giovedì 30 giugno 2016

Incontro con l'autore: Lia Maselli

7 DOMANDE A...
LIA MASELLI





Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?

Ho letto da sempre in maniera disordinata, casuale. In casa c’erano i libri di mio padre, anch’essi, a loro modo, il riflesso di una incostanza. In paese neppure una libreria. Per fortuna una biblioteca scolastica e la casa della mia insegnante di lettere in seconda media dove un giorno suo marito mi disse: leggi di tutto, poi un giorno sceglierai. Così ho letto Pirandello, i racconti di Kafka e quelli di Joyce,  i romanzi di Malaparte, Moravia, Tomasi di Lampedusa, Nabokov, Sibilla Aleramo, Le mille e una notte. Di quegli stessi anni, dai quattordici ai sedici anni, è l’amore per le poesie di Ungaretti e Pavese. Dalla giovinezza ritornano invece le frasi dei romanzi di Sartre e ancora Pavese e Vittorini, Svevo…  Non so quale autore abbia avuto più influenza: in seguito, negli anni, ho letto autori talmente lontani tra loro da non riuscire a tirare un unico filo senza che ne compaiano altri, inaspettati, dimenticati. So soltanto che per quanto caotica, a volte dispersiva, la lettura ha accompagnato la mia vita, e lo ha fatto anche in quei brevi tratti di esistenza in cui forzatamente le chiudevo le porte e forse allora ancora di più: la sua assenza a segnare il passo alla mancanza di ossigeno, all’allontanamento da me stessa, al mio mimetizzarmi con qualcosa che non mi apparteneva. Ma non è mai durato a lungo.

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?

È molto difficile parlare di sé, mi fa paura. La prima cosa che mi viene da dire è che forse in quello che scrivo riverso le attitudini e i talenti che non ho. Non ho attitudine musicale né pittorica. Dunque per una sorta di autismo creativo, quello che scrivo segue sempre una musica, un ritmo, una partitura e si muove per immagini che vedo come quadri in una lunga galleria un po’ senza tempo.  Inoltre è fatta di frammenti, in cerca di un nucleo che il più delle volte mi sfugge, qualcosa che assume forme sempre diverse. La scrittura nasce da immagini, e da residui. Immaginiamo i fondi di caffè. Raschiamo per toglierli. Intanto da questi leggiamo il futuro, il passato. Il tempo. Così per me la scrittura, c'è sempre un fondo con residui, allora li osservo, penso di doverli togliere, scioglierli, perché alcuni si depositano in grumi. Ma poi mi accorgo che da quei fondi di caffè nascono immagini, suoni, parole che cercano una strada, volti. E questi si addensano in un nucleo che poi è la storia, ma trovano anche respiro, si muovono, da un orbitale ad un altro. Hanno energia, mi danno energia.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?

Il mio rapporto con la scrittura è il mio rapporto con l’infanzia, e dunque con quello che di me ritengo più vivo, mobile, doloroso e gioioso insieme. La scrittura è la voce che mi assolve o condanna. Ma è l'unica voce che veramente mi riconosco, bella o brutta che sia.  Ma è anche quella che il sintomo e l’angoscia  vorrebbero paralizzare, spesso riuscendoci. E poi, a volte, nel miracolo di una frase, anche l’illusione che dimentica la morte e fa danzare. Scrivo poco. Più che altro non smetto di provarci.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?

Avverto per quanto riguarda la prosa una staticità, una omologazione a forme e anche contenuti che non mi appartengono. Quindi leggo spesso autori italiani del passato o stranieri. Per quanto riguarda la poesia, diversamente dagli anni dell’adolescenza, ne leggo poca e quando lo faccio cerco più che altro una sintesi, una parola che mi accompagni, mi dia il tempo. E capita. Ma è difficile che poi io ricordi i nomi o i versi.

Oltre alla scrittura, quali forme d’arte ti attraggono particolarmente?

La pittura, la fotografia ed il teatro. Ma anche ciò che ha a che fare con gli oggetti, con la materia.

Un autore da riscoprire?

Non so se sia da riscoprire ma poiché per me è stata una scoperta tardiva, Vincenzo Consolo.

Un libro da leggere assolutamente?

Viaggio al termine della notte di Céline.

UN TESTO DI LIA MASELLI

La casa teatro


La casa è teatro di muschio nero, i fogli sparsi nell’ingresso buio dopo mesi sanno di fumo e sale, si leggono a voce alta. Ritornano gli echi delle stanze e dei giorni, Aurora teme che lo spazio non basti e cerca, nei luoghi che le passano accanto ogni giorno, lo spazio di un fuori, una strada, una linea sotterranea, le dune di un litorale. Un teatro dell’incognito in cui i personaggi si possano mescolare e confondere coi passanti fino a non essere riconoscibili. Buttati in strada o sui binari, in uno sferragliare mai sazio. Ma sa anche che un teatro è la casa sottratta alla fisica. Ampliarsi e dilatarsi la sua magia, il potere di una gestazione senza sosta. Caverna e spiaggia. Un corpo senza età rapito al tempo che si concentra e si espande.
Aurora solleva dalle righe i punti troppo chiusi in se stessi.
Le ombre a volte non bastano. Devono riprendere un corpo, quello che oggi sembra un fantoccio abbandonato sulla sedia di scena.

(da Le case dei venti contrari, Formebrevi edizioni 2016)


NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Lia Maselli nasce a Savona il 28 maggio del 1958, vive fino ai 18 anni in Calabria, poi a Roma. Attualmente vive e lavora a Parma. Nel 2009 vince con il racconto Morte di Pepe Hillo innamorato il premio “Pensieri d’inchiostro” presso la Casa editrice Perrone di Roma. Ha scritto una riduzione drammatica de L’Idiota di Dostoevskij andata in scena il 6 giugno 2015 al Teatro Vascello di Roma. Ha pubblicato nel marzo 2016 il romanzo Le case dei venti contrari con Formebrevi edizioni.