domenica 16 novembre 2014
Mauro Germani - Poesie inedite
Su POETARUM SILVA sono state pubblicate alcune mie poesie inedite.
Ringrazio Fabio Michieli per l'invito.
http://poetarumsilva.com/2014/11/14/mauro-germani-poesie-inedite/
venerdì 3 ottobre 2014
Paolo Del Colle - Spregamore
Paolo Del Colle, Spregamore,
Gaffi 2014
L’ultimo
romanzo di Paolo Del Colle esce a più di dieci anni di distanza dal bellissimo Le ragazze dell’Eur (Quiritta, 2001). La
voce del protagonista di allora ritorna qui in tutta la sua solitudine e in
tutto il suo smarrimento, nello spazio di una notte, come un male oscuro sprigionato
da un corpo offeso e senza pace, e diventa di volta in volta ricordo,
confessione, domanda, grido e preghiera.
Chi
parla - in un monologo che non è solo
parola ma successione di sguardi, immagini, fatti e pensieri che si rifrangono,
si spezzano e si ricompongono - è
assediato da una realtà opprimente e soffocante, che la calura estiva rende
ancor più insopportabile. Come accerchiato dalla morte - quella già avvenuta
del padre e quelle imminenti della madre, con cui vive e di cui si prende cura,
e del gatto, che lascia le tracce della
sua malattia per casa e si nasconde – il protagonista trascina il proprio
“dolore muto”, ai margini di se stesso, in preda a violente emicranie, nel
disordine dell’ appartamento che abita, dove si ammucchiano libri, dvd,
vestiti, oggetti vari, medicinali, siringhe, che denunciano la loro deriva, la
loro inutilità.
Anche
lui si sente il fantasma di se stesso e percepisce un vuoto tremendo, anzi una
profonda sfasatura tra ciò che avverte come il mistero inaccessibile della vita
e la solitudine dell’esistenza e del nostro essere nel mondo, tra ciò che ci supera
nella sua incomprensibilità ed ineluttabilità e la nostra fragilità, la nostra
incompiutezza. E proprio questo doppio senso di incompletezza da una parte e di
inutilità dall’altra domina tutto il
romanzo.
La
storia del protagonista, profondamente segnata dal fallimento del matrimonio dei
genitori e soprattutto sovrastata da due ombre, quella inquieta del padre, e di
Lorenzo, il fratello nato morto, è la storia di un disagio, di un male occulto,
tra la realtà e il suo fantasma.
Entrambe
queste figure incarnano una diversità rispetto al protagonista. Da una parte la
“facilità” del vivere del padre, la sua sregolatezza quasi da eterno
adolescente innamorato delle donne, dall’altra la “perfezione” del fratello mai
nato, dovuta paradossalmente alla sua non-esistenza, l’altra metà di sé, il
doppio autentico ma impossibile, mai venuto al mondo. E tra loro c’è proprio lui, Paolo, il protagonista, con la
sua inadeguatezza e le sue domande, in una terra di mezzo che frana giorno dopo
giorno. Egli sente l’abisso nella sua carne, un mistero insondabile o
addirittura un vuoto che forse è per noi la verità, ma i suoi pensieri restano
per lo più al confine, si dibattono smarriti nell’esistenza, oppure vengono
risucchiati per un attimo dal corpo e poi espulsi, gettati nel mondo, quasi
irriconoscibili.
In
tutta la narrazione il corpo appare davvero fondamentale, colloca e smarrisce,
è realtà ma anche enigma, chiusura impenetrabile che può divenire
improvvisamente transito, accesso innominabile ad altro (e forse non è poi
tanto azzardato pensare, in taluni momenti, a Bataille, per il senso di
vertigine e di perdita, di offerta senza ritorno, senza impiego, quella dépense che caratterizza l’intera sua
opera). Il corpo è perturbante, è plurimo, è storia, è passato e presente, ma
al contempo è pensiero che s’arrende, che non può. La coincidenza tra corpo e
pensiero non c’è. Che cosa può dire davvero, che cosa può pensare davvero il
protagonista davanti al corpo infermo e devastato della madre, o quali parole
può pronunciare per sé, per questo suo dolore impronunciabile, per questa sua
esistenza solitaria? Che cosa fare davanti alla malattia che precede la morte?
