venerdì 25 novembre 2016

Sexus et Politica - canzoni di Virgilio Savona scritte su testi di autori latini eseguite da Giorgio Gaber



Sexus et Politica è un album del febbraio 1970, che raccoglie dodici canzoni scritte da Virgilio Savona su testi di autori latini vissuti nel periodo che va all’incirca dalle guerre contro Cartagine fino al 180 dopo Cristo.
Questo disco, che merita assolutamente di essere riscoperto, si colloca tra il primo Gaber, “televisivo” e di successo, e quello maturo che darà poi vita, insieme a Sandro Luporini, ad uno straordinario percorso artistico che durerà un trentennio e che comprenderà non solo il Teatro Canzone, ma anche il cosiddetto Teatro di Evocazione, di sola prosa.
La voce di Gaber si trova qui in perfetta sintonia con i testi e le musiche di Virgilio Savona, anima del “Quartetto Cetra”, dotato di formidabile mimica all’interno del gruppo, e artista dalla “doppia vita”, in quanto autore in proprio di canzoni controcorrente, che pochi conoscono, contrassegnate da una forte polemica sociale e politica (si veda, ad esempio, la canzone Il testamento del parroco Meslier).
Il Premio Tenco ha così ricordato Virgilio Savona:
 "…All’interno del Quartetto Cetra Virgilio Savona rivoluzionò la canzone italiana fin dagli anni ’40, con l’uso dello swing e dell’ironia. Compositore raffinato e brillante tanto per piglio ritmico quanto per felice vena melodica, realizzò come autore e come interprete una sterminata produzione discografica, innalzò la canzone per l’infanzia a vette di intelligenza mai sperimentate prima, portò alle massime conseguenze lo strumento della parodia, fu protagonista di una televisione di qualità’, oggi impensabile. Da metà anni ’60 la sua produzione comincia a contemplare delle canzoni di più forte impegno civile, e nel 1969, lavorando anche al di fuori del Quartetto Cetra, una svolta netta lo proietta tra i protagonisti della nostra “canzone d’autore”: scrive, canta o produce dischi molto polemici nei confronti della società contemporanea, soprattutto in chiave pacifista; dirige in questo senso la storica collana I Dischi dello Zodiaco; adatta e musica testi di autori latini affidandoli a Giorgio Gaber col titolo “Sexus et politica”; pubblica, per lo più con Michele L.Straniero, una quindicina di volumi intorno ai patrimoni della tradizione popolare.Virgilio Savona non ha tralasciato niente nel suo cammino, dalla più immediata canzonetta divertente all’estrema invettiva politica, dallo scherzo autoironico al cabaret intellettuale, dal jazz al folk. Nelle sue canzoni sono custodite le nostre memorie, il nostro costume, i nostri modelli culturali, tracce di letteratura, cinema, televisione, sport. Mezzo secolo di musica e’ passata attraverso di lui. La cultura italiana non potrà mai dimenticarlo”.
Nell'album Sexus et Politica l’incontro Savona-Gaber risulta assai felice. Non a caso, poi, le strumentazioni sono a cura di Giorgio Casellato, che di lì a poco si sarebbe occupato degli arrangiamenti di molti spettacoli di Gaber, fin dal primo, Il signor G.
L’operazione di proporre in chiave musicale e moderna brani di autori latini è indubbiamente originale ed interessante ed è condotta da Virgilio Savona con grande scrupolo e serietà, tanto che l’album è corredato da una serie di note esplicative riguardanti i testi e gli autori, nonché da una bibliografia specifica. In uno scritto introduttivo, si precisa che “ogni singolo testo corrisponde a un breve passo tratto da un lavoro letterario di ben più vaste dimensioni”, tuttavia intende riassumere con una certa compiutezza l’argomento affrontato dall’autore.
Il lavoro di Savona non è stato certo semplice, anche perché non ha riguardato solo la traduzione dei brani, ma anche il loro adattamento alla canzone: ad esempio, le frequenti ripetizioni di alcuni capoversi non sono presenti nei testi latini, ma qui si sono rese necessarie per la “forma canzone”.
La composizione delle musiche, poi, non ha potuto tenere conto delle melodie dell’antica Roma, in quanto non abbiamo informazioni al riguardo e – tra l’altro - per molto tempo i citaredi furono disprezzati. Sempre nel testo introduttivo dell’album, si afferma che la musica delle canzoni è opera di pura fantasia e “ricorda, sia pure in chiave attuale, i canti trobadorici” con “impasti sonori ed effetti timbrici duecenteschi”.
Tra gli autori scelti troviamo, tra gli altri, Quinto Orazio Flacco, Publio Ovidio Nasone, Decimo Giunio Giovenale, Sesto Properzio.
Occorre dire che il titolo dell’album, Sexus et Politica, risulta un po’ riduttivo, se non addirittura fuorviante. Questi due temi sono certamente presenti, ma il primo non è così centrale ed è rinvenibile solo in due brani di Ovidio (Corinna e Donne credetemi). Ciò che invece domina nella maggior parte delle canzoni è un senso profondo di caducità e di morte (si veda il pezzo che apre l’album, La pallida morte, e quello che lo conclude, E’ inutile piangere), insieme alla pochezza delle azioni umane, alla meschinità del potere, alla tragica assurdità della guerra e alla consapevolezza delle disuguaglianze sociali. L’attualità dei brani scelti deriva proprio dall’intreccio indissolubile tra tematiche esistenziali e sociali, che peraltro sarà sempre presente in tutti gli spettacoli di Gaber.
Mauro Germani






