sabato 12 gennaio 2019

LA CITAZIONE (n. 17) - Lorenzo Calogero



“Se la vita dei poeti si ribalta e si è risolta quasi sempre in un completo fallimento è perché la loro parola trova difficilissimamente credito anche sotto gli aspetti più elementari fra gli uomini.”

Lorenzo Calogero, in Parole del tempo, Donzelli, 2010

lunedì 24 dicembre 2018

Aleksandr Blok, Paul Celan - I dodici




Aleksandr Blok, Paul Celan, I dodici (a cura di Dario Borso), L'arcolaio 2018

Interessante ed intelligente operazione editoriale, quella di riunire in un unico volume, a cura di Dario Borso, la traduzione dal russo de I dodici di Aleksandr Blok e la traduzione dal tedesco del medesimo testo nella versione di Paul Celan. Il poema, infatti, scritto da Blok nel gennaio 1918, venne poi tradotto quarant’anni dopo da Paul Celan, che si occupò anche di Esenin e di Osip Mandel’štam, accumunando così “tre poeti, la cui esistenza fu annientata dagli sviluppi involutivi della Rivoluzione d’Ottobre”, come afferma Borso nell’introduzione al libro.
I dodici  è un poema che ci trasporta, con una scrittura scossa e sincopata, in perenne movimento, nello spirito rivoluzionario del tempo, in quell’oltre non solo politico, ma anche esistenziale verso cui il nuovo corso storico sembrava tendere, in un  processo di fine, ma anche di principio, di impulso utopico e di rinascita, all’insegna di un cambiamento radicale, che non poteva non coinvolgere anche la parola poetica.
Così, con I dodici Blok abbandona il simbolismo, lascia le forme espressive già collaudate, ed approda ad una scrittura spezzata, ritmica, in marcia, mentre tutto è in divenire. L’intenzione era quella di rappresentare il nuovo che avanzava, la tenacia inarrestabile di un sogno in grado di travolgere il passato e di proiettarsi verso il futuro, alternando immagini emblematiche al dinamismo della parola. Blok dichiarerà, successivamente, nell’aprile 1920, spento ormai l'entusiasmo iniziale: “La verità è che il poema fu scritto in uno di quei periodi straordinari e sempre brevi, in cui il ciclone rivoluzionario in corso provoca una tempesta in tutti i mari – nella natura, nella vita e nell’arte”.
E la scrittura di Blok è qui simile ad una musica che si scompone e si ricompone nei passi e nelle voci dei dodici rivoluzionari che marciano, dentro il buio della sera, nonostante  imperversi una terribile bufera di neve. L’oscurità, il vento ed il ghiaccio non impediscono il loro procedere eroico, che è inframmezzato dall’apparizione di vari personaggi legati alla tradizione e destinati perciò ad essere travolti dal processo rivoluzionario in corso: tra gli altri, una vecchietta, un letterato, un prete, un borghese, còlti in pochi tratti, ma con ferocia e sarcasmo, nei loro atteggiamenti di paura e di rifiuto.
Tutto avviene nel vento, nel turbinio della neve, al passo della rivoluzione, tra i fuochi accesi intorno, coi berretti sgualciti, le cicche tra i denti, i fucili e le bandoliere. Sembra che qualcosa di superiore debba veramente affermarsi, al di là delle singole esistenze, qualcosa di epocale, che va ben oltre le vicende private di ognuno. E non è certo di poco conto l’episodio di Piotr, che uccide per gelosia la sua amata prostituta Katia, ma che poi i compagni riescono a ricondurre all’impegno rivoluzionario.
C’è movimento nel movimento, in questo poema, qualcosa che procede trasformandosi, e che di volta in volta è marcia trionfale, sberleffo, balletto, dramma, fino al colpo di scena finale, quando davanti al corteo dei dodici, “indifferente alla bufera, incede lieve, / perlaceo di neve attorno a sé” Gesù Cristo.
È questa un’immagine inaspettata, che compare improvvisamente e che lascia per un momento interdetti, ma che forse può essere compresa non tanto in un’accezione religiosa, quanto in una prospettiva di umanità nuova, di nuovo Regno sulla terra, di cui Cristo può essere considerato il simbolo-guida. A tal proposito, si può fare riferimento, solo a mo’ di esempio e per intenderci, al pensiero del tedesco Ernst Bloch, alla sua speranza di emancipazione, diversa dalla fede alienata, ma necessaria per coltivare uno spirito di utopia in vista di un Regno messianico di giustizia e di pace: questa aspettativa, probabilmente, non fu del tutto estranea anche al poeta russo, almeno al momento delle prime fasi della rivoluzione. Dopo, infatti, Blok rimase profondamente deluso dagli esiti del processo rivoluzionario, si trovò politicamente sempre più isolato ed avvilito e lo stesso poema non ebbe vita facile. E questo è un altro argomento di interesse nei confronti dell’opera di Blok, che inevitabilmente ci interroga sul  rapporto quanto mai controverso e conflittuale tra ideologia ed esistenza, tra utopia e storia. Altro elemento degno di attenzione è costituito poi dalla traduzione di Celan, che rende il testo ancora più dinamico, incalzante e franto rispetto all’originale, mediante "una nominalizzazione spinta", come sottolinea Dario Borso nella già citata introduzione.
Non pochi sono dunque i motivi di riflessione e di discussione che offre questa particolare, elegante ed accurata edizione de I dodici, che raccomandiamo al lettore.

