domenica 26 gennaio 2020

Antonio Di Benedetto - L'uomo del silenzio


Antonio Di Benedetto, L'uomo del silenzio, Bur Rizzoli, 2006

“Scrivo per mettere in chiaro ciò che mi fa male, ciò che fa male alla gente come me. Scrivo per capire e capirmi. Scrivo perché la mia soggettività esplori i paesaggi aperti e le caverne scure che il mondo reale propone alla gente”. 
Con queste parole lo scrittore argentino Antonio Di Benedetto (1922 – 1985) sottolineò in un’intervista gli scopi della propria opera, che qui in Italia è poco nota. Autore di romanzi e racconti dominati dalla solitudine e da un rapporto conflittuale con la realtà, che spesso degenera in una follia che appare come il doppio oscuro del mondo, Di Benedetto è stato per lungo tempo uno scrittore emarginato anche nel proprio paese, se si pensa, tra l’altro, che venne sequestrato e poi incarcerato nel 1976, a poche ore dall’inizio del golpe militare del generale Jorge Rafael Videla, e rilasciato un anno e mezzo dopo, ammalato e sconfortato.
L’uomo del silenzio, pubblicato nel 1964 e apparso in Italia per la prima volta nel 2006, è un romanzo assai singolare, contraddistinto da una struttura frammentata e da una prosa di una strana nitidezza ipnotica, che narra la storia, in prima persona, come in un diario sempre più delirante, di un uomo ossessionato dai rumori.
Egli vive disturbato dalla realtà, senza mai trovare il silenzio e la pace che desidera. La sua vita è costantemente assediata da rumori che diventano per lui sempre più intollerabili. Dietro la sua apparente normalità quotidiana, si nasconde un tormento che disgrega a poco a poco il suo io e lo costringe ad una sorta di doppio gioco, una finzione con gli altri e con sé stesso, in quanto ciò che fa non corrisponde spesso a ciò che è. Di qui il terrore segreto della propria identità smarrita, violata o addirittura spezzata: “Anche quando sto con me stesso, sono accompagnato. Giacché se sto con me stesso non sono solo, siamo in due. […] Quale dei due sono io? Hanno cominciato a confondermi e mi stava assalendo la paura di essere due, o di albergare un altro in me, o di aver perduto l’altro mio io o di trovarmi sotto il suo dominio”.
Ma la ricerca di una normalità (il matrimonio, il figlio) si rivela impossibile, perché altro è in lui, altro lo assale, altro lo divora nelle notti insonni. Le sue coperture, le sue maschere, non reggono più. E inutili  risultano poi  i suoi tentavi di sfuggire alla condanna dei rumori con continui traslochi nella speranza di trovare una casa ideale, un posto per lui nel mondo, oppure di appellarsi alle autorità ed alla giustizia per essere aiutato. Anche il progetto di scrivere un libro, intitolato non a caso Il tetto, è destinato a non realizzarsi. Il protagonista è dunque un personaggio profondamente solo, lacerato e votato alla sconfitta: è chiaro che ciò che non sopporta è in realtà la vita così com’è.
E a rendere ancora più inquietante la narrazione, al cui interno sono sicuramente ravvisabili richiami kafkiani, vi è poi il rapporto del protagonista con il suo amico Besariòn, personaggio altrettanto folle (è interessante notare come quest'ultimo sia in grado di decifrare il progressivo delirio del protagonista, ma non sappia riconoscere il suo),  che afferma di avere una imprecisata missione da compiere, di cui non vuole e non può rivelare nulla; un personaggio che, a ben vedere, risulta speculare al protagonista; anch’egli, in fondo, non sopporta la realtà, e tenta di esistere altrove, vuole esistere nel sogno, ma morirà senza essere riconosciuto da nessuno. In entrambi i personaggi si rivela così una volontà distruttiva ed autodistruttiva, alimentata da un'attesa costantemente delusa: quella dell'irraggiungibile silenzio per il protagonista, e quella di un'esistenza impossibile per Besariòn.
Il rapporto conflittuale e sempre frustrante tra desiderio e realtà è presente anche nel primo, particolarissimo ed inclassificabile romanzo di Antonio Di Benedetto, Zama (Sur, 2014), scritto nel 1955. Qui il protagonista è un funzionario della corona spagnola di fine Settecento, che vive in Paraguay, lontano dalla famiglia, e spera in una promozione che non arriverà mai. Anche in questo libro la realtà sfuma a poco a poco in un delirio visionario, fino a divenire un viaggio metafisico al termine del quale c’è solo un’immensa solitudine. E vale la pena citare la bellissima epigrafe che Antonio Di Benedetto ha apposto al romanzo: alle vittime dell’attesa.
Mauro Germani



giovedì 16 gennaio 2020

Diario/4 - "Infanzia"


