martedì 3 luglio 2018

LA CITAZIONE (n. 13) - Luigi Pirandello



Mi lasci dire! Se la morte, signor mio, fosse come uno di quegli insetti strani, schifosi, che qualcuno inopinatamente ci scopre addosso… Lei passa per via; un altro passante, all’improvviso, lo ferma e, cauto, con due dita protese le dice: - “Scusi, permette? lei, egregio signore, ci ha la morte addosso”. E con quelle due dita protese, la piglia e butta via… Sarebbe magnifica! Ma la morte non è come uno di questi insetti schifosi. Tanti che passeggiano disinvolti e alieni, forse ce l’hanno addosso; nessuno la vede; ed essi pensano quieti e tranquilli a ciò che faranno domani e doman l’altro.

da Luigi Pirandello, L’uomo dal fiore in bocca (atto unico; I rappresentazione al Teatro degli Indipendenti di Roma, 21 febbraio 1923)

mercoledì 27 giugno 2018

Thomas Bernhard - Il loden



Thomas Bernhard, Il loden,  Edizioni Theoria, 1988

Ripropongo una mia nota critica a Il loden di Thomas Bernhardapparsa sul primo numero della rivista “margo” nell’ottobre del 1988 e successivamente pubblicata nel volume Margini della parola (La Vita Felice, 2014).

Anche questo racconto di Bernhard, pubblicato per la prima volta in Germania nel 1971, costituisce, come le altre opere dello scrittore austriaco, un vortice del perturbamento, dove la scrittura è una specie di frase ossessiva, continuamente lacerata, eppure interminabile.
Ed è proprio all’interno di una fissazione, simile a tratti ad un vuoto delirio, che Bernhard (questo “recensore del caos”, come l’ha definito Claudio Magris) ha ideato la semplice ma inquietante storia di Humer, anziano proprietario di un negozio di rivestimenti interni per bare del Tirolo, uomo alla deriva, vittima di se stesso e del mondo ormai incomprensibile, a cui non resta che la ripetizione continua di parole sconnesse e malate da pronunciare come se fosse sempre l’ultima volta.
In preda all’angoscia della perdita (l’appartamento nel quale viveva da decenni e che il figlio e la nuora hanno indotto a lasciare fino ad obbligarlo a vivere in soffitta, lontano dal proprio negozio) si rivolge all’avvocato  Enderer, ma il dialogo è solo apparente. Humer sviluppa piuttosto uno dei tanti soliloqui bernhardiani (quello del principe Saurau di Perturbamento e del pittore Strauch di Gelo, per citarne alcuni) ancora una volta “sugli orli del vuoto lasciato dalla colonna che reggeva il mondo” – per usare un’espressione di Giorgio Cusatelli.
Questo tipo di angoscia – intesa come perdita di un’abitudine ad un mondo e più in generale come lutto davvero universale – è spesso presente nelle pagine di Bernhard , in cui “l’individuo pensante si ritrova sempre più in un immenso orfanotrofio”, come afferma nel suo lucido delirio il principe Saurau in Perturbamento ed il linguaggio percorre l’estrema periferia di un centro smarrito. Qui infatti la narrazione ha origine da una voce impersonale che presenta e contiene due diverse articolazioni linguistiche che volutamente si intersecano disgregandosi a vicenda: quella di Humer e di Enderer in prima persona.
Tutto, allora, non è che la citazione di una citazione, in quanto tutto è già stato detto. Ciò che sconvolge l’incontro tra i due personaggi è proprio il loden indossato da Humer, nel quale Enderer riconosce quello di suo zio, suicidatosi anni prima nel fiume Sill. Il protocollo che l’avvocato redige smarrisce sempre più la propria funzione di obiettiva verbalizzazione (un metodo come un altro di controllo inutile del caos) ed è continuamente interrotto e stravolto dal fantasma del loden, vero protagonista del libro, oscuro significante di un destino-necessità ormai senza più significato, che provoca  il progressivo e lacerante passaggio dal panico del senso al senso del panico e del fallimento. Humer se ne va improvvisamente senza neppure firmare la procura generale e si suicida qualche giorno dopo; Enderer  si reca alla casa del defunto per riavere il loden che era stato di suo  zio. I puntini di sospensione finali lasciano intuire un probabile epilogo tragico anche per l’avvocato. Ciò che deve, ineluttabilmente sarà.
Mauro Germani

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martedì 19 giugno 2018

In ricordo di Christian Tito


Desidero ricordare Christian Tito, improvvisamente scomparso, con il suo libro Lettere dal mondo offeso (L'arcolaio, 2014), una testimonianza importante che raccoglie la corrispondenza con Luigi Di Ruscio, negli anni tra il 2009 e il 2011. 


