lunedì 21 agosto 2017

LA CITAZIONE - Edmond Jabès



“La scrittura non è mai una vittoria sul nulla, malgrado quello che se ne dice, ma al contrario un’esplorazione del nulla attraverso il vocabolo.”

“Il rischio è di aprire infinitamente il libro al libro. Questa apertura è anche il vortice, l’abisso: è in questa apertura che sta lo scrittore. [...] Dove il rischio è assente, non può esserci scrittura.”

“In ogni libro c’è una zona di oscurità, uno spessore d’ombra che non si sa valutare e che il lettore scopre a poco a poco. Ne è irritato, ma sente chiaramente che in questo sta il libro reale…”

“C’è un’esplorazione reiterata, spinta verso un altrove inesplorato, un fondo, un’origine ipotetici verso cui tende ogni scrittura. [...] Scrivere non è tenare di colmare il nulla e averne dunque una percezione acuta?”

“Il libro è sempre l’aldilà della parola, il luogo dove essa muore.”


“Esprimersi non è possibile se non attraverso la morte. La morte è lo spazio bianco che separa i vocaboli e li rende intellegibili. [...] Per lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. […] Verso questa parola egli tende.”


mercoledì 19 luglio 2017

Mauro Germani e la sua voce interrotta



Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016


Ringrazio di cuore Marco De Novis per questa sua lettura di "Voce interrotta" e della mia poesia in generale.

Leggendo quest’ultima raccolta poetica di Mauro Germani viene spontaneo interrogarci sul titolo Voce interrotta. Che cosa significa?  Qual è la causa dell’interruzione o della sospensione di questa voce? E’ evidente che in questione è proprio la voce stessa della poesia, il suo annuncio ed il suo modo di rivelarsi.
I versi brevi di Germani ci introducono in una dimensione in cui non pare azzardato affermare che qui la cosiddetta casa dell’essere sembra priva di fondamenta, una casa vacillante, precaria, minata da un’antica rovina. Parafrasando Ungaretti (ma, ovviamente, con una traslazione di significato), si potrebbe dire che di questa casa non è rimasto che qualche brandello di muro. La famosa asserzione di Heidegger, la poesia è la casa dell’essere, non risulta quindi attinente ai testi di Germani, se non in una accezione negativa, di mancanza o di assenza: la poesia è in realtà senza casa, proprio perché ciò che viene meno è la consistenza ontologica, in quanto è prima ancora l’essere a sfuggire, a non avere una propria dimora stabile e l’esistenza non è altro che spaesamento.
Tutte le poesie di Mauro Germani, da Livorno (2008) a Terra estrema (2011), per citare solo le ultime raccolte, sono contrassegnate dallo smarrimento esistenziale, dalla consapevolezza di una perdita originaria, da un abbandono nel mondo: “Io non so più le parole / a ridosso del mondo. / Una voce è dentro qualcosa, / è un’ora senza custodi  /  senza perdono”.
Come ha scritto molto acutamente Rinaldo Caddeo a proposito di Livorno, quella di Germani è poesia “di una manque non solo come estraneità radicale, assenza e inappartenenza, ma anche come impossibilità nel presente dell’esistenza stessa” (“Margo”, 2 aprile 2010). 
