martedì 23 agosto 2016

Mario Bonnano: nota di lettura su "Voce interrotta"



Segnalo con piacere questa nota di lettura di Mario Bonnano relativa al mio libro Voce interrotta, apparsa sul sito "Classifica Libri"  qui

lunedì 11 luglio 2016

Giovanni Ramella Bagneri - Armageddon e dintorni






Giovanni Ramella Bagneri, Armageddon e dintorni. Poesie edite e inedite (a cura di Gilberto Isella e Tiziano Salari), Insula 2011


Giovanni Ramella Bagneri (1929-2008) è stato un autore troppo anomalo per la nostra poesia contemporanea. Ne è la prova l'insolito destino editoriale delle sue opere. Dopo la pubblicazione di un volume da Guanda (Muro della notte, 1978), l'inserimento nell'Antologia Poesia degli anni Settanta a cura di Antonio Porta (Feltrinelli, 1979) e l'uscita presso Mondadori di Autoritratto con gallo (1981), solo piccoli editori (tra cui soprattutto  la Forum del compianto Giampalo Piccari, della quale prima o poi bisognerebbe parlare, ricordando il catalogo ricco di nomi considerevoli, nonché la capillare ricognizione poetica effettuata dai volumi regionali) si sono interessati alla sua poesia. Senza contare che dal 1988 fino alla sua scomparsa non sono apparse pubblicazioni, anche se Ramella Bagneri ha continuato a scrivere, nella sua solitudine. E occorre ricordare anche l'intensa attività di critico di poesia sulle pagine della rivista "Uomini e libri" diretta da Mario Miccinesi tra gli anni Settanta e Ottanta.
Risulta quindi particolarmente degna di attenzione l'uscita di questo volume, Armageddon e dintorni. Poesie edite e inedite, a cura di Gilberto Isella e Tiziano Salari, che firmano due eccellenti saggi sull'opera di Giovanni Ramella Bagneri. Un'opera - si diceva - anomala, ma anche magmatica, ciclica, visionaria, ultima. Ciò che colpisce è l'inesauribile potenza immaginativa dei versi, la loro valenza allegorica in uno scenario in cui l'irreparabile è ormai avvenuto e non può esserci più alcuna redenzione. Come afferma Salari "l'uomo è già finito. La rappresentazione ha inizio nel lutto della sua scomparsa" e la modernità è da intendersi come "epica finale". La conseguenza è la maschera, la perdita di ogni realtà autentica, lo sdoppiamento tra il linguaggio e le cose:" Io non so dove esistano le cose / [...] io non so dove esistano eppure le chiamo, le chiamo" (Bambina nel cortile). La Parola non c'è, ci sono solo fantasmi di parole, "Anche il Libro, l'universo / del Libro, il suo formidabile enigma, / come noi, come tutto / qui si sgretola, frana". Giovanni Ramella Bagneri non teme di usare  un lessico semplice, molto diretto, tuttavia l'urgenza visionaria ed apocalittica riesce spesso ad incidere in modo assai efficace nella costruzione e nel ritmo dei testi. Tutto sa di ultima voce, una voce orfana, che ritorna, che non si spegne mai del tutto, che è costretta a ripetere il proprio lutto, la propria deriva da un'origine ormai perduta.
La storia è avvolta dalle tenebre, il suo sviluppo non è lineare e restano soltanto macerie che sono parvenze, come in un teatrino crudele che prolunga incessantemente il proprio non senso e la propria agonia: ciò che Salari chiama efficacemente la "carnevalizzazione della Modernità", nella quale l'orrore trova espressione nel suo capovolgimento estremo. E Gilberto Isella sottolinea come nella rappresentazione di Ramella Bagneri "tempo, spazio e racconto investono le grandi narrazioni mitiche classiche e cristiane, dalla cacciata dell'Eden in avanti, per poi riversarsi sulle brutali devastazioni del mondo contemporaneo". Tra l'altro, Isella rileva alcune interessanti affinità col grande poeta bosniaco Nikola Sop, autore di Mentre i cosmi appassiscono. Tali affinità - precisa - non riguardano "l'afflato mistico 'esplicito' " di Sop, ma "la presenza di un poeta-testimone catapultato nell'enigma cosmico e impotente a decifrarlo". Ecco dunque il carattere spettrale dell'opera di Ramella Bagneri, in cui l'io poetante sparisce, diviene invisibile ed ascolta  - come afferma ancora Gilberto Isella - "voci che fuoriescono da un'eterna notte, da un coro di morti, come succede nel celebre dialogo leopardiano Federico Ruysch e le sue mummie".