Mauro Germani



sabato 1 dicembre 2018

LA CITAZIONE (n. 16) - Jorge Luis Borges



“All’altro, a Borges, accadono le cose. Io cammino per Buenos Aires e indugio, forse ormai meccanicamente, a guardare l’arco di un androne e la porta che dà a un cortile; di Borges ho notizie attraverso la posta e vedo il suo nome in una terna di professori o in un dizionario biografico. Mi piacciono gli orologi a sabbia, le mappe, la stampa del secolo XVIII, il sapore del caffè e la prosa di Stevenson; l’altro condivide queste preferenze, ma in modo vanitoso che le muta negli attributi d’un attore. Sarebbe esagerato affermare che la nostra relazione è di ostilità; io vivo, mi lascio vivere, perché Borges possa tramare la sua letteratura, e questo mi giustifica. Non ho difficoltà a riconoscere che ha dato vita ad alcune pagine valide, ma quelle pagine non possono salvarmi, forse perché ciò che v’è di buono non appartiene a nessuno, neppure all’altro, ma al linguaggio o alla tradizione. D’altronde, io sono destinato a perdermi, definitivamente, e solo qualche istante mio potrà sopravvivere nell’altro. A poco a poco vado cedendogli tutto, sebbene conosca la sua perversa abitudine di falsificare e ingigantire. Spinoza intese che tutte le cose vogliono perseverare nel loro essere; la pietra eternamente vuol essere pietra e la tigre, tigre. Io resterò in Borges, non in me (seppure sono qualcuno), ma mi riconosco meno nei suoi libri che in molti altri o nell’elaborato arpeggio d’una chitarra, Anni addietro cercai di disfarmi di lui e passai dalle mitologie dei sobborghi ai giuochi col tempo e con l’infinito, ma codesti giuochi ormai sono di Borges e dovrò ideare altre cose. Così la mia vita è una fuga e io perdo ogni cosa e tutto è dell’oblio, o dell’altro.
Non so chi dei due scrive questa pagina.”