A che cosa serve annotare minuziosamente, su due agende diverse, con cifre sigle e sfumature di colore, tutte le osservazioni riguardanti l’avanzare
implacabile del male nella madre e nel gatto?
Anche
ciò che avviene nella notte del racconto è sfasato, come tutto del resto.
Niente combacia, niente è intero, niente è unico. “Nemmeno un istante la vita
coincide con se stessa”, viene detto esplicitamente. Cos’è mai l’identità?
Spregamore
è un quartiere di Roma, che confina con il Divino Amore, pieno di contraddizioni, privo di qualità
precise, eternamente incompiuto, non definito, dove il padre ha abitato
l’ultima volta prima di morire e dove Paolo si accompagna a Delia, un trans con
le unghie colorate con smalto scuro sulla mano destra e celeste mare sulla
sinistra, e che lui possiede cercando di possedere per la prima volta se stesso,
con furia, come a voler eliminare i fantasmi del suo passato. Figura centrale e
doppia, Delia si ricollega alle prostitute del romanzo precedente, apparizioni
nella notte, incontri di enigmi e solitudini, corpi con anime imprendibili,
vite multiple che per un attimo divengono sogni di carne, porti immaginari o
abissi inconsapevoli, ossimori vaganti nel buio e nelle luci delle città, che
Del Colle sa cogliere bene nei loro atteggiamenti o in dettagli minimi ma
rivelatori (ad esempio, i brufoli del braccio di una giovane prostituta, nei
quali viene ravvisato “un estremo rifugio” della gioventù della ragazza).
E
non è un caso se al ritorno a casa il
protagonista si vede diviso dalla cornice di legno dello specchio dell’ingresso
in due parti, come “la figura di una carta da gioco francese, un fante
sconfitto e mutilato, un re deposto dal fratello gemello: […] pezzi distinti,
incapaci di formare una sola persona”. Paolo, dilaniato dall’emicrania, torna
nel suo appartamento dove l’attendono i pezzi sparsi della sua esistenza, la
madre, ridotta ad un mucchio d’ossa, immobile nel letto, e il gatto anch’esso
malato, che scivola nell’oscurità delle stanze. E qui, ancora una volta, si
trova emblematicamente fuori tempo e fuori spazio, sotto gli effetti del Viagra,
assunto troppo tardi, che gli procura un’erezione inutile e drammaticamente
paradossale. Il corpo risponde ad un fatto già avvenuto, non combacia col
presente, e la mente è altrove.
L’ultimo
capitolo del libro, nel quale la disperazione ed il degrado sembrano
raggiungere il culmine, è davvero toccante e di una forza straordinaria. Le
parole rivolte al fratello mai nato sono l’estrema confessione di chi rivela
tutto il proprio smarrimento, quella solitudine antica e tremenda, quel vuoto che
ha assorbito e cancellato la possibilità di una vita vera ed autentica. Eppure
nel confronto finale e straziante con la madre, tra rabbia, amore e impotenza,
qualcosa succede, qualcosa rompe quel dolore senza parole a cui il protagonista
era assuefatto da tempo. C’è forse, per un attimo, un riconoscimento ultimo, qualcosa
che si ricompone, che sembra chiudere il cerchio e consegnare la libertà a chi
muore, donargli un addio che non fa male. La sfasatura tra la vita e se stessa
è ora una distanza che può abbracciare, “e dentro nulla è più bene o male,
dolore o gioia, rancore o affetto, è solo speranza, piccola, quella mai
cresciuta, che ci fa incontrare per la prima e ultima volta entrambi bambini”.
