sabato 9 settembre 2017

LA CITAZIONE (n. 3) - Bruno Schulz




Disegno di Bruno Schulz - Il libro idolatrico

– A te, Szloma – dissi, –  posso rivelare il segreto di questi disegni. Fin dall’inizio mi è sorto il dubbio di esserne davvero l’autore. Talvolta mi sembrano un plagio involontario, qualcosa che mi è stato suggerito, indicato… Come se qualcosa di estraneo si fosse servito della mia ispirazione per scopi a me ignoti. Perché devo confessarti, – aggiunsi a bassa voce, guardandolo negli occhi, – che ho trovato l’Autentico…

– L’Autentico? – domandò col volto illuminato da un lampo improvviso.

– È così, guarda tu stesso, del resto – dissi inginocchiandomi davanti a un cassetto del comò.

Tirai fuori dapprima un abito da seta di Adela, una scatola di nastri, le sue pantofole nuove dai tacchi alti. Un odore di cipria e di profumo si sparse nell’aria. Sollevai ancora qualche libro: sul fondo giaceva effettivamente l’amata scartoffia, da molto tempo non vista, e riluceva.

– Szloma – dissi commosso, –guarda, qui c’è…

Ma lui era immerso in meditazione con una pantofola di Adela in mano e mi osservava con immensa serietà.

 – Questo,  Dio non l’ha detto, – disse. – Eppure come mi convince profondamente, mi mette al muro, mi toglie l’ultimo argomento. Queste linee sono irrefutabili, sconvolgentemente giuste, definitive, e colpiscono come il fulmine proprio al centro delle cose. Dietro a che cosa ti nasconderai, che mai potrai contrapporre loro, dal momento che tu stesso sei già corrotto, messo in minoranza e tradito dai più fedeli alleati? Sei giorni della creazione furono divini e chiari. Ma il settimo giorno Dio crollò. Il settimo giorno Egli sentì una materia estranea sotto le mani e, spaventato, ritrasse la mano dal mondo, benché il suo ardore creativo fosse calcolato per ancora molti giorni e notti. Oh, Jòzef, fa’ attenzione al settimo giorno…

E sollevando con orrore la snella pantofola di Adela diceva, come ammaliato dalla scintillante, ironica espressione di quella vuota scaglia di vernice:

– Ma capisci il mostruoso cinismo di questo simbolo al piede di una donna, la provocazione della sua andatura libertina sopra questi tacchi raffinati? Come potrei lasciarti in balia di questo simbolo? Dio mi guardi dal farlo…

Così dicendo, con gesti abili si fece scivolare in seno le pantofole, il vestito, i coralli di Adela.

– Che fai, Szloma? – dissi sbalordito.

Ma egli si allontanava velocemente verso la porta, zoppicando leggermente nei suoi cortissimi calzoni a quadretti. Sulla porta girò ancora una volta il viso grigio, poco chiaro e sollevò la mano in un gesto tranquillizzante. Era già fuori della porta.

 

da Il Sanatorio all'insegna della clessidra in Bruno Schulz, Le botteghe color cannella, Einaudi 1970




