mercoledì 7 settembre 2016

UN'ANTICIPAZIONE DA "L'ARRESTO" – NUOVA SILLOGE DI VERSI DI GABRIELE GABBIA (CON UNA NOTA DI MILO DE ANGELIS)


Courtesy ©2015RINO BIANCHI All right reserved.

C’è un antefatto silenzioso che percorre questi versi di Gabriele Gabbia, una scena terribile e taciuta che scuote queste parole, le carica di una tensione spasmodica, una tensione elettrica dove non trovano pace, una lesione originaria. Non sapremo mai cosa è avvenuto. Ma sentiamo che ha la forza di un nubifragio. Qui tutto è all’insegna del più inquieto e attonito sgomento di fronte all’incompiuto. In-compiuto, incerto, inquieto, insolito, incurante, inatteso: sembra che Gabbia sia assediato da tutti i gradi della negazione e li voglia scrutare uno per uno, con lo sguardo verticale e trafitto di queste poesie. Le quali hanno grande densità di pensiero e insieme potente scissione, hanno il tono tassativo di chi non ammette repliche e insieme quello brancolante e improtetto di chi parla con il nulla dentro agli occhi: parola asciugata fino al suo filo di ferro, quella di Gabriele Gabbia, parola affilata che lascia in noi la sua incisione, parola stretta e stringente che giunge fino alla nervatura della foglia.

Milo De Angelis



A FONDO INFISSA

Muri scontrosi in Contrada Santa Croce avanzano
– adornano diafano un viso – fra scaglie residue
d’un tempo rimasto e ciò che del tempo tuo
ti rimane e l’immensa corona di spine
ogni giorno più a fondo infissa
nel cranio d’avorio e aria
che t’è toccato in vita.



ELISE PRESENZE
I.
Trovammo gesti fra foglie
improvvise spirali inattese
cose appartate, audaci
nel loro essere inconsuete
insolute, mordaci paure, parole
portate lì, muraglie di somme
– resti – di ciò che sappiamo
e non siamo: orme.
II.

Bisogna non dirsi, non
pronunciarsi, esimersi
per riceversi; eludere
il proprio enunciato, il
proprio interno
dettato: per
cospargersi e
congiungersi
occorre
disconoscersi.
III.

È tardi: è l’ora
della cenere. Origini
e miserie disciolgono
il bersaglio; assembrano
– elise – presenze: è 
tempo di subire tempo.



ESSI...
                                                                                           
                                                                                        “[…] vengono
                                                                                        come da storia antica ad un presente
                                                                                        a riscuotere il senso della vita […].”
                                                                                                                         Michele Ranchetti

L’eternità aggressiva dei morti
in cui sfolgori; la luce su di essi,
a illuminare il nulla incandescente
posantesi sulle cose – sulle case
ove tutto non è più; le figure da
sempre verso questi occhi in cui
tutto è stato; la lacerazione del
percepito – sì –: l’incompiuto.



LA PERDITA DI TUTTO

                                                                                             A mio padre

I.

La prima solitudine
nell’auto – vettura vuota
– corpo – vascello abbandonato.
Seduto, risucchiato
nel sedile senza fondo, a fianco
dell’assenza di tuo padre. Fuori
la perdita della luce delle mani degli anni…
… La perdita di tutto. Anche –
anche di questo,
ricordo.

II.

La tua religione sprecata
nell’invoco alla lingua
di tuo padre come sgorgo
divino plasmato, che implode
ferito; sangue
che chiede e non dona
– non sana –: affonda.



L’ARRESTO
                                                        
                                                          “[…] Si serra
                                                                                        a me e a te la fine […].”
                                                                                                         Ernst Meister

                                                         a S.

Due sguardi conniventi
– convergenti –, sul
vuoto accumulato,
e nessuna parola più
da pronunciare; solo
un rintocco languido,
lento, fino all’arresto: «Tu
sei libera».