da Mauro Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice 2014

domenica 10 luglio 2016

Incontro con l'autore: Lorenzo Mari

7 DOMANDE A...
LORENZO MARI


"credits: Daniele Ferroni 2012"



Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

Si fa riferimento alla tradizione poetica italiana? In quel caso: Pasolini, Fortini, Giudici, Sanguineti, Porta, Rosselli, Vicinelli, Mesa, e molti altri ancora.
Snocciolando questi nomi, però, si rischia di perpetuare una condizione – una sorta di “angoscia dell’influenza” bloomiana – che tende a rinserrare la produzione poetica italiana entro i suoi confini più o meno canonici e a una prospettiva che è talvolta provinciale, o quantomeno asfittica.
Sarebbe giusto affiancare a questi nomi, almeno per me, la lettura della poesia in lingua spagnola e inglese (ma come lettura formativa, il primo libro che citerei sarebbe quasi sicuramente un testo in lingua tedesca: “La fine del Titanic” di Hans Magnus Enzensberger) e molta narrativa.
Leggo molta più narrativa che poesia, infatti, e, tornando a momenti decisivi della mia formazione, direi: Flaubert, Céline e Kafka, insieme anche a Beckett, Joseph Roth e García Márquez.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

Non lo so: ho sempre pensato che non stesse a me parlarne in questi termini. Dovessi incrociare alcune risultanze comuni ad alcuni che me ne hanno parlato, invece, direi che sono d’accordo con questo elenco un po’ spontaneo e dunque probabilmente parziale: gusto per il paradosso, pratica (narcisista) dell’understatement, tensione verso una qualche forma di allegorismo, ipocondria, zoofilia, moralismo, velleitarismo.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Ne sono uscito vivo parecchie volte, quindi c’è qualcosa che non va.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Non sono d’accordo con chi, parlando dello stato della poesia, sostiene che la sua marginalità editoriale, culturale, politica dia al tempo stesso grandi margini di libertà. Mi limiterei, piuttosto, a dire che, da qualche tempo a questa parte, e non necessariamente dalla caduta del Muro di Berlino, si sta diffondendo un’adesione del tutto ideologica alla cosiddetta “fine delle ideologie” che sta impoverendo e mistificando a macchia d’olio la produzione culturale che ha luogo in Italia.

Oltre alla scrittura, quali forme d'arte ti attraggono particolarmente?

Cinema e musica. In subordine, danza e fotografia.

Un autore da riscoprire?

Cristina Annino.

Un libro da leggere assolutamente?

Narrativa: Stati di grazia di Davide Orecchio. Poesia: Venti sonetti di Massimo Sannelli (riscritti e recentemente ripubblicati sul suo sito “Lotte di Classico”).


UNA POESIA DI LORENZO MARI


Delle api

Non so delle api, non so dire, ché api,
in fondo, sono sciami lunghi e lenti
che dicono, vasti, contro la fine e sono
ebeti – traducono, tramandano,
cancellano – e come sforzino
il polline, di nuovo, non so dire.

                                   (da AA. VV., Centrale di transito, Giulio Perrone, 2016)


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA

Lorenzo Mari (Mantova, 1984) ha pubblicato alcune raccolte di poesia, tra le quali le più recenti sono Nel debito di affiliazione (L’Arcolaio, 2013) e Ornitorinco in cinque passi (Edizioni Prufrock Spa, 2016). Traduce dall’inglese (Afric McGlinchey, La buona stella delle cose nascoste, L’Arcolaio, 2015) e dallo spagnolo (Pablo López-Carballo, La precisione dell’indifferenza, Edizioni Carteggi Letterari, 2016). Insieme a Luigi Bosco, Davide Castiglione e Michele Ortore coordina il sito letterario In Realtà, La Poesia.





venerdì 8 luglio 2016

"I miei premi" di Thomas Bernhard, alcune considerazioni sulla nostra società letteraria e una provocazione