Jorge Luis Borges, Borges e io, in L’artefice, Rizzoli, 1982

martedì 6 novembre 2018

Mario Marchisio - La morte attiva




Mario Marchisio, La morte attiva, Edizioni Aurora Boreale 2018

La morte attiva raccoglie le poesie, i racconti ed i pensieri che Mario Marchisio ha scritto nell’arco di un quarantennio. È quindi un’occasione per rileggere un’opera multiforme e particolarmente interessante non solo per le tematiche (esistenziali, filosofiche, teologiche) che affronta, ma anche per lo stile sempre nitido e classico, che rivela la straordinaria capacità dell’autore di spaziare senza forzature dalle forme metriche al verso libero, dalla narrazione drammatica, visionaria, grottesca o satirica alla brevità fulminante dell’aforisma.
Ciò che colpisce subito è proprio il rapporto tra la limpidezza della scrittura ed il suo abisso, nel quale tenebre e luce si scontrano incessantemente in una lotta che ha come posta in gioco il destino dell’uomo. La vastità dell’opera di Marchisio (il volume sopracitato consta di quasi cinquecento pagine) non elude mai, pur nella varietà dei generi e dei registri adottati, il tema di fondo dell’uomo conteso, che – cosciente o meno – è alle prese con la propria anima, attanagliata dal buio e sempre in bilico sul baratro della perdizione.
Marchisio è soprattutto un indagatore del male: ne sonda le terribili profondità, ne descrive gli inganni, le astuzie, le menzogne, i paradossi, consapevole che in questo mondo non c’è pace, perché la condizione umana è contaminata ab origine e la salvezza non è facile conquista.  Certi suoi racconti non sfigurerebbero insieme alle Storie sgradevoli di Leon Bloy, autore che – come scrisse Borges – “opinò qualche volta che siamo già all’inferno”. Del resto, non è proprio la Sacra Scrittura a decretare che Satana è il principe di questo mondo e che la vittoria sul male avverrà solo alla fine dei tempi?
In ambito narrativo, Marchisio costruisce storie, in questo senso, esemplari, nelle quali il male è sempre in agguato, sempre attivo, ed agisce con la sua opera devastante, spesso dietro una normalità o rispettabilità apparenti, come se nulla fosse. Le storie, quindi, smascherano ciò che in profondità è terribile e nascosto e l’autore illumina le tenebre, rendendole così evidenti al lettore.
Marchisio predilige la narrazione breve, tuttavia alcuni dei dodici racconti presenti nel volume, nella sezione intitolata Carni scosse, sono collegati tra loro dal nome di uno o più personaggi, a dimostrazione di una genealogia del male a cui è difficile sfuggire. Si vedano, a tal proposito, i racconti Condiscendenza, Ascanio e Trofei, nei quali segreti terribili, mostruosità e macchinazioni diaboliche si intrecciano quasi naturalmente, in un susseguirsi ineluttabile di atrocità. C’è poi il teatrino macabro di Matrioska, in cui, in poche battute, nascita e morte diventano tutt’uno nel corso di un folle e crudele esperimento ad opera del dottor Thanatellus, che intende dimostrare come i tre atti di ogni vivente, ovvero nascere, riprodursi e morire, si possono adempiere nello spazio di un minuto. Occorre aggiungere che il divertissement grottesco, in Marchisio, non è mai fine a se stesso, perché sottende il tragico dell’esistenza: l’uomo, infatti, non può salvarsi da solo. E le meditazioni dell’autore sono rese ancora più esplicite dagli aforismi, veri e propri