domenica 4 giugno 2017
Gianfranco Fabbri - Il tempo del consistere
sabato 20 maggio 2017
Giampiero Neri - Via provinciale
C’è nella fenomenologia poetica di Giampiero Neri uno stupore che a poco a poco diviene abbandono, un lasciar-essere che è destinato al proprio enigma e alla propria sparizione. Ciò a cui assiste il lettore è un ritrarsi della parola che sospende la scrittura fino alla sua dissolvenza. Neri, infatti, osserva oppure ricorda, ma presto abbandona, se ne va. Restano sulla pagina i frammenti di una scomparsa.
Con una sintassi semplice, apparentemente innocua, vengono delineati dettagli e momenti di vita che assumono una dimensione ambigua, sfuggente, ai margini di una verità imprendibile.
La via percorsa da Neri è apparentemente lontana da un centro, che però da qualche parte esiste: è solo avvolto da un mistero. E questo è sempre un mistero che attrae. La volontà di comprendere il reale è mossa da un desiderio che sa di non poter mai realizzarsi compiutamente e che perciò si arresta davanti allo stupore, a una conoscenza interrotta. Da qui nasce la poesia di Giampiero Neri: da questo avvicinarsi al visibile che nasconde l’invisibile, il mistero. La resa della conoscenza alimenta dunque una poetica dell'interrogazione implicita, dell'osservazione minuta e al tempo stesso indifesa.
Il catalogo, perciò, non può che essere incompiuto perché è proprio la vita che è imprendibile nella sua logica sfuggente, nel suo enigmatico manifestarsi, nel suo divenire che ammutolisce. La curiosità di Neri incontra un ordine che rimane in parte sconosciuto, una trama ignota di relazioni di cui restano solo immagini e particelle, frammenti di figure sospese nello spazio, ma fermate dal poeta, fissate nel suo sguardo.
La realtà ha in sé segni indecifrabili pur nella loro momentanea nitidezza e non è possibile coglierne la complessità più vasta, nonostante la caparbietà indagante. L’esattezza della parola poetica risiede paradossalmente in questa consapevolezza e le illuminazioni escludono qui ogni profetica veggenza. Il mondo naturale e il mondo umano hanno verità ignote. Neri pone sotto la sua lente luoghi, animali, persone, mettendone in luce – talvolta con sottile ironia – la loro unicità, il loro mondo dentro altri mondi, prossimi solo in apparenza.
Davanti a tutto questo e davanti alla propria scrittura, che registra in modo minuzioso ciò che inevitabilmente è destinato a una conoscenza imperfetta, il poeta è una sorta di vinto, in quanto sente dentro di sé l’amarezza di una sconfitta che nessuna parola riesce a dire:
«La serata di poesia era ormai alla fine, avevo già guardato l’orologio. Come ogni volta, provavo un senso di inutilità e insieme di inadeguatezza. “Sono uno sconfitto” avevo detto rivolto al pubblico, dopo la lettura, ma non avrei saputo dire perché.»
Mauro Germani
domenica 26 marzo 2017
Poesie da "Voce interrotta" e fotografie di Marco Turolla
sul tram
il suo nome.
o dai balconi
in silenzio
come ombre innamorate
del vuoto,
fin dove il buio, fin dove
i miei sogni d'infanzia,
i miei occhi chiusi
senza chiedermi perché
come fosse normale
per me
per loro
precipitare così
sempre più giù
sempre più
lontani
in quel volo
fra tutto e
niente
in quella caduta
infinita
dalla casa di fronte.
Solo così fu l'impossibile
solo così parlasti
della stazione.
Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod 2016
Fotografie di Marco Turolla (diritti riservati)
domenica 5 marzo 2017
Georg Trakl e la terra della sera
venerdì 24 febbraio 2017
Marco Triana - Nilhotel
mercoledì 18 gennaio 2017
giovedì 5 gennaio 2017
Thomas Bernhard - Perturbamento
Parlare di Perturbamento, lo straordinario romanzo che Bernhard pubblicò nel 1967, significa inevitabilmente precipitare nell’abisso di
tenebre che è ogni personaggio, nella solitudine irrimediabile di cui è voce.
Perché le opere di Bernhard sono soprattutto voci. Voci monologanti
e disperate, voci che parlano nel buio e nel vuoto anche quando si rivolgono a un interlocutore, voci che non si placano, che ripetono e si ripetono di
continuo, che sono la loro malattia e la loro fine
incessantemente cercata. Ogni voce, infatti, vorrebbe finire, ma non riesce a
staccarsi dal proprio delirio, perché le parole generano crudelmente altre
parole, inutili e terribili a un tempo. Il silenzio è desiderato, ma la
scrittura delle voci non è che l’incontro-scontro tra la vita e la
morte, come il dibattersi di un corpo in preda a un’agonia interminabile.