Thomas Bernhard, I miei premi, Adelphi 2009

Da I miei premi di Thomas Bernhard, una lezione di stile e di sincerità.
Leggendo il libro, non si può non pensare alla natura della nostra società letteraria e ai suoi rappresentanti, agli autori che ne fanno parte o che gravitano attorno ad essa, agli editori che controllano il mercato delle pubblicazioni e delle recensioni, ai premi e ai riconoscimenti di maggior prestigio che spesso vengono spartiti tra i grandi gruppi editoriali e assegnati agli autori “amici”. Basta infatti dare uno sguardo alle giurie dei principali premi di poesia per notare che figurano spesso gli stessi nomi.
Bernhard parla del suo tempo, certo, e delle sue esperienze col suo inconfondibile sarcasmo e mette in luce tutta la miserabilità di  quel mondo, che  poi – a ben vedere - non è così diverso dal nostro, dominato com’è dall’arrivismo e dall’ipocrisia di certi personaggi, sempre più collusi col potere politico-editoriale, oppure devastati da un folle e patetico narcisismo.
Che dire, poi, dei vari gruppi, delle conventicole, dei circoli letterari, delle associazioni, dei festival, dell’insopportabile alterigia dei cosiddetti “puri”, dell’arroganza degli intellettuali o pseudo tali,  abilissimi nel seguire le mode culturali del momento, oppure della pochezza dei poetucoli o dei poetastri privi di personalità, baciapile, portaborse, plagiatori patentati dei poeti affermati, o ancora dei tanti poveri illusi e malati che si credono chissà chi e sperano che apparire continuamente su facebook li faccia esistere e li porti miracolosamente ad essere riconosciuti per il loro presunto valore? Tutta gente destinata a sparire, a sprofondare nel nulla, insieme ai loro innumerevoli libri, che andranno giustamente al macero. Siamo soffocati da pubblicazioni, eventi, letture, che soddisfano solo l’insulso e spudorato narcisismo dei vari personaggi che si mettono in mostra, capaci di andare ovunque pur di apparire, in uno spettacolo indegno dove ognuno recita la propria parte e non ha il minimo reale interesse verso gli altri. Restano montagne e montagne di libri, di orribili trofei, targhe, diplomi, attestati, che starebbero bene solo in un’enorme discarica.
Come non riflettere, allora, sulla deriva della nostra società, sulla mancanza di rigore da parte di tutti, sul patetico teatrino della cultura esibita nelle varie manifestazioni, oppure – all’opposto - chiusa in se stessa, come fosse appannaggio di una setta?
Come non fare un bell’esame di coscienza e dire finalmente come stanno le cose?
Nessuno, oggi, è esente da responsabilità, più o meno gravi.
Bisognerebbe davvero cominciare ad azzerare i premi e fare un po’ di pulizia anche nelle case editrici, nelle riviste, nei giornali, persino in alcuni blog, e denunciare tutto ciò che non va, gli intrallazzi, i ricatti, le pressioni, le richieste di favori in cambio di favori, riscoprire per un po’ il silenzio e  pubblicare di meno. Ma forse è già troppo tardi ed è impossibile arrestare un ingranaggio in moto da troppo tempo.
Io, personalmente, dopo più di trent’anni di scrittura e diverse pubblicazioni – nonché, ahimè, la partecipazione ad alcuni premi - mi fermo qui.

Ecco alcune frasi tratte da I miei premi, che meritano di essere citate:

“Credetti di dover morire soffocato dall’equivoco che la letteratura fosse la mia salvezza. Non volevo più saperne della letteratura. Non mi aveva reso felice, bensì buttato dentro quella fossa soffocante e fetida dalla quale non c’è più scampo…”

“Della letteratura non volevo più saperne, io le avevo dato in pasto tutto quello che possedevo e in cambio mi aveva buttato dentro quella fossa. Mi nauseava, la letteratura, odiavo tutti gli editori e tutte le case editrici e tutti i libri.”

“Sul palco mi porsero l’attestato del premio, di cui oggi non ricordo più che aspetto avesse, non lo posseggo più come non posseggo nemmeno tutti gli altri attestati dei premi ricevuti…”

“Sì, dicevo io, ogni anno vengono cooptati nuovi coglioni in quel Senato che si definisce Senato dell’Arte e nel nostro Stato rappresenta un male inestirpabile e una perversa assurdità. E’ un consesso delle peggiori schiappe, un’assemblea di canaglie, dicevo ogni volta.”

“Ma i premi non sono affatto un onore, aggiungevo, gli onori sono soltanto cattiverie, non esistono onori sulla faccia della terra. La gente parla di onori e invece sono solo affronti, di qualsiasi onore si stia parlando, dicevo.”

“…le teorie letterarie sono rimaste per tutta la mia vita la cosa che ho odiato di più, e più di ogni altra le cosiddette teorie del romanzo…”

“…odiavo da sempre circoli e associazioni e più di tutto, com’è naturale, odiavo le associazioni letterarie… Partiti e associazioni non si addicevano e non si addicono alla mia mentalità.”