lampi del pensiero, impeccabili nella loro concisione, simili a sciabolate capaci di smascherare le contraddizioni, i paradossi e le viltà dell’uomo in balìa delle tenebre (“La propensione al male si rivela il più delle volte incoercibile: qualora l’uomo intraveda anche soltanto una speranza di assecondarlo, le sue energie, ipso facto, si moltiplicano.”), ma anche di avvertire, qua e là, la misteriosa presenza divina (“Nell’universo visibile, che non mi stanco di concepire limitatissimo, trionfa il male. Il resto è dominio divino.”; o ancora “Se Dio non esistesse la vita avrebbe un solo nome: Luogo del Nulla; e l’unico pensiero, l’unica saggezza, l’unica virtù sarebbero quelli della pietra e del silenzio”). Ecco, dunque, la consapevolezza del male, il quale esiste proprio perché contrapposto al bene: “Ospitiamo l’angelo come la bestia: nostro preciso dovere è sviluppare il primo e imbrigliare la seconda”. E poi: “La fede è cosa rara e soggetta al tradimento, come l’amore. Una somiglianza su cui non dobbiamo stancarci di riflettere”.
La produzione più ampia presente nel libro è tuttavia quella poetica (ma non dobbiamo dimenticare quella saggistica, che sarà integralmente raccolta in un volume di prossima pubblicazione), nella quale Marchisio si è cimentato con grande passione fin dagli esordi. Qui, oltre ai temi già accennati in precedenza, troviamo un gusto che potremmo definire tardo-romantico o decadente, che si esplica nella consapevolezza della vanità del tutto, della solitudine, dell’esilio su questa terra, nonché dell’attesa che si plachi “la furia del dolore”. E costante aleggia su tutto la presenza della morte, spesso invocata come possibilità di pace e di uscita dal buio dell’anima, cosicché la bara appare come “La miglior nicchia per chi deve attendere / La sconfitta delle tenebre”. Interessante, poi, la duplicità rappresentata dal sentimento d’amore, che da momento di luce e d’incanto si può tramutare repentinamente in inganno e menzogna, rivelando così quella bassezza che quasi sempre si cela negli atti umani.
Da non sottovalutare la sezione poetica intitolata Bisbigli sotto il marmo, nella quale Marchisio è abilissimo nel declinare poeticamente il suo gusto macabro e divertito, che risuona al lettore, aldilà dello humor nero, anche come monito e richiamo non solo all’ineluttabilità della morte (si legga, ad esempio Teatrino), ma anche amara riflessione sull’uomo contagiato ed orrendo, verso il quale Marchisio non mostra alcuna compassione, come nella sarcastica La bella umanità: “La bella umanità, io l’amo / Soltanto da lontano. / Venendone a contatto / - O fatto strano! -, / Prende forma di pantano: / Più agile d’un gatto / Mi morsica la mano, / M’appesta e mi fa matto”. Affini come tono, troviamo poi i versi, in conclusione al volume, della sezione intitolata Altre poesie giocose e satiriche, una miscellanea di testi acuminati e beffardi, che prendono di mira vari personaggi, tra cui il poeta stesso, e che si concludono spesso in modo crudele e grottesco.
La rilettura dell’ampia produzione poetica e narrativa di Mario Marchisio conferma la ricerca incessante – e a volte furiosa, urgente – di un autore che ha sempre seguito la propria strada, aldilà delle mode imperanti. Una voce classica fuori dal coro, che ci scuote, ci fa riflettere ed anche (giustamente) rabbrividire.
Mauro Germani