martedì 29 agosto 2017

Albert Caraco - Supplemento alla Psychopathia sexualis



Albert Caraco, Supplemento alla Psychopathia sexualis, ES, 2005

Questo inusuale libro di Albert Caraco, l’autore  estremo di Post mortem (Adelphi, 1984) e di Breviario del caos (Adelphi, 1998), è un catalogo di 211 casi di deviazioni sessuali, che vengono presentate parodiando il famoso trattato di Krafft-Ebing Psychopathia sexualis. Caraco, che non ebbe una vita sessuale e che pose fine alla propria esistenza nel 1971, si diverte qui ad inventare perversioni di ogni tipo, classificate in 44 capitoletti racchiusi da due scritti: la Premessa ed il Colloquio dei tre professori, che in modo ironico e feroce imitano le considerazioni scientifiche di esperti illustri. 
Nulla viene risparmiato da Caraco attraverso l’elenco delle perversioni, che in realtà sottendono la tragedia dell’esistenza: quest’ultima, infatti, non può essere salvata da nessuna epoca storica e da nessuna ideologia. E’ interessante notare come ogni perversione sia giustificata, o meglio mascherata, dal ragionamento di chi la pratica, come a dire che ogni periodo storico ha avuto le proprie manie ed ossessioni, che risultano ancor più drammatiche e ridicole nel momento stesso in cui si vogliono legittimare con un pensiero inautentico. 
In Caraco, l’uomo ed il mondo generano orrore, un orrore che qui assume la forma della parodia provocatoria, che mette alla berlina non solo la supponenza scientifica, ma anche la filosofia, la teologia e la cultura in genere. Inventare un trattato di psicopatologia sessuale deve essere stato per Caraco un atto liberatorio, che gli ha consentito di applicare la propria fantasia alla sessualità, cioè a quanto di più intimo e taciuto vi è per gli esseri umani. 
Le pulsioni più bizzarre sono esposte e classificate in modo da risultare comiche e tragiche ad un tempo, così come è in fondo il destino dell’uomo se lo si osserva con un certo distacco. E questa distanza dall’umanità è bene espressa da Caraco in Breviario del caos, quando scrive: “Io mi sento lontano dagli uomini e dalle donne, la loro unione mi sembra piuttosto ridicola e preferisco la solitudine al matrimonio e il nulla alla paternità”. E più avanti afferma: “Beati i morti! E tre volte miseri coloro che, in preda alla follia, generano! Beati i casti! Beati gli sterili! Beati anche coloro che preferisco la lussuria alla fecondità!”. Al male della procreazione, sono allora preferibili le deviazioni sessuali, pur nelle loro grottesche esibizioni, perché almeno non condannano all’esistenza e si limitano a patirla nella loro solitudine. 
Le perversioni raccolte in questo volume appaiono tutte assurde, eppure possibili, in quanto possibilità dell’esistenza stessa: qui assurdità e possibilità s’incontrano e ci parlano del vero e della sua  beffarda crudeltà, al di là delle teorie (queste sì il più delle volte esclusivamente ridicole) che possono venire elaborate. Così, in questo singolarissimo libro, Caraco ci parla indirettamente ed  in continuità con altre sue opere, tra orrore e parodia, della nostra esistenza e della follia che è dentro di noi.
Mauro Germani



lunedì 21 agosto 2017

LA CITAZIONE (n. 2) - Edmond Jabès



“La scrittura non è mai una vittoria sul nulla, malgrado quello che se ne dice, ma al contrario un’esplorazione del nulla attraverso il vocabolo.”

“Il rischio è di aprire infinitamente il libro al libro. Questa apertura è anche il vortice, l’abisso: è in questa apertura che sta lo scrittore. [...] Dove il rischio è assente, non può esserci scrittura.”

“In ogni libro c’è una zona di oscurità, uno spessore d’ombra che non si sa valutare e che il lettore scopre a poco a poco. Ne è irritato, ma sente chiaramente che in questo sta il libro reale…”

“C’è un’esplorazione reiterata, spinta verso un altrove inesplorato, un fondo, un’origine ipotetici verso cui tende ogni scrittura. [...] Scrivere non è tenare di colmare il nulla e averne dunque una percezione acuta?”

“Il libro è sempre l’aldilà della parola, il luogo dove essa muore.”


“Esprimersi non è possibile se non attraverso la morte. La morte è lo spazio bianco che separa i vocaboli e li rende intellegibili. [...] Per lo scrittore, ogni parola scritta nasconde un’altra parola del tutto inafferrabile ma incessantemente differita e infinitamente più essenziale. […] Verso questa parola egli tende.”


mercoledì 19 luglio 2017

Mauro Germani e la sua voce interrotta



Mauro Germani, Voce interrotta, Italic Pequod, 2016


Ringrazio di cuore Marco De Novis per questa sua lettura di "Voce interrotta" e della mia poesia in generale.

