lunedì 24 febbraio 2020

La materia del sogno. Alcune riflessioni sulla pittura di Domenico Gabbia






C’è un prima che diventa oltre nella pittura di Domenico Gabbia. Un passato lontano che si trasforma in sogno. Un’infanzia creata, che si compone in un altro tempo e in un altro spazio. Al di là di ogni prospettiva. Al di là di ogni coordinata. Dove le figure e gli oggetti sono fissati per sempre in un attimo eterno, senza movimento, còlti nella sorpresa del loro essere, in una sorta di meraviglia antica, in una purezza dolce e materica insieme.
Perché non c’è evanescenza in questa pittura ed il colore e la luce sono sostanza, s’addensano come fossero memorie di un tempo mai visto, ma solo sognato, che ora magicamente appare al nostro sguardo nella sua concretezza.
È la realtà del sogno che ci cattura. È quell’impossibile che abbiamo perduto o dimenticato e che ora in questi dipinti improvvisamente vive e reclama la sua verità.
Se da un lato questo rendere visibile l’invisibile richiama la concezione dell’arte, nonché certe luci, certe tonalità di colore proprie di Paul Klee, dall’altro nell’opera di Domenico Gabbia non c’è quell’astrattismo geometrico e ragionato che caratterizza spesso i dipinti dell’artista svizzero. Non c’è rarefazione della materia, ma al contrario il suo inverarsi in forme pregnanti, dense e stratificate, sebbene collocate in atmosfere di levità, di suggestione e quasi di sortilegio.
Ed è proprio qui che risiedono l’originalità e la forza di questa pittura.
Ecco allora che quei bambini solitari, quei giochi, quelle biciclette, quei funamboli, quegli animali, quegli alberi, quelle case, quei cieli – nella loro magica sospensione e nella loro eternità smarrita – diventano per un istante anche nostri, e noi in qualche modo li riconosciamo. E nel medesimo istante – insieme all’artista che li ha dipinti – scopriamo in noi una ferita antica, che è nostalgia di ciò che non è stato, rammarico per aver abbandonato il desiderio e l’utopia di una realtà diversa, più intima, più segreta.
Domenico Gabbia, infatti, dipinge un’infanzia sognata, che è al contempo segnata dalla materia stessa che la crea, ovvero da righe, tracce, graffi, come inevitabili cicatrici dell’esistenza e del divenire. Senza alcuna violenza, però. Senza squarci laceranti. Come la constatazione di un destino che non è fine, non è nulla, ma  la semplice consapevolezza che l’altrove delle immagini non è immune dal tempo nostro e dalla nostra precarietà.
Accanto alla purezza e all’innocenza di ciò che viene rappresentato, alla solitudine di quelle figure e di quegli oggetti ritagliati in un altro mondo, come fossero monadi di un universo in sé concluso, semplice e autonomo, si può avvertire un’aria crepuscolare, una sottile e silenziosa malinconia, che è tutta del presente. Ed è interessante notare la presenza, in alcuni dipinti, di una nebbia di colore che vela il campo visivo, come a testimoniare la fatica di scorgere pienamente il mondo sognato, le sue forme nascoste, la sua anima misteriosa.
Ciò che non è stato, però, non è assente, è lì, sulla tela. L’altro passato c’è, ci guarda, e noi lo guardiamo nel paradosso di una distanza, che è anche prossimità.  È un mondo lontano e contemporaneamente vicino. È una scomparsa che si colma, un vuoto che a poco a poco si ripopola, a tratti, a frammenti, in piccole aree, in spazi sospesi. È un riaffiorare di relitti sommersi, dopo un lungo naufragio, e il loro ritornare alla terra, alla luce, ai nostri occhi.
Ed è proprio questo sorprendente equilibrio, tra lontananza e intimità, che si rivela nei dipinti e non finisce di stupirci. Come se vedessimo un’altra parte di noi. Come scoprissimo un’identità remota e più umana, un sogno graffiato che torna.
Così, Domenico Gabbia, con la sua pittura, con le sue linee essenziali, i suoi colori, che s’accendono di una luce calda e metafisica, disegna e dipinge il nostro incantesimo perduto, quella vita altra e impossibile, che è stata un tempo il nostro segreto e che magicamente ritroviamo.
Mauro Germani

Nota biografica

Domenico Gabbia è nato nel 1946 ad Azzano Mella, in provincia di Brescia – dove vive e lavora –.
Nel 1977 ha effettuato la prima esposizione personale nella sua città, a cui hanno fatto seguito altre quaranta in Italia, nel resto d’Europa e in Medio Oriente.
Nel 2003 il Museo d’Arte e Spiritualità di Brescia lo ha invitato a coniare un’opera sul Volto di Cristo, allo scopo di realizzare un’ampia e itinerante mostra nelle più importanti sedi pubbliche nazionali, insieme ad artisti quali Renato Guttuso, Oskar Kokoschka, Giacomo Manzù, Georges Rouault, Graham Vivian Sutherland.
Numerose le recensioni e pubblicazioni all’interno di mensili nazionali, come “Arte Mondadori”, “Arte In”, “Stile”, “Le scelte di Sgarbi”.
Intorno al suo lavoro pittorico hanno scritto alcuni dei maggiori critici italiani, tra i quali figurano: Elvira Cassa Salvi, Mauro Corradini, Maurizio Bernardelli Curuz, Fausto Lorenzi, Vittorio Sgarbi.
Tutti i suoi dipinti sono realizzati mediante l’utilizzo di ammaniatura a gesso, polveri di marmo, tele grezze, juta e lino, colori in polvere per affresco, oilbar, fusaggine e acrilico.