LA CITAZIONE (n. 15) - Guido Ceronetti



“I volti sono del corpo? A volte ne dubito. Sembrano avere vita indipendente, incontrarsi senza il peso del resto. Vengono direttamente dal demoniaco e dall’angelico, dal profondo e dall’alto; il resto è solo terrestre.”

***
“Meglio che l’anima soffra vedendo il corpo squartato e decomposto, piuttosto che non soffra per inesistenza.”

Guido Ceronetti, Il silenzio del corpo, Adelphi 1979

giovedì 18 ottobre 2018

Mario Marchisio - Sulle ultime tre raccolte poetiche di Mauro Germani



PRIMA DEL SILENZIO

Nelle raccolte successive al libro pubblicato nel 2002, l'onda luminosa si ritira e la poesia di Mauro Germani (1) torna ad aggirarsi in un orizzonte di tragico abbandono dove le tenebre, come fossero catene, si avvinghiano all'io senza concedergli scampo; essa torna, seppure con maggiore consapevolezza anche formale, al suo desolato punto di partenza (2). Tra la speranza e il nulla, è prevalso il nulla.
Preliminarmente, si rende opportuno un accenno al linguaggio, che presenta ora una caratteristica nuova: sfrondato, quasi scheletrico, tutto giocato sulla rifrazione di poche, ossessive parole in cui sembra specchiarsi l'altrettanto scheletrica magrezza dei versi. I quali oscillano, specie in Terra estrema e Voce interrotta, fra le tre e le nove sillabe, con una prevalenza schiacciante dei versicoli (3).
Come ha scritto Marco Ercolani, il poeta evita con ogni cura di elaborare «una frase [...] troppo articolata», quasi «non avesse neppure il tempo di pensarla. I versi brevi stringono lettore ed autore nell'esiguo spazio di un respiro rauco, interrotto, fra dolore e dolore» (4).
In effetti, qualcosa di simile a un balbettio disperato sembra coagularsi «nella fredda fiamma / del nulla / o più lontano in fondo / nel pozzo segreto / e senza nome» (5). In questo affannoso vagare privo di scopo e di meta, con la mente offuscata e le mani piene di mosche, sfugge talvolta al nostro poeta una confessione icastica, la diagnosi lucida e spietata della sconfortante eredità di chi si scopre orfano di Dio: «Com'è sola la carne / e noi assenti in lei / e lei nel mondo».
La carne, un termine biblico che risuona senza interruzione dalla Genesi alle Lettere di san Paolo (nel duplice significato di "corpo" e di "natura umana"), e che non a caso appare con insistenza nelle pagine di Terra estrema (6). Carne, ombra, mondo: ecco le parole decisive intorno alle quali ruotano i versi di questo libro (7), «Verbo perduto da Dio / verbo senza Dio / che nella notte chiama / e nessuno risponde, / grido senza bocca / che nel deserto cerca / un cuore sepolto».
Affermando più sopra che il linguaggio di Germani, dopo Luce del volto, denota un'asciuttezza scheletrica, mi riferivo alle pagine in versi. Nelle brevi prose che figurano in Livorno e Terra estrema (due sezioni in entrambi i libri) possiamo invece constatare un'inattesa ricchezza cromatica, la quale viaggia di pari passo con una più ricca varietà di toni. Vi si profilano anche frammenti di vicende angosciose, sfilacciate (8), che il nostro autore riesce però a tratteggiare senza la recente, ascetica parsimonia lessicale e sintattica. Ne emerge un modello espressivo assai differente da quello all'opera nei versi.
Si prenda ad esempio in esame quella che con ogni probabilità costituisce la più riuscita fra le sezioni in prosa: Voci (9), un ciclo di sette componimenti che ci danno la piena misura della versatilità di Germani. Pur mantenendosi fedele al suo tema di fondo, il poeta innesta nel flusso verbale improvvisi e balenanti riverberi, allusioni, figure simboliche, grazie anche al ricorso alla prosopopea, espediente retorico che gli consente di far parlare in prima persona la Terra, la Notte, il Vento, il Cielo, il Fuoco, la Neve e gli Animali. «Condanna condanna dice il Fuoco, vi porto questa luce assassina, questa profezia senza dio, questo dono strappato all'ignoto»: così inizia uno dei testi. Dice a sua volta la Neve: «Chi mi contempla ascolta il canto dell'esilio, la musica senza nome che è sulle labbra degli abbandonati, il battito sordo di un male segreto». Qui il ritmo triadico delle proposizioni, già riscontrabile, con esiti convincenti, in Una voce persa (10), si dispiega con uno slancio pari alla suggestione delle immagini. Poesie in prosa nelle quali, a dispetto di quel titolo, la voce di Germani è più che mai ritrovata.

***
Le ossessioni di un io spettrale, quasi evanescente, ribadite attraverso la prosodia affannosa e sincopata cui Germani ci ha abituati, tornano a galla tutte insieme per incidere come una lama i versi di Voce interrotta. Il paragone più calzante sembrerebbe quello col primo Ungaretti, se non altro per certi snodi della versificazione (11).
L'impalcatura metaforica, che appariva nettamente assestata nelle varie sezioni di Luce del volto ed è andata attenuandosi nei versi dei due libri successivi, tende qui invece a cedere e a sfaldarsi sul nascere, isolando in primo piano la testimonianza di una disfatta esistenziale. L'io non ha perduto soltanto ogni coordinata interiore, ma obbedisce all'esigenza di trasfondersi, nudo e crudo, in una musica verbale che rifugga come indebito ornamento anche la meno elaborata delle metafore. Ogni atto, ogni pensiero sfuma e si perde in se stesso, e prima ancora nell'assenza di Dio (12).
In Voce interrotta fa altresì capolino, fino a diventare una presenza significativa, la parola «impossibile» (13), sia in veste di sostantivo che di aggettivo (14). Ma il paradosso è questo: l'impossibile, pur rimanendo tale, continua a rivelarsi necessario. Ripudiata infatti e allontanata da sé la radice trascendente di ogni esistenza, l'io non smette di sanguinare. La rassegnata rinuncia al proprio fondamento ontologico non gli impedisce di sussistere e di patire: «mio verbo ignoto, mia febbre / sconsacrata». Il mondo, favola polverosa, è tutto racchiuso nella parola umana che coincide con il lento implodere dell'io e delle sue vestigia, ormai indecifrabili.
La mesta Livorno che campeggiava nella prima sezione della raccolta omonima passa ora il testimone a Milano: rinviando, di fatto, a un non-luogo, a un teatro di larve. Fra i vivi e i morti  viene meno  all'istante qualsiasi distinzione sul piano dell'essere. Dai ricordi materni e dall'infanzia remota, il corteo dei defunti accompagna il cammino di un io inabissato nella consapevolezza dell'impossibile: «Di chi è questa voce scritta / che ascolto, questo fiato / senza corpo, questa / febbre alta / che brucia nell'aria?».