mercoledì 26 ottobre 2016

Louis-Ferdinand Céline - Voyage au bout de la nuit



Pubblicato nel 1932, Voyage au bout de la nuit, primo romanzo di Louis-Ferdinand Céline, è indubbiamente uno dei maggiori libri del Novecento.
Il protagonista Ferdinand Bardamu si muove all’interno di una realtà che si dà a frammenti, spesso crudeli e violenti, qualcosa che sembra avere smarrito da sempre il proprio senso, la propria giustificazione. Sono lampi di gratuità nella notte, destini solitari e dannazioni ai margini dell’abisso, gesti, parole, incontri, illusioni, addii, inizialmente dentro la prima guerra mondiale, poi nella deriva dell’Africa coloniale, nel capitalismo già feroce e alienante dell’America del primo dopoguerra e infine nei sobborghi di una Francia “malata” e povera.
Ferdinand passa da un evento all’altro, da un incontro all’altro senza capire, sempre in fuga da se stesso e dagli altri, vero e proprio antieroe, lacerato dalla paura di vivere, ossessionato come Céline dalla fisicità dell’esistenza, dalla materia organica, dalla carne degli uomini e del mondo. E la scrittura stessa, volutamente bassa e “sporca” ma mai casuale (Céline lavorava sulla parola come pochi) pulsa sulla pagina, diviene anch’essa materia vivente, anzi materia nella materia, penetra gli anfratti dei luoghi, ne assorbe gli odori e ne ricerca le ombre, entra nelle viscere della gente, svelandone le bassezze, le ipocrisie, le illusioni, gli egoismi senza rimedio.
Tutti i personaggi del romanzo sono corpi gettati dentro il corpo buio e disgregato della realtà, inghiottiti nel suo ventre oscuro, precipitati nella vita che li stordisce e li costringe a difendere con più o meno tenacia i propri sogni e le proprie miserie.
Nessuno di loro si salva, nessuno può essere salvato in questo gioco sporco e beffardo, in questo continuo ricatto a cui li sottopone il destino. Ognuno è solo e l’amicizia e l’amore non fanno che denunciare la loro pochezza o addirittura la loro impossibilità (“L’amore è l’infinito messo alla portata dei cani”), la solitudine disperata dell’uomo.
Ecco allora  il rapporto del protagonista con Molly, dolce e gentile prostituta americana (e a ben vedere forse l’unico personaggio davvero positivo del libro) e con Leone Robinson, sventurato compagno di fughe, una sorta di alter ego di Ferdinand, destinato ad una morte violenta in uno dei momenti più intensi del romanzo. Perché, in fondo, è proprio la morte che incombe su tutta la storia, come un incubo da cui si cerca di scappare o a cui si corre involontariamente incontro.

(da Mauro Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice 2014)


***

La guerra insomma era tutto quello che non si capiva.

Tutto ciò ch’è interessante succede nell’ombra, certamente. Non si sa nulla della vera storia degli uomini.

Ve lo dico, o buona gente, imbecilli della vita, battuti, sfruttati, vi avverto, quando i grandi di questo mondo si mettono ad amarvi, gli è che vogliono trasformarvi in salami da battaglia… 

Nei riguardi di una ragazza del luogo, Molly, provai presto un eccezionale sentimento di confidenza che, negli esseri umani, tiene il posto dell’amore.

