domenica 18 febbraio 2018

Gabriele Gabbia - Conversazione con Mauro Germani





Il tuo esordio in àmbito poetico è avvenuto nel lontano 1988 con L’attesa dell’ombra. Ti chiedo perciò: cosa puoi dire al riguardo? Che importanza ha, nella tua opera, il sentimento dell’attesa? E quali sfumature di significato in sé reca il sostantivo femminile ‘ombra’, allorché viene utilizzato in poesia? – Inoltre, come accolse la critica questa tua prima plaquette?

Con questa mia prima opera ero consapevole di collocarmi in uno spazio letterario liminare e anomalo rispetto alle pubblicazioni del tempo. La scelta della prosa poetica è in questo senso indicativa; se si eccettuano alcuni autori – tra tutti Giampiero Neri, Mario Benedetti  e parzialmente Roberto Carifi – tale scrittura risultava (e risulta) poco praticata e con intenti assai diversi tra loro. A voler ravvisare alcune affinità, potrei dire che queste mie prose poetiche iniziali si apparentano in parte – per certe suggestioni di scrittura e di pensiero -  a La piaga del nulla di Carifi, anche se in quest’ultima è presente una matrice filosofica piuttosto marcata, che si esprime anche nell’aforisma, nella riflessione tout courtL’attesa dell’ombra è invece un’opera propriamente di scrittura poetica, che vuole avere un andamento alto e severo, senza sbavature ed eccessi, nonostante la ricerca di una notevole forza metaforica ed immaginativa. Qui la parola cerca la sua potenza figurativa, il suo doppio, l’altro versante che tocca i limiti dell’indicibile. E le voci dialoganti nei testi intendono avvalorare questa tensione, questa specie di incontro nella distanza, perché l’unità originaria dell’Essere risulta minata, anzi irrimediabilmente perduta, anche se continuamente desiderata. C’è una sorta di nostalgia impossibile che nasce proprio dalla consapevolezza della perdita e della mancanza. Si tratta di un’operazione assai rischiosa che vuole essere triplice: poetica, metalinguistica ed esistenziale, in uno scenario sospeso e vibrante, in cui queste tre dimensioni si intrecciano ai margini dell’ombra e del dissolvimento. Potremmo dire che è un’opera prima che reca già in sé i segni della fine, che sa già di ultimo. Emblematica, a questo proposito, la conclusione: “Siamo lettere di una scrittura che si cancella. Siamo una domanda che tace”. Ecco, dunque, il riferimento all’ombra. C’è sempre un’ombra tra e dentro le parole, ma c’è anche un’ombra che avvolge la nostra esistenza, della quale sappiamo ben poco. L’attesa nasce proprio da questa oscurità, è il nostro sguardo dentro il buio, ma è anche il buio che ci attende. Il titolo gioca su questa ambiguità. All’uscita della plaquette, poche furono le note critiche degne di attenzione. Ricordo quella di Federico Battistutta, con il quale all’epoca condividevo la direzione della rivista “Margo”. A proposito della mia plaquette, parlò giustamente di a-topia. E rammento anche ciò che scrisse Filippo Ravizza circa la nostalgia di un destino presente nei miei testi. Bisognerà attendere la pubblicazione del poemetto in L’ultimo sguardo e poi in Luce del volto per incontrare riflessioni critiche più ampie ed articolate, come quelle, ad esempio, di Rinaldo Caddeo e di Giorgio Linguaglossa. Il primo segnalò la presenza di una  leggenda priva di legenda; il secondo affermò che con la mia poesia ci troviamo dentro il Tramonto. Particolarmente rilevante mi sembra oggi la considerazione di Caddeo, perché anticipa lo smarrimento esistenziale delle mie ultime opere: l’indecifrabilità misteriosa del mondo, che ha perso ogni possibile riconoscimento da parte di un io allontanato, frantumato, in dissoluzione.

La tua seconda pubblicazione, L’ultimo sguardo, ebbe la prefazione di Roberto Carifi ed è anch’essa in prosa poetica. Ebbene, come si colloca la suddetta silloge rispetto a L’attesa dell’ombra?

L’ultimo sguardo si pone certamente in continuità con L’attesa dell’ombra, tanto che riproposi in apertura lo stesso poemetto, tuttavia nelle sezioni successive il percorso poetico ruota attorno alla parola che tenta di farsi carne, tra dolore ed illusione, tra realtà sfuggente e silenzio, sempre ad un passo dalla resa finale. Nell’ultima parte, che dà il titolo alla raccolta, si concretizzano, in frammenti poetici, barlumi di una storia lacerata alle prese con il proprio dire impossibile. Qui troviamo riferimenti più tangibili, luoghi e nomi che compaiono e feriscono nel loro enigma; l’astrattezza metafisica de L’attesa dell’ombra viene meno, sebbene ogni presenza sia minacciata dal vuoto. Aggiungo che il volume si concludeva con una mia nota di poetica, nella quale affermavo che “la poesia somiglia allo sguardo dei morenti poco prima della fine; è quella parola segreta che non si può più dire, quella domanda che tace dentro di noi, nel nostro male”. Sono parole che mi sento di sottoscrivere ancora oggi.
In un’ampia recensione, pubblicata sulla rivista “Atelier”, Marco Merlin sottolineò nella quinta sezione (L’ordine) la comparsa dell’io, anche se –  “qualcosa è accaduto senza ricordi”, come è scritto nell’ultimo testo. E’ questa una considerazione piuttosto importante perché coglie lo sviluppo ulteriore della mia poesia.