Leggendo quest’ultima raccolta poetica di Mauro Germani viene spontaneo interrogarci sul titolo Voce interrotta. Che cosa significa?  Qual è la causa dell’interruzione o della sospensione di questa voce? E’ evidente che in questione è proprio la voce stessa della poesia, il suo annuncio ed il suo modo di rivelarsi.
I versi brevi di Germani ci introducono in una dimensione in cui non pare azzardato affermare che qui la cosiddetta casa dell’essere sembra priva di fondamenta, una casa vacillante, precaria, minata da un’antica rovina. Parafrasando Ungaretti (ma, ovviamente, con una traslazione di significato), si potrebbe dire che di questa casa non è rimasto che qualche brandello di muro. La famosa asserzione di Heidegger, la poesia è la casa dell’essere, non risulta quindi attinente ai testi di Germani, se non in una accezione negativa, di mancanza o di assenza: la poesia è in realtà senza casa, proprio perché ciò che viene meno è la consistenza ontologica, in quanto è prima ancora l’essere a sfuggire, a non avere una propria dimora stabile e l’esistenza non è altro che spaesamento.
Tutte le poesie di Mauro Germani, da Livorno (2008) a Terra estrema (2011), per citare solo le ultime raccolte, sono contrassegnate dallo smarrimento esistenziale, dalla consapevolezza di una perdita originaria, da un abbandono nel mondo: “Io non so più le parole / a ridosso del mondo. / Una voce è dentro qualcosa, / è un’ora senza custodi  /  senza perdono”.
Come ha scritto molto acutamente Rinaldo Caddeo a proposito di Livorno, quella di Germani è poesia “di una manque non solo come estraneità radicale, assenza e inappartenenza, ma anche come impossibilità nel presente dell’esistenza stessa” (“Margo”, 2 aprile 2010). 
La voce della poesia, e dunque nella fattispecie di Germani stesso, non può che essere interrotta, quasi un singhiozzo tra i resti dell’esistenza e della memoria. La parola qui non salva e nemmeno resiste di fronte allo sfacelo e al nulla: semplicemente dice e s’arresta davanti all’impossibilità: “E’ una parola / impossibile, un gesto / che salta le righe, / l’inchiostro bianco / che scrive l’abisso”.
Che cosa può, infatti, la parola davanti alle esperienze estreme del dolore, del sangue e della morte? I versi potranno mai restituirci pienamente il dramma dell’esistenza? Quelli di Germani hanno una chiara matrice esistenziale, nascono dalla vita dell’autore, sono intimamente legati al suo mondo, in cui assumono particolare importanza i temi dell’infanzia, della solitudine, del sogno infranto, del corpo scisso (si veda, a questo proposito Terra estrema) e del rapporto enigmatico con l'assoluto. Occorre precisare che la poesia di Germani non è astratta oppure evanescente, come si potrebbe pensare da quanto evidenziato all’inizio di questa nota, ma appare radicata in un mondo minacciato dal vuoto. Il poeta riesce in pochi versi a trasmettere la lacerazione e l’incomprensibilità dell’esistenza, il dramma della carne offesa e perduta, il sogno di un’integrità personale desiderata e mai raggiunta.
Nel poemetto Indizi, che costituisce l’ultima sezione del libro, si conferma l’intento poematico già espresso in passato da Germani, sia in prosa che in versi (si vedano L’attesa dell’ombra, 1988; L’ultimo sguardo, 1995; Come un destino in Livorno, 2008, e le sezioni Voci e Terra estrema in Terra estrema, 2011), che qui è però contraddistinto da una espressività nuova, più frantumata, senza interpunzione. Il testo in versi, formato da quattordici brevi stanze o momenti, unisce il tema dell’identità impossibile (l’aggettivo impossibile o il sostantivo impossibilità ricorrono più volte nell’intero volume) a quello della crudeltà e della violenza. Nessuno sa chi è veramente e spia l’altro in un gioco di specchi folle e disperato; il sottotitolo recita infatti: Poemetto delle verità presunte o degli osservatori osservati. C’è forse qualcosa dell’ultimo Caproni in questo lavoro in cui le parole si rifrangono, non danno tregua e assediano il lettore con grande perizia, togliendogli ogni certezza, persino quella relativa alla distinzione tra vita e morte, come se fossero dimensioni intercambiabili: “ e loro coi visi / nelle piazze, loro / nel freddo viola / della notte / loro senza un paese / loro infantili e già morti / noi”. Credo non sia sbagliato comunque aggiungere che lo smarrimento esistenziale presente in Germani rivela, ad un attento esame, il desiderio inconscio di una pienezza lontana o perduta, la cui ricerca è continuamente assediata dalla resa e dal nulla, ma non del tutto estinta: potremmo considerarla intermittente, tra attesa e silenzio (si veda, al riguardo, il libro Luce del volto, edito da Campanotto nel 2002).
Voce interrotta è l’ultima, coerente tappa di un poeta che è stato definito “molto schivo”. Certo è che Mauro Germani (che – è bene ricordare – si occupa di poesia e di scrittura, anche a livello saggistico, da più di trent’anni) meriterebbe un’attenzione maggiore da parte non solo della critica ufficiale, ma anche da quella più giovane o militante, entrambe purtroppo invischiate in giochi assurdi di potere, di clientelismi e favoritismi. La poesia di Germani, a nostro avviso, dovrebbe essere approfondita proprio per la sua unicità, ovvero per una concezione della parola poetica che non ci sembra trovare molte analogie nella produzione italiana contemporanea.