Gli anni della mia infanzia. Sentimenti che risalgono come da gole oscure. Volti che appaiono improvvisamente nell’ombra. Parole che s’interrompono tra verità e sogno. Attimi che sono domande, piaghe aperte che riprendono a sanguinare. Un passato a frammenti. Fotogrammi scomposti di una pellicola qua e là macchiata o cancellata, con bolle che deformano o squarciano le immagini. 
Il mio fantasma di bambino mi guarda ed io lo guardo. E attorno le sagome delle fabbriche nella nebbia, i campi deserti, i gasometri solitari, le case di ringhiera, qualche palazzo. La piazza con la fontana. I tre cortili della ditta Ettore Moretti. 
Siamo due spettri: uno del passato e uno del presente.
Chi ero veramente? Chi sono stato? E oggi?
I ricordi narrano l’impossibile, prendono il cuore con la loro sconfitta, assalgono la mente, poi se ne vanno in silenzio, come rimorsi.
È tutto accaduto, tutto senza rimedio.
Mi piaceva stare con mia madre, averla accanto, soprattutto la sera, prima di addormentarmi. Era per me dolce e luminosa, anche se non era prodiga di baci e di carezze.
A volte ero violento – non so perché – e venivo preso da accessi d’ira incontrollabili, una specie di furia distruttiva contro gli altri. Odiavo poi tutti i bambini che incontravo, più erano piccoli e più mi facevano ribrezzo. Erano come me, ma io non volevo essere come loro – questa è la verità. Amavo invece i vecchi ed i mendicanti. Rammento il povero di via Farini (così lo chiamavo) e costringevo mia madre a prendere il tram per portarmi da lui.
Che dire di altri momenti che ora rivedo?
Quando calava la sera e si accendevano i pochi lumi nei cortili della ditta.
Quando mi svegliavo durante la notte e pensavo che sarebbe stato bello sparire nel buio.
Quando al mattino trovavo il mio gatto vicino a me, che mi fissava immobile.
Poi, dopo cinque anni, l’addio a quella fortezza dov’ero nato. La nuova casa. Un senso di smarrimento. Più gente e più vita di quartiere. E la scuola, un edificio enorme, severo. La stranezza di tutti i compagni e la mia diffidenza. Loro ed i maestri apparivano ogni mattina, come in un rito incomprensibile, oppure una recita di cui non capivo il senso. Eseguivo, non era poi così difficile. I gatti della ditta non c’erano più, e nemmeno i tre cortili, e quel silenzio notturno, e quelle fantasie. Un salto dentro un’altra vita, un ritmo diverso, altre parole, altri volti. Un distacco.
Così mi ritornano immagini nuove.
Ecco allora la chiesa di Santa Maria del Buon Consiglio, che divenne la mia fortezza sacra. Le campane che suonavano alle 6.15 del mattino per la prima messa. Io che dal terrazzo vedevo le luci accese dietro le vetrate ed immaginavo le funzioni che vi si svolgevano, e sarei andato tutti i giorni in quel luogo che mi affascinava, anche perché mi prese l’ossessione di sapere quale sacerdote della parrocchia avrebbe celebrato la messa nei vari orari: avevo infatti scoperto che variavano di continuo. Io avevo i miei preferiti, naturalmente, ma in ciascuno (erano in quattro) trovavo qualcosa di interessante.
E poi le notti.  Quando sognavo in modo ricorrente chi senza un lamento o un grido si gettava dai tetti delle case. Oppure qualcuno che tentava di forzare la porta di casa per entrare, mentre io e mia madre eravamo nel corridoio.
Ricordo anche quando giocavo con M. ed io la sentivo così vicina e così lontana. Aveva un sorriso luminoso, una grande vivacità. Invenzioni. Sogni. Complicità segrete. Comunicavamo anche bussando alle pareti confinanti dei nostri appartamenti.
Tutto destinato a finire, col tempo, con la vita. E a ritornare così, oggi, quasi non fosse mai accaduto.
Mauro Germani