Il volume successivo, Luce del volto, raccoglie tutta la produzione precedente, ma l’ultima sezione – che dà il titolo al testo – appare per contenuto leggermente diversa se comparata a tutto ciò che hai scritto e scriverai…

Sì, è vero. Questa parte, sempre in prosa poetica, costituisce, nell’ambito della mia produzione poetica, un momento particolare, in cui l’ombra che si addensava nei testi precedenti sembra un poco diradarsi per lasciare intravedere la luce o almeno un barlume, come un dono scaturito dal dolore. Centrale appare il tema del volto che è – come afferma Lévinas – incontro con l’Altro e possibilità di esistenza. Di particolare rilevanza credo sia la sezione intitolata Il mio nome, in cui la morte di mia madre sancisce una fine, ma nello stesso tempo, nell’ultimo testo, sembra rivelare una speranza, “il cielo esatto di un dono, la terra segreta di una parola”. In Luce del volto c’è insomma un’apertura che non sarà più presente. Non solo, c’è anche il mistero di Dio, l’attenzione verso la figura di Cristo (anche se mai nominata esplicitamente), cosicché la parola poetica diviene parola interrogante tra fede e nulla. Penso che Luce del volto abbia rappresentato il tentativo naufragato di una speranza, l’accostamento ad una possibilità impossibile, ad una verità cercata e sognata non solo nel volto dell’Altro, ma anche nella figura enigmatica di Cristo. Tutto questo poi si è rivelato per me illusorio, come testimonia la mia raccolta successiva Livorno. Devo dire che oggi nei confronti di alcuni di questi testi mi sento distante e provo un senso di dolorosa estraneità, pur riconoscendomi nella scrittura, che trovo coerente con quella della mia produzione precedente. Luce del volto si può considerare un momento isolato e a parte rispetto alla mia opera complessiva dal punto di vista esistenziale, anche se qui la scrittura vuole essere ancora alta, anzi forse più ricercata e calibrata nel suo dispiegarsi lucido e al tempo stesso emozionale, nella sua tensione tra esistenza ed assoluto.

Ai tuoi occhi, è appropriato asserire che mediante la raccolta Livorno inizia la ‘seconda fase’ della tua poesia?
So che Livorno è un libro a cui tieni molto. Tra l’altro venne accolto con una certa attenzione, seppur nel ristretto milieu-poetico-letterario-italiano…

In effetti con la pubblicazione di Livorno ha inizio la seconda ed ultima fase della mia poesia, in cui diventa preponderante la matrice esistenziale dei testi. L’io poetico si cerca nell’ombra e tenta di rivelarsi nella sua estrema fragilità. E’ per me il tentativo incompiuto di un’appropriazione attraverso la parola. Ciò nasce dalla memoria e dal desiderio di comprendere qualcosa di me e del mio passato. Qui abbandono il registro alto delle precedenti pubblicazioni e scelgo la scrittura in versi allo scopo di conseguire una forma espressiva più essenziale e più indifesa. E’ una voce persa e solitaria, un diario sospeso, che testimonia il senso di un fallimento: il mio, prima ancora di ogni elaborazione teorica sulla scrittura e sulla resa della parola poetica rispetto all’esistenza. Io m’imbatto nella mia inadeguatezza e non posso che riconoscere con dolore una perdita incolmabile. E’ un fatto fisico e mentale; la poesia viene dopo. Con Livorno e con le successive pubblicazioni questo scacco nei confronti dell’esistenza si fa sempre più acuto, accompagnato da un rimpianto per ciò che non è accaduto, ma che in silenzio avevo sognato.  Non c’è nessuna casa in Livorno “per dire qualcuno oppure sempre”, non c’è “un attimo di terra, un destino vero”, non c’è nemmeno “un dio di niente”. Non c’è nessuna interezza, ma solo smarrimento -  uno smarrimento che include gli affetti, gli amori, i momenti di incontro e di tenerezza, quando le parole diventano povere, non bastano più ed i gesti sono sempre a metà, sempre incompiuti.
Anche le prose poetiche presenti si discostano da quelle da me scritte in precedenza. La sezione intitolata Come un destino ha quasi una forma diaristica, è una prosa che viene squarciata dal quotidiano, con dettagli di realtà che per me sono laceranti, sono ferite che dicono di un dolore e di un’impossibilità.
Livorno è un libro a cui tengo molto perché è quello che dà inizio alla ricerca di me stesso, ricerca che mi è costata parecchio e che considero vana ma necessaria. E a questo proposito vorrei aggiungere che non capisco perché alcuni ritengano l’io inammissibile nella scrittura poetica, dato che storicamente sono smentiti da innumerevoli testi di grande valore. Certo, può esserci il pericolo di una chiusura eccessiva o di una autoreferenzialità troppo sentimentale, ma se la scrittura è autentica e valida questo non avviene , diventa altro, cioè vibrazione interiore, domanda, riflessione e persino spavento per chi legge. Io parto da me e poi mi abbandono, dopo un po’ sento proprio l’esigenza di abbandonarmi. Non temo di dire io, perché so già che è ciò che mi permette di andare oltre…
Per quanto riguarda l’attenzione critica a cui hai fatto cenno nella domanda, devo dire che effettivamente ci fu, seppur nei ristretti limiti che ben conosciamo. Ancora una volta mi sembrano appropriate le parole di Rinaldo Caddeo, quando scrisse che la mia è poesia di una manque, e colse una estraneità radicale, una inappartenenza, una impossibilità nel presente dell’esistenza stessa. O anche Fabio Botto, che parlò di Livorno come “città invisibile” e non-luogo. Inevitabili – naturalmente -  furono i confronti con Caproni… Devo dire che la mia Livorno (che è stata la città natale di mia madre, luogo nel quale ho trascorso ogni estate da bambino fino alla prima adolescenza) è un po’ l’altra faccia di quella del grande poeta: è in ombra, è maledetta, è sfuggente.

