domenica 3 aprile 2016

Incontro con l'autore: Paolo Del Colle

Riprendono, dopo alcuni anni, gli incontri con l’autore.
Inaugura questa nuova serie Paolo Del Colle. Del suo ultimo libro, Spregamore (Gaffi, 2014), si è già occupato questo blog.

7 DOMANDE A…
PAOLO DEL COLLE

Quali autori sono stati fondamentali per la tua formazione?
Ci sono autori che ti entrano dentro perché sono i primi che leggi, magari non li comprendi, ma li metabolizzi: per me è il caso di Dostoevskij , ai cui libri ricorro nei momenti particolari, anche adesso, come ho sempre fatto. In età di piena formazione direi invece  un regista: Werner Herzog, un'influenza determinante. Infine, un poeta che mi accompagna da sempre: Guido Cavalcanti. Quel poco che so di critica, ma sarebbe meglio dire, di capacità di pensiero lo devo a Arnaldo Colasanti. Permettimi una digressione: sono stato molto fortunato, perché ai tempi universitari studiavo con Colasanti, con Damiani che in pochi minuti mi faceva capire Saba, Caproni, Calogero, più di centinaia di libri, frequentavo pittori come Giuseppe Salvatori e Mariano Rossano e scoprivo l'arte grazie a loro. Ho scritto un libro a quattro mani con Edoardo Albinati e ho compreso la poesia grazie alle sue correzioni, osservazioni, consigli (in teoria era un fare reciproco, ma non ho conosciuto autore dotato di intelligenza critica come Albinati)

Quali sono le caratteristiche principali della tua opera?
Domanda difficilissima. Ho iniziato con la poesia, una passione coltivata per venti anni, poi il silenzio (quando ho capito che potevo solo ripetermi, variare) e infine assai casualmente la narrativa. Posso dire che in poesia prima di scrivere un verbo in prima persona mi ci sono voluti 15 anni: tanto l'odio per l'io che ancora nutro (specifico, visto che la mia narrativa è sempre in prima persona: per quell'io che si protegge ancora dietro una trama, una storia, come se i contenuti più o meno contemporanei lo togliessero da essere sotto il cielo della Storia ottocentesca, dove aveva un senso: il sottosuolo dostoevskiano è ancora là da venire per molti monologanti in prima persona). Mi rendo conto che ho sempre pensato a ciò che scrivo come a una domanda, un'attesa di risposta, e dunque una incompiutezza. La somiglianza di ciò che esiste con un originale perduto, la probabilità al posto della possibilità, sono temi centrali che credo siano passati indenni dalla poesia alla prosa. Lo scopo forse è sempre stato lo stesso: giungere al punto limite in cui letteratura e vita si guardano, e la prima si sacrifica per far sì che la seconda appaia finalmente libera, priva di necessità nel suo inevitabile accadere e finalmente incomprensibile nel suo solito mostrarsi. E che la verità non sia un concetto, ma un mosaico perfetto di circostanze, qualcosa che avremmo a portata di mano: sono convinto che è quello che vedono gli animali e cercano di comunicarci, il vederci parte di queste circostanze.

Come vivi il tuo rapporto con la scrittura?
Male. Scrivo poco, non sono mai riuscito a darmi una disciplina professionale. Quando ne sento l'esigenza, devo sia scrivere sia buttare molto, fino a quando non entro in uno stato mentale in cui riesco a tenere insieme periodi lunghissimi che vado riempiendo, quasi automaticamente. Per conquistare questo ritmo mentale, ricorro al mio altro grande amore, Proust, che tengo sempre a fianco del computer, Odio la paratassi, sono per la dilazione, della vita e della scrittura: devo avere fissi inizio e fine (del resto in questo vita e scrittura sono simili), dopo mi vengono i percorsi per unirli, in un lento accerchiamento, con continue digressioni, che cerco di chiudere il più tardi possibile. Posso aggiungere che alcuni autori contemporanei mi hanno influenzato e 'aiutato' molto per l'intensità della loro scrittura a superare momenti di profonda depressione letteraria: Giuseppe Munforte, Tonon e la pazienza critica di Andrea Caterini.