La voce della poesia, e dunque nella fattispecie di Germani stesso, non può che essere interrotta, quasi un singhiozzo tra i resti dell’esistenza e della memoria. La parola qui non salva e nemmeno resiste di fronte allo sfacelo e al nulla: semplicemente dice e s’arresta davanti all’impossibilità: “E’ una parola / impossibile, un gesto / che salta le righe, / l’inchiostro bianco / che scrive l’abisso”.
Che cosa può, infatti, la parola davanti alle esperienze estreme del dolore, del sangue e della morte? I versi potranno mai restituirci pienamente il dramma dell’esistenza? Quelli di Germani hanno una chiara matrice esistenziale, nascono dalla vita dell’autore, sono intimamente legati al suo mondo, in cui assumono particolare importanza i temi dell’infanzia, della solitudine, del sogno infranto, del corpo scisso (si veda, a questo proposito Terra estrema) e dell’enigma dell’amore. Occorre precisare che la poesia di Germani non è astratta oppure evanescente, come si potrebbe pensare da quanto evidenziato all’inizio di questa nota, ma appare radicata nel vuoto del mondo. Il poeta riesce in pochi versi a trasmettere la lacerazione e l’incomprensibilità dell’esistenza, il dramma della carne offesa e perduta, il sogno di un’integrità personale desiderata e mai raggiunta.
Nel poemetto Indizi, che costituisce l’ultima sezione del libro, si conferma l’intento poematico già espresso in passato da Germani, sia in prosa che in versi (si vedano L’attesa dell’ombra, 1988; L’ultimo sguardo, 1995; Come un destino in Livorno, 2008, e le sezioni Voci e Terra estrema in Terra estrema, 2011), che qui è però contraddistinto da una espressività nuova, più frantumata, senza interpunzione. Il testo in versi, formato da quattordici brevi stanze o momenti, unisce il tema dell’identità impossibile (l’aggettivo impossibile o il sostantivo impossibilità ricorrono più volte nell’intero volume) a quello della crudeltà e della violenza. Nessuno sa chi è veramente e spia l’altro in un gioco di specchi folle e disperato; il sottotitolo recita infatti: Poemetto delle verità presunte o degli osservatori osservati. C’è forse qualcosa dell’ultimo Caproni in questo lavoro in cui le parole si rifrangono, non danno tregua e assediano il lettore con grande perizia, togliendogli ogni certezza, persino quella relativa alla distinzione tra vita e morte, come se fossero dimensioni intercambiabili: “ e loro coi visi / nelle piazze, loro / nel freddo viola / della notte / loro senza un paese / loro infantili e già morti / noi”.
Voce interrotta è l’ultima, coerente tappa di un poeta che è stato definito “molto schivo”. Certo è che Mauro Germani (che – è bene ricordare – si occupa di poesia e di scrittura, anche a livello saggistico, da più di trent’anni) meriterebbe un’attenzione maggiore da parte non solo della critica ufficiale, ma anche da quella più giovane o militante, entrambe purtroppo invischiate in giochi assurdi di potere, di clientelismi e favoritismi. La poesia di Germani, a nostro avviso, dovrebbe essere approfondita proprio per la sua unicità, ovvero per una concezione della parola poetica che non ci sembra trovare molte analogie nella produzione italiana contemporanea.

