderer  si reca alla casa del defunto per riavere il loden che era stato di suo  zio. I puntini di sospensione finali lasciano intuire un probabile epilogo tragico anche per l’avvocato. Ciò che deve, ineluttabilmente sarà.
Mauro Germani

Altri articoli su Thomas Bernhard presenti su questo blog:

martedì 19 giugno 2018

In ricordo di Christian Tito


Desidero ricordare Christian Tito, improvvisamente scomparso, con il suo libro Lettere dal mondo offeso (L'arcolaio, 2014), una testimonianza importante che raccoglie la corrispondenza con Luigi Di Ruscio, negli anni tra il 2009 e il 2011. 


Ho sempre apprezzato in lui la sua profonda umanità, unita ad una grande curiosità intellettuale e all’amore per l’arte in tutte le sue forme.
Segnalo questa intervista, apparsa qui il I settembre  2016.

Incontro con l'autore: Christian Tito


domenica 17 giugno 2018

Pierre Drieu La Rochelle - Fuoco fatuo



Pierre Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, SugarCo 1979

Non appartenenza e fuga dalla vita: questo è ciò che caratterizza Alain, il protagonista di Fuoco fatuo, il romanzo che Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945) scrisse nel 1931. Egli, infatti, si sente come un fantasma in questo mondo, non ha pace, non ha alcun motivo per esistere veramente. E’ sempre fuori di sé, sempre altrove. Ciò che vive è inevitabilmente toccato dall’ombra. La sua figura sprigiona un fascino strano, un mistero inavvicinabile. Passa attraverso gli eventi con una lontananza che inquieta, mosso da qualcosa che sfugge, ma che è potente. E’ un destinato, un prescelto del nulla (“Io non sono nulla; e la morte è due volte nulla”), una specie di adolescente che sfida se stesso e gli altri, anche se il suo cammino non conduce alla cosiddetta maturità bensì alla morte. Tutto nel romanzo ha il brivido ultimo, tutto concorre all’ineluttabile che viene ricercato dal protagonista, “questo straniero che guardava con la tenerezza remota e derisoria di un morto”.
Seduttore suo malgrado, seduttore senza amore, seduttore sedotto dalla morte, Alain vive l’attimo per distruggerlo e vincere nell’impossibile. C’è qualcosa di eroico, ma è un eroismo alla rovescia, un trionfo della dissipazione e del vizio, un precipitare nel baratro aperto dall’esistenza.
E’ una fenomenologia dell’abisso, la descrizione del lavoro inesorabile della morte, uno sguardo lucido – quello di La Rochelle – che non può lasciare indifferenti. La sua scrittura testimonia questo scacco mortale, questo addio prolungato, questo parlare a nessuno. Perché le parole di Alain restano nel vuoto e gli interlocutori sono solo apparenti, sono ombre che si dissolvono.
Ma se non c’è scampo per il protagonista, in realtà non c’è nemmeno per gli altri, tutti persi ed imprigionati in un mondo insignificante, verso cui Alain prova sempre più disgusto. A ben vedere, il denaro sembra essere il feticcio necessario, intorno al quale gravita la vita sociale di ciascuno. Denaro per la libertà, secondo la concezione adolescenziale di Alain; denaro per la propria identità, secondo gli altri. Frammenti d’esistenza intorno a qualcosa che eccede, che pare giocare o liberare, ma che in realtà opprime, proprio come la droga che il protagonista assume. Una spirale che avvolge e che soffoca. E vivere senza lavorare e farsi mantenere – ciò che ha sempre fatto e fa Alain, con il suo attaccamento all’adolescenza – non è una soluzione, ma un’altra forma di schiavitù, come ora ben comprende. Non c’è via d’uscita nel mondo borghese che frequenta. Gli incontri, un matrimonio fallito, l’alcol, la droga, le donne, le richieste continue di denaro: tutto così risibile e tragico, tutto così accerchiato dal vuoto, così nulla. E l’incapacità di esistere davvero, di essere reale nella realtà.
Se per un attimo la scrittura pare ridestare in lui qualcosa, una potenza nascosta, che “raccoglie e unisce le forze diffuse della vita umana”, è ormai troppo tardi. Egli è un viaggiatore senza biglietto, come ha intitolato l’abbozzo di una sua confessione, poche righe appena: è un estraneo fra estranei, è un colpevole che continua a trasgredire la vita, è un clandestino di passaggio, un fantasma che ormai ha rinunciato a incarnarsi non solo in quel mondo, ma nel mondo. E’ davvero troppo lontano. E così la “piccola carovana di parole, che portava il ristretto bagaglio di desideri con cui avrebbe potuto rifornire la sua ragion d’essere, e che egli aveva abbandonato per tanto tempo in mezzo al deserto del foglio” è destinata a fermarsi per sempre. Non scriverà più.
Anche le parole dell’amico Dubourg, che tenta di salvarlo - prima compagno di trasgressioni ed ora integrato e sposato, con la passione dell’egittologia - sono inutili, anzi non fanno che rafforzare il suo desiderio di fuga e di annullamento.
Alain comprende la propria inconsistenza e la propria diversità, ma non sarà la droga ad ucciderlo, perché ora ha bisogno di concretezza, di realtà. Ora vuole esserci davvero. Non più discorsi a metà, relazioni fasulle, richieste di denaro, viaggi senza biglietto, ma un gesto unico, definitivo: “Una pistola è solida, è d’acciaio. E’ una cosa. Aderire, finalmente, alle cose”.
Il lavoro della morte, a cui si accennava prima, pare così trasformarsi in un paradosso estremo, cioè nell’appropriazione della morte da parte della vita. Ed il fatto che poi il 15 marzo 1945 anche Pierre Drieu La Rochelle abbia posto fine alla propria tormentata esistenza non è certo da considerarsi secondario.
Mauro Germani