C’è
in Bernhard una furia delle parole che attesta la vanità e la
potenza delle parole stesse, una coazione a ripetere che si fa sempre più
malata e violenta in un processo mortale. Col divampare della furia, col fuoco
inestinguibile delle parole pronunciate come in una catena maledetta e inarrestabile, l’inanità di ogni discorso non rivela che la propria tremenda
volontà di autodistruzione, di essere cenere e poi nulla.
La
vicenda di Perturbamento è un viaggio progressivo al culmine
della malattia e della follia, attraverso le solitudini di personaggi chiusi
nel loro mondo opprimente, nelle loro ossessioni e nei loro deliri. L’io
narrante, un giovane studente di scienze minerarie, che accompagna il padre
medico in una serie di visite tra le valli e le gole della Stiria a pazienti
afflitti da diversi mali e tormentati tutti dall’atrocità dell’esistenza, non
fa che riportare voci altrui, in una sorta di protocollo che è
anche una discesa agli inferi, una testimonianza cruda della brutalità di quei
luoghi isolati dove non ci può essere salvezza alcuna. Le visite dei pazienti
introducono quella ultima del principe Saurau, che costituisce un capitolo a
parte. Tutto alla fine converge nel delirio senza posa del principe, nel suo
ininterrotto soliloquio, che è una vera e propria opera demolitrice della sua
stirpe, generazione dopo generazione («scopro l’orrendo fetore delle generazioni»,
afferma), fino a coinvolgere l’intera storia dell’uomo e il nostro essere nel
mondo, in una furia distruttiva e autodistruttiva di feroce potenza, che
Bernhard esprime con una maestria davvero rara. I vari pazienti incontrati
prima del principe (Bloch, l’ex maestra Ebenhoh, l’industriale, i Fochler,
Krainer) sono prigionieri di se stessi e dell’ambiente in cui vivono. Tra
loro, vale la pena citare l’industriale, malato di diabete, che si è ritirato
in un padiglione di caccia, assillato da un lavoro letterario che scrive e
distrugge continuamente. Il suo isolamento volontario e la sua lontananza da
ogni possibile distrazione («tutto per lui doveva essere vuoto il più
possibile, il più possibile spoglio») per concentrarsi in un’opera imponente ma
non ben definita e alla fine irrealizzabile rappresentano
quella follia maniacale ed ossessiva tipica di molti personaggi di Bernhard.
Il
principe Saurau non prende un attimo di respiro. Al medico e a suo figlio, che
ascoltano quasi muti, il principe confessa la propria disperazione, espone con
incontenibile frenesia verbale tutta la sua follia ragionata, il suo
disprezzo per la famiglia («questa incessante e infame amputazione dello
spirito») e per tutto. E’ continuamente tormentato da insopportabili rumori che
sente nella sua testa, dove c’è «una devastazione inimmaginabile», e ciò che lo
sgomenta «è che nessuno, neanche un solo cervello si sia mai accorto né si
accorga mai di questi rumori». A turbare la sua esistenza c’è poi il rapporto,
altrettanto devastante, con il figlio che vive a Londra, perché è convinto che
dopo la sua morte distruggerà il castello di Hochgobernitz con tutte le
proprietà.
A
ben vedere la relazione padre-figlio costituisce un elemento importante nel
romanzo, se si considera che anche il rapporto tra l’io narrante e il padre
medico è contraddistinto da ambiguità e reticenze, così come è stato
traumatizzante il rapporto tra il principe Saurau e suo padre, morto suicida.
Padri e figli sono legati da follie e miserie diverse, ma che hanno anche inevitabilmente
qualcosa in comune («Padre e figlio, guardandosi in faccia, si contemplano continuamente
nella loro meschinità»). Il principe è solo nel suo dramma (e probabilmente lo
è anche il figlio, di cui abbiamo informazioni unicamente grazie al discorso
del padre), con tutte le manie e le fissazioni che reca con sé, come ad esempio
il rifugiarsi in biblioteca perché lì il freddo si sopporta meglio che altrove,
anche se «in ogni libro scopriamo con orrore un uomo che gli stampatori
hanno stampato a morte, che gli editori hanno pubblicato a morte, che i lettori
hanno letto a morte». O ancora: «I libri mi hanno fatto sempre capire quanto io
sia infelice, senza scrupoli, inaffidabile, vulnerabile, inutile». C’è nel
principe – come egli stesso dichiara – una geometria del tormento, che lo
sdoppia: «Sto in piedi davanti alla finestra e vedo me stesso nel cortile,
sulle mura interne. Mi osservo. Mentre mi osservo, ora mi capisco ora non mi capisco».
Il
romanzo non ha una conclusione vera e propria. Il soliloquio del principe
improvvisamente si interrompe. Non sappiamo più niente, né se arriverà davvero
il figlio del principe da Londra, né se il giovane narratore e suo padre
finalmente si parleranno.
Bernhard
ci offre una scrittura avvolta dalle tenebre, ci imprigiona nei meandri della
follia che è dentro di noi e ci consegna con la figura del principe Saurau un
personaggio estremo, che non è possibile dimenticare, uno di quegli
esseri che continuano a vivere oltre la pagina scritta.
Mauro
Germani