Con la plaquette Terra estrema, invece, la tua poesia ‘impatta’ per la prima volta il tema del corpo, da te vissuto in guisa perturbante. Cosa puoi dirci precisamente in proposito?

In Terra estrema affronto il tema del corpo, che per me è sempre stato di grande importanza. Aggiungerei che considero questa raccolta poetica un libro di solitudini. Oltre alla solitudine del corpo, vi è quella della parola e quella degli elementi naturali. La prima scaturisce dal fatto che nel nostro corpo c’è qualcosa che sempre ci sfugge, ma che pure ci fonda. E’ come un essere sconosciuto che ci abita o che noi abitiamo, è il nostro doppio perturbante. Non a caso la prima sezione del libro è intitolata L’ignoto sangue. In questa prospettiva, che è sicuramente angosciante, c’è tutto il nostro dolore, ma anche l’esigenza (o il sogno) di un rovesciamento dello sguardo, un addentrarsi nell’ombra, per tentare di esistere, ancora una volta, in modo più pieno ed autentico. Insomma, al corpo spettacolare della nostra società, io contrappongo il dramma e il mistero della carne, il corpo offeso, umiliato, il corpo inquieto e inquietante che ci pone domande che ignoriamo o a cui non sappiamo rispondere. C’è poi la solitudine della parola, cioè la coscienza della separazione della parola rispetto alla realtà, e questa consapevolezza non può che provocare un senso di smarrimento e di inadeguatezza. Inoltre – come ho accennato poc’anzi -  c’è la solitudine degli elementi naturali: le loro voci parlano e dicono il loro abbandono, come avviene nella penultima sezione del libro, che ha per titolo appunto Voci. Ritornando al tema centrale del corpo, io penso che apra problematiche infinite, coinvolgenti ogni aspetto della nostra esistenza. E per quanto riguarda il pensiero, rammento le domande di Heidegger nei Seminari di Zollikon : “Dove corrono i confini del corpo? Dove termina il corpo?” – si chiede -  per concludere poi che “ciò che attiene al corpo è la cosa più difficile”. E aggiungerei poi l’affermazione di Franco Rella, presente nel volume La responsabilità del pensiero, secondo cui “il corpo proprio è immisurabile, come immisurabile è l’anima”.

Nel volume in questione vi sono ancóra due sezioni in prosa poetica, Voci Terra estrema. Che tipo di relazione intercorre (ammesso che vi sia…) tra le prose poetiche edite entro le due succitate sezioni e quelle precedentemente pubblicate?

Le due sezioni in prosa poetica hanno un’impronta quasi narrativa, soprattutto l’ultima, Terra estrema. Sono piuttosto distanti da quelle dei miei esordi perché più dirette e oserei dire più urgenti. La scelta della prosa deriva dalla ragione che il loro contenuto necessitava – a mio avviso - di un tempo, di un andamento differente rispetto a quello del verso, che meglio si adatta al frammento, alla folgorazione, alla parola che appare nella sua solitudine, potente e fragile insieme. Qui avevo la necessità di dire qualcosa di più ampio, di più articolato. Nella sezione Voci, come in una favola ultima e tragica, parlano gli elementi della natura e gli animali. Le loro voci rivelano il dramma dell’esistenza, dicono ciò che gli uomini non vorrebbero mai sapere, sono moniti e condanne. L’altra sezione, invece, che dà il titolo al volume, è un poemetto in prosa nel quale ci sono due persone, un uomo e una donna, all’interno di una stanza dove si consuma la loro relazione, la loro passione. Al riguardo ricordo che Tiziano Salari parlò giustamente di due coscienze oppresse dall'annullamento del futuro. Tutto in questa sezione diviene terra estrema ed il titolo evoca un’immagine di confine, una specie di ponte verso il nulla.