Con
questo romanzo anomalo, di una voce e di un corpo, privo quasi di dialoghi,
tutto interiore, Paolo Del Colle ci consegna un’opera complessa, radicale,
ferita e che ferisce, avvolgente nella fluidità di una scrittura suggestiva ed
ipnotica, che cattura fin dalle prime righe.
Mauro Germani
domenica 24 agosto 2014
Andrea Leone - Kleist
ANDREA LEONE - KLEIST - 20090 (Ventizeronovanta) editoria e comunicazione - 2014
Come da un palcoscenico semibuio, illuminato solo da qualche candela (lo studio del Maggiore Feuermann, all’interno di una caserma), Kleist maledice con voce febbrile e ininterrotta la condanna di un’esistenza non voluta, costantemente minacciata dalla mediocrità e dall’idiozia dei “plebei educatori di stato”, che con il loro “cervello nero” ignorano “i giganti dello spirito e i massimi geni della storia dell’umanità”.
Kleist si oppone al loro contagio con la sua lotta epica, assoluta e solitaria, in un lucido delirio che ribalta la terribile logica del miserabile inferno dominante, in cui non ci sono individui, ma esseri vivi solo in apparenza, che hanno un cervello di massa, “adulti di massa e nati di massa”, che “ottengono una testa e un corpo e una famiglia”. Tutto viene capovolto. I cosiddetti vivi sono in realtà dei non-nati senza neppure saperlo, perpetuano i loro atti ripugnanti, volgari servitori di un’esistenza fasulla, di una malattia mortale che li possiede. Il loro inizio è già la loro miserabile fine. E Kleist nel suo monologo denuncia tutto questo, lo rifiuta, non vuole essere coinvolto nei loro falsi ideali, nello loro meschine e assurde manovre. La sua patria è un’altra. In lui c’è prepotente la volontà di raggiungere una perfezione pura nella libertà totale del proprio cervello, di eseguire “lo spietato spartito dello spirito”, al di là di ogni convenzione, al di sopra della vita.
Il capolavoro di Kleist è il suo rifiuto, la strage perfetta che compie costantemente nella fortezza del proprio cervello e che non può che condurre alla distruzione di se stesso, come vera ed unica affermazione davanti alla propria origine, al proprio padre e al mondo. La massima condanna – afferma – è diventare un Kleist. E Kleist non vuole essere Kleist. L’eliminazione del padre martella continuamente il cervello di Kleist, ma il suo scopo è andare ben oltre, eliminare addirittura la nascita del Capitano: “Il mio desiderio della sua dissoluzione andava molto al di là della semplice morte. Io volevo che lui non fosse mai nato, mai esistito, mai comparso”. La lotta di Kleist contro il padre è la lotta contro la nascita, la stirpe, “il campo di concentramento delle generazioni”, l’ “atroce casata millenaria”, l’ “infame e miserabile inferno dei Kleist”, la società.
Egli si porta addosso i segni della carne che si deforma (“il mio corpo è un incubo chimico e fisico, apparso sulla scena nera della storia”) e il trauma della luce (“siamo venuti alla luce ed è difficilissimo porre rimedio ad un simile fatto insalvabile, ad un simile fatto ultimo, ad una simile enciclopedia del crollo”). E qui non pare azzardato accostare alcune affermazioni di Kleist al pensiero di scrittori estremi come Caraco, che in Breviario del caos scrive: “Il mio odio per questo mondo è ciò che trovo in me più degno di stima”, oppure “il mondo che abitiamo è freddo, cupo, ingiusto e metodico, i suoi governanti sono o imbecilli patetici o veri scellerati”, o anche Cioran, l’apolide metafisico, che per tutta la vita fu accompagnato dall’idea del suicidio.
Ciò che dà a Kleist la forza di parlare è proprio il senso della sua totale estraneità.
Nella sua voce c’è una potenza tremenda che risuona martellante per tutto il libro e non dà quasi respiro. Essa annuncia inequivocabilmente un’ossessione e segna un destino.