Note
1) Mauro Germani, Luce del volto, Campanotto 2002; Livorno, L'Arcolaio 2008; Terra estrema, ivi 2011; Voce interrotta, Italic 2016. Germani, che è anche narratore e critico letterario, ha fra l'altro pubblicato il romanzo Il prescelto (Perdisa 2001) e Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei (La Vita Felice 2014).
2) Mauro Germani, L'attesa dell'ombra, Schema 1988 (plaquette poi confluita in Luce del volto).
3)  Livorno presenta invece versi dalla struttura più ariosa, tendenzialmente svincolata dal predominio della reiterata brevità.
4) Marco Ercolani, L'abisso e il dolore, in: Terra estrema.
5) Questa citazione da Terra estrema, così come le successive, fanno parte dell'unica sezione in versi della raccolta: L'ignoto sangue.
6) «È questo solo / lo scandalo della carne, / l'enigma di ogni nome»; «È nel tuo viso / nell'indicibile carne»; «Non so quale risorta carne / quale vita eterna»; «nella luce e nella notte / della sua carne»; «ancora in questa / carne fantasma / come una voce / prima del sonno»; «Questo continuo / perdere la carne / come non fosse mia»; «È qualcuno il mio corpo / ignota carne»; «Quale carne nella carne / essere dentro la pelle»; «Amputato corpo / è questa parola / viva carne / che palpita ancora».
7) La quarta parola, «corpo», è qui una variante di «carne», un suo sinonimo.
8) A partire da Livorno, lo «scacco nei confronti dell'esistenza si fa sempre più acuto [...] Non c'è nessuna interezza ma solo [...]  uno smarrimento che include gli affetti, [...] i momenti di incontro e di tenerezza, quando le parole diventano povere, non bastano più ed i gesti sono sempre a metà, sempre incompiuti» (Conversazione con Gabriele Gabbia, in: www.margo - scrittura, pensiero, poesia, 18/02/2018).
9) Penultima parte di Terra estrema.
10)  Prima sezione in prosa di Livorno.
11)  Come in Indizi (XIII): «marciamo / nel buio della / parola, noi / tutti / voi senza / poesia / noi soldati / senza più / ordini, / fantasmi / di tutte le / veglie». Le citazioni che seguono sono tratte dalla prima e più ampia sezione della raccolta: Dissolvenze.
12) «brilleranno i morti / come per gioco / [...] il cielo rovescerà / l'estate sui visi / [...] senza più Dio».
13) Un termine presente fin dall'inizio, con varie sfumature semantiche, nell'opera poetica di Germani.
14) «L'impossibile in quella via / e le finestre ad una ad una»; «L'ho sentito qui / l'impossibile / tra il petto e la gola»; «bocche spalancate / a chiedere l'ultima / impossibile voce»; «la perfetta e impossibile / incarnazione, la frana / felice del mondo»; «Solo così fu l'impossibile, / solo così parlasti»; «In te è l'impossibile / della vita»; «È una parola / impossibile, un gesto / che salta le righe»; «[...] tutto precipitò / nell'errore di una voce / impossibile».