Già: “nulla” che anche in Voce interrotta - tuo ultimo libro - è assai presente. Dunque, si tratta d’una  pubblicazione che forse potremmo dire definitiva; o sbaglio?

No, non sbagli. In Voce interrotta c’è qualcosa di definitivo, la precisione di una presa di coscienza netta, dopo molti anni. E riguarda non solo la mia vita, ma anche la poesia. Con questo libro mi sembra di essere giunto ad un punto non solo di non ritorno, ma anche davvero ultimo, oltre il quale non può che esserci il silenzio. Oggi ho questa consapevolezza, che magari in futuro potrà cambiare, ma al momento è così. Con Voce interrotta si compie – a mio avviso – il trittico iniziato con Livorno. E’ un libro che personalmente considero più maturo rispetto ai precedenti, in cui – tra l’altro -  non compare la prosa poetica. Non vi sono tematiche molto diverse perché i testi riprendono in fondo problematiche da me già affrontate. Credo, però,  che qui si avverta maggiormente la presenza del vuoto, una presenza fisica,  tangibile. C’è il presente, ma come in Livorno ritorna la memoria, più asciutta e talvolta più dettagliata, anche se certi particolari penso siano più inquietanti nella loro irrimediabile nitidezza. Gli affetti, gli amori dicono tutta la loro forza e la loro fragilità, sono sempre in balìa d’altro, di ciò che oscuramente ci governa e che non sappiamo nominare. Ci sono anche nel libro momenti che per me sono di una strana dolcezza, sospesi tra desiderio di vita e di abbandono, attimi d’incontro, la cui intensità viene poi assorbita dal nulla. Non credo ci sia freddezza nei miei testi, piuttosto una fatalità misteriosa che disperde, abbandona o cancella.
Diversa è l’ultima parte, intitolata Indizi. Poemetto delle verità presunte o degli osservatori osservati. Ti dico – per inciso – che assomiglia ai sogni che faccio quasi ogni notte: violenti, claustrofobici, raccapriccianti. Penso che questo poemetto sia proprio come un cerchio che si restringe, all’interno del quale non c’è più alcuna differenza tra realtà ed allucinazione, tra identità propria ed altrui, tra i vivi e i morti. Aggiungo che qui ho adottato una scrittura in versi che si differenzia dalla precedente: è priva di punteggiatura, con una struttura aperta, mobile. L’intento era quello di generare spaesamento, disordine spazio-temporale, angoscia, in un gioco di specchi crudele, in cui nessuno sa chi è e tutti spiano e sono spiati…  

Per finire, torniamo al principio. Quando hai iniziato a scrivere? E perché?
Non t’ho mai chiesto cos’hai cercato d’estrinsecare per mezzo dei tuoi volumi poetici. Tuttavia, volendo coniare un’ipotetica, compendiante risposta, mi pare di poter affermare che nella tua opera figuri un amore tragico nei confronti dell’esistenza: una sorta di vertigine scuotente che prendendo le mosse dal proprio imo tutto travolge interrompe senza lasciare scampo. Appunto, una terra estrema. A tuo avviso è veridica tale definizione?

Ho iniziato a scrivere per solitudine, un po’ come tutti, ma molto presto, da bambino, ad otto - nove anni. Scrivevo racconti un po’ingenui e un po’ crudeli, oppure versi  di cui non riuscivo a cogliere il senso, anche perché in realtà probabilmente non l’avevano… Mi piaceva, però, rileggerli continuamente. Era come cercare di scoprire un altro dentro di me che parlava e diceva cose incomprensibili, ma con un certo fascino. La scrittura vera e propria, invece, è iniziata con la mia prima pubblicazione, Racconti segreti (Forum, 1985), un libro di narrativa, abbastanza anomalo, che ha una notevole  postfazione di Mauro Gaffuri. I testi sono molti brevi e indubbiamente contengono riferimenti alle opere di alcuni maestri come Kafka, Buzzati e Borges, le mie letture predilette di allora. Uscirono diverse recensioni al riguardo; tra tutte ricordo quella molto pertinente di Tiziano Salari, apparsa sulla rivista “Quinta Generazione” diretta da Giampaolo Piccari. Poi conservo una bella lettera di Remo Pagnanelli, scritta l’anno stesso in cui uscì il libro.
Da qui alla prosa poetica degli inizi il passo è stato breve.
Giustamente – a proposito della mia opera – affermi che vi figura un amore tragico nei confronti dell’esistenza. Credo che sia così. Se rifletto sul mio percorso poetico, non posso che constatarne il senso drammatico e mortale, quella vertigine che tutto fa precipitare verso la fine, il termine misterioso, come s’intitola una sezione de L’ultimo sguardo.

