lunedì 14 maggio 2018

Mauro Germani - Il guardiano



Ripropongo un mio vecchio racconto, apparso sulla rivista “Quinta generazione” nel 1986 (Anno XIV; luglio –agosto, n. 145 / 146).

Sono il guardiano di una zona abbandonata, un oscuro confine dove tutto sembra già avvenuto e già perso.
Con la mia vecchia lanterna – ad intervalli pressappoco regolari – ispeziono inutilmente ogni punto di questo territorio deserto che qualcuno forse deve avermi affidato. Compio azioni sempre uguali, obbedendo ad un rituale che ignoro, ma a cui stranamente non posso rinunciare. Sento che il mio dovere è restare in questa frontiera da cui non passa nessuno e che non so davvero che cosa separi e dove porti. La mia vita trascorre nel rispetto dell’inutile e assurdo compito che m’impongo ogni giorno. Da tempo non ricordo più niente di me, nemmeno il mio nome.
Conosco solo la nebbia che fin dalle prime ore dell’alba circonda questo posto solitario e dimenticato. Dalla mia casupola vedo solo profili di rocce grigie coperte di gelo. Le cime delle montagne sono quasi sempre nascoste dalla foschia e spesso le nubi sono talmente basse che cielo e terra si confondono in una massa opaca e uniforme.
Qui – quando non compio i miei soliti giri di controllo – scrivo.
Mi piace inventare storie impossibili, sogni in cui credere per qualche tempo, poesie che sembrano incantesimi. Le parole mi prendono con la loro magia, mi trascinano in una vertigine che credo sia la morte. Sì, quando scrivo muoio, ed il vero artista è il mio provvisorio fantasma. Forse proprio l’esercizio continuo della scrittura mi ha fatto perdere a poco a poco la memoria. Forse io stesso ho preferito l’oblio e mi sono ritirato qui inventandomi un dovere da assolvere. Forse, ancora, sono la vittima di un oscuro sortilegio a cui non posso sfuggire.
Comunque, mi sono abituato. Non so se sarei capace di vivere altrove. A volte mi sembra di sentire l’eco di lontane musiche, sogno favolose città illuminate a festa oltre la nebbia perenne, in valli immaginarie. Per qualche attimo mi prende la voglia di andarmene e avventurarmi verso l’ignoto, ma poi – fatalmente – rinuncio. Sono troppo stanco, troppo solo. “E se il mondo m’impedisse di continuare a scrivere ?” mi chiedo. I miei rituali quotidiani necessitano di questo scenario inanimato e senza luci. La vita vera non è per me. Dovrei uccidermi, lo so. Se ancora non l’ho fatto è per una strana forma d’obbedienza o d’insolita cortesia (verso chi, poi?).
Così mi sono rassegnato ad aspettare il mio momento, che tuttavia spero non tardi molto. Nel frattempo – da infelice e anonimo custode – mi affido a questo nulla e scrivo.