venerdì 23 settembre 2016

LE ULTIME PAROLE - UNA CONFESSIONE


All'amico Gabriele Gabbia

Io che in fondo ho sempre scritto per sparire, per allenarmi alla morte, per defungere. Io che ho sempre cercato l’ultimo sguardo, una terra estrema. Io che ho sempre scritto per finire di scrivere…
Chi ha mai capito tutto questo? Forse qualcuno, ma non è questo il punto. Il punto è che ora qualcosa finalmente è cambiato, ora tutto si è rivelato per quello che è, cioè nulla.
Ho davanti a me le mie tombe di carta, i libri di poesia che ho pubblicato. Un po’ in casa mia, altri  finiti in qualche deposito editoriale, oppure dentro librerie-loculi, o al macero. Fantasmi persi in luoghi stranieri. Fantasmi in perenne dissoluzione.  Li vedo, e sento ancora le loro parole, sento la loro agonia e il rantolo. Parole murate vive. La poesia è questa parola murata, le collezioni poetiche questi cimiteri parlanti. A nessuno gliene importa niente, nemmeno ai cosiddetti poeti, a cui interessano solo i propri versi… E c’è poi in molta gente un’idea ripugnante di poesia, che trabocca un sentimentalismo appiccicoso e nauseante, con la complicità dei media e della scuola. Se una poesia viene recitata alla tv, magari con sottofondo musicale, allora diventa inevitabilmente orribile, falsa e davvero insopportabile, oppure, se portata in un’aula scolastica, diviene subito risibile, una cosa assurda o ridicola da sbeffeggiare o da ignorare. Certi insegnanti di lettere sono assassini inconsapevoli, le loro lezioni ammazzano senza pietà. Invece di parlare  di questa parola murata, murano da vivi i loro studenti, spacciati per sempre…
Io guardo i miei libri di poesia, ne sento la voce  un po’ mia e un po’ straniera, quella che gli editori hanno confezionato e imbalsamato nelle loro tombe grafiche, nelle loro collane, nei loro cappi per impiccati, perché alla maggioranza degli editori non importa assolutamente niente della poesia pubblicata. I migliori spediscono alcune copie a qualche critico, ma ben presto abbandonano i libri al loro destino perché diventano dei pesi morti da seppellire e dimenticare da qualche parte. Gli autori, dal canto loro, i cosiddetti poeti, cercano di promuovere i loro versi, li leggerebbero ovunque, senza alcun ritegno…  Molti  si danno da fare come forsennati su facebook, pubblicano continuamente, in preda ad una smania irrefrenabile, la copertina della loro silloge, insieme a recensioni scritte dagli amici, foto, video, commenti, segnalazioni di premi vinti (ma in certi casi sarebbe meglio dire comprati), di letture a nessuno o quasi, di terribili antologie poetiche, in una squallida e rivoltante fiera delle vanità, che sovente è  per questi personaggi frustrati e narcisisti vera e propria patologia ormai incurabile, senza speranza alcuna. Si tratta di un teatrino dell’assurdo e del nulla, in cui non si salva nessuno e in cui tutti fingono di essere amici in nome della poesia, mentre in realtà molto spesso non c’è il minimo interesse per il lavoro altrui. E’ a ben vedere un carnevale putrescente, un balletto insulso di maschere idiote e intercambiabili, dove ognuno è vittima e carnefice al tempo stesso, un macabro bailamme di facce e di voci che si dibattono nella rete, in una tragica, prolungata e inconsapevole agonia. Un gioco perverso e ipocrita di editori e di autori che recitano il loro ruolo così bene tanto da arrivare a scambiare la finzione con la realtà, in un processo allucinatorio in cui qualcuno finisce per crederci davvero, credendo di essere proprio editore o poeta e di esistere, di lasciare un segno.
Io ho deciso che è  giunto il momento di dire basta. Basta con le presentazioni, con le letture, con le pubblicazioni, soprattutto di poesia.
Il mio esordio poetico ufficiale (ma per chi?) risale a circa trent’anni fa con L’attesa dell’ombra
Ne è passato del tempo e adesso le ombre ci sono, eccome, girano nella testa, si affollano… Tra poco si confonderanno e diventeranno tenebra, quella tenebra che è in ogni essere vivente, ma che viene ignorata…
L’origine di tutto è però più lontana, è più lontano il mio male.
1954, il respiro che manca, quel sibilo, quel rantolo alla nascita, quei polmoni non ancora pronti. Poi il resto, l’isolamento, i tre cortili dentro la fabbrica delle tende. E la Bovisa, Milano quasi deserta,  i miei genitori,  mia madre che suona il pianoforte. La voce di mio fratello, l’imperatore, che legge a me bambino i suoi versi ed io che ascolto incantato senza capire.
Ma anche questo inizio mi sembra una falsità. Come se qualcuno avesse giocato una partita chissà quando per godersi lo spettacolo. Un prima è stato interrotto e a quel prima si deve tornare. Come un destino senza destino.  