La voce di Kleist cancella ogni altra voce, ogni altra parola. Chi l’ascolta non può che ammutolire davanti a tale assoluta lucidità, a tale implacabile crudeltà, intesa quest’ultima secondo l’accezione di Artaud, cioè come “rigore, applicazione e decisione implacabile, determinazione irreversibile, assoluta”.
E’ un grido estremo, ultimo, un congedo, un addio cercato e definitivo, che Andrea Leone, poeta e scrittore autentico, ci consegna con un andamento intransigente, netto, assoluto, necessario, come quello di un classico. E a ben vedere, proprio dietro al dramma del personaggio Kleist, si può scorgere una dichiarazione di intenti da parte dell’autore in ambito letterario, cioè l’aspirazione ad una scrittura altrettanto assoluta, senza mediazioni e compromessi. Non a caso, nell’ultima parte del suo fluviale, tellurico monologo, Kleist afferma di voler scrivere una lettera “fino al completo sfinimento, tutto in una volta, senza interruzioni, senza neppure un attimo di respiro, per giorni e giorni” per inchiodare le sue parole a quelle pagine “con incessanti colpi di martello ben assestati ed esatti, prima che si spengano per sempre”.
E questo libro, che si pone decisamente al di sopra della media di quanto oggi viene pubblicato, è davvero una prova di scrittura notevole, estenuante e ferma al tempo stesso, estrema e precisa nel disegno di un personaggio abbagliato dallo spirito e votato all’autodistruzione per trovare la sua immortalità, per non soccombere alla volgarità che domina il mondo. Kleist s’impone con tutta la sua forza come una figura destinata a restare nella sua tragica necessità.
Mauro Germani
martedì 1 luglio 2014
In ricordo di Pier Mario Vello
Desidero ricordare Pier Mario Vello, prematuramente scomparso lo scorso 29 giugno, con l'incipit del suo scritto relativo al racconto I sette messaggeri di Dino Buzzati, pubblicato nel volume da me curato L'attesa e l'ignoto. L'opera multiforme di Dino Buzzati (L'arcolaio, 2012). Si tratta di un saggio originalissimo e profondo, che bene evidenzia non solo la qualità della scrittura di Pier Mario, ma anche la sua cultura letteraria, filosofica e scientifica, capace di abbracciare diversi campi del sapere. Pier Mario teneva molto a questo libro e fu proprio lui ad organizzare la presentazione del volume a Villa Buzzati il 4 maggio del 2013. Conservo in me il ricordo vivo del suo entusiasmo e della sua generosità, nonché della sua grande umanità e simpatia.
Pier Mario Vello
Confine, senza-confine, monstrum, nei
“Sessanta racconti” di Dino Buzzati.
Tutti gli elementi della metafisica
spaziale buzzatiana, della dialettica tra finito e infinito, tra stasi e
cammino, tra limite e illimitato, tra misura e immisurabile sono già contenuti
nel testo di apertura dei “Sessanta
racconti”, dal titolo I sette messaggeri. La
curiosità che spinge ad assumere sfide non perfettamente misurabili e il
fascino della frontiera sconosciuta è prepotente in questo racconto, pubblicato
nel 1958. E sebbene il presente saggio avesse l’intenzione di descrivere la dialettica
tra il Buzzati milanese e quello bellunese, nel suo andirivieni di migrante tra
città e monti, qui dobbiamo prendere un’altra strada, dopo un’approfondita
lettura dei Racconti. In Buzzati, figlio dell’aristocrazia bellunese
trasferitasi a Milano e vissuto nell’ambiente borghese e colto della grande
città, non troveremo mai i contrasti, i travagli, le sofferenze e le fratture
dolorose dell’emigrante. La frattura, la frontiera e l’illimitato lontano non
sorgono mai come elementi di vita storicamente vissuta di un emigrante, ma sono
delle vere e proprie categorie fenomenologiche, storiche sì, ma che
appartengono all’essere dell’intera umanità. Non è tanto, perciò, l’andirivieni
tra Milano e Belluno, dove del resto Buzzati fa il turista colto e benestante, ma sono i viaggi
da esploratore e da cronista, da inviato speciale nelle diversità irrisolte del
mondo a fornire la materia prima a Buzzati.