Ho sempre apprezzato in lui la sua profonda umanità, unita ad una grande curiosità intellettuale e all’amore per l’arte in tutte le sue forme.
Segnalo questa intervista, apparsa qui il I settembre  2016.

Incontro con l'autore: Christian Tito


domenica 17 giugno 2018

Pierre Drieu La Rochelle - Fuoco fatuo



Pierre Drieu La Rochelle, Fuoco fatuo, SugarCo 1979

Non appartenenza e fuga dalla vita: questo è ciò che caratterizza Alain, il protagonista di Fuoco fatuo, il romanzo che Pierre Drieu La Rochelle (1893-1945) scrisse nel 1931. Egli, infatti, si sente come un fantasma in questo mondo, non ha pace, non ha alcun motivo per esistere veramente. E’ sempre fuori di sé, sempre altrove. Ciò che vive è inevitabilmente toccato dall’ombra. La sua figura sprigiona un fascino strano, un mistero inavvicinabile. Passa attraverso gli eventi con una lontananza che inquieta, mosso da qualcosa che sfugge, ma che è potente. E’ un destinato, un prescelto del nulla (“Io non sono nulla; e la morte è due volte nulla”), una specie di adolescente che sfida se stesso e gli altri, anche se il suo cammino non conduce alla cosiddetta maturità bensì alla morte. Tutto nel romanzo ha il brivido ultimo, tutto concorre all’ineluttabile che viene ricercato dal protagonista, “questo straniero che guardava con la tenerezza remota e derisoria di un morto”.
Seduttore suo malgrado, seduttore senza amore, seduttore sedotto dalla morte, Alain vive l’attimo per distruggerlo e vincere nell’impossibile. C’è qualcosa di eroico, ma è un eroismo alla rovescia, un trionfo della dissipazione e del vizio, un precipitare nel baratro aperto dall’esistenza.
E’ una fenomenologia dell’abisso, la descrizione del lavoro inesorabile della morte, uno sguardo lucido – quello di La Rochelle – che non può lasciare indifferenti. La sua scrittura testimonia questo scacco mortale, questo addio prolungato, questo parlare a nessuno. Perché le parole di Alain restano nel vuoto e gli interlocutori sono solo apparenti, sono ombre che si dissolvono.
Ma se non c’è scampo per il protagonista, in realtà non c’è nemmeno per gli altri, tutti persi ed imprigionati in un mondo insignificante, verso cui Alain prova sempre più disgusto. A ben vedere, il denaro sembra essere il feticcio necessario, intorno al quale gravita la vita sociale di ciascuno. Denaro per la libertà, secondo la concezione adolescenziale di Alain; denaro per la propria identità, secondo gli altri. Frammenti d’esistenza intorno a qualcosa che eccede, che pare giocare o liberare, ma che in realtà opprime, proprio come la droga che il protagonista assume. Una spirale che avvolge e che soffoca. E vivere senza lavorare e farsi mantenere – ciò che ha sempre fatto e fa Alain, con il suo attaccamento all’adolescenza – non è una soluzione, ma un’altra forma di schiavitù, come ora ben comprende. Non c’è via d’uscita nel mondo borghese che frequenta. Gli incontri, un matrimonio fallito, l’alcol, la droga, le donne, le richieste continue di denaro: tutto così risibile e tragico, tutto così accerchiato dal vuoto, così nulla. E l’incapacità di esistere davvero, di essere reale nella realtà.
Se per un attimo la scrittura pare ridestare in lui qualcosa, una potenza nascosta, che “raccoglie e unisce le forze diffuse della vita umana”, è ormai troppo tardi. Egli è un viaggiatore senza biglietto, come ha intitolato l’abbozzo di una sua confessione, poche righe appena: è un estraneo fra estranei, è un colpevole che continua a trasgredire la vita, è un clandestino di passaggio, un fantasma che ormai ha rinunciato a incarnarsi non solo in quel mondo, ma nel mondo. E’ davvero troppo lontano. E così la “piccola carovana di parole, che portava il ristretto bagaglio di desideri con cui avrebbe potuto rifornire la sua ragion d’essere, e che egli aveva abbandonato per tanto tempo in mezzo al deserto del foglio” è destinata a fermarsi per sempre. Non scriverà più.
Anche le parole dell’amico Dubourg, che tenta di salvarlo - prima compagno di trasgressioni ed ora integrato e sposato, con la passione dell’egittologia - sono inutili, anzi non fanno che rafforzare il suo desiderio di fuga e di annullamento.
Alain comprende la propria inconsistenza e la propria diversità, ma non sarà la droga ad ucciderlo, perché ora ha bisogno di concretezza, di realtà. Ora vuole esserci davvero. Non più discorsi a metà, relazioni fasulle, richieste di denaro, viaggi senza biglietto, ma un gesto unico, definitivo: “Una pistola è solida, è d’acciaio. E’ una cosa. Aderire, finalmente, alle cose”.
Il lavoro della morte, a cui si accennava prima, pare così trasformarsi in un paradosso estremo, cioè nell’appropriazione della morte da parte della vita. Ed il fatto che poi il 15 marzo 1945 anche Pierre Drieu La Rochelle abbia posto fine alla propria tormentata esistenza non è certo da considerarsi secondario.
Mauro Germani