Marco De Novis



martedì 4 luglio 2017

LA CITAZIONE - Hermann Broch


"Perché poesia è veggente attesa nella penombra, poesia è abisso che sa della penombra, è attesa sulla soglia, è comunione e insieme solitudine, è promiscuità e paura della promiscuità, casta nella promiscuità, così casta come il sogno del gregge dormiente, e tuttavia paura dell'impudicizia: oh, poesia è attesa, non è ancora partenza, ma perenne congedo".

domenica 4 giugno 2017

Gianfranco Fabbri - Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio 2016

In quest’ultimo libro di Gianfranco Fabbri riscopriamo il gusto novecentesco del frammento, della prosa breve di memoria, dell’annotazione lirica, del lampo improvviso del pensiero, mai scissi dall’esistenza, ma inevitabilmente segnati dai dubbi, dalle perplessità, dagli smarrimenti del nostro essere nel mondo.
Il volume è infatti una miscellanea di ricordi, riflessioni, suggestioni e intuizioni che risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, contrassegnati da una scrittura di rara grazia, cesellata nella sua sobrietà ed eleganza, e tuttavia  mai artificiosa, anzi autentica nella sua concreta testimonianza poetica. Sì, perché questo è in fondo un libro di poesia, in cui riconosciamo la voce del Fabbri autore di sillogi come Davanzale di travertino (Campanotto, 1993),  Album italiano (Campanotto, 2002) e Stato di vigilanza (Manni, 2006); una voce – come ebbi modo di scrivere -  che “accompagna e scandisce il viaggio enigmatico dell’esistenza”, in cui “è possibile rinvenire una sorta di topologia dell’anima, di evocazione di paesaggi, oggetti, simboli, […] come fotogrammi da custodire prima della loro inevitabile scomparsa” (AA.VV., D’un sangue più vivo. Poeti romagnoli del Novecento, a cura di Gianfranco Lauretano e Nevio Spadoni, Il Vicolo Editore, 2013, p. 162).
In un tempo come quello presente, in cui prevalgono opere che sono soltanto esercizi sterili, prive cioè di una profonda relazione con la nostra condizione esistenziale e scritte senza una vera necessità,  il libro di Gianfranco Fabbri si pone in senso opposto, ed è come una ventata fresca nell’asfittico luogo della scrittura contemporanea.
C’è in queste pagine la volontà di comprendere la realtà con uno sguardo attento al dettaglio, alla folgorazione improvvisa che poi viene meditata, quasi a cogliere di soppiatto non solo il mondo, ma anche il proprio io, certe inclinazioni, certi atteggiamenti, certi soprassalti, che vengono scoperti con una forma di intelligente ed interrogante pudore, di  stupita sensibilità.
Mirabili, in questo senso, alcune prose come quella che ricorda la febbre “come un’intima festa”  vissuta dall’autore da piccolo, o come il sogno raccontato in Sotto l’impressione di una musica celtica, brano di grande suggestione, in cui la dimensione onirica trova la cenere dei morti, “minuscoli esserini” , ormai irriconoscibili,  a bordo di barchette , con addosso  “un mantello di velluto che copriva le loro spalle: come una specie di divisa”.
Interessanti, poi, le riflessioni sull’atto misterioso dello scrivere, che sono rivelazioni di poetica da parte dell’autore.  Si veda il brano relativo all’ “alba della scrittura”, che coincide con il momento estatico dell’attesa, e più avanti la necessità della vigilanza e soprattutto dell’autenticità: “Il lettore deve sentire che l’altro (l’Autore) investe ogni cosa nel testo”.  E giustamente la polemica verso la vanità di certa scrittura  giovane, quando “si scrive per gag, per trovate” e lo stile “è ruffiano / orale / molto svelto”. Da citare, poi, l’appunto sulla sintassi della neve: poche righe nelle quali mistero della natura e della scrittura s’incontrano davanti agli occhi del poeta.
Degna di nota anche la sezione dal titolo La suggestione della cultura. Qui Fabbri presenta alcune annotazioni di lettura, che colpiscono  per certe intuizioni originali enunciate senza enfasi, come piccole rivelazioni private offerte al lettore,  o confessioni dell’intelligenza sussurrate nel respiro della pagina: ecco, tra gli altri, i pensieri sulla reclusione emblematica vissuta da Anna Frank e dai membri dell’alloggio segreto,  l’accostamento tra Dostoevskij e Kafka a proposito della ferocia dell’uomo e dell’idea di lager, le considerazioni sul silenzio in relazione ad una possibile armonia.
Il Novecento privato e collettivo (si veda il testo sulla strage di Bologna) vibra in queste pagine in frammenti d’esistenza, senza clamore, colto da uno sguardo occulto – come recita il titolo di una sezione del volume - , che è quello del tempo vissuto e nascosto, in bilico tra verità e domanda, a cui risponde la scrittura poetica di Gianfranco Fabbri.