Qual è, a tuo avviso, lo stato della cultura in Italia e della poesia in particolare?
Sinceramente ne so poco; la poesia mi pare abbia perso importanza per i narratori e questo è gravissimo, aldilà dei discorsi sul pubblico, su chi legge etc. Mi sono formato negli anni fine '70 inizio '80 e le secche in cui si era arenata la letteratura in sterili contese tra pubblico e privato, fine avanguardie e post avanguardie,fu superata dalla poesia, dal ripartire da una lingua e non un linguaggio, con narratori che sfruttarono (o erano passati personalmente attraverso la poesia) il lavoro di drenaggio, recupero, invenzione operato dai poeti: Salvia, Damiani, De Angelis, Albinati e tanti altri. Leggendo qua e là mi pare che autori interessanti se non talentuosi ci siano (Antonio Bux, ad esempio)

Oltre alla scrittura, quali forme d'arte ti attraggono particolarmente?
Amante del cinema. Anche se dovrei dire di Werner Herzog,  che mi ha cambiato la vita, dal lontano 1974 quando vidi 'Aguirre'. Uscii dal mondo in bianco e nero dell'ideologia di quegli anni e scoprii il colore, il sogno, l'impossibile come realtà. Ma anche Tarkowskij, Sukorov Kaurismaki (il primo) e adoro la commedia all'italiana, fino a Scola.
Un autore da riscoprire?
Non credo sia da riscoprire, ma dico Pomilio.
Un libro da leggere assolutamente?
Inventario di Shabtai, un capolavoro assoluto

NOTA BIO-BIBLIOGRAFICA
Paolo Del Colle, nato a Roma nel 1957, ha collaborato alla rivista “Braci” e pubblicato testi su altre riviste, “Poesia”, “Prato Pagano”, “Nuovi Argomenti”, “Fuori Asse”. Ha pubblicato la raccolta di poesie Gemme apicali (Rotondo, 1988) e poi altri componimenti in Quaderni di poesia contemporanea, Guerini 1997. Insieme a Edoardo Albinati ha pubblicato il lungo poemetto Mari e Monti (1997) scritto a quattro mani. Per Fazi ha curato Le memorie di un cavaliere di Defoe (1997). Nel 2001 l’esordio narrativo con Le ragazze dell’Eur (Quiritta) e nel 2014 ha pubblicato un secondo romanzo, Spregamore con Gaffi.

POESIE INEDITE 2015 DI PAOLO DEL COLLE

1
sofferte posture deformano
l'alba
ombre non placate dalla notte
contratte in lividi crampi
dai ricordi confusi dei sogni 
invidiano le ali sospese dei corvi
ma sulle voci che l'eco
sorprende e zittisce
se non c'è altro da dire
tesse un filo la luce
segue le ringhiere
il pianto simmetrico
delle sbarre arrugginite
e s'inerpica sino alle promesse
le ultime da mantenere
2
è il senso
che lascia l'abbandono.
tutto ritorna come era
e solo il prima
distingue l'altra stanza
la polvere dai resti
il mio nome da quanto non c'è più,
i gesti della mano
dal saluto che trattiene un altro giorno
nei paraggi che distendo, a perdita
d'occhio, alla complice miopia.
3
questo vento
reca altrove
le somiglianze di ombre e voci
sollevate sino alle luci stordite
dei lampioni appena accesi
e rincorse dentro il tempo della sera.       
Basta svaniscano per farne una ragione
di non voltarsi
al primo brivido delle spalle
al corridoio vuoto percorso
dal fiato gelido da cui vuoi tornare                              
sullo spiffero delle imposte.
Si resta vicini, qui,
dove so che non stai più bene
ma non conosco altre strade
spazzate con tanta furia
per andare via tra un giorno e l'altro