lunedì 12 dicembre 2011

Gaber, Luporini, Pasolini - Eretici e corsari

01/01/2011
 
 



ERETICI E CORSARI – READING/SPETTACOLO DALL’OPERA DI GIORGIO GABER, SANDRO LUPORINI E PIER PAOLO PASOLINI

Il 20 e il 21 dicembre scorsi è andato in scena al Piccolo Teatro Strehler di Milano il reading/spettacolo sull’opera di Giorgio Gaber, Sandro Luporini e Pier Paolo Pasolini Eretici e corsari con Neri Marcorè e Claudio Gioè per la regia di Giorgio Gallione. E’ stata un’occasione importante per mettere a confronto il pensiero di Gaber e quello di Pasolini attraverso monologhi, articoli, canzoni, frammenti di interviste di due artisti “scomodi”, che sono stati in grado di pre-vedere con straordinaria lucidità i cambiamenti del nostro tempo.
Ciò che accomuna i due autori è soprattutto la denuncia di un’Italia caratterizzata da uno “sviluppo senza progresso” e da un consumismo che annienta la coscienza, all’insegna di un’omologazione culturale e antropologica che non lascia scampo.
Scriveva Pasolini nel 1973: “Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. Il fascismo proponeva un modello, reazionario e monumentale, che però restava lettera morta. Le varie culture particolari (contadine, sottoproletarie, operaie) continuavano imperturbabili a uniformarsi ai loro antichi modelli: la repressione si limitava ad ottenere la loro adesione a parole. […] Per mezzo della televisione, il Centro ha assimilato a sé l’intero paese, che era così storicamente differenziato e ricco di culture originali. Ha cominciato un’opera di omologazione distruttrice di ogni autenticità e concretezza. Ha imposto cioè […] i suoi modelli: che sono i modelli voluti dalla nuova industrializzazione, la quale non si accontenta più di un “uomo che consuma”, ma pretende che non siano concepibili altre ideologie che quella del consumo. Un edonismo neo-laico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane”. E a proposito della televisione vale la pena di ricordare il monologo di Gaber sulla “fluorescenza” ne Il Grigio (1988-89): “La volgarità degli oggetti, delle case, delle parole. La volgarità delle facce, dei vestiti, delle risate. La volgarità degli uomini politici, degli intellettuali, degli attori, dei cantanti, del successo. La volgarità del mondo intero, certo, tutto dentro nella scatola, nel tubo…sì, la fluorescenza: tutta la volgarità del mondo minuto per minuto. […]  La volgarità dei giornalisti, dello scoop, dell’informazione. La volgarità dei presentatori, col pubblico che applaude, che ride, che partecipa. E i bambini che telefonano, che giocano…e i gettoni d’oro, i biscottini, i profilattici…di più, sempre di più. Niente, te ne stati lì inchiodato, instupidito, ipnotizzato. Sì, la fluorescenza, la fluorescenza…E’ lei che fa venire il cancro…”.
Ma forse lo spettacolo di Gaber-Luporini che si richiama maggiormente al pensiero di Pasolini è Libertà obbligatoria (1976-77) nel quale “si percepisce il disagio di una sconfitta collettiva” (come viene sottolineato nella nota introduttiva da parte degli autori) ed un profondo senso di impotenza nei confronti di un potere sempre più anonimo ma che riesce a penetrare dentro di noi, nelle nostre cellule, in modo devastante. Dopo la simpatia nei confronti di una “razza nuova” che voleva cambiare la vita (il movimento giovanile originato dal Sessantotto), ecco che Gaber e Luporini cominciano ad evidenziarne sempre di più i limiti (anche se le critiche per certi atteggiamenti non sono mai state risparmiate in passato; si veda, ad esempio, Al bar Casablanca, presente in Dialogo tra un impegnato e un non so, 1972-73). Libertà obbligatoria è forse lo spettacolo più drammatico di Gaber, che segna insieme al successivo Polli d’allevamento (1978-79) una fase sicuramente più cupa, più solitaria, senza illusioni di sorta, al cui centro però c’è sempre la preoccupazione e la passione per l’uomo, per la sua identità e la sua autenticità. Di Libertà obbligatoria fanno parte, ad esempio, Si può, La smorfia e Il cancro. Nella prima (più volte ripresa con delle varianti fino agli ultimi anni), si denuncia la finta libertà “americana” del si può far tutto ed il degrado della coscienza; nella seconda si parla della somatizzazione del nostro occulto male e si afferma che “ogni domanda al corpo/può essere una breccia/un inizio di inquietudini e di ossessioni”. Il cancro, inserita nello spettacolo rappresentato a Milano, sancisce in modo impietoso un dramma epocale e individuale insieme: “E’ difficile vivere con gli assassini dentro. Forse è più facile vivere con gli assassini fuori. Visibili, riconoscibili, che ti sparano addosso dalle strade, dalle cattedrali, dalle finestre delle caserme, dai palazzi reali, dai balconi col tricolore. Assassini  che in qualche modo puoi combattere. Li vedi, sai cosa fanno, e qualche volta si possono anche ammazzare. Assassini vecchi, superati, cialtroni che non sono mai riusciti a cambiare nessuno, cambiarlo dal di dentro. Prevedibili e schematici anche nella cattiveria, come le bestie bionde, come le bestie nere che ti possono togliere la libertà, mai le tue idee. […] Ma l’assassino dentro è come un’iniezione, non la puoi fermare e non risparmia nessuno. Nessuno sfugge alla scadenza. E’ difficile vivere con gli assassini dentro. Appena ce li hai iniettati ti si rivoltano contro”.