Altre pagine del Diario:



domenica 5 gennaio 2020

Georges Bernanos - Sotto il sole di Satana




Chi legge oggi un autore come Georges Bernanos? Chi ha il coraggio di affidarsi alla forza impetuosa della sua scrittura e soprattutto di lasciarsi assalire dalla drammaticità delle vicende da lui narrate, dai dilemmi, dai tormenti e dalle sfide dei suoi personaggi?
Scrittore cattolico estremo, ammiratore non a caso di Leon Bloy (lo scorticatoil pellegrino dell’assoluto), Bernanos è stato un indagatore del buio e del male, capace – con la sua prosa visionaria e realistica insieme – di rendere visibile l’invisibile, come molti hanno sostenuto. Nemico della letteratura fine a sé stessa, degli scrittori innocui da salotto, sentiva l’urgenza di esporsi in prima persona, scosso da una febbre di scandalosa verità e da un’ansia bruciante contro il cosiddetto quieto vivere  e la sonnolenza religiosa.
Bernanos – come ebbe modo di sottolineare Carlo Bo – è stato un autore che ha disorientato soprattutto i cattolici ed i benpensanti, con la sua “parola che non lascia mai la presa e quando ci si presenta conserva ancora del fuoco da cui è uscita, del fuoco a traverso cui è passata”. Per questo in lui non dobbiamo cercare l’architettura, la struttura ben calcolata e ragionata, la proporzione o addirittura l’armonia dell’opera, perché nei suoi romanzi, al contrario, prevale l’anima (e non la psicologia, si badi) dei personaggi, travolti da qualcosa di più grande di loro, che  investe lo stesso autore. La forza della realtà creata diviene in Bernanos talmente dirompente da assalirlo, da trascinarlo con violenza in un linguaggio da posseduto, in una sfida estrema. Egli non cercava la verosimiglianza, ma la verità implacabile delle parole, dei gesti, degli sguardi dei personaggi da lui evocati. Essi parlano ed agiscono segnati dal profondo della loro esistenza, non sono ombre di carta, ma anime di carne gettate sulla pagina. E bisogna aggiungere che non deve essere stato per nulla facile, per Bernanos, avere a che fare con un’esperienza di scrittura così radicale e pericolosa, in preda a forze di per sé stesse ingovernabili, e riuscire poi a comporre libri così scomodi e potenti – almeno per chi è in grado di avvicinarli col giusto atteggiamento. In caso contrario, il rischio è quello  di giudicare l’intera opera di Bernanos oscura, caotica, e perfino assurda.
Sotto il sole di Satana (1926) è il suo primo romanzo, ma già in esso troviamo temi e motivi che contrassegneranno la produzione letteraria successiva. Diviso in tre sezioni (Prologo – Storia di MouchetteParte prima – Tentato dalla disperazione; Parte seconda – Il santo di Lumbres), il libro è essenzialmente la storia di due anime in lotta: la prima, quella della giovanissima Mouchette, votata al male e alla menzogna, nella cinica consapevolezza della propria autodistruzione, e quella di Donissan, prete destinato ad una santità tormentata, in perenne conflitto con sé stesso ed il mondo, capace di leggere nel profondo delle persone, dopo aver conosciuto “lo spaventoso orrore del peccato, lo stato miserabile dei peccatori e la potenza del demonio”. Pur essendo contrapposti, i mondi di questi due personaggi non sono in realtà lontani, perché entrambi si trovano al centro di una contesa che non dà tregua e che in certi momenti pare addirittura confonderli, come sa bene l'abate Donissan. Si legga questo passo: 