Marco De Novis



martedì 4 luglio 2017

LA CITAZIONE (n. 1) - Hermann Broch


"Perché poesia è veggente attesa nella penombra, poesia è abisso che sa della penombra, è attesa sulla soglia, è comunione e insieme solitudine, è promiscuità e paura della promiscuità, casta nella promiscuità, così casta come il sogno del gregge dormiente, e tuttavia paura dell'impudicizia: oh, poesia è attesa, non è ancora partenza, ma perenne congedo".

domenica 4 giugno 2017

Gianfranco Fabbri - Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio 2016

In quest’ultimo libro di Gianfranco Fabbri riscopriamo il gusto novecentesco del frammento, della prosa breve di memoria, dell’annotazione lirica, del lampo improvviso del pensiero, mai scissi dall’esistenza, ma inevitabilmente segnati dai dubbi, dalle perplessità, dagli smarrimenti del nostro essere nel mondo.
Il volume è infatti una miscellanea di ricordi, riflessioni, suggestioni e intuizioni che risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, contrassegnati da una scrittura di rara grazia, cesellata nella sua sobrietà ed eleganza, e tuttavia  mai artificiosa, anzi autentica nella sua concreta testimonianza poetica. Sì, perché questo è in fondo un libro di poesia, in cui riconosciamo la voce del Fabbri autore di sillogi come Davanzale di travertino (Campanotto, 1993),  Album italiano (Campanotto, 2002) e Stato di vigilanza (Manni, 2006); una voce – come ebbi modo di scrivere -  che “accompagna e scandisce il viaggio enigmatico dell’esistenza”, in cui “è possibile rinvenire una sorta di topologia dell’anima, di evocazione di paesaggi, oggetti, simboli, […] come fotogrammi da custodire prima della loro inevitabile scomparsa” (AA.VV., D’un sangue più vivo. Poeti romagnoli del Novecento, a cura di Gianfranco Lauretano e Nevio Spadoni, Il Vicolo Editore, 2013, p. 162).
In un tempo come quello presente, in cui prevalgono opere che sono soltanto esercizi sterili, prive cioè di una profonda relazione con la nostra condizione esistenziale e scritte senza una vera necessità,  il libro di Gianfranco Fabbri si pone in senso opposto, ed è come una ventata fresca nell’asfittico luogo della scrittura contemporanea.
C’è in queste pagine la volontà di comprendere la realtà con uno sguardo attento al dettaglio, alla folgorazione improvvisa che poi viene meditata, quasi a cogliere di soppiatto non solo il mondo, ma anche il proprio io, certe inclinazioni, certi atteggiamenti, certi soprassalti, che vengono scoperti con una forma di intelligente ed interrogante pudore, di  stupita sensibilità.
Mirabili, in questo senso, alcune prose come quella che ricorda la febbre “come un’intima festa”  vissuta dall’autore da piccolo, o come il sogno raccontato in Sotto l’impressione di una musica celtica, brano di grande suggestione, in cui la dimensione onirica trova la cenere dei morti, “minuscoli esserini” , ormai irriconoscibili,  a bordo di barchette , con addosso  “un mantello di velluto che copriva le loro spalle: come una specie di divisa”.
Interessanti, poi, le riflessioni sull’atto misterioso dello scrivere, che sono rivelazioni di poetica da parte dell’autore.  Si veda il brano relativo all’ “alba della scrittura”, che coincide con il momento estatico dell’attesa, e più avanti la necessità della vigilanza e soprattutto dell’autenticità: “Il lettore deve sentire che l’altro (l’Autore) investe ogni cosa nel testo”.  E giustamente la polemica verso la vanità di certa scrittura  giovane, quando “si scrive per gag, per trovate” e lo stile “è ruffiano / orale / molto svelto”. Da citare, poi, l’appunto sulla sintassi della neve: poche righe nelle quali mistero della natura e della scrittura s’incontrano davanti agli occhi del poeta.
Degna di nota anche la sezione dal titolo La suggestione della cultura. Qui Fabbri presenta alcune annotazioni di lettura, che colpiscono  per certe intuizioni originali enunciate senza enfasi, come piccole rivelazioni private offerte al lettore,  o confessioni dell’intelligenza sussurrate nel respiro della pagina: ecco, tra gli altri, i pensieri sulla reclusione emblematica vissuta da Anna Frank e dai membri dell’alloggio segreto,  l’accostamento tra Dostoevskij e Kafka a proposito della ferocia dell’uomo e dell’idea di lager, le considerazioni sul silenzio in relazione ad una possibile armonia.
Il Novecento privato e collettivo (si veda il testo sulla strage di Bologna) vibra in queste pagine in frammenti d’esistenza, senza clamore, colto da uno sguardo occulto – come recita il titolo di una sezione del volume - , che è quello del tempo vissuto e nascosto, in bilico tra verità e domanda, a cui risponde la scrittura poetica di Gianfranco Fabbri.

