sabato 10 dicembre 2011

Giorgio Gaber - Il teatro canzone e l'interezza

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Nel
Teatro-Canzone, l'originale forma artistica creata e perfezionata con gli anni da Giorgio Gaber e Sandro Luporini a partire dal 1970, prosa e musica, monologhi e canzoni si alternano, funzionali gli uni agli altri all'interno di un discorso unitario. Col passare del tempo, poi, i brani in prosa hanno sicuramente evidenziato un'evoluzione, acquisendo non solo una funzione sempre più rilevante negli spettacoli, ma anche una cifra stilistica più compiuta e complessa, una scrittura più attenta e ricercata. Senza dubbio hanno giocato un ruolo determinante i riferimenti ad autori come Celine, Borges, Beckett, Sartre, Pasolini ed altri ancora, ma Gaber e Luporini hanno saputo farli propri, utilizzandoli in modo sapiente ed originale, all'interno del loro modo di fare teatro.
I riferimenti maggiori sono senz'altro rivolti a Celine e riguardano soprattutto l'interesse nei confronti della fisicità dell'esistenza, la corporeità, la natura, gli improvvisi furori "apocalittici", il degrado morale dell'uomo e il rapporto con la morte. L'attenzione al corpo è presente in tutta l'opera di Gaber, dove tutto è "fisicizzato" in maniera problematica e il corpo è caratterizzato da un'ambivalenza di fondo, una contraddizione che pare insanabile e che diviene una sorta di ossessione, un misto di attrazione e paura, tra la volontà di una autentica appropriazione e la coscienza di un'impossibilità, di un'impotenza irrimediabile.
Gaber si è sempre occupato dell'uomo, dei suoi tormenti, della sua capacità di essere veramente se stesso. E' da qui che nasce l'interesse nei confronti della società e dei conflitti in essa presenti: la società si può comprendere solo partendo da se stessi, non si può eludere l'individuo. Ed uno dei temi prevalenti in Gaber è quello dell' interezza, del rapporto tra idee e sentimenti, tra ciò che pensiamo e ciò che facciamo, tra mente e corpo. Il tema dell'interezza coinvolge non solo l'individuo, il soggetto nella sua struttura, ma anche il suo rapporto con l'esterno, con gli altri, con la società, con il potere politico. Se non c'è interezza, non c'è nemmeno autenticità, l'individuo è scisso, malato, e tutte le sue manifestazioni saranno sempre a metà, inconcluse o inconcludenti.
Nella canzone L'elastico, ad esempio, inserita nello spettacolo Far finta di essere sani della stagione 1973/74 e che si richiama alla lettura dell'Io diviso di Laing, la scissione mente/corpo ha esiti drammatici e diviene vera e propria patlogia.
L'impotenza è invece una canzone che nasce dall'incapacità di vivere pienamente non solo una situazione d'amore, ma anche la realtà del presente, "in un tempo così provvisorio"; il tutto unito al desiderio di "esser giusti su un metro di terra, sentire il corpo in perfetto equilibrio". Ed è proprio la mancata interezza che ci rende impotenti nei sentimenti, soprattutto nell'amore.
L'integrità del soggetto riguarda anche il rapporto con la società e il potere politico. Gaber ha sempre analizzato con precisione e spesso in anticipo sui tempi le contraddizioni della nostra società, le mode, gli atteggiamenti, le ipocrisie di tutti noi: dai primi spettacoli in cui guardava con interesse e simpatia, ma sempre in modo lucido e critico, al movimento giovanile derivato dal Sessantotto, fino alla sua presa di distanza con Polli di allevamento della stagione 1978/79 per poi proseguire con le riflessioni e le analisi degli spettacoli successivi sull'appiattimento dell'individuo, il gusto dilagante dell'effimero, la mancanza di slacio utopistico e di senso collettivo, l'inarrestabile espansione del mercato e lo scadimento delle coscienze.
Uno spettacolo importante nel percorso di Gaber è stato Libertà obbligatoria della stagione 1976/77 a cui risale la canzone Si può, riproposta con alcune variazioni ma immutata nella sostanza nel CD La mia generazione ha perso del 2001. E' la libertà senza coscienza e senza rigore del "si può far tutto", in cui l'individuo scompare perché sembra avere perduto due importanti prerogative, fondamentali per Gaber: il potere su se stesso e la capacità di pensare autonomamente.
E' indispensabile citare, poi, la canzone Io se fossi Dio del 1980, un'invettiva apocalittica e violenta, di circa 14 minuti, davvero unica nella nostra storia culturale, un personalissimo giudizio universale di Gaber contro ogni schematismo mentale e ideologico, contro la falsa coscienza e l'ipocrisia dilagante, un grido solitario di chi si sente sempre più diverso dalla logica dominante. Bisogna dire che nella produzione di Gaber vi sono diversi brani che sono invettive o che esprimono rabbia, sdegno nei confronti di un uomo "devastato", che ha perso la propria essenza a causa di una degradazione morale generale. A questo proposito possiamo citare brani come Quando è moda è moda, La festa (ispirata ad alcune pagine di Viaggio al termine della notte di Celine) e soprattutto La razza in estinzione. E che dire poi di Qualcuno era comunista, amarissima riflessione sui sogni infranti di una generazione, su quello slancio vitale e appassionato con mille motivazioni diverse, alcune ingenue altre estremamente serie, che improvvisamente si è spento?
Io ho avuto la fortuna di assistere a tutti gli spettacoli di Gaber a partire da Il signor G.
Fin dalla prima volta rimasi colpito dal suo modo di stare sulla scena. C'era in lui un'aderenza straordinara alle parole e alla musica, da cui scaturivano una forza ed un'energia che coinvolgevano gli spettatori. Ogni volta in teatro accedeva un fatto fisico: si percepiva proprio fisicamente la sua opera. I suoi movimenti erano tutt'uno con i pensieri, le emozioni e i sentimenti che esprimeva. In essi si coglieva l'autenticità della sua opera, il tormento segreto di quei gesti, l'urgenza di comunicare una verità altrimenti inconfessabile. In teatro si realizzava veramente una partecipazione e non la semplice fruizione di uno spettacolo. Si andava a vedere Gaber per avvertire di nuovo quell'energia unica che veniva dalla sua figura, per sentire qualcuno vicino a noi, ma anche per metterci in discussione stimolati dai suoi monologhi e dalle sue canzoni. I testi di Gaber, sia quelli del Teatro-Canzone, che quelli del Teatro di Evocazione (costituito quest'ultimo dalla sola prosa, come ad esempio Il Grigio o Il dio bambino) erano una cosa unica con lui, in quanto divenivano proprio il suo corpo, la sua gestualità, la sua inconfondibile voce. Vivevano in lui e con lui. Non è che non avessero valore in sé, anzi, vi era in essi una ricerca di scrittura, di stile e di ritmo non indifferente, ma tutto passava attraverso di lui, il suo corpo, la sua mimica. Di qui l'unicità e l'insostituibilità di Gaber.