mercoledì 13 giugno 2018

LA CITAZIONE (n. 12) - Cesare Pavese


"Io comincio a far poesie quando la partita è perduta. Non si è mai visto che una poesia abbia cambiato le cose."

da  Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 19 giugno 1946

domenica 27 maggio 2018

André Pieyre de Mandiargues - Il museo nero



Andrè Pieyre de Mandiargues, Il museo nero, Bompiani, 1968

Con questo suo primo libro, Le musée noir, del 1946, André Pieyre de Mandiargues (1909-1991) consegna al lettore sette racconti visionari ed inquietanti, contraddistinti  da una realtà metamorfica ed onnicomprensiva, una sorta di grembo ancestrale in cui le differenze dei cosiddetti regni naturali sono annullate e tutto vive e respira e uccide senza soluzione di continuità.
Evidenti sono gli influssi del surrealismo, di cui Mandiargues fu un esponente appartato ed originale, ma ciò che colpisce è la complessità della scrittura, raffinata e barocca, capace di creare sulla pagina mutazioni continue e progressive della narrazione, fino a confondere  sapientemente, e soprattutto in modo lieve, quasi impercettibile, la dimensione del reale e quella del sogno.
A questo proposito, qualcuno ha parlato di Borges, ma l’accostamento risulta fuorviante, in quanto  la scrittura di Mandiargues non ha nulla della sorprendente concisione borgesiana, inoltre è caratterizzata da un profondo erotismo, che nello scrittore argentino è completamente assente. Il connubio sogno-realtà sottende in Mandiargues qualcosa di ben più oscuro ed ingovernabile, in cui dominano pulsioni primordiali che spesso si rivelano distruttive ed autodistruttive. 
Eros e Thanatos qui muovono i personaggi, li spingono oltre la loro ragione in territori sconosciuti per abbandonarli poi in quella zona di pericolo in cui si compie il loro ineluttabile destino. Tutto concorre a questo fine, a questo appuntamento incomprensibile, che rende ogni personaggio in balìa di forze che non può controllare e che lo determinano: figure femminili o dal sesso ambiguo, animali seducenti o raccapriccianti, vegetali o addirittura costruzioni o luoghi che imprigionano i sensi e la mente. Ed in relazione ad esseri animali o semi-umani, dalla natura conturbante o maledetta, si vedano – tra gli altri – il coniglio amato dalla protagonista ed il gregge destinato al macello in Il sangue dell’agnello; l’uomo-caimano in Il passaggio Pommeraye; il Gatto Mammone in L’uomo del parco Monceau; cavalli, cani e pecore nere in Pecora nera; le gigantesse, insieme a scimmie e cocorite, in La tomba di Aubrey Beardsley.
L’erotismo in Mandiargues non è mai normale, ha manifestazioni strane ed imprevedibili, coinvolge e trasforma, cattura e uccide, rivela una realtà altra e misteriosa. Il desiderio travalica la mente, spinge i personaggi laddove non c’è più protezione e regna il mostruoso: ciò che viene definito umano rivela così una doppia natura, una realtà sconcertante o paradossale, dove il sangue e la pulsione di morte non sono mai disgiunti dal piacere ricercato.
Ogni avvenimento trascorre sulla pagina con la strana leggerezza ed evanescenza dei sogni e talvolta pare proprio che lo scrittore si diverta ad imprigionare il lettore con la magia della sua narrazione, la quale è apparentemente innocua perché il meraviglioso nasconde le tenebre, il nero. Proprio come succede ai personaggi dei racconti, il lettore viene sedotto e si ritrova al cospetto di immagini e di situazioni che lo incantano e che sfumano continuamente dalla cosiddetta normalità ad una dimensione straordinaria e feroce, senza via di scampo.
Mauro Germani

sabato 26 maggio 2018

LA CITAZIONE (n. 11) - Maurice Blanchot



"La poesia non è data al poeta come una verità e una certezza a cui accostarsi: egli non sa se è poeta, ma non sa neanche che cosa è la poesia, e neppure se è; essa dipende da lui, dalla sua ricerca, dipendenza che tuttavia non lo rende padrone di ciò che egli cerca, ma lo rende incerto di se stesso e come inesistente."

Maurice Blanchot, Lo spazio letterario (1955)