Mario MARCHISIO (Torino, 1953-) ha all'attivo svariate raccolte di poesie e di saggi dedicati alla letteratura, all'arte e alla religione. Gli aforismi completi sono stati pubblicati recentemente insieme a tutte le poesie e ai racconti nel volume La morte attiva (Aurora Boreale 2018). Vedi la voce su: www.wikipedia

venerdì 5 ottobre 2018

Hugo von Hofmannsthal - Lettera di Lord Chandos



Hugo von Hofmannsthal, Lettera di Lord Chandos, Rizzoli, 2018


La lettera di Lord Chandos, che Hofmannsthal scrisse nel 1902, rappresenta una rinuncia, una resa della letteratura davanti alle forze oscure ed incontrollabili che dominano l’esistenza. Il protagonista, infatti, decide di abbandonare la scrittura perché avverte la sconfitta della parola rispetto a ciò che quotidianamente lo assale, travolgendo i suoi pensieri e le sue emozioni.
L’esperienza interiore si rivela così intraducibile non solo mediante una parola razionale ed ordinatrice della realtà, ma anche attraverso forme espressive più libere, inerenti cioè alla scrittura letteraria.
È questa una problematica cruciale che non può essere ignorata qualora si intenda affrontare sinceramente la funzione del linguaggio e della parola. Mitizzare quest’ultima, attribuendole – soprattutto in poesia – capacità divinatorie o terapeutiche o salvifiche, oppure avvolgendola in un’aura assoluta, aldilà del bene e del male, e collocandola in una dimensione totalmente altra, non significa rendere  un bel servizio alla stessa scrittura, che non è (o non dovrebbe essere) astratta composizione, né semplice esercizio di stile o di maniera.
La parola nasce dall’esistenza e di quest’ultima deve recare i segni, le ferite, le tensioni, gli abissi oscuri che la contraddistinguono. Una fiducia eccessiva nella scrittura comporta una considerazione della medesima pacificata, come se fosse semplicemente speculare al pensiero o alla realtà o al nostro spirito, con la conseguenza da parte di chi scrive di una ridotta volontà di ricerca, che paradossalmente coincide spesso con la presunzione di dire, o di salvare, o di rappresentare senza alcuna tensione esistenziale, senza alcuna lacerazione, il reale nelle sue molteplici manifestazioni. Ma pensiero e linguaggio, corpo e parola, esperienza vissuta e scrittura sono sempre in lotta, sempre in combattimento. E questo lo scrittore dovrebbe saperlo ed il lettore dovrebbe avvertirlo.
Nella sua lettera, Lord Chandos afferma: “La lingua in cui mi sarebbe dato non solo scrivere, ma forse anche di pensare non è né il latino, né l’inglese, né l’italiano o lo spagnolo, ma una lingua, delle cui parole non una mi è nota, una lingua in cui mi parlano le cose mute”. E questa atroce impossibilità lo induce al silenzio, confessando al destinatario della lettera, Francesco Bacone, di avere perduto completamente “la capacità di pensare o di parlare in maniera coerente e logica su qualsiasi argomento”. Ogni cosa si spezza, si frantuma e le singole parole gli fluttuano intorno: “divenivano occhi che mi guardavano fissi e che io, a mia volta, mi sento costretto a fissare: sono gorghi, che a guardarli mi danno le vertigini, che girano vorticosamente senza posa, e una volta attraversati i quali si approda nel vuoto”.
Come scrive Claudio Magris nell’introduzione al volume, questo breve testo di Hofmannsthal “costituisce un manifesto del deliquio della parola e del naufragio dell’io nel convulso e indistinto fluire delle cose non più nominabili né dominabili dal linguaggio; in tal senso il racconto è la geniale denuncia di un’esemplare condizione novecentesca”.
Tale condizione – aggiungiamo noi – non smette di interrogarci ancora oggi, nel momento in cui ci accingiamo ad affrontare la scrittura, che – come ha affermato Blanchot a proposito di Kafka e dell’enigma dell’opera - “non potrebbe avere la propria origine che nella vera disperazione, quella che non invita a niente e allontana da tutto, e per prima cosa, toglie la penna di mano a chi scrive”.
Mauro Germani