Ritornavamo verso la folla e io poi la lasciavo dinanzi a casa sua, perché di notte lei era occupata con la sua clientela sino al mattino. Mentre lei era con i clienti, sentivo un senso di pena, e quella pena mi parlava di lei così bene che la sentivo meglio ancora che nella realtà.

Lo spirito s’accontenta con delle frasi, il corpo non è così, è più difficile lui, gli occorrono dei muscoli. E’ qualcosa di sempre vero un corpo, è per questo che l’è quasi sempre triste e disgustoso da vedere.

Non c’è da farsi illusioni, le persone non hanno nulla da dirsi, si parlano soltanto delle loro pene, ognuno le sue, inteso. Ognuno per sé, la terra per tutti. Cercano di scaricarsi della loro pena, l’uno sull’altro, nel momento dell’amore, ma non ci si riesce, e hanno un bel da fare, la conservano tutta intera la loro pena, e ricominciano e cercano ancora una volta di collocarla altrove.

Di terribile in noi e sulla terra e in cielo forse c’è soltanto quello che ancora non è stato detto. Non si sarà tranquilli se non quando tutto sarà stato detto, una volta per sempre, allora finalmente si farà silenzio e non si avrà paura di star zitti. Sarà così.

Ondate incessanti di esseri inutili vengono dal fondo delle età a morire continuamente dinanzi a noi, eppure si rimane là a sperare tante cose… Incapaci di pensare a quella morte che noi stessi si è.

Questo nostro corpo, travestito con molecole agitate e banali, si rivolta continuamente contro questo scherzo atroce del durare. Vogliono andarsi a perdere le nostre molecole, al più presto, nell’universo quelle vezzose! Soffrono d’essere solamente “noi”, cornuti dell’infinito. Si scoppierebbe se s’avesse del coraggio, invece ci si disgrega solo da un giorno all’altro. La nostra tortura preferita è rinchiusa lì, atomica, nella nostra pelle stessa, col nostro orgoglio.

E’ questa la vita, un po’ di luce che finisce nella notte.

Ci si poteva ancora domandare quel che avrebbe fatto per finirla. Il ventre gli si gonfiava. Ci guardava Leone, già fissamente, gemeva, ma non troppo. Era come una specie di calma. L’avevo già visto molto malato, io, e in punti differenti, ma questa volta era una cosa in cui tutto era nuovo, i sospiri, gli occhi e tutto. Non si poteva più trattenerlo, e se ne andava di minuto in minuto. Sudava gocce così  grosse che pareva piangesse con tutta la faccia. In quei momenti, è seccante essere diventati poveri e duri come si è. Si manca di quasi tutto quel che occorre per aiutare qualcuno a morire.

Lontano, un rimorchiatore ha fischiato; il suo appello ha passato il ponte, ancora un’arcata, un’altra, la chiusa, un altro ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutti i barconi del fiume, e la città intera, e il cielo e le campagne, e noi e tutto trascinava, anche la Senna, tutto, e che non se ne parli più.


da Viaggio al termine della notte - Traduzione di Alex Alexis (Luigi Alessi)



mercoledì 19 ottobre 2016

Incontro con l'autore: Giovanni Duminuco

7 DOMANDE A…
GIOVANNI DUMINUCO



Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

I grandi scrittori russi. Dostoevskij, in modo particolare, scoperto in età giovanile. Furono anni di letture costanti e impegnate: Proust, Musil, Pirandello, Beckett. Poi arrivò la poesia: Ariosto, Leopardi, Rilke, Celan. E a seguire (in ordine puramente casuale e tralasciando tanti nomi, sarebbero davvero troppi da elencare): Hoelderlin, Campana, Sciascia, Cacciatore, Joyce, Bernhard, Bufalino, Camus, Consolo, Luzi, Bonnefoy, Simon.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Da una parte un’idea di sradicamento, l’essere fuori sede; dall’altra, la presenza costante nel dire attraverso la parola. Questo alternarsi di visioni contrapposte rientra nell’ottica di una dinamica complessa e non lineare, che ho sempre ricercato; un abbandono del dualismo in vista di un suo oltrepassamento verso una più ampia prospettiva in grado di cogliere la relazione tra le parti che costituiscono una totalità. Il mio ultimo libro, La ferita distorta dell’agire (Formebrevi Edizioni 2016) è un viaggio della parola dentro sé stessa, nel tentativo, spesso disatteso, di cogliere questa dimensione.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