Mauro Germani





sabato 20 maggio 2017

Giampiero Neri - Via provinciale


Giampiero Neri, Via provinciale, Garzanti 2017

C’è nella fenomenologia poetica di Giampiero Neri  uno stupore che a  poco a poco diviene abbandono, un lasciar-essere che è destinato al proprio enigma ed alla propria sparizione. Ciò a cui assiste il lettore è un ritrarsi della parola che sospende la scrittura fino alla sua dissolvenza. Neri, infatti, osserva oppure ricorda, ma presto abbandona, se ne va. Restano sulla pagina i frammenti di una scomparsa.
Con una sintassi semplice, apparentemente innocua, vengono delineati dettagli e momenti di vita che assumono una dimensione ambigua, al limite dell’assurdo, rivelandosi così inquietanti.
La via  percorsa da Neri è provinciale proprio perché lontana da un centro, anzi non ha centro alcuno, in quanto da sempre smarrito, o addirittura mai esistito. La volontà di comprendere il reale si arresta (e dunque si arrende) di fronte ad una impossibilità e l’approccio fenomenologico o scientifico è destinato a scoprire l’abisso. Da qui nasce la poesia di Giampiero Neri: da questo smarrimento, da questa rinuncia inevitabile che tuttavia non si spegne mai definitivamente e risorge ad ogni nuovo contatto con la realtà. La resa della conoscenza alimenta dunque una poetica dell'interrogazione muta, dell'osservazione minuta e al tempo stesso indifesa, inconcludente.
Il catalogo, perciò, non può che essere mancato perché è proprio la vita che è imprendibile nella sua logica sfuggente, nel suo manifestarsi senza senso, nel suo divenire che ammutolisce. La curiosità di Neri incontra l’incomprensibile, un ordine (o disordine) sconosciuto, una trama ignota di relazioni di cui restano solo immagini, particelle o pensieri sospesi nel vuoto.
Non c’è  - non può esserci - una scienza della poesia. La realtà ha in sé segni indecifrabili pur nella loro momentanea nitidezza e non è possibile coglierne la complessità più vasta, nonostante la caparbietà del poeta indagante. L’esattezza della parola poetica risiede paradossalmente in questa consapevolezza e le illuminazioni escludono qui ogni profetica veggenza. Il mondo naturale e il mondo umano hanno verità senza un perché che sia al di sopra di ogni dubbio, di ogni intima ragion d’essere. Neri pone sotto la sua lente luoghi, animali, persone, mettendone in luce – talvolta con sottile ironia – la loro paradossale unicità, la loro reciproca connaturata estraneità di mondi dentro mondi, prossimi solo in apparenza.
Davanti a tutto questo e davanti alla propria scrittura, che registra in modo minuzioso ciò che inevitabilmente è destinato alla perdita, il poeta è un vinto, sente dentro di sé l’amarezza di una sconfitta profonda che nessuna parola riesce a dire:
“La serata di poesia era ormai alla fine, avevo già guardato l’orologio. Come ogni volta, provavo un senso di inutilità e insieme di inadeguatezza. ‘Sono uno sconfitto’ avevo detto rivolto al pubblico, dopo la lettura, ma non avrei saputo dire perché.”
Mauro Germani

domenica 26 marzo 2017

Poesie da "Voce interrotta" e fotografie di Marco Turolla

                                      



Come fossero ancora le cose
come mi avessero ancora
nel loro destino
muto
nella mia infanzia tagliata.

Come fosse tutto
per qui
per questa casa
strappata alla vita.









                                                      

Mi sono dimenticato
sul tram
e adesso non so
dove andrò,
non so la città
che proclama
la vita.

Sparirò nelle luci
di tutte le sere,
nel cielo
di tutti gli specchi.

Sarò un secolo
che ha perso
il suo nome.







   
Quelli che cadevano dai tetti
o dai balconi
in silenzio
come ombre innamorate
del vuoto,
fin dove il buio, fin dove
i miei sogni d'infanzia,
i miei occhi chiusi
senza chiedermi perché 
come fosse normale
per me
per loro                               

precipitare così
sempre più giù
sempre più
lontani
in quel volo
fra tutto e                                                 
niente
in quella caduta
infinita
dalla casa di fronte.                                   
    





        


Solo così fu l'impossibile
solo così parlasti
tra i binari e il tempo
senza partire
e nemmeno restare.
Solo così Milano divenne
la pioggia intermittente
sui neon, solo così
la voce si schiantò
nell’aria fredda delle
scale, nei marmi grigi
della stazione.