MANCANTE FIGURA

                                  “[…] Ambedue poi – e la presenza e l’assenza – sono cause motrici. […]”
                                                                                                                                               Aristotele
                                                                                                                                             
I.

Si manifesta tardiva
l’assenza, rispetto alla
madre – presente – che
ne attesta l’arsura; «La
resa la incanaglisce».

II.

Di quel che non è
potuto essere
non può dire; può
dire dell’afflato
– del tormento –
del soprassalto
angusto l’andirivieni:
l’eloquenza indòmita
d’un calco.

III.

Dal suo tentativo, l’equilibrio
non perde l’abisso
cui è attratto; rattratto
eccede – aggetta, si muove
alla luce dell’ombra, ove
precipuamente si centra: librato.



IO SARÒ VOI

Io sarò voi –
i morti, tutti,
noi, voi
dopo di me,
quando
solo, soffierò
lo sguardo,
da ciascuno
di voi tutti
su ognuno
di me.



LA MORTE DELLA MENTE

I.

Da quella lente sgorga ancora quella sera
(odo il vento che diviso ha vie)
– ricordi? Dicesti: “il vento è importante” –
un riverbero di riso che occhi ha chiuso
l’incerto passo, sulle orme di case…

II.

Vedo spalle nei tuoi passi
e la morte della mente
avvicinarsi – questa
cesura da te non consola
semmai ricama, dispiega
occulta, l’ordìre dei giorni…

…L’amore: quel boia
che ciascuno reca in sé.

III.

Ti è morta nella testa la testa
dell’amore, giace, esangue
nel suo stillato stillicidio.
Il tempo s’annuncia deserto.
La porta d’inizio è ciò
da cui fuga ogni fine.



AVVENTO

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza d’ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato d’un calco.



DAL NULLA DA CUI VEDO

I.

Tu fughi ogni inizio –
non permane questa vista,
questa offerta, questa ridda
composta, appena lambita,
intuìta, dell’ordine cieco,
deciso, dell’occhio.

II.

Mente, l’occhio
nella sua cocchia;
solo empie vuota
sciacqua – e rabbercia
il suo cavo: nulla.

III.

Ho sempre guardato
– guardato – dal nulla
da cui vedo i corpi
della soglia, laddove
sono rimasto
a fissarne
la fissità inquieta
d’un nulla.



L’ISTANZA

Un primo temporale: t’intercetta
il suo testamento. Tu
solo vi fai approdo. Ora
l’ora ti riguarda – assembra –
l’istanza capitola a terra. Alfine
lo spazio circuente t’affranca:
ora – anche tu –, sei aria, assolta.



UNA VOLTA SOLA

                                               per Milo De Angelis

Talvolta t’atterra il corpo addosso
ed è il cupo gorgoglio d’un verbo
mentre si vaga, per ossessioni, per
stordimenti – per storni. Il corpo
un ceppo – s’allontana dallo sguardo
– suo epicentro, suo traguardo – nel
candore stridulo delle cose, ove niente
impedisce la resa, la dipartita, ove la
voce s’ascolta una volta sola, mentre
tutto non torna – è diverso –: ricomincia.



Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia e ivi vive.
Nel 2011 ha editata nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani (vincitrice in exaequo con Clery Celeste della seconda edizione del Premio di Poesia per Opera Prima “Solstizio” 2015 e premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che s’è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita»). Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).
Sue poesie e | o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites.
Intorno al suo lavoro in versi hanno scritto: Sebastiano Aglieco, Amedeo Anelli, Gianluca Bocchinfuso, Giorgio Bonacini, Roberto Carifi, Giacomo Cerrai, Maurizio Cucchi, Diego Conticello, Milo De Angelis, Marco Ercolani, Francesco Filia, Marco Furia, Mauro Germani, Stefano Guglielmin, Giuliano Ladolfi, Giorgio Linguaglossa, Piera Maculotti, Lorenzo Mari, Fabio Michieli, Luca Minola, Jonata Sabbioni, Maria Zanolli.