È un rapporto rimasto immutato nel corso del tempo, un lavoro costante e metodico. Lo definirei necessario. Non ho mai esperito la scrittura quale momento di evasione, ma pratica quotidiana da assolvere con impegno.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Viviamo nell’epoca della spettacolarizzazione e dell’autocompiacimento, della cultura esibita alla stregua di un prodotto da propagandare. Oggi la tecnologia impone un’esposizione mediatica che spesso si traduce nella necessità narcisistica della ricerca di un consenso. In Italia si legge pochissima poesia. La poesia è difficile. Tuttavia, in molti la scrivono, più di quanti la leggano. Magari pensando che basti andare a capo. Accade spesso di leggere la stessa voce. Esiste una sottile tendenza all’omologazione.

Oltre alla scrittura, quali forme d'arte ti attraggono particolarmente?

La musica, il teatro.

Un autore da riscoprire?

Edoardo Cacciatore, uno dei più grandi poeti del Novecento.

Un libro da leggere assolutamente?

Diceria dell’untore, di Gesualdo Bufalino.


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Giovanni Duminuco (1980) vive e lavora in Sicilia. È attivo nel campo della ricerca filosofica e letteraria, con diversi studi pubblicati in riviste specializzate. Vincitore della XXVII edizione del Premio Montano, ha pubblicato nel 2013 la raccolta poetica Dinamiche del disaccordo (Anterem Edizioni) e La ferita distorta dell’agire (Formebrevi Edizioni). 


TESTO TRATTO DA LA FERITA DISTORTA DELL’AGIRE

Quale mare dovevi navigare sulla zattera di pietra, quale lido mortale approdare nei giorni del nero? Nella notte riparata dal sonno dei giardini percorsi dalle mani, inseguendo gli sguardi che imprigionano l’abitudine della fine, mai compresa, nell’ora che insegue il tempo del ricordo, le increspature dell’acqua, il fuoco e la tenebra (giardino di memoria, dove riposa il sangue) nella notte che morde la voce dei tuoi passi, quale mare volevi annegare?


domenica 9 ottobre 2016

Flavio Ermini - "Della fine"


Flavio Ermini, Della fine. La notte senza mattino, Formebrevi Edizioni 2016

Dobbiamo essere grati a Flavio Ermini per questo suo libro che non è e non vuole essere innocuo, un semplice esercizio come tanti in circolazione, ma una “traversata dal nero al nero” che è la vita, uno sguardo lucido e ultimo, definitivo, ad occhi spalancati, sul nostro sfacelo esistenziale.
Con parole che non ammettono alcuna attenuante, alcuna consolazione, Ermini ci mostra, in trentatré brevi paragrafi o passaggi, l’angoscia e il dolore cui siamo condannati fin dalla nascita, senza alcuna prospettiva di salvezza.
Gettati nel pericolo dell’esistenza, ci troviamo in uno scenario senza una vera luce, in una “notte senza mattino”, “risucchiati nei moti vorticosi della materia e della sua irriducibile volontà di annientamento”. In questa condizione estrema, ma al tempo stesso comune perché non esclude nessuno, in questa “terra della sepoltura”, segnata dalla precarietà dell’incompiutezza, dalla sofferenza e dal male, non è possibile affidarsi al cielo “imperscrutabile”, né ipotizzare un’altra vita oltre questa, in quanto “siamo soldati sopravvissuti al ritrarsi del cielo”.
Come scrive Ermini: “Va riconosciuta nella vita terrena la struttura dell’esistenza, composta com’è di vita e di morte, in una compiutezza ben nota all’essere umano arcaico, ma sconosciuta all’uomo contemporaneo”. Il nostro, infatti, è il tempo della povertà che non è neppure in grado di riconoscere se stessa e cerca inutilmente di sfuggire al male della condizione umana. E a questo male deve poi aggiungersi quello come istituzione, edificato da noi stessi per travestire il dolore e nasconderne la terribile realtà di fronte alla quale siamo impotenti, perché in verità “nel mondo niente può cambiare se non forse l’arma di offesa o la divisa militare”.
Che cosa può allora il pensiero in questo inesorabile declino verso la fine che marchia già l’inizio e intacca  la creatura da subito, fin dalla sua separazione dall’antro originario? Occorre dire che “qui il pensiero perde conoscenza e vacilla”, perché la notte di cui si parla è anche “notte del pensiero e del conoscibile, dove si dibattono voci agonizzanti, che non giungono a parola”. Ciò significa che nella nostra profonda interiorità, nell’abisso della materia e della carne, nel destino buio che ci approssima al nulla, franano i pensieri, le voci si spezzano in lamenti o diventano urla nel silenzio. Non c’è parola che salva.
E a questo punto viene da affermare che questa consapevolezza dovrebbe essere sempre ben presente a chi si occupa seriamente di scrittura, invece di esercitarsi vanamente in un’assurda affermazione di sé. Chi vuole esserci per dimostrare d’essere poeta e cerca di esibirsi, dimentica la propria origine, il proprio destino senza scampo, ignora il pericolo che egli stesso incarna. Ma  è un discorso già intrapreso, che alcuni affermano di condividere al momento, senza però trarne le conseguenze.
Ciò che adesso importa è che si legga con attenzione questo libro di Flavio Ermini e che non si dimentichino queste sue parole nella loro perentoria ed implacabile asciuttezza: “Noi siamo per brevi istanti e solo imperfettamente. E quando siamo è dall’esilio che prendiamo la parola”.
Mauro Germani