I sette
messaggeri
è il racconto del viaggio di esplorazione compiuto dal secondogenito del Re per sondare e conoscere i confini del regno del padre. Porta con sé sette
messaggeri e al termine di ogni giornata di cammino ne invia uno al padre con
le notizie del viaggio. Ciascun messaggero, raggiunta la reggia del padre,
ritorna con le notizie del re ormai lontano. I messaggeri sono appellati con
nomi in ordine alfabetico: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore,
Federico, Gregorio. Poiché il viaggio
procede incessantemente, le distanze variano e aumentano di giorno in giorno.
Così, come aumentano le distanze che i messaggeri devono compiere per mantenere
i contatti tra l’esploratore e la reggia. A dismisura.
La
parola “dis-misura” descrive bene il significato di questo testo, che
paradossalmente è quello tra i Sessanta
racconti che maggiormente contiene
l’iperbole e la maniacalità della misurazione ossessiva. La dismisura,
l’affievolirsi della ragione e l’impatto con l’infinito innumerabile emergono
attraverso un puntuale calcolo di misurazioni precise e di ragionevoli calcoli.
La trama stessa di un piano apparentemente razionale fa in realtà trasparire
l’irrazionale sprofondarsi nell’illimitato inconoscibile e nel nulla. Le
distanze misurate, i tempi prescritti, le ipotesi dei ritmi di andata e ritorno
sono matematicamente calcolati, prima con la curiosità della scoperta
osservativa del fenomeno, poi con la dolorosa consapevolezza di chi dal calcolo
numerico inferisce previsioni esistenziali che lo riguardano da vicino. Man
mano che passa il tempo, le notizie di ritorno diventano sempre più rare. Man mano
che sono compiute nuove giornate di percorso, la frequenza con cui i messaggeri
ritornano si fa sempre più bassa: “la voce della mia città diveniva in tal modo
sempre più fioca”.
La
vertigine con cui tutto questo è descritto è la stessa del passaggio matematico
all’infinito [...]
PIER MARIO VELLO
venerdì 30 maggio 2014
Recensione di Mario Bonanno a "Margini della parola"
Ringrazio Mario Bonanno per la sua nota critica su "Margini della parola. Note di lettura su autori classici e contemporanei" (La Vita Felice, 2014)
http://www.sololibri.net/Margini-della-parola-Mauro-Germani.html.
http://www.sololibri.net/Margini-della-parola-Mauro-Germani.html.
domenica 18 maggio 2014
domenica 11 maggio 2014
Il disagio della postmodernità - 10° Fidenza PsicoFestival
3° Festival dell'Anima
Convegno Nazionale AEP
Convegno Nazionale AEP
10° Fidenza PsicoFestival
Fidenza
Sabato 17 Maggio 2014
"Il disagio della
postmodernità"
Programma
Ore 16.30
Ore 16.30
Conversazione a più voci su "Il
disagio della civiltà oggi":
- dottoressa Letizia Manneschi, neurologa presso l'Ospedale di
Vaio/Fidenza
- dottoressa Rossella Giacometti, psicoanalista della Libera Universitas
Psicoanalitica (Lunipsi) di Torino
- professor Angelo Conforti, insegnante di filosofia e psicologia
Ore 18.30
Presentazione
Mauro
Germani, poeta, scrittore e saggista, presenta il
suo libro "Gaber, il teatro del pensiero" e ci parla di questo grande
anticipatore della crisi attuale e del disagio della postmodernità
Ore 21.30
Cineforum
Proiezione del film Venere
in pelliccia (Francia, 2013, 96’) di Roman Polanski, con Emmanuelle Seigner, Mathieu Amalric.
Ingresso: 5 euro
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Direttore: Angelo Conforti
Direttore scientifico: Gabriele La Porta
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