mercoledì 8 aprile 2020

Diego Fabbri - Processo a Gesù


Teatro come luogo di domande, di pensieri e di emozioni. Teatro-inchiesta come sfida, come scommessa per chi interpreta un personaggio, o ne prende le difese, e per chi assiste ed è chiamato a intervenire e a partecipare. Teatro-indagine, capace di muovere le coscienze e di fare luce il più possibile, sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista religioso, su ciò che è stata ed è la figura di Cristo. Un processo giuridico circa l’innocenza o la colpevolezza di Gesù secondo la legge giudaica, ma che poi diviene altro: riflessione, rifiuto, fede, secondo le convinzioni di ognuno.
Processo a Gesù di Diego Fabbri (1911-1980) è soprattutto questo.
L’opera teatrale, scritta dal 1952 al 1954, dopo una maturazione assai lunga, e  rappresentata per la prima volta nel 1955 al Piccolo Teatro di Milano (allestita successivamente in tutto il mondo, da Londra a Parigi, da Vienna a Madrid, da New York a Tokio),  si prefigge lo scopo di indagare non solo sul Cristo storico, ma anche sulla sua eredità, cioè su quanto Gesù con la sua predicazione e con il suo sacrificio fino alla morte, ha lasciato in noi e nella nostra società. Essa nasce pertanto da un’esigenza di discussione e di verità, insieme alla volontà di sondare l’impatto che provoca la vicenda di Cristo nella nostra coscienza e nel nostro modo di vivere.  
Mediante un sapiente uso del cosiddetto teatro nel teatro, e del conseguente superamento della separazione tra palcoscenico e platea – entrambi di estrazione pirandelliana – Fabbri elabora un testo stratificato e complesso, in cui attualità e storia, presente e passato si incontrano e si sovrappongono, in una tensione intellettuale ed emotiva senza cedimenti.
Alla base vi è un gruppo di ebrei (i due coniugi Elia e Rebecca, la figlia Sara e Davide), che porta in scena da anni un singolare processo nei confronti di Gesù, al fine di giungere, secondo la legge giudaica, alla sentenza finale, di innocenza o di colpevolezza. Essi si scambiano, mediante sorteggio, di volta in volta i ruoli, tranne quello del Presidente, affidato sempre ad Elia. Il tutto alla presenza di testimoni (Maria di Nazareth, Maria Maddalena, Giuseppe, Pietro, Giovanni, Tommaso, Giuda, Caifa, Pilato, Lazzaro) e degli spettatori. In questo modo realtà e finzione giocano allo scoperto, all’interno di una struttura dinamica, che sconfina, e che prevede spazi scenici non consueti, favorendo così un coinvolgimento maggiore del pubblico.
Il processo non si rivelerà facile, non solo a causa dell’argomento, ma anche delle relazioni tra gli interpreti, in particolare il dramma del rapporto tra Sara e Davide: la prima, vedova di Daniele, scoprirà infatti che Davide, non ha esitato, anni prima, a consegnare Daniele ai nazisti per averla tutta per sé.
La stratificazione drammaturgica si sviluppa pertanto lungo tre piani: quello del processo in sé, quello del rapporto tra Sara e Davide, e quello degli interventi degli spettatori. E sono proprio le voci del pubblico quelle più interessanti, perché contribuiranno ad un esito diverso del processo, rispetto a quello che il Presidente stava per annunciare.
Tra le altre, meritano di essere menzionate quelle di un intellettuale, di una signora irrequieta (La Bionda) e della donnetta delle pulizie. Ciascuno espone ciò che pensa, finendo per confessare la propria esistenza, perché quel processo non è stato innocuo, li ha provocati. Qualcosa di imprevisto, di davvero straordinario è accaduto.