venerdì 23 settembre 2016

LE ULTIME PAROLE - UNA CONFESSIONE


All'amico Gabriele Gabbia

Io che in fondo ho sempre scritto per sparire, per allenarmi alla morte, per defungere. Io che ho sempre cercato l’ultimo sguardo, una terra estrema. Io che ho sempre scritto per finire di scrivere…
Chi ha mai capito tutto questo? Forse qualcuno, ma non è questo il punto. Il punto è che ora qualcosa finalmente è cambiato, ora tutto si è rivelato per quello che è, cioè nulla.
Ho davanti a me le mie tombe di carta, i libri di poesia che ho pubblicato. Un po’ in casa mia, altri  finiti in qualche deposito editoriale, oppure dentro librerie-loculi, o al macero. Fantasmi persi in luoghi stranieri. Fantasmi in perenne dissoluzione.  Li vedo, e sento ancora le loro parole, sento la loro agonia e il rantolo. Parole murate vive. La poesia è questa parola murata, le collezioni poetiche questi cimiteri parlanti. A nessuno gliene importa niente, nemmeno ai cosiddetti poeti, a cui interessano solo i propri versi… E c’è poi in molta gente un’idea ripugnante di poesia, che trabocca un sentimentalismo appiccicoso e nauseante, con la complicità dei media e della scuola. Se una poesia viene recitata alla tv, magari con sottofondo musicale, allora diventa inevitabilmente orribile, falsa e davvero insopportabile, oppure, se portata in un’aula scolastica, diviene subito risibile, una cosa assurda o ridicola da sbeffeggiare o da ignorare. Certi insegnanti di lettere sono assassini inconsapevoli, le loro lezioni ammazzano senza pietà. Invece di parlare  di questa parola murata, murano da vivi i loro studenti, spacciati per sempre…
Io guardo i miei libri di poesia, ne sento la voce  un po’ mia e un po’ straniera, quella che gli editori hanno confezionato e imbalsamato nelle loro tombe grafiche, nelle loro collane, nei loro cappi per impiccati, perché alla maggioranza degli editori non importa assolutamente niente della poesia pubblicata. I migliori spediscono alcune copie a qualche critico, ma ben presto abbandonano i libri al loro destino perché diventano dei pesi morti da seppellire e dimenticare da qualche parte. Gli autori, dal canto loro, i cosiddetti poeti, cercano di promuovere i loro versi, li leggerebbero ovunque, senza alcun ritegno…  Molti  si danno da fare come forsennati su facebook, pubblicano continuamente, in preda ad una smania irrefrenabile, la copertina della loro silloge, insieme a recensioni scritte dagli amici, foto, video, commenti, segnalazioni di premi vinti (ma in certi casi sarebbe meglio dire comprati), di letture a nessuno o quasi, di terribili antologie poetiche, in una squallida e rivoltante fiera delle vanità, che sovente è  per questi personaggi frustrati e narcisisti vera e propria patologia ormai incurabile, senza speranza alcuna. Si tratta di un teatrino dell’assurdo e del nulla, in cui non si salva nessuno e in cui tutti fingono di essere amici in nome della poesia, mentre in realtà molto spesso non c’è il minimo interesse per il lavoro altrui. E’ a ben vedere un carnevale putrescente, un balletto insulso di maschere idiote e intercambiabili, dove ognuno è vittima e carnefice al tempo stesso, un macabro bailamme di facce e di voci che si dibattono nella rete, in una tragica, prolungata e inconsapevole agonia. Un gioco perverso e ipocrita di editori e di autori che recitano il loro ruolo così bene tanto da arrivare a scambiare la finzione con la realtà, in un processo allucinatorio in cui qualcuno finisce per crederci davvero, credendo di essere proprio editore o poeta e di esistere, di lasciare un segno.
Io ho deciso che è  giunto il momento di dire basta. Basta con le presentazioni, con le letture, con le pubblicazioni, soprattutto di poesia.
Il mio esordio poetico ufficiale (ma per chi?) risale a circa trent’anni fa con L’attesa dell’ombra
Ne è passato del tempo e adesso le ombre ci sono, eccome, girano nella testa, si affollano… Tra poco si confonderanno e diventeranno tenebra, quella tenebra che è in ogni essere vivente, ma che viene ignorata…
L’origine di tutto è però più lontana, è più lontano il mio male.
1954, il respiro che manca, quel sibilo, quel rantolo alla nascita, quei polmoni non ancora pronti. Poi il resto, l’isolamento, i tre cortili dentro la fabbrica delle tende. E la Bovisa, Milano quasi deserta,  i miei genitori,  mia madre che suona il pianoforte. La voce di mio fratello, l’imperatore, che legge a me bambino i suoi versi ed io che ascolto incantato senza capire.
Ma anche questo inizio mi sembra una falsità. Come se qualcuno avesse giocato una partita chissà quando per godersi lo spettacolo. Un prima è stato interrotto e a quel prima si deve tornare. Come un destino senza destino.  