Mauro Germani





sabato 20 maggio 2017

Giampiero Neri - Via provinciale


Giampiero Neri, Via provinciale, Garzanti 2017

C’è nella fenomenologia poetica di Giampiero Neri  uno stupore che a  poco a poco diviene abbandono, un lasciar-essere che è destinato al proprio enigma e alla propria sparizione. Ciò a cui assiste il lettore è un ritrarsi della parola che sospende la scrittura fino alla sua dissolvenza. Neri, infatti, osserva oppure ricorda, ma presto abbandona, se ne va. Restano sulla pagina i frammenti di una scomparsa.

Con una sintassi semplice, apparentemente innocua, vengono delineati dettagli e momenti di vita che assumono una dimensione ambigua, sfuggente, ai margini di una verità imprendibile.

La via  percorsa da Neri è apparentemente lontana da un centro, che però da qualche parte esiste: è solo avvolto da un mistero. E questo è sempre un mistero che attrae. La volontà di comprendere il reale è mossa da un desiderio che sa di non poter mai realizzarsi compiutamente e che perciò si arresta davanti allo stupore, a una conoscenza interrotta. Da qui nasce la poesia di Giampiero Neri: da questo avvicinarsi al visibile che nasconde l’invisibile, il mistero. La resa della conoscenza alimenta dunque una poetica dell'interrogazione implicita, dell'osservazione minuta e al tempo stesso indifesa.

Il catalogo, perciò, non può che essere incompiuto perché è proprio la vita che è imprendibile nella sua logica sfuggente, nel suo enigmatico manifestarsi, nel suo divenire che ammutolisce. La curiosità di Neri incontra un ordine che rimane in parte sconosciuto, una trama ignota di relazioni di cui restano solo immagini e particelle, frammenti di figure sospese nello spazio, ma fermate dal poeta, fissate nel suo sguardo.

La realtà ha in sé segni indecifrabili pur nella loro momentanea nitidezza e non è possibile coglierne la complessità più vasta, nonostante la caparbietà indagante. L’esattezza della parola poetica risiede paradossalmente in questa consapevolezza e le illuminazioni escludono qui ogni profetica veggenza. Il mondo naturale e il mondo umano hanno verità ignote. Neri pone sotto la sua lente luoghi, animali, persone, mettendone in luce – talvolta con sottile ironia – la loro  unicità, il loro mondo dentro altri mondi, prossimi solo in apparenza.

Davanti a tutto questo e davanti alla propria scrittura, che registra in modo minuzioso ciò che inevitabilmente è destinato a una conoscenza imperfetta, il poeta è una sorta di  vinto, in quanto sente dentro di sé l’amarezza di una sconfitta che nessuna parola riesce a dire:

«La serata di poesia era ormai alla fine, avevo già guardato l’orologio. Come ogni volta, provavo un senso di inutilità e insieme di inadeguatezza. “Sono uno sconfitto” avevo detto rivolto al pubblico, dopo la lettura, ma non avrei saputo dire perché.»

Mauro Germani