E per quanto riguarda il nostro consumismo, troviamo in Polli d’allevamento  (il titolo riprende un termine che usò lo stesso Pasolini nel 1975 per denunciare l’accettazione da parte degli italiani della “nuova sacralità, non nominata, della merce e del suo consumo”) una canzone come La festa (“Son proprio deficienti, gli uomini/ormai son proprio devastati/non riesci più a strapparli alla loro idiozia/ci sono incollati”) ed uno straordinario monologo dal titolo Gli oggetti, di cui vale la pena citare l’incipit: “Nel frattempo gli oggetti erano andati al potere. La loro prima vittoria era stata il superamento del concetto di utilità. Piano piano avevano occupato anche gli spazi più nascosti delle nostre case e da lì ci spiavano. Nessuno se n’era accorto all’inizio, anzi, la loro silenziosa presenza sembrava piacevole e confortante, era difficile intuirne il senso sovversivo. Dopo anni di schiavitù, gli oggetti tentavano la strada del dominio…”.
Il “corsaro” Pasolini e l’ “eretico” Gaber, pur nella loro diversità di formazione e di linguaggio, hanno sicuramente avuto degli obiettivi comuni, fra i quali certamente quello di scardinare il conformismo ideologico. Ebbe modo di dichiarare Gaber: “Da parte della sinistra c’è sempre stata diffidenza nei confronti di chi non è allineato, secondo un’intolleranza che arriva da lontano, da Gramsci, dalla figura dell’intellettuale organico. Io sono di sinistra, ma non sono organico. Mai avuto tessere, mai iscritto a un partito. Ho sempre evitato l’apparato e mai ho cercato l’ispirazione nella linea del partito. Ho il privilegio di raccontare in palcoscenico quello che penso, che di per sé non è necessariamente né di sinistra, né di destra”. E non è forse tanto azzardato pensare alle Ceneri di Gramsci di Pasolini, in cui il poeta scrive: “Lo scandalo del contraddirmi, dell’essere/con te e contro di te; con te nel cuore,/in luce, contro te nelle buie viscere”, che evidenzia in fondo quel dissidio tra ideologia e vita, mente e corpo presente nell’opera di Gaber fin dai suoi primi spettacoli.
Altri obiettivi condivisi sono stati quelli di denunciare lo svilimento delle coscienze ed il pericolo dell’uomo-massa (quell’ “uomo sfera” della canzone omonima di Gaber, presente ne Il signor G, 1970-71),  indagare il rapporto tra il potere e la vita “materiale” e “spirituale”. L’attenzione al corpo, alle “facce”, agli atteggiamenti e alle mode dilaganti era comune ai due artisti, così come la provocazione e l’invettiva, che in Gaber si esplicano soprattutto con la canzone Io se fossi Dio. Nello spettacolo andato in scena al Piccolo Teatro Strehler questo brano (nella seconda versione di Gaber, in cui si denuncia la mafia che ha contaminato le istituzioni e lo stato) viene accostato al celebre scritto di Pasolini del 1974 in cui lo scrittore afferma: “Io so. Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del ‘vertice’  che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli ‘ignoti’ autori materiali delle stragi più recenti. […] Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”.
E’questo per Pasolini l’interesse nei confronti della realtà, quella realtà che certamente appassionava ed anzi indignava profondamente Gaber, come emerge in tutto il suo teatro-canzone, e che viene definita come un uccello imprendibile “che non ha memoria/ devi immaginare da che parte va”, qualcosa che l’uomo insegue disperatamente come un cacciatore con la consapevolezza che “siamo sempre indietro, la realtà è più avanti”. Del resto, la realtà “vera” (che per Gaber non è solo quella socio-politica ma anche - o soprattutto - quella esistenziale, ad esempio di un uomo e una donna, basti pensare a Chiedo scusa se parlo di Maria)non si coglie mai compiutamente e proprio in questo continuo scarto, in questa mancanza, deve risiedere il nostro slancio, l’atto conoscitivo che ci contraddistingue nel nostro tentativo di autenticità e di interezza, per non essere nelle nostre idee e nei nostri sentimenti “scorza di uomini”, come si afferma ne Il Grigio.