Un foglio, una penna, una parola dopo l’altra.  Tutto può sembrare innocuo e invece… La scrittura, per me, non può che essere un fallimento, è il mio fallimento, attesta una mancanza rispetto alla vita. Che cosa sono i versi  che ho scritto rispetto al mio dramma, al male che è in me, nel mio corpo, nel mio essere-nel-mondo?  Sono  un’assenza che parla. Quando ho cominciato a scrivere, fin da bambino, mi sono accorto subito – sia pure in modo un po’ confuso - di tutto  questo, della mia esistenza mancata, e  sono stato come risucchiato dal vuoto…. Nei miei versi ci sono infiniti omicidi e suicidi incompiuti, amori a metà, parole agonizzanti prima della giusta fine. E so che niente resterà di ciò che ho scritto. Niente. La parola è comunque distanza, segna una via destinata al dissolvimento, sempre, anche quando sembra restare. Essa non può che essere spettrale, pur nella sua bellezza e necessità.
Io non ho scritto solo poesie, certo. Mi sono occupato anche di critica, ma in modo non accademico. La cosiddetta critica accademica, filologica, o quant’altro, è sovente di una noia mortale e risulta asfittica, opera in realtà una sorta di soffocamento del testo. Il mio intento, invece, è stato quello di trasmetterne la voce e il mondo, la sua  ferita originaria, perché un testo valido non può che essere malato e ferito come è l’esistenza, anzi in doppia misura, in quanto drammaticamente scisso nella sua maledetta incompiutezza. In questo ambito ho curato – lo dico per onore di cronaca -  una pubblicazione su Dino Buzzati e ho raccolto in volume tutte le note di lettura apparse in questa sede (e che ora non sono qui più presenti, tranne qualche eccezione). Libri diversi da quelli poetici, sicuramente, ma comunque sempre marginali, ai bordi del nulla, in quanto simili ad evocazioni di fantasmi, di voci perdute.
Un caso a parte è invece per me il mio libro su Giorgio Gaber, a cui sono molto legato. Un libro che vorrebbe restare vivo perché è anche un omaggio alla figura di un artista che mi ha accompagnato fin da quando avevo solo 17 anni. Non una biografia, ovviamente, e nemmeno il Gaber televisivo di un tempo o, peggio ancora, quello delle facili e superficiali, nonché insulse e fastidiose commemorazioni post-mortem del piccolo schermo, ma uno studio sul suo teatro. Che qualcuno si scandalizzi pure… E occorre precisare che Gaber non ha mai voluto essere un poeta, bensì un autore di teatro, un filosofo ignorante – come si definiva - ed ha saputo, a modo suo, rinnovare l’esistenzialismo. Egli è stato un grande maestro del dubbio e ha parlato -  dalla coscienza apocalittica dello smarrimento e del vuoto  -  del sogno grande e per me  impossibile dell’interezza, del sogno di esserci davvero qui, su questa terra, in modo autentico…  Un sogno che è stato mio, un’impossibilità che mi ha sempre segnato profondamente e che col tempo è diventata sempre più resa e silenzio, coscienza della fine, desiderio di sparire…  E su questo punto dovete tacere, per favore. Su questo punto e su questo mio libro dedicato all’opera di Gaber non avete proprio il diritto di obiettare niente.
Cari amici poeti e scrittori,  devo confessarvi che con quasi tutti voi mi sono sempre sentito a disagio, forse perché troppo innocui, troppo abili nei vostri esercizi di stile senza stile, senza l’impronta tragica dell’esistenza, senza il suo buio, così intenti a promuovervi e sovente storditi da un insopportabile delirio narcisistico. Sappiate che anche per tutti voi (o quasi) non resterà traccia, nonostante il vostro affanno.
Io vi ho parlato, vi ho scritto, ho fondato persino una rivista letteraria credendo di essere come voi. Invece no, da voi in fondo ero e sono lontanissimo. Finalmente adesso l’ho capito. Ci sono voluti anni per poterlo ammettere ed avere il coraggio di dirlo. C’è voluta questa fine. In realtà non ho mai avuto molta simpatia per le associazioni letterarie, le letture pubbliche, le presentazioni, anche se le ho frequentate. Quel ritrovarsi dicendo d’essere poeti o scrittori, quelle strette di mano spesso ipocrite, quelle condivisioni fasulle, quell’esibizionismo insopportabile da intellettuali o, peggio ancora, da poeti. Mi vedo parlare, presentare, discutere, ringraziare, e subito cerco di cancellarmi.
Adesso è rimasto questo blog, che porta il nome della rivista da me fondata nel 1988. Devo ammettere che il concetto di margine mi è ancora molto caro, anche se non so per quanto tempo manterrò attivo questo spazio. Scriverò ancora qualcosa, probabilmente qualche nota di lettura, ma non credo per molto. La stanchezza è tanta. E le ombre si addensano sempre di più.
Mauro Germani