    





Questa fanciullezza dei morti
come un vento lieve
che passa tra i boschi,
o l’eternità
muta del cielo insieme
agli anni, a tutti
i ricordi come
nuvole disperse,
ai passi
quasi a mezz’aria,
senza più carne,
soli
sul breve sentiero.





Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod 2016
Fotografie di Marco Turolla (diritti riservati)




domenica 5 marzo 2017

Georg Trakl e la terra della sera


"Non ho altra scelta se non il dolore", scrisse Georg Trakl (1887-1914), nella cui opera è presente il segno lacerante della catastrofe epocale (la crisi  della vecchia Austria prossima allo sfacelo) e del proprio sradicamento, la consapevolezza di un mondo alla deriva e di una solitudine estrema, marchiata irrimediabilmente dall'infelicità e dalla colpa. E la parola poetica assume su di sé il negativo della perdita e della mancanza, il buio della sera ed il commiato del distacco, nella terra marginale di chi è sempre straniero, sempre errante e lentamente si allontana.
In Trakl - il più grande poeta di lingua tedesca del Novecento, come lo ha definito Claudio Magris - tutto questo avviene tra le ombre ed il baluginio dell'Abenland, ovvero la terra occidentale del tramonto, in cui regnano il lutto e la desolazione della rovina incessante. Tuttavia l'oscurità dominante sembra attendere un passo ulteriore dal viandante, un congedo ancor più definitivo: è il cammino del dipartito, di colui che - secondo Heidegger -  è alla ricerca di un luogo originario perduto, una terra in cui "abitare poeticamente".
Nella poesia di Trakl, però, non c'è un approdo definitivo, né una netta conversione del negativo in positivo, in quanto la meta attesa oltre la cosiddetta terra della sera non è mai raggiunta e tutto è frammentato e tende ad oscillare in una dimensione incerta, contraddistinta più che altro da momenti di dispersione e di privazione, che esprimono la nostalgia di un'unità perduta, di una totalità infranta. C'è dunque il segno inequivocabile della caduta, della lacerazione, dell'abbandono, la coscienza infelice di un'infanzia che tutto precede e fonda nel suo dissonante esserci, di un cammino tragico, di un peregrinare nell'ombra e nella solitudine, alla ricerca di ciò che è oltre la dissoluzione della parola e del mondo, al di là del frastuono del tempo, dell'insensatezza, dell'impossibilità di amare e di una vera comunicazione tra gli esseri umani. E in questo scenario cupo e dolente, il dramma di Trakl diviene - come ha scritto Roberto Carifi - "canto che dice la malattia dell'essere, che assume la sessualità come luogo simbolico e metaforico di una ferita insanabile, di un corpo appestato di malinconia".
Tutto è ferita e destino in Trakl, qualcosa di estremo e di lancinante ne segna la breve esistenza e l'opera poetica: il suo permanente dissidio interiore, l'esperienza fatale dell'infanzia (di cui sono espressione i fanciulli solitari dei suoi versi), il rapporto con la sorella Grete, la disperata solitudine, l'attrazione verso le prostitute più povere ed infelici, l'assuefazione alle droghe, lo scoppio della guerra e l'orrore della carneficina di Grodek, infine il manicomio. Se da un lato non si può non tener conto di tutto questo ed in particolare dell'amore incestuoso che il poeta ebbe per Grete e che segnò senza scampo l'esistenza di entrambi (lui morì per una dose eccessiva di cocaina nell'ospedale psichiatrico di Cracovia e lei si tolse la vita con un colpo di pistola tre anni dopo la morte del fratello), dall'altro la vicenda privata di questo "peccato di sangue" (Blutschuld) va oltre la dimensione privata e si trasfigura in un pensiero intorno all'essere e alla sua caducità, in cui la dolcezza dell'infanzia appare sovrastata dall'ombra della rovina e della colpa ed anche la parola sembra essere inferma, immersa in atmosfere di dissoluzione, all'interno di versi irrelati, frammenti di una scomparsa o forse di un nuovo indicibile linguaggio.
Mauro Germani

da Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice  2014