“Disprezzavo coloro che distribuivano  premi, ma non respingevo in maniera tassativa quei premi. Tutto era repellente, ma più repellente di tutto trovavo me stesso… Oggi per me la questione, semplicemente, non si pone più, la sola risposta è non lasciarsi più onorare.”
Mauro Germani








martedì 5 luglio 2016

Georges Bataille - Madame Edwarda



Georges Bataille, Madame Edwarda, ES 2004

Opera scandalosa ed estrema, come tutte quelle di Bataille, Madame Edwarda (1941) pone il lettore di fronte ad una realtà senza scampo, unica ed abissale, dove l'esperienza della carne e del desiderio è anche e soprattutto esperienza della vertigine e dell'annullamento di sé, epifania del vuoto e della morte.
In questo racconto, che Blanchot non esitò a definire il più bello tra quelli dell'autore, Bataille penetra nel cuore della contraddizione e della gratuità dell'esistenza, laddove l'infimo e il sublime si cercano in una tensione ai limiti dell'umano. L'indecenza e/o l'oscenità qui s'impongono nel segno di una scrittura che vuole andare oltre se stessa, divenendo la cifra concreta di una conoscenza che non è e non sarà mai parola ma gesto scavato nel vuoto.
La centralità dell'erotismo è in Bataille apertura verso l'impossibile, offerta verso il destino ultimo della carne, la precarietà del suo assoluto. Come ha scritto Roberto Carifi, la ricerca dell'ignoto avviene in Bataille "in un fuori che è dentro il reale e che in esso si svela attraverso un viaggio che osa tentare i confini del culmine". Ecco dunque l'incontro con Madame Edwarda, prostituta che, tenendo una gamba divaricata e tirando la pelle con le mani, mostra i suoi "stracci" affermando di essere Dio. E' la nudità sovrana, l'esperienza limite, lo sprofondamento nel non-sapere, l'eccesso che esige l'estasi negativa, l'esposizione al nulla, perché Bataille intende realizzare una sovranità del soggetto non asservita all'utile e dunque concepita come perdita, spossessamento di sé.
Madame Edwarda non mente, è Dio, carne e vuoto insieme, attrazione e "piovra ripugnante", allegria e angoscia, assenza e presenza. I suoi tacchi fanno rumore sul pavimento, ma nello stesso tempo procede tra le nuvole. I suoi passi sono gravi, la morte stessa sembra essere lì, "poiché la nudità del bordello evoca il coltello del macellaio". E così a poco a poco Madame Edwarda sembra assentarsi da sé, divenendo "totalmente nera, semplice, angosciante come un buco", tra lutto e follia, dolore e rabbia, sempre sull'orlo di sparire, alla ricerca di altro, un altro amplesso, un altro godimento, un piacere doloroso.
Bataille ci fa entrare nel sacrificio, nella "questione ultima", nel movimento che è perdita, offerta senza ritorno, senza impiego:"la mia vita ha senso solo a condizione che io ne sia privo, che io sia pazzo: intenda chi può, intenda chi muore...".

da Mauro Germani, Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei, La Vita Felice, 2014

giovedì 30 giugno 2016

Incontro con l'autore: Lia Maselli

7 DOMANDE A...
LIA MASELLI





Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

Ho letto da sempre in maniera disordinata, casuale. In casa c’erano i libri di mio padre, anch’essi, a loro modo, il riflesso di una incostanza. In paese neppure una libreria. Per fortuna una biblioteca scolastica e la casa della mia insegnante di lettere in seconda media dove un giorno suo marito mi disse: leggi di tutto, poi un giorno sceglierai. Così ho letto Pirandello, i racconti di Kafka e quelli di Joyce,  i romanzi di Malaparte, Moravia, Tomasi di Lampedusa, Nabokov, Sibilla Aleramo, Le mille e una notte. Di quegli stessi anni, dai quattordici ai sedici anni, è l’amore per le poesie di Ungaretti e Pavese. Dalla giovinezza ritornano invece le frasi dei romanzi di Sartre e ancora Pavese e Vittorini, Svevo…  Non so quale autore abbia avuto più influenza: in seguito, negli anni, ho letto autori talmente lontani tra loro da non riuscire a tirare un unico filo senza che ne compaiano altri, inaspettati, dimenticati. So soltanto che per quanto caotica, a volte dispersiva, la lettura ha accompagnato la mia vita, e lo ha fatto anche in quei brevi tratti di esistenza in cui forzatamente le chiudevo le porte e forse allora ancora di più: la sua assenza a segnare il passo alla mancanza di ossigeno, all’allontanamento da me stessa, al mio mimetizzarmi con qualcosa che non mi apparteneva. Ma non è mai durato a lungo.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