mercoledì 7 settembre 2016

UN'ANTICIPAZIONE DA "L'ARRESTO" – NUOVA SILLOGE DI VERSI DI GABRIELE GABBIA (CON UNA NOTA DI MILO DE ANGELIS)


Courtesy ©2015RINO BIANCHI All right reserved.

C’è un antefatto silenzioso che percorre questi versi di Gabriele Gabbia, una scena terribile e taciuta che scuote queste parole, le carica di una tensione spasmodica, una tensione elettrica dove non trovano pace, una lesione originaria. Non sapremo mai cosa è avvenuto. Ma sentiamo che ha la forza di un nubifragio. Qui tutto è all’insegna del più inquieto e attonito sgomento di fronte all’incompiuto. In-compiuto, incerto, inquieto, insolito, incurante, inatteso: sembra che Gabbia sia assediato da tutti i gradi della negazione e li voglia scrutare uno per uno, con lo sguardo verticale e trafitto di queste poesie. Le quali hanno grande densità di pensiero e insieme potente scissione, hanno il tono tassativo di chi non ammette repliche e insieme quello brancolante e improtetto di chi parla con il nulla dentro agli occhi: parola asciugata fino al suo filo di ferro, quella di Gabriele Gabbia, parola affilata che lascia in noi la sua incisione, parola stretta e stringente che giunge fino alla nervatura della foglia.

Milo De Angelis



A FONDO INFISSA

Muri scontrosi in Contrada Santa Croce avanzano
– adornano diafano un viso – fra scaglie residue
d’un tempo rimasto e ciò che del tempo tuo
ti rimane e l’immensa corona di spine
ogni giorno più a fondo infissa
nel cranio d’avorio e aria
che t’è toccato in vita.



ELISE PRESENZE
I.
Trovammo gesti fra foglie
improvvise spirali inattese
cose appartate, audaci
nel loro essere inconsuete
insolute, mordaci paure, parole
portate lì, muraglie di somme
– resti – di ciò che sappiamo
e non siamo: orme.
II.

Bisogna non dirsi, non
pronunciarsi, esimersi
per riceversi; eludere
il proprio enunciato, il
proprio interno
dettato: per
cospargersi e
congiungersi
occorre
disconoscersi.
III.

È tardi: è l’ora
della cenere. Origini
e miserie disciolgono
il bersaglio; assembrano
– elise – presenze: è 
tempo di subire tempo.