L’intellettuale, un uomo che ad un certo punto ha lasciato il seminario perché ha perso la fede, rivela tutta la sua delusione nei confronti del messaggio di Gesù e del cristianesimo: “Non trovo l’uomo nuovo, non trovo il cristiano! È proprio l’uomo che non è cambiato nonostante il passaggio di Cristo! È l’uomo che non cambia! È questo il fatto spaventoso, disperante che rende questo processo perduto per la causa di Cristo, perduto senza possibilità di appello. Gesù di Nazareth non solo non riuscì, allora, a cambiare la viltà di Pietro, la gelosia di Giovanni, la doppiezza di Giuda, ma non è riuscito, poi, nei secoli, a mutare la cieca incredulità degli uomini”.
Le sue parole vengono interrotte e contraddette proprio dalla sua compagna, seduta accanto a lui, La Bionda, che svela di essere “una come Maria Maddalena”, una prostituta, e che rimprovera all’uomo di non conoscere la vita, di essere troppo astratto, di compiacersi delle proprie parole: “Prima, ha detto, Dio è morto. Bella frase! Come suona bene! Complimenti! Ma che ne sai tu di quel che c’è nel mondo? Che ne sai, se non vivi! Che ne sai tu di me, per esempio? Che ne sai oltre quello che vedi? Lui non se lo sognava nemmeno ch’io potessi prender fuoco per Gesù! Si capisce… Ha creduto ch’io sia soltanto come m’ha veduta…”.
E sul fatto che i cristiani non sono riusciti a cambiare il mondo, la stessa donna replica, questa volta quasi con un sospiro: “È una risposta che fa pena, la mia, ma è sincera. Non ci pensiamo. Non ce ne ricordiamo. È […] dentro, in fondo, sepolto… Non viene su…E facciamo tutto… come se quel sentimento non fosse in noi… […] Ci vergogniamo anche. Stasera è stato un caso. Non so dove l’abbiamo trovato – tutti – il coraggio di saltar su, d’infiammarci in questo modo! Non lo so proprio!”.
E in fondo, a ben riflettere, è proprio in queste parole che risiede il senso ultimo del testo di Fabbri. E occorre aggiungere anche ciò che dice a proposito dei morti e di Gesù, la donnetta delle pulizie, a cui hanno ammazzato il figlio: “Loro ci aspettano! Queste sono le sole cose che contano in questa nostra vita disgraziata! Non le toccate! Sono le sole che abbiamo… Siate buoni, signori giudici, siate un po’ buoni verso il Salvatore… e verso di noi…”.
E, in maniera sorprendente, la conclusione del processo sarà per la prima volta diversa, perché verrà proclamata da parte di Elia, il Presidente, l’innocenza di Gesù: “ Io debbo ormai proclamare… alto… e al cospetto di tutti… che non so ancora se Gesù di Nazareth sia stato veramente quel Messia che noi aspettavamo… non lo so… ma è certo che Lui, Lui solo, alimenta e sostiene da quel giorno tutte le speranze del mondo!”.
A proposito della drammaturgia di Diego Fabbri, autore cattolico, che sentì drammaticamente il problema del cristianesimo, e oggi poco frequentato, ma sicuramente di rilievo (fu direttore della rivista “La Fiera Letteraria”, Presidente dell’Ente Teatrale Italiano, e nel 1977 ricevette, da parte dell’Accademia dei Lincei, il prestigioso Premio Feltrinelli), Carlo Maria Pensa ha avuto modo di sottolineare come il suo teatro sia, paradossalmente, “il compatto documento di un’epoca confusa e inquieta, nella quale l’uomo tanto più sente il bisogno di Dio quanto più se ne allontana”.
Potremmo aggiungere, in particolare, che dalla lettura di Processo a Gesù emerge la figura di un Cristo segreto, sepolto dentro di noi, come una grande speranza, che spesso non accettiamo, quasi una follia di cui abbiamo vergogna. Qualcuno che continuiamo a tradire. Una voce che grida nel deserto. Una luce dei poveri, per i poveri.
Mauro Germani