È molto difficile parlare di sé, mi fa paura. La prima cosa che mi viene da dire è che forse in quello che scrivo riverso le attitudini e i talenti che non ho. Non ho attitudine musicale né pittorica. Dunque per una sorta di autismo creativo, quello che scrivo segue sempre una musica, un ritmo, una partitura e si muove per immagini che vedo come quadri in una lunga galleria un po’ senza tempo.  Inoltre è fatta di frammenti, in cerca di un nucleo che il più delle volte mi sfugge, qualcosa che assume forme sempre diverse. La scrittura nasce da immagini, e da residui. Immaginiamo i fondi di caffè. Raschiamo per toglierli. Intanto da questi leggiamo il futuro, il passato. Il tempo. Così per me la scrittura, c'è sempre un fondo con residui, allora li osservo, penso di doverli togliere, scioglierli, perché alcuni si depositano in grumi. Ma poi mi accorgo che da quei fondi di caffè nascono immagini, suoni, parole che cercano una strada, volti. E questi si addensano in un nucleo che poi è la storia, ma trovano anche respiro, si muovono, da un orbitale ad un altro. Hanno energia, mi danno energia.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura è il mio rapporto con l’infanzia, e dunque con quello che di me ritengo più vivo, mobile, doloroso e gioioso insieme. La scrittura è la voce che mi assolve o condanna. Ma è l'unica voce che veramente mi riconosco, bella o brutta che sia.  Ma è anche quella che il sintomo e l’angoscia  vorrebbero paralizzare, spesso riuscendoci. E poi, a volte, nel miracolo di una frase, anche l’illusione che dimentica la morte e fa danzare. Scrivo poco. Più che altro non smetto di provarci.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Avverto per quanto riguarda la prosa una staticità, una omologazione a forme e anche contenuti che non mi appartengono. Quindi leggo spesso autori italiani del passato o stranieri. Per quanto riguarda la poesia, diversamente dagli anni dell’adolescenza, ne leggo poca e quando lo faccio cerco più che altro una sintesi, una parola che mi accompagni, mi dia il tempo. E capita. Ma è difficile che poi io ricordi i nomi o i versi.

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

La pittura, la fotografia ed il teatro. Ma anche ciò che ha a che fare con gli oggetti, con la materia.

Un autore da riscoprire?

Non so se sia da riscoprire ma poiché per me è stata una scoperta tardiva, Vincenzo Consolo.

Un libro da leggere assolutamente?

Viaggio al termine della notte di Céline.

UN TESTO DI LIA MASELLI

La casa teatro


La casa è teatro di muschio nero, i fogli sparsi nell’ingresso buio dopo mesi sanno di fumo e sale, si leggono a voce alta. Ritornano gli echi delle stanze e dei giorni, Aurora teme che lo spazio non basti e cerca, nei luoghi che le passano accanto ogni giorno, lo spazio di un fuori, una strada, una linea sotterranea, le dune di un litorale. Un teatro dell’incognito in cui i personaggi si possano mescolare e confondere coi passanti fino a non essere riconoscibili. Buttati in strada o sui binari, in uno sferragliare mai sazio. Ma sa anche che un teatro è la casa sottratta alla fisica. Ampliarsi e dilatarsi la sua magia, il potere di una gestazione senza sosta. Caverna e spiaggia. Un corpo senza età rapito al tempo che si concentra e si espande.
Aurora solleva dalle righe i punti troppo chiusi in se stessi.
Le ombre a volte non bastano. Devono riprendere un corpo, quello che oggi sembra un fantoccio abbandonato sulla sedia di scena.

(da Le case dei venti contrari, Formebrevi edizioni 2016)


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Lia Maselli nasce a Savona il 28 maggio del 1958, vive fino ai 18 anni in Calabria, poi a Roma. Attualmente vive e lavora a Parma. Nel 2009 vince con il racconto Morte di Pepe Hillo innamorato il premio “Pensieri d’inchiostro” presso la Casa editrice Perrone di Roma. Ha scritto una riduzione drammatica de L’Idiota di Dostoevskij andata in scena il 6 giugno 2015 al Teatro Vascello di Roma. Ha pubblicato nel marzo 2016 il romanzo Le case dei venti contrari con Formebrevi edizioni.