ESSI...
                                                                                           
                                                                                        “[…] vengono
                                                                                        come da storia antica ad un presente
                                                                                        a riscuotere il senso della vita […].”
                                                                                                                         Michele Ranchetti

L’eternità aggressiva dei morti
in cui sfolgori; la luce su di essi,
a illuminare il nulla incandescente
posantesi sulle cose – sulle case
ove tutto non è più; le figure da
sempre verso questi occhi in cui
tutto è stato; la lacerazione del
percepito – sì –: l’incompiuto.



LA PERDITA DI TUTTO

                                                                                             A mio padre

I.

La prima solitudine
nell’auto – vettura vuota
– corpo – vascello abbandonato.
Seduto, risucchiato
nel sedile senza fondo, a fianco
dell’assenza di tuo padre. Fuori
la perdita della luce delle mani degli anni…
… La perdita di tutto. Anche –
anche di questo,
ricordo.

II.

La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua
di tuo padre come sgorgo
divino plasmato, che implode
ferito; sangue
che chiede e non dona
– non sana –: affonda.



L’ARRESTO
                                                        
                                                          “[…] Si serra
                                                                                        a me e a te la fine […].”
                                                                                                         Ernst Meister

                                                         a S.

Due sguardi conniventi
– convergenti –, sul
vuoto accumulato,
e nessuna parola più
da pronunciare; solo
un rintocco languido,
lento, fino all’arresto: «Tu
sei libera».



MANCANTE FIGURA

                                  “[…] Ambedue poi – e la presenza e l’assenza – sono cause motrici. […]”
                                                                                                                                               Aristotele
                                                                                                                                             
I.

Si manifesta tardiva
l’assenza, rispetto alla
madre – presente – che
ne attesta l’arsura; «La
resa la incanaglisce».

II.

Di quel che non è
potuto essere
non può dire; può
dire dell’afflato
– del tormento –
del soprassalto
angusto l’andirivieni:
l’eloquenza indòmita
d’un calco.

III.

Dal suo tentativo, l’equilibrio
non perde l’abisso
cui è attratto; rattratto
eccede – aggetta, si muove
alla luce dell’ombra, ove
precipuamente si centra: librato.



IO SARÒ VOI

Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.



LA MORTE DELLA MENTE

I.

Da quella lente sgorga ancora quella sera
(odo il vento che diviso ha vie)
– ricordi? Dicesti: “il vento è importante” –
un riverbero di riso che occhi ha chiuso
l’incerto passo, sulle orme di case…

II.

Vedo spalle nei tuoi passi
e la morte della mente
avvicinarsi – questa
cesura da te non consola
semmai ricama, dispiega
occulta, l’ordìre dei giorni…

…L’amore: quel boia
che ciascuno reca in sé.

III.

Ti è morta nella testa la testa
dell’amore, giace, esangue
nel suo stillato stillicidio.
Il tempo s’annuncia deserto.
La porta d’inizio è ciò
da cui fuga ogni fine.



AVVENTO

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza d’ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato d’un calco.



DAL NULLA DA CUI VEDO

I.

Tu fughi ogni inizio –
non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambita,
intuìta, dell’ordine cieco,
deciso, dell’occhio.

II.

Mente, l’occhio
nella sua cocchia;
solo empie vuota
sciacqua – e rabbercia
il suo cavo: nulla.

III.

Ho sempre guardato
– guardato – dal nulla
da cui vedo i corpi
della soglia, laddove
sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta
d’un nulla.



L’ISTANZA

Un primo temporale: t’intercetta
il suo testamento. Tu
solo vi fai approdo. Ora
l’ora ti riguarda – assembra –
l’istanza capitola a terra. Alfine
lo spazio circuente t’affranca:
ora – anche tu –, sei aria, assolta.



UNA VOLTA SOLA

                                               per Milo De Angelis

Talvolta t’atterra il corpo addosso
ed è il cupo gorgoglio d’un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti – per storni. Il corpo
un ceppo – s’allontana dallo sguardo
– suo epicentro, suo traguardo – nel
candore stridulo delle cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la
voce s’ascolta una volta sola, mentre
tutto non torna – è diverso –: ricomincia.



Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia e ivi vive.
Nel 2011 ha editata nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice in exaequo con Clery Celeste della seconda edizione del Premio di Poesia per Opera Prima “Solstizio” 2015 e premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita»). Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).
Sue poesie e | o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites.
Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Maurizio Cucchi, Diego Conticello, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Luca Minola, Jonata Sabbioni, Maria Zanolli.