"Oh, voi, che mai avete conosciuto del mondo se non colori e suoni senza sostanza, liriche bocche dove l'aspra verità si scioglierebbe come una pralina – cuori da poco, bocche da poco – tutto questo non è per voi. Le vostre diavolerie sono a misura dei fragili nervi che avete, e il Satana del vostro strano cerimoniale non è che l'immagine deformata di voi stessi, perché colui che è devoto all'universo carnale è Satana a se stesso. Il mostro vi guarda ridendo, ma non ha messo su di voi il suo artiglio. Non è nei vostri libri farneticanti, e neppure nelle vostre bestemmie o nelle vostre ridicole maledizioni. Non è nei vostri sguardi avidi, nelle vostre mani infide, nelle vostre orecchie piene di vento. Invano lo cercate nella carne più segreta che il vostro miserabile desiderio attraversa senza saziarsi, mentre la bocca che mordete non rimette che un sangue dolciastro e pallido... E tuttavia è... È nella preghiera del Solitario, nel suo digiuno e nella sua penitenza, nei recessi dell'estasi più profonda, e nel silenzio del cuore... Avvelena l'acqua lustrale, brucia nella cera consacrata, spira nel fiato delle vergini, strazia con il cilicio e il flagello, corrompe ogni via".
È interessante poi notare come i due personaggi principali siano accomunati dall’odio di sé: Mouchette ha scelto di perdersi, vuole annullarsi nel proprio abisso (l’omicidio del primo amante, il marchese di Cadignan, poi il rapporto con l’ufficiale sanitario Gallet, infine il suicidio); Donissan – il futuro santo di Lumbres – dedito a crudeli penitenze corporali, aggredito dalla disperazione e tentato anch’egli dal suicidio). In entrambi, anche se in modo diverso, fa la sua comparsa la seduzione del nulla: "Conoscere per distruggere, e rinnovare la propria conoscenza e il proprio desiderio – o  sole di Satana! – desiderio del niente ricercato per se stesso, abominevole effusione del cuore!". 
Nessun atteggiamento manicheo in Bernanos, ma l’attenzione a rappresentare l’irrappresentabile, cioè l’anima in preda all’esistenza ed alle forze misteriose che la sottendono e la sopravanzano insieme. Egli non ha paura di calarsi nelle tenebre perché sa che in esse c’è comunque una verità nascosta. La notte, che domina tutto il romanzo, è duplice: è quella demoniaca di Mouchette, ma anche quella della solitudine e della Passione di Cristo. Essa è un elemento che avvolge, che assale e che rivela, come testimoniano, ad esempio, le bellissime pagine in cui Donissan, smarrito nella pioggia e nel buio della campagna, incontra prima Satana, e poi Mouchette.
Chi è veramente l’abate Donissan? – ci chiediamo. La risposta non è semplice. Pare che Bernanos si sia ispirato al Curato d’Ars, ma certamente ha creato una figura misteriosa, che attrae e sconcerta, presa d’assalto dal soprannaturale, come nell’episodio in  cui viene tentato (da Satana o da Dio?) dal compiere un miracolo per far risuscitare un bambino. Un prete, che ha speso la propria vita per gli altri e a cui gli altri ricorrono per le loro pene, ma sempre solo nel suo tormento, fino allo stremo delle forze, un santo senza aureola, un eroe del cielo, povero ed ostinato, che morirà nel confessionale, per adempiere fino all’ultimo alla sua missione. Bernanos fa trovare il suo cadavere ad un ricco ed ipocrita scrittore di successo, nonché accademico di Francia, Antoine Saint-Marin (verso cui lo scrittore francese mostra tutto il suo disprezzo), venuto a cercarlo solamente per curiosità e ricavarne magari una pubblicazione. Egli vedrà “la bocca nera, nell’ombra, simile a una ferita aperta dall’esplosione di un ultimo grido”: il gesto finale di una sfida tremenda.
Sotto il sole di Satana è un libro intenso e disorganico (ma affascinante proprio per questo). Leggendolo, non si può non restare colpiti dalla straordinaria abilità di Georges Bernanos nel descrivere il travaglio spirituale dei personaggi e soprattutto nel dare voce alle loro anime assediate (si vedano, a questo proposito, i dialoghi, davvero potenti, veri e propri gorghi d'anima), nell’intento di strappare il lettore alla propria inerzia spirituale, anzi di scaraventarlo in quell’agone ancestrale che – pur invisibile – condiziona da sempre, secondo lo scrittore francese, la nostra esistenza.
Mauro Germani


venerdì 20 dicembre 2019

Rinaldo Caddeo: recensione a "La parola e l'abbandono"