Bibliografia poetica di Mauro Germani
L’attesa dell’ombra, Schema, Milano,1988.
L’ultimo sguardo, La Corte, Mantova, 1995.
Luce del volto, Campanotto, Pasian di Prato, 2002.
Livorno, L’arcolaio, Forlì, 2008; ristampa e nuova edizione 2013.
Terra estrema, L’arcolaio, Forlì, 2011.
Voce interrotta, Italic Pequod, Ancona, 2016.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia e ivi vive.
Nel 2011 ha editata — nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri — la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice — in ex aequo con Clery Celeste — della seconda edizione del Premio di Poesia per Opera Prima “Solstizio” 2015 e premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita»). Nel 2014 s’è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia — 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).
Sue poesie e | o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites.
Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Diego Conticello, Maurizio Cucchi, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Luca Minola, Elisabetta Nicoli, Jonata Sabbioni, Maria Zanolli.




venerdì 26 gennaio 2018

LA CITAZIONE (n.7) - Eugene Ionesco


"Sprofondo nel buio. Fiochi lumi nelle tenebre. Se circolo per la strada o vedo circolare la gente, ho l'impressione che siano ombre. Attorno a me nient'altro che fantasmi ambulanti. E questa impressione d'irrealtà. L'esistenza non mi pare reale, il niente è più vero dell'esistenza? Aspetto la grazia da sempre, che lunga pazienza!"  (gennaio 1978)

