venerdì 9 dicembre 2011

Liliana Zinetti - Nel solo ordine riconosciuto




EDITRICE L'ARCOLAIO - Fuori collana - Euro 11,00


Qualcosa è successo, qualcosa che si chiama destino sta ancora succedendo in questi versi di Liliana Zinetti sospesi tra precarietà, attesa e memoria, segnati costantemente da un transito, un passaggio verso l'ombra, con qualche spiraglio di "una luce avara".Qui l'attimo che è stato è già da sempre l'attimo che sarà, la coscienza netta e precisa dell'ineluttabile, lo scacco del presente in quanto altro da sé, specchio del proprio nulla.
Ed è proprio questo, paradossalmente
, il solo ordine riconosciuto, la terra del nostro esistere qui, "controvento", mentre "la mano scrive nel buio / ciò che sta sospeso e trema" e "ospiti congedati / insistenti tornano / bussano alla porta / chiedono cos'hanno lasciato".


La luce che tarda,
il momento in cui cade
sul grigio dell'asfalto, trasmuta
nella brina i mattini.
Tra il muschio nero della notte
e i gesti esitanti dei fiori
è l'angolo cieco
dove tacciono i colori
dove aghi di ghiaccio ricuciono
i luoghi d'ombra, i vestiti
degli inverni
e dolente s'inarca il discrimine
di una distesa scurissima di voci
tra le parole e il niente.


*
Stremata carne, ventre di buio.
Incisa dai raggi freddi della luna.
Oh morta sera
d'inverno, novilunio.
Ruotano le stelle di Van Gogh
nel nero che hai scritto. Qui sono
le ombre, zampe di giorni
                             assiepati.

Colano, intridono le pareti
che credevi casa.

L'aria pura di aprile,
la luce esplosa dei colori.

Nessun posto dove stare.


*
Qualcosa di incompiuto straccia i giorni
come foglie dagli alberi, spegne
il guizzo della rosa.
Ho ascoltato la lingua
incarcerata dei morti, quel silenzio
a cui diamo parole e voce
per non sentirne il passo leggero
al fianco, l'urto dei confini,
questo andare nll'inaccaduto
come profili scoloriti dall'aria.
Così le sere di lampioni e neve,
fioca luce a ripetere il bianco
a frugare gli ossari bianchissimi
il taglio spiovente dei tetti.
Il greto aspro e lo scricchiolio
di passi sulla ghiaia
fino all'urto dell'acqua sulla bocca
al nome che mi cerca.
*Mi cerca un tempo inquieto.
Giungono qui le morti, lo spavento
dei volti girati nel buio, le fotografie
cadute dalle cornici.
Viviamo a testa china, controvento.
I colori sotto la corteccia di una luce
avara, invernale, e sguardi
usurati dai ritorni.

Avanzo con cautela
perché si muovono veloci gli alberi
trascrivono nella carne
le cose fuggite dai nomi.

Imparo un tempo diverso, il tempo
della pietra, la paziente
geometria degli alberi
in un'attesa che ferma il volo
pietrifica l'ala sbarrata nell'azzurro.
Trattengo quel che posso: un'acqua leggera,
un suono, le corse dei viali.

La mano scrive nel buio
ciò che sta sospeso e trema.
Dalla sezione Uccelli di passo*
Passano nell'aria
come uccelli sconvolti.
A volte, equilibristi goffi,
su fili di luce oscillano inquieti.
Guardano il futuro
con i nostri occhi.
Sono stati corpi, caldi
di carne e sangue.
Sono stati occhi e sguardi.
Fiamme spente, ora, alberi di fumo.

Ospiti congedati,
insistenti tornano
bussano alla porta

chiedono cos'hanno lasciato.


da Splinder, 27 ottobre 2009
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