Mauro Germani, La parola e l’abbandono, L’arcolaio ed., Forlimpopoli (FC), 2019

Che tipo di libro è questo?
Non è un libro di poesie, anche se le prose laconiche che lo costituiscono, contengono metafore, similitudini, squarci lirici, immagini poetiche, come a pag.14: “Che davvero non esista che un ospedale di confine, bianco e sospeso nella notte, come parole dette in segreto?” o a pag.16: “C’è chi è senza soccorso, chi precipita nella notte del mondo… Chi cerca e poi trova la propria agonia fra il cielo e la polvere”.
Non è un libro di racconti, tanto meno un romanzo, anche se, a suo modo, contiene, nella prosa breve, a volte sospesa, una miriade di spunti narrativi, come a pag.31: “Conosco bene la solitudine e la tristezza di chi scrive, a capo chino, sotto il lume tenue di una lampada… È come il custode di un segreto dimenticato, un usciere senza divisa, un funambolo innamorato dell’impossibile…”.
Non è un libro di aforismi, anche se aforismi sono disseminati in tutte le pagine: “La poesia deriva non da ciò che si ha, ma da ciò che ci manca.” (pag.19), “Cerchiamo di ritornare, ma non sappiamo dove.” (pag.20), “Per quanto un ospedale possa essere pulito, avrà sempre una macchiolina nascosta da qualche parte. È quanto basta per farci rabbrividire.” (pag.21), “Solo ciò che è impossibile è degno di fede.” (pag.22), “Ognuno scrive il proprio silenzio” (pag.23), “Il bene esiste, ma è sempre in ostaggio del male.” (pag.24).
Non è un libro di poetica e di estetica, anche se di entrambe si argomenta spesso e volentieri: “La scrittura poetica è zona di pericolo, situata tra una sfuggente verità originaria e l’afasia, il silenzio, l’impossibilità.” (pag.23) o pag.69: “Un’opera d’arte non dovrebbe essere mai innocua.”
Non è un libro di critica letteraria, anche se le note letterarie sono frequenti, recise. Ci offrono da un’angolazione testuale gli auctores prediletti da Mauro Germani: Kafka, Buzzati, Leopardi, Sbarbaro, Pasolini, Rilke, Borges, Pessoa, Jabès, Blanchot, Kierkegaard, Trakl, Bernhard, Bataille, Sartre, Céline, Gaber, Giacometti, ecc., non senza incursioni nel mondo antico, intorno alla figura di Cristo e al senso originario dei Vangeli. Ma trascelgo questa osservazione che persegue radici profonde di una tematica cara all’autore: “Che cosa rende inquietante un’opera come le Baccanti di Euripide? Indubbiamente il carattere di Dioniso, il dio lacerato e lacerante, il dio folle e violento, che è mistero impenetrabile ed ultimo, come attestato dalle enigmatiche parole del coro finale: «Nulla si compie di ciò che è atteso, ma un dio trova le vie dell’inatteso». Che significa? Forse che non c’è risposta alle domande degli uomini circa il destino.” (pag.67).
E non mancano folgoranti constatazioni, note di costume, taglienti moralità: “Bisognerebbe abolire i premi letterari. I più affermati sono monopolizzati dai soliti nomi, i quali se li spartiscono tra loro, sempre ben remunerati. Gli altri sono ridicoli teatrini a pagamento per coloro che vi partecipano…” (pag.60).
Ci sono anche resoconti pacati, stupiti e rassegnati, eppure vividi e palpitanti, dell’esperienza interiore, in cui la schiettezza della testimonianza innesca un ragionamento e l’indagine sugli scenari onirici: “Ci sono e non ci sono, i morti nei miei sogni. Essi appaiono sfuggenti, fluttuanti, ambigui, si esprimono in modo poco comprensibile, ma soprattutto sembrano volersene andare al più presto, avere altro da fare, desiderare di ritornare da dove sono venuti…” (pag.62).
Senza una forma unica, ovvero nella molteplicità delle forme brevi tipiche delle sua scrittura, in questo nuovo libro di Germani, ritroviamo i temi cari alla sua produzione: l’esilio, il deserto, l’abbandono, l’incompiutezza, lo smarrimento, l’angoscia, il fallimento, la solitudine, l’estraneazione, il silenzio, il nulla, il sogno, la morte.
È un libro misto, al crocevia di tutti i generi e che proprio per questo carattere può lasciare sconcertati ma che proprio da questo statuto riceve il suo alimento e la sua cifra.
Insomma, una formula complessa che reperisce, in una molteplicità di pieghe e di fonti, le tracce per sviluppare una riflessione vasta e articolata, sulla drammaticità dell’esistenza.
Rinaldo Caddeo



martedì 17 dicembre 2019

Diario/3 - "Natale"