Eugene Ionesco, Il mondo è invivibile, Spirali, 1989

lunedì 15 gennaio 2018

Léon Bloy - Storie sgradevoli


Léon Bloy, Storie sgradevoli, Franco Maria Ricci editore, 1975

Léon Bloy (1846 – 1917) - ovvero Lo scorticato, come venne chiamato – è stato uno scrittore estremo, tormentato da un cattolicesimo apocalittico (satanico, per taluni), nonché da un furore antiborghese e da una inusitata violenza verbale e visionaria. La sua vita, contrassegnata dall’indigenza e dall’emarginazione, fu quella di un disperato (Le Désespéré si intitola il suo primo romanzo, pubblicato nel 1887) trafitto da una fede lacerante, la quale voleva dire per lui prova continua e dolore, solitudine, eccesso, scandalo e mai pacificazione. Basti pensare alla sua relazione - criticata e disprezzata dai più -  con Anne-Marie Roulé, una prostituta che riuscirà a convertire e con cui vivrà per diversi anni nella più atroce miseria, fino al ricovero in manicomio di lei, ormai sconvolta da esaltazione mistica.
Ossessionato dai paradossi del peccato e della santità, che sovente nelle loro manifestazioni più radicali sembrano confondersi allo sguardo fallace degli uomini (come accade nelle opere di un altro grande scrittore, Georges Bernanos), Bloy non smise mai di intraprendere una  lotta all’ultimo sangue con le tenebre, simile ad un titano solitario alle prese con un mondo devastato e devastante. Apostolo della povertà (“Maledizione a chi non ha mai mendicato!”, scrisse) e del dolore da accettare come espiazione e maturazione spirituale, non risparmiò insulti, aggressioni verbali verso i potenti del suo tempo, i giornalisti alla moda, i romanzieri di successo.
A proposito della sua opera, Borges scrisse che “forgiò uno stile inconfondibile che, secondo il nostro stato d’animo, può essere insopportabile o splendido”. E ancora: “Negò lo spazio cosmico; affermò che i suoi abissi e luminarie non sono altro che una proiezione della coscienza umana. Opinò qualche volta che siamo già all’inferno, e che ogni persona è un demonio incaricato di torturare il suo compagno”.
Quest’ultima concezione dell’esistenza è certamente rinvenibile nelle sue Histoires désobligeantes (1894): una raccolta di racconti brevi in cui domina la presenza terribile del male che governa il mondo ed il cuore degli uomini. Con il suo stupefacente linguaggio, che non risparmia espressioni di sarcastica ferocia nei confronti del conformismo e dell’ipocrisia borghese, della sua miserabile ottusità e della sua idiozia contagiosa, Bloy costruisce storie diaboliche (ed il riferimento qui va a Les Diaboliques di Barbey d’Aurevilly), in cui quasi sempre la dannazione trionfa, dietro la maschera del perbenismo oppure all’interno di inconsueti ed imprevedibili rapporti tra bene e male.
E veniamo ai racconti. Tra i migliori vi è sicuramente Les captifs de Longjiumeau, in cui è narrata la storia di due coniugi benestanti che sembrano l’immagine della felicità, ma che da quindici anni non riescono a partire, nonostante abbiano la passione dei viaggi, perché ogni volta qualcosa impedisce il loro proposito, tanto che la coppia pare “vittima d’una oscura macchinazione del Nemico dell’uomo” e la loro abitazione accerchiata da “truppe invisibili, selezionate con cura per fronteggiarli, e contro le quali nessuna forza avrebbe potuto spuntarla”. L'epilogo sarà tragico. 
In Une idée médiocre assistiamo all’assurdo giuramento tra quattro uomini di vivere sempre insieme e di non lasciarsi mai e che avrà come testimone il Demonio: “Un solo animo e un solo intelletto suddivisi in quattro corpi in definitiva significava rinunciare alla propria personalità, diventar numero, quantità, ammasso, frazione d’un essere collettivo”. E ancora: “La brava gente s’inteneriva vedendo passare quel malinconico quartetto, quegli schiavi della Sciocchezza, che camminavano con lo stesso passo, con delle facce da funerale, vestiti tutti uguali”. L’irreparabile, naturalmente, non tarderà a manifestarsi. 
In altri racconti vi sono non solo omicidi premeditati, vendette atroci, professioni criminali mascherate da un’etica pubblica , ma anche paradossi in bilico tra peccato e redenzione come in Tout ce que tu voudras!, nel quale la prostituzione sfiora l’incesto in un clima allucinato ed ambiguo tra morte e rinascita (“Il Peccato è la porta del cielo”, scrisse in una pagina di diario Léon Bloy). 
E a proposito del pensiero di Bloy occorre aggiungere che fu assillato dal problema dell’identità e della nostra incompiutezza causata dalla Caduta, che ci ha fatto precipitare nel Caos, come testimoniano queste sue parole: “Non c’è sulla terra essere umano capace di dichiarare chi egli sia. Nessuno sa che cosa è venuto a fare in questo mondo, di che cosa fan parte i suoi atti, i suoi sentimenti, le sue idee, né qual è il suo nome vero”.
Apprezzato da Kafka (nei Diari di quest’ultimo leggiamo “Bloy ha un fuoco che rammenta l’ardore dei profeti. Ma che dico! Bloy impreca molto meglio. E si spiega, perché il suo fuoco è alimentato da tutto il letame dell’epoca moderna”), Léon Bloy è stato certo uno scrittore anomalo, sempre contro il proprio tempo, incapace di mediazioni e compromessi, nemico acerrimo di un cattolicesimo accomodante. Autore di saggi e soprattutto di due romanzi sconvolgenti, il già citato Le Désespéré e La Femme pauvre (1897),  Bloy  vedeva - come ha scritto Sergio Quinzio - "la decomposizione della cristianità e non si illudeva, come ancora oggi molti si illudono, circa eventuali ritorni, circa possibili rimedi storico-mondani. L'unico rimedio, l'unica salvezza alla quale pensava era l'evento escatologico, invano atteso da due millenni". Per la sua intransigenza non risparmiò duri colpi contro il clero e le alte gerarchie ecclesiastiche troppo compromesse con la società. In lui, dunque, nulla di celestiale o di angelico, ma la sofferenza della carne, la gravità del mondo e l’attesa straziante di una liberazione assoluta.
Mauro Germani