Un foglio, una penna, una parola dopo l’altra.  Tutto può sembrare innocuo e invece… La scrittura, per me, non può che essere un fallimento, è il mio fallimento, attesta una mancanza rispetto alla vita. Che cosa sono i versi  che ho scritto rispetto al mio dramma, al male che è in me, nel mio corpo, nel mio essere-nel-mondo?  Sono  un’assenza che parla. Quando ho cominciato a scrivere, fin da bambino, mi sono accorto subito – sia pure in modo un po’ confuso - di tutto  questo, della mia esistenza mancata, e  sono stato come risucchiato dal vuoto…. Nei miei versi ci sono infiniti omicidi e suicidi incompiuti, amori a metà, parole agonizzanti prima della giusta fine. E so che niente resterà di ciò che ho scritto. Niente. La parola è comunque distanza, segna una via destinata al dissolvimento, sempre, anche quando sembra restare. Essa non può che essere spettrale, pur nella sua bellezza e necessità.
Io non ho scritto solo poesie, certo. Mi sono occupato anche di critica, ma in modo non accademico. La cosiddetta critica accademica, filologica, o quant’altro, è sovente di una noia mortale e risulta asfittica, opera in realtà una sorta di soffocamento del testo. Il mio intento, invece, è stato quello di trasmetterne la voce e il mondo, la sua  ferita originaria, perché un testo valido non può che essere malato e ferito come è l’esistenza, anzi in doppia misura, in quanto drammaticamente scisso nella sua maledetta incompiutezza. In questo ambito ho curato – lo dico per onore di cronaca -  una pubblicazione su Dino Buzzati e ho raccolto in volume tutte le note di lettura apparse in questa sede (e che ora non sono qui più presenti, tranne qualche eccezione). Libri diversi da quelli poetici, sicuramente, ma comunque sempre marginali, ai bordi del nulla, in quanto simili ad evocazioni di fantasmi, di voci perdute.
Un caso a parte è invece per me il mio libro su Giorgio Gaber, a cui sono molto legato. Un libro che vorrebbe restare vivo perché è anche un omaggio alla figura di un artista che mi ha accompagnato fin da quando avevo solo 17 anni. Non una biografia, ovviamente, e nemmeno il Gaber televisivo di un tempo o, peggio ancora, quello delle facili e superficiali, nonché insulse e fastidiose commemorazioni post-mortem del piccolo schermo, ma uno studio sul suo teatro. Che qualcuno si scandalizzi pure… E occorre precisare che Gaber non ha mai voluto essere un poeta, bensì un autore di teatro, un filosofo ignorante – come si definiva - ed ha saputo, a modo suo, rinnovare l’esistenzialismo. Egli è stato un grande maestro del dubbio e ha parlato -  dalla coscienza apocalittica dello smarrimento e del vuoto  -  del sogno grande e per me  impossibile dell’interezza, del sogno di esserci davvero qui, su questa terra, in modo autentico…  Un sogno che è stato mio, un’impossibilità che mi ha sempre segnato profondamente e che col tempo è diventata sempre più resa e silenzio, coscienza della fine, desiderio di sparire…  E su questo punto dovete tacere, per favore. Su questo punto e su questo mio libro dedicato all’opera di Gaber non avete proprio il diritto di obiettare niente.
Cari amici poeti e scrittori,  devo confessarvi che con quasi tutti voi mi sono sempre sentito a disagio, forse perché troppo innocui, troppo abili nei vostri esercizi di stile senza stile, senza l’impronta tragica dell’esistenza, senza il suo buio, così intenti a promuovervi e sovente storditi da un insopportabile delirio narcisistico. Sappiate che anche per tutti voi (o quasi) non resterà traccia, nonostante il vostro affanno.
Io vi ho parlato, vi ho scritto, ho fondato persino una rivista letteraria credendo di essere come voi. Invece no, da voi in fondo ero e sono lontanissimo. Finalmente adesso l’ho capito. Ci sono voluti anni per poterlo ammettere ed avere il coraggio di dirlo. C’è voluta questa fine. In realtà non ho mai avuto molta simpatia per le associazioni letterarie, le letture pubbliche, le presentazioni, anche se le ho frequentate. Quel ritrovarsi dicendo d’essere poeti o scrittori, quelle strette di mano spesso ipocrite, quelle condivisioni fasulle, quell’esibizionismo insopportabile da intellettuali o, peggio ancora, da poeti. Mi vedo parlare, presentare, discutere, ringraziare, e subito cerco di cancellarmi.
Adesso è rimasto questo blog, che porta il nome della rivista da me fondata nel 1988. Devo ammettere che il concetto di margine mi è ancora molto caro, anche se non so per quanto tempo manterrò attivo questo spazio. Scriverò ancora qualcosa, probabilmente qualche nota di lettura, ma non credo per molto. La stanchezza è tanta. E le ombre si addensano sempre di più.
Mauro Germani