Che cosa penso del Natale? Che cosa posso scrivere di ciò che una volta era chiamata la festa dei poveri?
Oggi tutto è cambiato. Anch'io non sono più il bambino che aspettava qualcosa di importante (e non mi riferisco ai regali). Quell'attesa e quella dolcezza sono scomparse, così come non c'è più un mondo di campagne, di periferie, di vecchie case di ringhiera e di cascine. Un mondo di uomini e donne, che avevano una loro dignità, una loro consistenza, una loro identità, le quali si potevano leggere sui loro volti segnati dal lavoro e dalle difficoltà di ogni giorno. Un mondo contadino e popolare, che è stato distrutto, un mondo urbano, periferico, rionale, non ancora contaminato da uno sviluppo devastante.
Come trovo falso e illusorio, il Natale di oggi.
Da molti anni ormai l'edonismo più atroce ha preso il sopravvento, con il suo spreco di luminarie, di vetrine luccicanti, di merci esposte come in un enorme mercato. L'annuncio povero per i poveri, il messaggio di purezza e di speranza, incarnato da quel Bambino tremante nella mangiatoia, si è trasformato nel suo esatto opposto: un insulto a chi vive nell'indigenza, ai sofferenti, agli smarriti, agli ultimi.
La festa dei poveri, la loro notte luminosa e pura, segnata da quella sacralità nascosta nelle piccole cose, nella fatica quotidiana, nei gesti semplici e concreti, privi di superbia ma anche di rassegnazione, è diventata una grande festa commerciale, un rito vuoto e perverso, con l'aggiunta terribile della retorica dei buoni sentimenti, la quale nasconde ipocritamente tutta la violenza che c'è nel mondo e dentro di noi.
Quanto fallimento, allora, nel nostro Natale, che si creda o no a quella notte e a quel Bambino. Quanta desolazione, mascherata da auguri, regali, gesti falsi, parole inutili. Quanti delitti commessi e ancora da commettere. Quanta ingiustizia in questo nostro paese. E quanto male.
Guardo dentro me stesso e sento tutto il mio smarrimento. Io vacillo sull'orlo di un precipizio, però non credo di aver mai condiviso l'ateismo, nonostante l'assedio costante del nulla, l'angoscia o addirittura, in certi momenti, la rivolta. La mia è da tempo una religiosità ferita, lacerata da tormenti e contraddizioni, colpita non solo dalla vita, ma anche (e soprattutto) dalla Chiesa storica ed istituzionale (sebbene sia legato ad alcune figure come, ad esempio, Giovanni XXIII). Il silenzio e il mistero (non la pace, però) li trovo nelle chiese, che sono per me luoghi di ricordi, d'attesa e di lacrime.
E adesso? Come farò, come faremo in questo Natale, davanti all'immenso baratro che si spalanca nel mondo, accanto ai nostri passi incerti ed avventati insieme? Tutto ancora una volta si consumerà senza più alcuna trepidazione, senza mistero, senza speranza.
Forse bisognerebbe provare a spegnere le luci, svuotare i negozi, fare buio, riscoprire l'oscurità naturale. Ritrovare l'ombra, le tenebre. Guardare, come mai abbiamo fatto, la terra ed il cielo. E nella nostra solitudine, nel nostro smarrimento, scorgere nella notte solo quella povera luce nella mangiatoia, quella debole fiammella tremante nell'aria. E proteggerla, nonostante tutta la disperazione (la quale, spesso, è ignota a noi stessi, ma è la più vera, secondo Kierkegaard). Perché da troppo tempo attendiamo la promessa di una redenzione mai del tutto compiuta e quel Bambino ci appare sempre più solo e sconfitto, già sulla croce.
Mauro Germani

Altre pagine del Diario:

domenica 8 dicembre 2019