lunedì 8 gennaio 2018

Guy de Maupassant - Racconti fantastici


Davvero interessante e per molti aspetti sorprendente la lettura dei Racconti fantastici di Guy de Maupassant, che colpiscono non solo per la limpidezza della scrittura, ma anche per l'originalità e la profondità dei temi trattati. E occorre aggiungere che mai come per questi racconti il termine fantastico riveli tutta la sua ambiguità e finisca in fondo per essere riduttivo.
Qui il  cosiddetto fantastico non è tanto il soprannaturale che si manifesta in modo esplicito e terrificante nella vita dell'uomo, ma è ciò che nasce dalla dimensione oscura dell'esistenza umana, dall'angoscia che divora l'anima e la carne, dall'ignoto che ci abita, dalla follia dei nostri pensieri e dei nostri sentimenti. Tutto ciò che di straordinario e di inquietante c'è nel fantastico di Maupassant sembra in realtà essere più dentro che fuori di noi, in balia della nostra solitudine, della nostra fragilità e dei nostri limiti.
Le vicende narrate hanno come protagonisti personaggi che sprofondano nel loro abisso o avvertono la presenza di un'altra realtà invisibile che li assale e che non si sa mai se davvero esistente o frutto della loro psiche tormentata o malata. Maupassant non rivela, non spiega, ma descrive situazioni che sono sempre al limite, che toccano quel punto estremo, quel margine oscuro e labile oltre il quale non ci sono più certezze e tutto si confonde, cancellando le differenze tra normalità e follia, tra realtà e immaginazione.
Qui l'uomo è smarrito, il suo sapere è nulla, la sua identità violata, il suo destino governato da leggi imperscrutabili. Maupassant affronta i temi del Doppio, dell'Invisibile, dell'Altro con un'impronta prima di tutto esistenziale, tanto che si potrebbe affermare che la dimensione fantastica si configura come conseguenza dell'esistenza, un'esistenza che solo illusoriamente è salda e sicura perché contaminata dall'ignoto e dal buio in essa presenti ab origine.
Tra i racconti più significativi legati al tema della solitudine e della follia possiamo citare Lui?, in cui il protagonista è ossessionato dal pensiero di una presenza estranea in casa sua: "E' dietro le porte, nell'armadio chiuso, sotto il letto, in tutti gli angoli scuri, in tutte le ombre. Se apro la porta, se spalanco l'armadio, se guardo col lume sotto il letto, se rischiaro gli angoli, non c'è più: ma allora me lo sento alle spalle. Mi volto, e pur essendo certo che non lo vedrò, che non lo vedrò più, nondimeno egli è sempre dietro di me".
Ma il racconto più esemplare è indubbiamente Le Horla, diario di una follia progressiva che annienta la volontà: "Sono perduto! Qualcuno possiede la mia anima e la governa! Qualcuno ordina tutti i miei atti, tutti i miei movimenti, tutti i miei pensieri! Non sono più nulla in me stesso, sono nient'altro che lo spettatore schiavo e terrorizzato di tutte le azioni che compio".
Particolarmente riusciti, tra gli altri, anche i racconti Garcon, un bock!, nel quale si scopre "l'altro lato delle cose, quello cattivo" e la vita appare come un gigantesco inganno; e La nuit, dove il buio ha il sopravvento su tutto, annullando ogni dimensione spazio-temporale.
Racconti da leggere e rileggere non solo per ammirarne lo stile impeccabile, ma anche per riflettere sugli abissi oscuri della condizione umana, come succede al protagonista di Solitude: "Da quando mi sono accorto della solitudine del mio essere mi pare d'inoltrarmi, ogni giorno di più, in un oscuro sotterraneo di cui non riesco a tastare i confini, di cui non conosco la fine e che forse non ne ha! Ci vado da solo, senza nessuno intorno, senz'anima viva che faccia con me questa strada tenebrosa. E' il sotterraneo della vita".
Mauro Germani

domenica 17 dicembre 2017

LA CITAZIONE (n. 6) - Franz Kafka


"Povera casa abbandonata! Sei mai stata abitata? Non si sa. Nessuno studia la tua storia. Che freddo, tra le tue mura. Come soffia il vento lungo il tuo grigio corridoio, senza alcun riparo. Se mai qualcuno ti ha abitata, le orme del suo passaggio sono cancellate in modo incomprensibilmente perfetto."

Franz Kafka, Frammenti, in Confessioni e immagini, Mondadori, 1960

mercoledì 29 novembre 2017

Concetta D'Angeli - Tempo fermo



 Concetta D’Angeli, Tempo fermo, Pacini Editore, 2017

Con questo suo romanzo d’esordio, vincitore nel 2016 del premio letterario “Edizione straordinaria”, Concetta D’Angeli ci consegna un’opera che suscita non poche riflessioni sul rapporto - quanto mai ambiguo, ma fondamentale - tra arte e vita. Infatti, la vicenda della protagonista, la cantante lirica Maddalena Canevari, che negli anni Venti, al culmine del successo, decide improvvisamente di abbandonare le scene e di ritirarsi per il resto dei suoi anni nell’isola di Ponza, pone al lettore -  in modo non esplicito, ma attraverso una narrazione assai efficace - una serie di interrogativi non trascurabili circa le possibili relazioni tra il fenomeno artistico in genere e l’esistenza, tra la creatività ed il nostro essere nel mondo.
Maddalena interrompe bruscamente la sua carriera e sceglie la solitudine. Perché? Nel romanzo non c’è giustamente una risposta precisa a questa domanda (che resta viva nella mente del lettore per tutta la narrazione), ma si può affermare che la scelta della protagonista è dettata da una delusione profonda circa la capacità dell’arte di “salvare la vita”. Il disinganno per Maddalena è traumatico: l’arte non è taumaturgica, non può sostituirsi alla vita né guarirla, in quanto nessun miracolo può sconfiggere i drammi dell’esistenza. Sarà l’amore sfortunato per Tommaso (che ha una concezione “cosmica” dell’arte e del teatro, aldilà della separazione tra arte e vita)  a segnarla profondamente e a far cadere ogni illusione, come rivela la profonda amarezza delle sue parole: “L’arte non è che la parodia della vita”. E poi: “A che serve l’arte? Per esibirsi? Per divertirsi? A che serve se non sa sconfiggere la morte?”.
Domande queste che possono sembrare ingenue, ma che in realtà sottendono una problematica sempre attuale, soprattutto oggi, in cui domina una cultura-spettacolo da esibizione, mercificata, narcisistica, che sembra proprio sostituirsi a quanto di profondo o di innominabile c’è nell’esistenza, in una sorta di incoscienza collettiva. Maddalena preferisce ritirarsi nella sua villa. Anche questa può essere una fuga dalla vita, come un po’ lo era stata la sua arte -  e per di più comoda, grazie alla ricchezza accumulata - ma fa pensare. Il personaggio di Maddalena incarna le contraddizioni o le problematiche con cui spesso un artista deve fare i conti, come il rapporto col proprio passato dedicato all’arte. Tra orgoglio e scontrosità, tra reticenze e confessioni, Maddalena, ormai vecchia, accetta di rivelarlo a Eugenio Dandoli, ricercatore presso la cattedra di Storia della Musica all’università di Napoli, che – insoddisfatto della propria esistenza -  la intervista nel tentativo di riscattare il proprio fallimento intellettuale.
Le domande e le relative risposte costruiscono così un mosaico narrativo che spazia dal presente al passato e viceversa e che costituisce la struttura portante del romanzo. La scrittura di Concetta D’Angeli, molto curata e plastica nel delineare i personaggi, rivela la propria duttilità stilistica nei dialoghi (è stata insegnante di Letteratura e Drammaturgia teatrale all’Università di Pisa), nei quali il lessico specifico di ognuno (si vedano, ad esempio, le espressioni gergali toscane di Agatina e quelle napoletane di Salvatore, il segretario e confidente di Maddalena) conferisce veridicità e vivacità al racconto. Da aggiungere, poi, l’attenzione agli ambienti e ai dettagli storici, nonché l’uso pertinente della terminologia relativa al mondo della musica e del melodramma, che Concetta D’Angeli ha studiato con passione per la costruzione della vicenda. Occorre poi dire che fa piacere constatare, in questo romanzo, l’interesse per lo stile, per la ricerca di una propria autonomia di scrittura e di espressività, cosa che purtroppo oggi manca in molte opere narrative.
A lettura ultimata, non si può non riflettere sui  personaggi principali.
A ben vedere, essi sono tutti chiusi nella loro solitudine e nel loro mondo, tutti in qualche modo delusi o sconfitti. Per ciascuno, il presente è senza particolari aspettative, un tempo fermo, che però non è quello dell’arte, piuttosto del ricordo, della malinconia o del silenzio. Maddalena ha scelto il proprio ritiro dal mondo; Salvatore convive in solitudine con la propria diversità, sembra vivere di riflesso, prendendosi cura di Maddalena e di Leonora, la figlia cerebrolesa di quest’ultima; Eugenio comprende il suo impossibile riscatto. C’è però il mistero di Leonora e del suo mondo “incontaminato” e soprattutto del suo canto solitario, che improvvisamente si rivela nelle ultime, bellissime pagine del libro, come un’arte che sembra davvero pura e che nasce dalla profondità della vita, senza artifici, finzioni o compromessi.

Mauro Germani

sabato 25 novembre 2017

LA CITAZIONE (n. 5) - Emil Cioran



"A volte comprendo tutto quel che ha a che fare con l'esistenza, ma non sono mai riuscito a chiarirmi cosa significhi l'esistenza stessa. Nessun labirinto dei pensieri mi è sembrato inaccessibile in maniera assoluta, ma sono rimasto sempre perplesso e confuso dinanzi a questa evidenza incompresa e indimostrabile: io sono. La coniugazione di essere, del verbo più banale e più enigmatico, è un ardimento assurdo, un salto quotidiano e mortale della mente che, pensato in fondo, scervellerebbe anche lo spirito più equilibrato. Ci affatichiamo nelle faccende della vita solo dedicandoci anima e corpo ai suoi ondeggiamenti. Se partissimo dall'analisi d è, c'impantaneremmo  per sempre sulla soglia del primo atto. Viviamo tutti nelle forme dell'esistenza, perché se ci fermassimo al suo fondamento, a quel che è, perderemmo l'equilibrio della mente e il coraggio di qualunque gesto; lo stupore minerebbe la nostra fiducia insensata nel futuro del tempo, diventando follia. Essere ci si impone come una necessità ultima, che ciononostante non realizziamo. Giacché non esiste alcuna ragione perché l'esistenza sia, nessun argomento per la sua 'esistenza' , nemmeno per la nostra. I motivi che invochiamo sono pretesti, un gioco poco onorevole dinanzi alla luce dello spirito. E questa luce viene sconvolta, smembrata non appena l'io ripete a sé stesso: io sono, io sono - come se l'inizio della coniugazione in generale, dell'accenno di vita, ci posizionasse d'un tratto, insieme agli elementi più semplici della conoscenza, nella nullità di quest'ultima e nella nullità in quanto tale."

Emil Cioran, Divagazioni, Lindau, 2016